IL FRONTE UCRAINO STA CEDENDO. LA REALTÀ CHE IL MANSTREAM ESPERTO DI PALE E MULI HA DECISO DI CENSURARE

di Pasquale Di Matteo

Ci raccontano che stiamo vincendo, o, perlomeno, che la Russia sta perdendo.

Accendete la tv, aprite un qualsiasi grande quotidiano mainstream e troverete la solita favola secondo la quale l’esercito di Putin è allo sbando, le sanzioni hanno piegato Mosca, i droni ucraini colpiscono le raffinerie e il Cremlino trema.

È una narrazione perfetta, rassicurante ed eroica, come una fantastica sceneggiatura di Hollywood.

Peccato che sia falsa come una moneta da tre euro.

La realtà, certificata anche da Reuters, parla di avanzate inesorabili, di infrastrutture al collasso e di un Occidente intrappolato nella sua stessa propaganda, tutto mentre i nostri esperti da salotto misurano le vittorie di Kiev cercandole con la lente d’ingrandimento, ma ignorando la catastrofe tattica e strategica che si consuma sul campo, e il mondo scivola verso l’orlo del baratro nucleare.

Analizziamo i fatti. Quelli veri.

LE VITTORIE DA PROPAGANDA E IL TRITACARNE DEL DONBASS

La controffensiva mediatica funziona a meraviglia, ma quella militare, un po’ meno.

Se le sciocchezze propinate dal mainstream fossero state azioni militari, l’Ucraina avrebbe già stravinto la guerra, con le immagini degli attacchi ucraini alle raffinerie e alle infrastrutture in territorio russo o in Crimea vendute come scacchi matti.

“Danni logistici incalcolabili”, titolano i giornali. “Mosca in ginocchio per la mancanza di carburante”.

Tutto molto affascinante, se non fosse per un dettaglio che la propaganda omette o “dimentica”: queste azioni, per quanto spettacolari e indubbiamente fastidiose per il Cremlino, non hanno spostato di un millimetro gli equilibri sul fronte. Zero.

Valgono meno dei missili americani, dei carri armati europei, degli F16, delle controffensive con quei militari dall’inglese madrelingua.

Sul campo, lungo quei 1.200 chilometri di linea di contatto che i nostri media fingono di non vedere, la Russia avanza. “Bussa prepotentemente alle porte”, come ha ammesso Reuters.

Lentamente, sanguinosamente, ma avanza.

La morsa si stringe attorno alla cintura delle città fortificate nel Donetsk. Kostantynivka, Kramatorsk, Sloviansk. Giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, ciò che resta dell’esercito ucraino è costretto ad arretrare di fronte a un grave, insanabile squilibrio di truppe e mezzi.

Le presunte “vittorie” sbandierate in Occidente servono solo a mascherare una verità fuori da ogni logica, cioè che stiamo prolungando un’agonia e bruciando centinaia di miliardi di dollari, sacrificando inutilmente intere generazioni di ucraini.

Tutto per tenere in piedi l’attuale apparato politico a Kiev, con l’opposizione vietata, gravi problemi di corruzione, soldi e armi che non si trovano più, cessi d’oro, ville di Zelensky acquistate all’estero, battaglioni neonazisti, e altri scandali.

IL BLACKOUT DI KIEV E L’ILLUSIONE DEI PATRIOT

C’è poi un paradosso logico così clamoroso che solo la nostra informazione a senso unico poteva ignorare.

Ci dicono che la Russia è in ginocchio, svuotata di risorse e incapace di produrre armi.

Eppure, le notti ucraine sono illuminate a giorno da sciami di centinaia di droni e missili russi: i dati reali parlano di nottate in cui Mosca lancia oltre 400 droni contro i 150 di Kiev. Più del doppio di capacità.

Otto regioni ucraine sono rimaste senza corrente elettrica, che, con il caldo estivo e la rete energetica letteralmente polverizzata, getta il Paese al collasso.

E cosa fa Zelensky?

Implora disperatamente l’Occidente di inviare nuovi sistemi di difesa antiaerea, come i Patriot, ammettendo di avere gravi difficoltà, poiché, se l’Ucraina chiede sistemi di difesa con tale urgenza, significa che le sue difese attuali sono esaurite o bucate come un colabrodo.

Il problema è che l’industria bellica statunitense e quella europea non riescono a produrre e consegnare questi sistemi con la stessa velocità con cui Mosca produce i missili per distruggerli.

Ma il mainstream questo non ve lo dice.

IL BOOMERANG DELLE SANZIONI E L’AUTOGOL EUROPEO

E le famose sanzioni?

Quelle che avrebbero dovuto far crollare il PIL russo nel giro di due settimane, nel 2022?

Anche qui, la narrazione è stata fatta a pezzi dalla realtà. Le sanzioni non hanno messo in ginocchio la Russia, ma l’hanno semplicemente costretta a voltarsi verso Est. Mosca ha riorientato le sue esportazioni di gas e petrolio verso l’Asia, costruendo nuovi gasdotti e consolidando un asse di ferro con Pechino.

Chi ci ha perso, allora?

Noi. L’Europa.

L’Occidente si è reso prigioniero del gas naturale liquefatto (GNL) americano, pagandolo a peso d’oro per poter dire di essersi smarcato dall’energia russa, un capolavoro di masochismo che puzza di tradimento nei confronti degli europei, un tradimento che sta anche deindustrializzando il Vecchio Continente, mentre il rubinetto dei finanziamenti a Mosca non si è mai chiuso davvero.

