Il 18 marzo è stato il giorno in cui il mondo ha scoperto che lo scudo americano, quello che per settant’anni ha garantito la libera navigazione e il sonno dei giusti, è fatto di cartone.
Quel giorno Israele ha colpito il più grande bacino di gas iraniano. Teheran, per tutta risposta, non ha convocato una conferenza stampa: ha colpito il Qatar, il polmone energetico del pianeta.
In quel preciso istante, la dottrina Trump si è sciolta come neve al sole di Doha.
Il Presidente, che poche ore prima parlava di “condizioni inaccettabili”, ha dovuto implorare un cessate il fuoco senza ottenere una sola concessione da parte degli ayatollah.
È la prima volta nella storia moderna che gli Stati Uniti dichiarano una tregua unilaterale dopo aver subito un ricatto energetico.
L’ILLUSIONE DEI 14 PUNTI E LO SCHIAFFO DI TEHERAN
Trump aspettava la risposta dell’Iran al suo piano di pace in quattordici punti con l’ansia di un adolescente che attende un “sì” su WhatsApp.
D’altronde, aveva promesso ai suoi elettori che Teheran sarebbe arrivata a Washington mendicando pietà, che era al tappeto, senza più armi né niente da mangiare. Invece, attraverso la mediazione del Pakistan, è arrivato un “papiro” di diverse pagine, un verbale di resa per gli americani.
Teheran ha chiesto riparazioni per i danni di guerra, il riconoscimento della sovranità totale sullo Stretto di Hormuz e la fine immediata del blocco navale.
La reazione del tycoon è stata un capolavoro di impotenza retorica. “Non mi piace la loro lettera”, ha biascicato davanti alle telecamere, definendo la risposta “inappropriata”.
Ma la diplomazia non è un concorso di bellezza e i sentimenti di Donald Trump pesano meno dei missili che non ha più.
I documenti visionati rivelano una verità che la Casa Bianca ha cercato di secretare fino all’ultimo: il team negoziale iraniano non ha scritto una sola riga per compiacere l’interlocutore, ma ha scritto per i diritti della nazione iraniana, consapevoli che ogni tweet di Trump era un segnale di debolezza, non di forza.
L’ERA DELL’APPARIRE CONTRO LA SOSTANZA DEL FARE
L’amministrazione Trump ha gestito la crisi nel Golfo come una campagna di marketing, cantando vittoria tre giorni dopo l’inizio dei bombardamenti, senza aver raggiunto nemmeno mezzo obiettivo strategico.
Il Generale che ha diretto le operazioni nel settore è stato chiaro nei verbali interni: l’obiettivo era il cambio di regime.
L’obiettivo, perciò, è fallito, poiché la leadership iraniana è più salda di prima e l’arsenale nemico, sebbene colpito, ha dimostrato di poter paralizzare l’economia mondiale con un solo lancio coordinato.
Washington ha cercato di salvare la faccia, ma ha perso il Golfo e la guerra.
I MAGAZZINI VUOTI DEL PENTAGONO
Mentre la retorica ufficiale parlava di una nazione “di nuovo grande”, il senatore Mark Kelly faceva esplodere la bomba termobarica al Congresso.
“Le scorte militari di munizioni e missili degli Stati Uniti sono gravemente esaurite”, ha denunciato, raggelando l’aula.
Gli USA hanno consumato miliardi di dollari in poche settimane di guerra senza un piano, senza un obiettivo strategico e, soprattutto, senza una tempistica.
Questa non è la sconfitta del Vietnam, dolorosa, ma lontana e ancora millantata come una mezza vittoria da tanti.
Questa è una sconfitta che strappa via il poster di superpotenza dal muro.
Se gli Stati Uniti non hanno più i missili Patriot per proteggere i propri alleati perché li hanno “bruciati” in un braccio di ferro inutile con Teheran, che valore ha la parola di Washington?
Gli europei, che per trent’anni hanno vissuto sotto l’ombrello americano ripetendosi che “tanto ci pensano loro”, ora ridono d’isteria perché sanno che l’alleato ha cambiato casacca tre volte in sei mesi e che ora sono soli.
L’ISOLAMENTO DI ISRAELE E IL NUOVO ORDINE DEL GOLFO
Israele ne esce con le ossa rotte.
Voleva un accordo con le ricche monarchie arabe per isolare l’Iran, ma ha ottenuto l’esatto opposto.
Lo Stato ebraico ha innescato una guerra che ha terrorizzato i partner commerciali di Washington. Ora gli Emirati Arabi Uniti e le altre nazioni del Golfo hanno capito che lo “scudo” americano non è così solido, quindi si stanno riorganizzando, cercando compromessi diretti con Teheran perché non possono permettersi di essere le vittime collaterali dei bluff della Casa Bianca.
Lo Stretto di Hormuz non sarà più libero, sicuro e gratuito. È un dato di fatto che peserà sulle bollette di ogni famiglia europea e asiatica per i prossimi anni.
Ed è tutta colpa degli Stati Uniti d’America e di Israele, poiché, prima dell’aggressione all’Iran, nessuno chiedeva alcunché alle navi che transitavano in zona.
La percezione degli Stati Uniti come garanti della navigazione è morta il 18 marzo, uccisa dall’incapacità di Trump di portare a termine ciò che aveva iniziato.
IL VIAGGIO A PECHINO CON LE CARTE TRUCCATE
Tra pochi giorni, Trump andrà in Cina per incontrare Xi Jinping, ma con quali carte in mano?
Pechino ha guardato lo spettacolo del Golfo con la pazienza millenaria di chi sa che il tempo è un alleato prezioso. Ha visto un’America confusa, senza guida, che implora tregue unilaterali, un’America con i magazzini di armi vuoti e i prezzi del petrolio alle stelle.
Robert Kagan, un pensatore che non è certo sospettabile di simpatie per gli ayatollah, ha definito l’impresa di Trump una “sconfitta totale”. Un’accelerazione verso un mondo meno americano.
Il dominio degli Stati Uniti nel Golfo è un ricordo del passato e, mentre il Regno Unito e la Francia tentano disperatamente di mettere insieme una coalizione di quaranta paesi per garantire la sicurezza del mare, ci si chiede chi darà ancora credito a Washington.
Trump pensava di vincere una guerra fidandosi delle sciocchezze consigliate dalle AI, o da chissà chi altri, sulla popolazione iraniana che sarebbe scesa nelle piazze a cacciare i tiranni.
Ma una AI non può salvare chi è ignorante in Geopolitica. I regimi esistono perché buona parte della popolazione ne trae vantaggi o lo tollera. L’errore è stato ragionare come gli esperti da salotto o da bar, pronti a giurare che gli iraniani volevano la libertà.
Inoltre, le navi non si muovono con i like e la pace non si firma con gli slogan.
Trump è ancora lì, a fissare gli ordini che gli Teheran gli ha messo nero su bianco se vuole che Hormuz riapra.
In compenso, il conto della benzina sta per arrivare. E sarà salatissimo.
Ma non è stato Putin. I colpevoli, gli unici colpevoli di questo disastro sono i governi di Benjamin Netanyahu e di Donald Trump.
Ma chi, se non Mosca, Teheran o Pechino, potranno chiedere loro i danni di quanto causato?