IL GIOCO D’AZZARDO SULL’ORLO DELL’APOCALISSE NUCLEARE

Ma la cecità non è solo tattica o economica, perché è soprattutto, strategica. E qui entra in gioco un’analisi profonda, lucida e spietata, confermata da esperti del calibro della professoressa Elisabetta Burba, per cui esiste una “doppia realtà” del conflitto: da una parte, la pressione militare russa, dall’altra l’assoluta cecità diplomatica dell’Occidente, governato dal principio infantile del “col nemico non si negozia”.

La prospettiva di una tregua è inesistente, e non solo perché l’Occidente si ostina a dettare condizioni irrealistiche, ma perché Vladimir Putin ha ormai inquadrato questo conflitto come una lotta esistenziale contro le élite occidentali.

Ed è stata la nostra mancanza di diplomazia e di visione a spingerlo in quella direzione.

Il leader del Cremlino non ha alcun interesse a sedersi al tavolo ora: aspetta che gli Stati Uniti siano distratti da altre crisi, magari in Medio Oriente o a Taiwan, per incassare il bottino pieno.

E, anche se gli ultimi attacchi con i droni, messi a segno dall’Ucraina in territorio russo, hanno causato danni significativi all’approvvigionamento di carburante, l’avanzata russa rallenta, ma non si ferma.

Inoltre, tale strategia pone due problemi: il primo è che, la ricerca di carburante all’estero della Russia non è una bella notizia per tutti noi, visti i problemi tutt’altro che risolti a Hormuz.

In secondo luogo, ed è qui che l’ostinazione della NATO, e l’idea folle che aumentare la pressione militare possa costringere la Russia alla resa, diventano criminali, poiché stiamo parlando del Paese con il più grande arsenale nucleare del mondo.

Pensare di poter sconfiggere militarmente, umiliare e mettere all’angolo una potenza atomica senza scatenare una reazione catastrofica è roba da ultimi della classe.

E no, non è che, perché anche altri hanno il nucleare, allora nessuno lo userà. Pensare in tali termini denota una miopia da far tremare i polsi, roba da geopolitica del Bar Sport.

Stiamo correndo verso una situazione che potrebbe superare persino i livelli di allerta della crisi dei missili di Cuba del 1962, perché il riarmo europeo e la retorica bellicista vengono letti da Mosca come una minaccia esistenziale.

Ovviamente, un conflitto diretto tra NATO e Russia non avrebbe vincitori. Avrebbe solo macerie e sarebbe la fine della civiltà occidentale per come la conosciamo.

Eppure, si continua a tifare la guerra da lontano e si continua a trasformare un dramma geopolitico complesso in una partita di calcio tra buoni e cattivi, alimentando illusioni che si pagano in fiumi di sangue ucraino.

Perché, alla fine, a cadere sotto i colpi di questa folle cecità non sono gli opinionisti in doppiopetto, i pennivendoli del mainstream o i burocrati di Bruxelles, ma i civili al buio e i soldati mandati al macello in una guerra che, a livello tattico, è già decisa.

Ma la propaganda, si sa, ha bisogno dei suoi eroi.

Anche a costo di farli morire tutti. Al contrario, chi vuole davvero il bene degli ucraini, spinge per porre fine alla guerra ieri. Oggi è già tardi e sta morendo l’ennesimo ucraino che si poteva salvare.

ALEXANDR E IL RAPPORTO BURRASCOSO CON CHI FA POLITICA A PARMA

di Pasquale Di Matteo

Alexandr è un artista russo che vive da decenni a Parma.

Un artista che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, nel 2018, e che è sempre stato persona pacata e riflessiva.

L’ho conosciuto in una piccola galleria d’arte, dove teneva dei corsi di pittura, dispensando un po’ della sua grande qualità artistica.

Alexandr, infatti, non è un pittore domenicale né si è improvvisato, ma ha studiato arte e le competenze in materia urlano sulle sue tele anche in faccia a chi non ha dimestichezza con l’arte.

Dopo gli eventi del febbraio 2022, il pittore è stato vittima di alcuni episodi che fanno ipotizzare atti di censura e a discriminazioni. Già nel 2022, gli fu cancellata una mostra personale che era stata precedentemente calendarizzata, per motivi che erano subito sembrati forzati, ma oggi la storia si ripete, con scuse che faticano ancora di più a mostrare una parvenza di logica e di trasparenza.

Alexandr

Per questo ho chiesto direttamente al pittore di concederci questa intervista.

TZ: «Alexandr, partiamo dai fatti. Tu a Parma ci vivi da anni e sei perfettamente integrato nel tessuto culturale. Poi arriva il 2022. La Russia invade l’Ucraina e improvvisamente ti cancellano una mostra.

Ci racconti come ti fu comunicata quella prima censura? Ti dissero in faccia che il problema era il fatto che tu fossi russo, o si nascosero già allora dietro qualche formula burocratica?»

AO: «La censura del 2022, della quale avevi già scritto anche tu all’epoca, un po’ mi ha fatto capire quanto l’arte non sia immune al politicamente corretto. Ricordo che dopo lo scandalo sui giornali ero passato dalla censura ad essere inserito come evento nel sito ufficiali di Parma 2020 capitale della cultura. Le mostre che ho fatto dopo erano sempre in luoghi e organizzazioni private, anche se il comune concedeva il patrocinio. Ma quello lo concede un po’ a tutti.»

TZ: «Veniamo ad oggi. Hai presentato un progetto strutturato, chiedendo l’utilizzo degli spazi della Galleria San Ludovico. Ci dici per quando la volevi? Inoltre, la Giunta ti risponde che non c’è un buco libero fino a tutto il 2027. Ora, con tutto il rispetto per Parma, non stiamo parlando del Centre Pompidou. Credi davvero a questa eccezionale affluenza di prenotazioni, o temi un boicottaggio mascherato da “problema di agenda”?»

AO: «L’ultima mostra di marzo dell’anno scorso, dedicata ai fiori del male di Baudelaire, è stata inaugurata dal vicesindaco, in quel periodo stavo già lavorando al progetto attuale; ne parlai con lui e mi sembrò interessato all’idea.

Il mio progetto voleva rivisitare i grandi classici della letteratura, per riuscire a cogliere quell’attimo psicologico, per immortalarlo sulla tela.

L’idea iniziale era per autunno 2026, per non interferire con le varie manifestazioni del 2027, quando Parma sarebbe stata capitale dei giovani. Il mio obbiettivo era la San Ludovico, posizione centrale e un ambiente abbastanza grande per ospitare tutti gli eventi collaterali che avevo in mente: conferenze, presentazioni letterarie, concerto lirico da sala, poesie recitate e altro ancora.

Il luogo era ideale perché il tutto poteva svolgersi circondato dai quadri, favorendo un’immersione totale nell’esperienza.»

TZ: “Nel tuo dossier, che ci hai gentilmente concesso di leggere, qui a Tamago-Zine, si legge a chiare lettere che il progetto è pensato nel contesto di “Parma Capitale Europea dei Giovani 2027”, contesto tra i cui obiettivi figurano concetti quali “inclusione”, “dimensione europea”, “dialogo tra culture”. Come si concilia, secondo te, la narrazione di una città “inclusiva e giovanile” con comportamenti che sembrano mettere i bastoni tra le ruote a chi vorrebbe fare solo arte e proporre cultura per i cittadini?»

AO: «Non saprei. Ti dico solo che incaricai un’associazione culturale come organizzatore e tramite con il comune, team che si occupa di comunicazione, di organizzazione di eventi e ricerca degli sponsor.

La loro richiesta, e i numerosi solleciti, sono rimasti senza risposta per mesi, poi, solo dopo molta insistenza, dal Comune ci chiesero di indicare le date.

La nostra richiesta era ottobre, ma eravamo disponibili a una grande flessibilità, tanto che avevamo chiesto di cambiare anche le date in base al loro calendario.

La risposta arrivò diciotto ore dopo: “ci dispiace, il calendario è pieno”.

Mi sono sentito sinceramente preso in giro; se il calendario era già pieno, perché diciotto ore prima mi chiedi le date?

Chiedemmo un incontro di persona per trovare una soluzione, ma ci furono altri due mesi di silenzio, quindi scrissi una mail al vicesindaco, che è anche assessore alla cultura, a mio nome e non a nome dell’associazione. Scrissi tutto il mio sdegno per il silenzio, per la presa in giro delle date e che pretendevo una risposta qualsiasi, in alternativa passavo tutto alla stampa, cosicché fosse la cittadinanza a giudicare l’operato di questa giunta, visto il loro precede con me, nel 2022.

Sei ore dopo, l’associazione riceveva una mail per un incontro. Sarà un caso?

Forse sì o forse no, non lo saprò mai.

Il progetto veniva rivisto per il 2027, con enorme flessibilità sulle date, ma nemmeno questa volta ci veniva indicata uno spazio espositivo. Eravamo a febbraio 2026 e il loro calendario era già pieno per tutto il 2027?!

Ancora adesso, il discorso rimane tutto su un forse, forse un buco in primavera, forse qua, forse là.

Se si organizza un incontro con le persone che si occupano del calendario, che passano un’ora a parlare con me con il calendario in mano, senza mai aprirlo e verificare le date, ma dandomi solo dei “forse”, è legittimo che mi nasca qualche sospetto. Che mi senta nuovamente preso in giro. O è solo una mia impressione?!

La mia squadra organizzativa non perde le speranze e prova a giocarsi i “Forse” della primavera 2027, ma, fino ad oggi, non hanno ricevuto nessuna risposta.»

TZ: «Ho avuto modo di visionare le tue opere. Splendide sotto il profilo tecnico, ma lo sai già. La cosa che importa in questa intervista è che tu non dipingi carri armati Z, né fai propaganda al Cremlino, ma porti su tela un progetto profondo e assai interessante, ovvero l’introspezione psicologica di Puskin e dei grandi archetipi letterari dell’Ottocento. Dipingere l’angoscia umana e la solitudine è forse considerato un atto sovversivo dalla giunta di una città italiana come Parma? Punire Puskin per sconfiggere Putin non ti sembra l’apoteosi del provincialismo, o addirittura pura demenza?»

AO: «Forse e, visto che questa mostra non riesce a vedere la luce del sole, ho pensato di raccontare questa vicenda ai critici, a blogger, a giornalisti e ad altri artisti, perché, a mio avviso, la politica, la burocrazia, non possono decidere cosa possa essere visto dalle persone e cosa no.

Ho sempre avuto un rapporto burrascoso con Parma, città che amo e dove ho studiato, ma lei non è stata sempre benevola con me.

Voglio precisare che la mia mostra non era un’idea commerciale, di business o altra cosa a scopo di lucro; tu mi conosci e sai che il mio unico scopo è esporre. Ho ampliato il progetto inserendo un programma culturale vario e mai banale, perché Parma avesse qualcosa di unico, di alto livello, che coinvolgesse la cittadinanza, gli studenti e chiunque sia appassionato di arte.»

TZ: «Nel progetto, proponi percorsi (PCTO) per i licei e l’Università. Vuoi portare i ragazzi a riflettere sull’iperconnessione e sul vuoto emotivo attraverso i classici. Negandoti gli spazi, il Comune non sta solo boicottando te e la tua mostra, ma sta togliendo un’opportunità gratuita alle scuole di Parma. Hai provato a far capire ai burocrati che il danno lo stanno facendo ai loro stessi studenti? E, se hai provato a farlo, pensi che ai burocrati interessi qualcosa dei giovani e della cultura?”

AO: «Ho girato e parlato per mesi con scrittori professori attori e cantanti; è stato tutto scritto e progettato a titolo gratuito dalle persone che collaboravano con me. Questo era il mio dono per questa città e ho consegnato tutto al comune, come se fosse un’idea loro, compreso i meriti.

Io volevo solo esporre.

Ma, anche questa volta, Parma mi ha masticato e sputato non ritenendomi degno nemmeno di una risposta.»

TZ: «Il tuo dossier di presentazione si chiude con la celebre frase tratta da “L’Idiota” di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Ma, a Parma, chi salverà la bellezza? Se la Giunta non fa un passo indietro e continuerà a non darti una risposta, cosa farai? Porterai questo splendido progetto in un’altra città o allestirai una mostra in privato, senza il coinvolgimento delle istituzioni?»

OZ: «Sinceramente, spero nella prossima giunta, visto che in primavera ci saranno le elezioni a Parma. In ogni caso, sto ancora lavorando al progetto e i quadri sono ancora in produzione.

Se non cambierà nulla, sicuramente mi rivolgerò ad altre città, più aperte mentalmente verso la cultura.

L’idea era quella di partire da Parma e poi portarla in altre città, ma, visto la situazione, Parma… anzi, quelli che governano Parma, hanno una mente ancora troppo ristretta e poco coraggio nelle decisioni.»

Ci congediamo da Alexandr, unendoci al suo appello al buonsenso e al rispetto dell’arte e della cultura, che dovrebbe essere uno dei pilastri di qualunque amministrazione pubblica, di qualsiasi colore. Così come dovrebbe essere impossibile subire boicottaggi per il colore della pelle, per la nazionalità o per le proprie idee, in un Paese come il nostro.

Resta un progetto di straordinario valore culturale, capace di coinvolgere studenti e adulti e di arricchire.

Restano le opere di Alexandr, un uomo russo di origini e italiano per formazione, che ha il fegato, l’ardire formidabile e quasi insolente, di fare l’unica cosa che l’arte è chiamata a fare da millenni, ovvero indagare l’animo umano.

E lo fa misurandosi con i mostri sacri della letteratura russa e dell’Ottocento. Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov, mica i romanzetti da autogrill o le idiozie dei social network che hanno atrofizzato il cervello dei nostri giovani!

Le sue opere non sono banali illustrazioni, ma teatri della crudeltà e del sentimento.

In una tesla, è raffigurata una donna china a scrivere su uno scrittoio, tagliata da un raggio di luce diagonale che squarcia le tenebre, una luce caravaggesca, drammatica, teatrale.

Alexandr prende la malinconia slava, quel senso di ineluttabile fatalità che si respira sui ponti di San Pietroburgo, nelle “Notti Bianche” o nei vagoni ferroviari dove si consumano le tragedie alla Anna Karenina e li traduce nel suo raffinato linguaggio espressivo.

Restano opere sublimi, come quella della coppia in cui l’abito nero della donna si disfa, diventando un groviglio di radici oscure e tentacolari che inghiottono la luce.

Portare questa mostra a Parma per la Capitale Europea dei Giovani nel 2027 non sarebbe stata solo un’iniziativa culturale, ma una medicina per i giovani, sempre più anestetizzati, vuoti, persi in un limbo digitale senza carne e senza sangue, rincoglioniti da stimoli inutili, quando non addirittura dannosi.

Giovani che hanno un disperato bisogno di essere presi a schiaffi da queste immagini!

Hanno bisogno di capire che la solitudine, l’amore che distrugge, il tormento della scelta non si curano con un “cuoricino” lasciato su Instagram, ma sono l’essenza della condizione umana.

Francamente, non so se il mondo abbia ancora speranza di essere salvato, ma, di sicuro, l’arte raffinata, coraggiosa, carnale e profondamente spirituale di Alexandr ci salva dalla mediocrità assoluta in cui rischiamo di affogare.

Una mostra formidabile di cui anche chi non è esperto di arte comprenderebbe il valore e il potenziale.

Motivo in più per non capire come mai ai cittadini di Parma non sia ancora concesso fruirne.

GUERRA AL BIVIO, TRA LE RAFFINERIE RUSSE IN FIAMME E IL CROLLO DI KIEV DALL’INTERNO, TRA DIPLOMAZIA E ARMI DEFINITIVE

di Pasquale Di Matteo

Non c’è guerra in cui l’informazione non sia stata usata come un’arma e quella in Ucraina ci è stata raccontata dalla propaganda fin dal primo giorno.

Ricorderete tutti il rublo carta straccia ad aprile 2022, i russi senza divise e armati solo di pale ottocentesche, i microchip rubati dai tiralatte ucraini e altre sciocchezze smentite dai fatti e dal tempo.

E la propaganda continua.

Solo che, mentre i talk show occidentali si trasformano in curve da stadio e i generali in doppiopetto vendono la “svolta imminente” come fosse l’ultimo modello di uno smartphone, la realtà dei fatti racconta una storia che nessuno vuole sentire, perché non ha il lieto fine preconfezionato per i vertici NATO.

IL TEATRO DEI DRONI E IL FANTASMA DI SAIGON

Partiamo dal “fantasmagorico” contrattacco ucraino, che sembra avere la stessa sceneggiatura in pompa magna di quello del 2023, lo ricordate?

A proposito, com’è finito…?

La narrativa mainstream ci dipinge un’Ucraina che ha ormai ribaltato il tavolo, con una Russia ridotta alla disperazione, ma la verità, se si ha il fegato di guardarla, assomiglia terribilmente alla “Sindrome del Vietnam del Sud”.

Come accadde a Saigon, stiamo inondando di miliardi uno Stato che sta implodendo dall’interno.

Gli attacchi con i droni su Mosca o Voronezh sono puro spettacolo mediatico. Servono a Zelensky per strappare l’ennesimo applauso (e l’ennesimo assegno) a un Occidente pesantemente indebitato, che, pur di rassicurare i mercati, accarezza l’idea disperata di saccheggiare i beni russi congelati.

Militarmente? Un solletico.

Politicamente? Un regalo a Putin, che vede la propria opinione pubblica compattarsi contro “l’aggressore ucraino” e non hanno l’effetto che i vertici ucraini speravano, di una rivolta contro il leader di Mosca.

Nel frattempo, a Kiev, il silenzio è rotto solo dal rumore dei soldi che spariscono. La corruzione sta mangiando le fondamenta del Paese: mentre i giovani ucraini si ribellano alla coscrizione forzata per non morire in una guerra fratricida, l’élite politica sembra più impegnata a gestire i flussi finanziari occidentali che a difendere i confini.

LA MACINA DEL DONBASS E IL CROLLO DEL MITO DELLA CRIMEA

Il Generale Maurizio Boni, non certo un tizio che di guerra non capisca niente, analizzando il fronte, ricorda che la Russia non sta correndo; sta macinando.

L’avanzata nel Donbass è lenta, metodica, spietata. La caduta imminente di Kostiantynivka è il collasso di un polo industriale vitale.

Mosca preferisce distruggere ogni difesa con l’artiglieria prima di muovere un solo fante, con l’unico obiettivo di risparmiare vite proprie mentre deprime quelle altrui, al di là delle balle dei mille soldati russi al giorno che stridono con la matematica.

Dall’altra parte, però, il “mito” della Crimea come fortezza inaffondabile ha iniziato a scricchiolare in modo vistoso. Quella che Putin considerava la sua “portaerei inaffondabile” si è trasformata in una trappola vulnerabile.

Le immagini dei russi in fuga dalla penisola, con le code chilometriche sulle “strade della morte”, sono il segno di un cambio di paradigma. L’Ucraina, che ha finalmente capito di non poter mai vincere una guerra d’attrito, ha scelto la mossa disperata di colpire la logistica e la psiche russa.

L’EFFETTO DOMINO: BENZINA, BLACKOUT E DIPLOMAZIA DELL’ATOMICA

L’obiettivo di Kiev è chiaro: rendere la vita in Russia invivibile. Le raffinerie saltano, i depositi di carburante evaporano e il rublo trema. I cittadini russi, che per mesi hanno vissuto l’idea dell’”operazione speciale” come un rumore di fondo in televisione, oggi scoprono il razionamento della benzina e i blackout.

Le ricerche online su “come rubare benzina” sono il termometro di una sicurezza imperiale che si sta sciogliendo.

Ma attenzione a non confondere il disagio con la resa.

Se, inizialmente, Putin sembrava cercare uno spiraglio negoziale, oggi quel tempo è scaduto, perché la nuova strategia di Kiev non sta sortendo gli effetti sperati, perché i russi non si stanno rivoltando contro i vertici di Mosca per chiedere la resa, al contrario, un’opposizione interna ancora più nazionalista, ora chiede la distruzione totale delle infrastrutture ucraine.

L’obiettivo russo si è spostato: non più un compromesso, ma la distruzione dell’Ucraina fino a renderla un guscio vuoto, demilitarizzato e per sempre lontano dalla NATO.

IL BLUFF DELLA DISPERAZIONE

E poi c’è la Bielorussia. Le minacce ucraine di allargare il conflitto colpendo Minsk sono viste dagli analisti più lucidi come l’ultimo bluff di chi ha le carte peggiori al tavolo. È la tattica della disperazione: cercare di internazionalizzare uno scontro che, sul piano locale, sta vedendo l’esaurimento delle risorse umane e materiali di Kiev.

Tutto ciò mentre la propaganda occidentale continua a vendere sogni per giustificare finanziamenti che non hanno più una base reale.

Siamo di fronte a un paradosso tragico: un’Ucraina che vince sui social media, ma crolla nelle trincee e negli uffici pubblici, e una Russia che arranca economicamente, ma avanza militarmente, chiusa in un angolo da cui non uscirà con una resa, ma polverizzato l’avversario.

L’Europa dovrebbe domandarsi quanto sangue siamo disposti a pagare per mantenere in piedi un racconto che i fatti smentiscono ogni giorno di più.

La guerra non è un film di supereroi, dove ci sono i buoni e i cattivi, ma è un calcolo di logoramento dove, alla fine, a perdere sono sempre i popoli, mentre le élite brindano sopra le macerie dei sogni geopolitici, delle verità storiche che non vengono raccontate, delle decisioni lontane dai riflettori, che possono decidere se una nazione resterà ancora sulle cartine o sarà spazzata via.

L’EUROPA HA UCCISO L’AUTO PER COLPA DI UNA CONOSCENZA DELLA COMUNICAZIONE E DELL’ANTROPOLOGIA DA INCOMPETENTI

di Pasquale Di Matteo

C’era una volta l’auto. Solo che, no, non è una bella favola.

È un sogno su quattro ruote che la Commissione von der Leyen e una classe politica di incompetenti ha trasformato in un incubo fatto di industrie al tappeto e lavoratori in cassa integrazione.

Per mezzo secolo, gli europei sono stati indottrinati dal senso di avventura, dal rombo del motore che annunciava orizzonti lontani, attraverso pubblicità che ci mostravano strade costiere o nastri d’asfalto in spazi sconfinati, che correvano verso le montagne, tramonti, famiglie sorridenti che partivano per il fine settimana, per le vacanze, verso l’ignoto.

L’auto era promessa di evasione, di vita vera, lontano dal traffico, dal caos cittadino, dal lavoro, dalla vita di tutti i giorni.

Poi, dall’oggi al domani, l’Europa ha deciso che il motore a scoppio era il nemico, mentre l’elettrico era il futuro. E ha deciso anche che chi non si adeguava, sarebbe stato multato, penalizzato, messo fuori gioco.

Così, in pochi anni, abbiamo assistito a uno dei più grandi disastri politici, industriali e comunicativi della storia recente.

LA STRATEGIA SBAGLIATA DELL’AUTO ELETTRICA

L’obiettivo era nobile: ridurre le emissioni, salvare il pianeta. Quale persona sana di mente potrebbe ritenerlo insensato? Ma il metodo è stato disastroso.

L’Unione Europea ha scelto la via dell’imposizione, per accelerare un processo che necessitava di anni di convincimento, perciò, ha fissato una data, il 2035, per lo stop ai motori termici, senza però preparare il terreno a livello psicologico e antropologico.

Perché, quando poni ai posti di comando ingegneri ed economisti, l’essere umano diventa un numero su un report e nulla più.

Così, ci ritroviamo con infrastrutture di ricarica insufficienti e una rete di distribuzione energetica tutt’altro che all’altezza.

In Italia, per esempio, ci sono 73.047 punti di ricarica, ma sono distribuiti a macchia di leopardo: il 59% al Nord, il 19% al Centro e solo il 22% al Sud, e non è raro trovarli fuori servizio.

Inoltre, questi giorni di caldo africano stanno dimostrando quanto il Bel Paese non sia pronto all’elettrico, perché sono bastati i condizionatori accesi nelle abitazioni per mandare al collasso il sistema elettrico, con continui blackout in tanti centri del Nord, ma non solo.

Vogliamo provare a immaginare se ci fossero state anche una cinquantina di milioni di auto elettriche in ricarica?

Il parco auto in Italia è vecchio, con un’età media che supera i 12 anni, non certo perché gli italiani non amino le auto nuove, ma perché il potere d’acquisto è sempre più ridimensionato, le famiglie lottano per arrivare alla quarta settimana del mese e il tasso di povertà è in aumento.

Il costo delle auto, in generale, sta diventando fuori portata per gli italiani, mentre quelle elettriche sono inavvicinabili per la maggior parte delle famiglie, e non solo in Italia, tanto che oltre il 60% degli europei cita il prezzo come il principale ostacolo all’acquisto, e quasi un terzo delle stesse famiglie europee fatica ad arrivare a fine mese.

No a caso, dopo una fase iniziale positiva, spinta da incentivi enormi da parte di alcune nazioni, le vendite di auto elettriche in Europa sono crollate: Tesla ha visto le sue vendite annuali scendere di quasi il 27% nel 2025; in Italia, le elettriche pure hanno faticato a superare il 6% di quota di mercato. Un fallimento.

LA RETROMARCIA DI DRAGHI

Poi, come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2025, è arrivata la voce di Mario Draghi.

L’ex Presidente della Banca Centrale Europea ed ex Presidente del Consiglio ha detto che gli obiettivi del 2035 si basano su presupposti che non esistono più.

L’idea che la scadenza avrebbe generato un “circolo virtuoso” di investimenti e innovazione non si è realizzata e i veicoli elettrici restano costosi, mentre l’innovazione europea è rimasta indietro.

Nel frattempo, la Cina ha conquistato una quota di mercato record del 12,8% in Europa, diventando il più grande produttore di veicoli elettrici al mondo e, al tempo stesso, sta picchiando duro anche nel mercato del motore termico, con auto ultraccessoriate, ben costruite, dotate di motori a quattro cilindri, semplici e di vecchia concezione, che garantiscono una buona affidabilità e consumi contenuti. Auto spesso premium, ma a prezzi da utilitaria europea.

Draghi ha auspicato un approccio “tecnologicamente neutrale”.

Ha detto che l’Europa deve considerare alternative come i combustibili sintetici, i biocarburanti e l’idrogeno. Cioè ha replicato quanto sostenevo io anni fa, insieme ai giapponesi, quando venivamo ritenuti fuori dal mondo.

E ha lanciato un allarme: se l’Europa insiste su questi target, rischia di consegnare quote di mercato ad altri, soprattutto alla Cina.

Cosa che per me, ora, è quasi irreversibile, vista la classe politica attuale.

Una doccia fredda per chi aveva creduto ciecamente nel Green Deal e una sorta di cortocircuito per chi ancora considera l’elettrico il futuro e il motore termico già preistoria.

LA COMUNICAZIONE: UN DISASTRO DENTRO IL DISASTRO

Come già ribadito all’inizio, la pubblicità ha venduto libertà, avventura, evasione. L’auto era il prolungamento del desiderio, la chiave per aprire strade infinite. Poi, dall’oggi al domani, lo stesso settore ha tentato di ribaltare il messaggio.

Addio libertà, benvenuta ansia da ricarica. Addio avventure, benvenuti tragitti casa-lavoro.

L’auto elettrica non è stata venduta come un’evoluzione, ma come una punizione, un dovere morale, come il prezzo da pagare per essere “virtuosi”.

Solo chi non ha alcuna competenza di comunicazione poteva pretendere che funzionasse.

Infatti, è stato un disastro.

I consumatori non hanno risposto. Perché non puoi passare in pochi anni dal “compra quest’auto e sarai libero” al “compra quest’auto e salverai il pianeta”, senza che qualcuno si dica “ma io volevo essere libero, non un eroe”. Soprattutto se nel resto del mondo continuano a comprare le auto che vogliono.

Il green ha dato il colpo di grazia.

Le case automobilistiche hanno riempito le loro campagne pubblicitarie di messaggi ecologici, ma le vendite di auto elettriche restavano basse, le colonnine erano poche, l’autonomia dichiarata non corrispondeva a quella reale e la rete elettrica ancora oggi salterebbe per aria se tutti gli italiani avessero un’auto elettrica in ricarica.

Inoltre, l’Antitrust è intervenuto, vietando espressioni come “zero emissioni” o “100% sostenibile” perché erano palesemente false e ha costretto Stellantis, Tesla, BYD e Volkswagen a fornire informazioni più chiare e trasparenti su autonomia, degrado delle batterie e garanzia.

Un segnale che la pubblicità ingannevole aveva fatto più di qualche danno.

UN’EUROPA CHE NON SA DOVE ANDARE

Oggi, in Europa, il mercato dell’auto è fermo, le fabbriche chiudono e i posti di lavoro sono a rischio.

Le istituzioni europee, dopo aver spinto per anni in una direzione, stanno facendo marcia indietro, ma con gli stessi politici che davano dei trogloditi a chi non voleva sposare l’elettrico e che hanno perso la faccia, diventando poco credibili.

La Commissione Europea ha rivisto lo stop ai motori termici dal 2035, aprendo alle ibride e ai motori a combustione con carburanti sintetici, ma è una retromarcia tardiva, maldestra, che non risolve i problemi di fondo e il disastro causato con la scelleratezza iniziale.

Perché il danno è già stato fatto, la fiducia dei consumatori è stata tradita e l’industria europea è in ginocchio.

Intanto, la Cina ringrazia, se la ride e avanza.

Non si cambia un’industria con un regolamento. Non si cambia la mentalità delle persone con una multa. Non si cambia un sogno sedimentato in mezzo secolo con un dovere veicolato in cinque anni.

Il personal branding, la comunicazione, la politica industriale hanno bisogno di tempo, di gradualità, di ascolto. Hanno bisogno di capire le persone, non di imporre loro qualcosa dall’alto.

Quelle cose le puoi imporre in una dittatura, ma l’Europa è, o dovrebbe essere, un’unione di democrazie, un continente governato da chi non sa tutto questo e ora paga il conto.

“Il Green Deal è stato un errore”, ma l’errore più grande non è stato voler salvare il pianeta, causa senz’altro nobile, ma non saperlo fare con intelligenza, con umanità, con rispetto per chi quel pianeta lo abita ogni giorno.

E mentre le fabbriche chiudono e le famiglie si chiedono come arriveranno a fine mese, qualcuno a Bruxelles continua a parlare di transizione ecologica, come se il problema fosse ancora il clima e non, invece, la loro incapacità di guardare anche solo la realtà.

IL MINISTERO DELLA VERITÀ ESISTE, SI TROVA A LONDRA E HA SULLA COSCIENZA 250 MILA BAMBINE

di Pasquale Di Matteo

Chi ha letto 1984 di George Orwell sa bene cosa fosse il Grande Fratello; tuttavia, bisognerà smettere di cercarlo nei romanzi, perché questa entità non esiste più solo nella fantasia di un autore geniale, ma si è trasferito nel cuore della democrazia europea, in quel Regno Unito che ci ostiniamo a guardare come la culla del giornalismo libero e dei diritti civili.

La verità fa così male che, per nasconderla, hanno dovuto strutturare un vero e proprio apparato statale occulto, pagato con i soldi dei contribuenti britannici, progettato con lo scopo di calmierare le vostre paure, la vostra indignazione, la vostra percezione della realtà.

A scoperchiare questo vaso di Pandora non è il complottista di turno su Telegram, ma un’inchiesta documentata e portata avanti dai giornalisti Marcello Foa ed Enrica Perucchietti nel programma “Senza Filtro”.

Quello che emerge è un quadro da far tremare i polsi, che intreccia la manipolazione mediatica di Stato con la più raccapricciante tragedia umana del nostro secolo. Una tragedia silenziata dai nostri abilissimi giornalisti del mainstream.

IL RICU: L’UFFICIO OMBRA PER IL LAVAGGIO DEL CERVELLO DI MASSA

Tutto ruota attorno a un acronimo che suona come una malattia: RICU, ovvero, “Research, Information and Communications Unit”.

Si tratta di un apparato segreto nato nel 2007, partorito dalla presunta necessità di combattere il terrorismo attraverso il programma “Prevent”, fondato da un ex pezzo grosso dei servizi segreti dell’MI6.

Sulla carta, dovevano arginare l’estremismo, ma, in realtà, si sono trasformati nell’erede degli uffici di propaganda anticomunista della Guerra Fredda; solo che oggi il nemico non è più a est. Il nemico è l’opinione pubblica.

Il nemico, per questi apparati di potere, siamo tutti noi, cittadini comuni, imprenditori, persone libere e pensanti.

A lavorare per questo ufficio ombra c’è il fior fiore dell’intellighenzia britannica: psicologi, antropologi, linguisti, esperti di neuroscienze, guru dei social media e persino registi. Una task force di ingegneria sociale che lavora nell’ombra per dettare ai giornali, alla BBC e ai social network cosa pensare e, soprattutto, chi odiare.

Funziona così: se sollevi un dubbio sull’immigrazione incontrollata, se fai notare che forse il multiculturalismo idilliaco ha qualche falla sistemica, il RICU si attiva. E tu diventi, istantaneamente e magicamente, un “estremista di destra” o un “suprematista bianco”.

L’etichetta scatta in automatico, la gogna mediatica pure.

E non si fermano alla censura. Arrivano a creare false flag, a pagare attori per inscenare manifestazioni pacifiste islamiche a uso e consumo delle telecamere, per poi impacchettare il prodotto fittizio e darlo in pasto ai notiziari.

Falsificano la realtà per proteggere il dogma.

NETFLIX E LE SOAP OPERA: LA PROPAGANDA SUL DIVANO DI CASA

Ma la vera genialità, la mossa del cavallo di questo sistema malato, è aver capito che i telegiornali ormai li guardano in pochi e pure con sospetto.

Perciò, il lavaggio del cervello funziona meglio quando la vittima ha le difese immunitarie abbassate, quando è sul divano, con una birra in mano, dopo una giornata di lavoro.

L’intrattenimento è diventato la nuova frontiera del controllo e delle propagande.

Le grandi piattaforme di streaming, come Netflix, o le popolarissime soap opera britanniche sono diventate i cavalli di Troia della propaganda governativa: i produttori ricevono finanziamenti, incentivi e “suggerimenti” per inserire nelle trame specifiche agende politiche: dall’immigrazione al gender, fino al multiculturalismo imposto.

Ti affezioni al personaggio, ridi per una battuta, piangi per un dramma e, senza accorgertene, assorbi il messaggio che il Palazzo ha deciso tu debba assorbire. Ti riprogrammano la mente mentre mangi i popcorn.

IL PREZZO DEL SILENZIO: 250 MILA BAMBINE SULL’ALTARE DEL POLITICAMENTE CORRETTO

Potreste chiedervi cosa ci sia di tanto grave o perfino pensare che, in fondo, il mondo va da sé e che “così fan tutti”, ma sarebbe il caso di accendere il cervello, perché quando un sistema mediatico e istituzionale si preoccupa più di salvare le apparenze che di tutelare i cittadini, il prezzo lo pagano gli innocenti.

E il conto, nel Regno Unito, è stato saldato col sangue.

Per vent’anni, mentre il RICU e i grandi media zittivano chiunque osasse criticare i lati oscuri dell’immigrazione, reti criminali organizzate – le cosiddette “grooming gangs”, composte nella stragrande maggioranza da uomini di origine pakistana – hanno stuprato, torturato e venduto come carne da macello circa 250 mila bambine e ragazzine britanniche.

Duecentocinquantamila. Fermatevi a rileggere questo numero. 250.000 mila!

Erano bambine di 11, 12 anni. Spesso provenienti da famiglie disastrate o dai quartieri più poveri. Carne da poco prezzo.

Le portavano nelle “Red Rooms”, stanze delle torture dove l’orrore superava l’immaginazione. C’è il caso di una ragazzina arrivata in ospedale con una bottiglia di whisky rotta conficcata nella vagina, tanto per rendere l’idea.

Lo so, è disgustoso.

Appunto!

L’OMERTÀ DI STATO E IL TRIONFO DELL’IPOCRISIA

Davanti a un orrore del genere, cosa ha fatto la civilissima Inghilterra?

Niente.

Ha girato la testa dall’altra parte.

La polizia sapeva, e ha taciuto. I servizi sociali sapevano, e hanno insabbiato. Le scuole vedevano uomini adulti prelevare bambine ai cancelli e hanno fatto finta di nulla. I medici curavano ferite da tortura su corpi preadolescenziali e non sporgevano denuncia.

E lo hanno fatto per paura. La paura, indotta da decenni di propaganda martellante e da uffici come il RICU, di essere etichettati come “razzisti” o “islamofobi” se avessero puntato il dito contro i carnefici di origine pakistana.

Sull’altare del politicamente corretto, per non rovinare la narrazione del multiculturalismo felice, le istituzioni britanniche hanno sacrificato un quarto di milione di figlie della loro nazione. Un livello di impunità e di connivenza che fa impallidire persino lo scandalo Epstein e mostra come della vera faccia dell’Occidente ci sia tanto di cui vergognarsi.

Oggi, a scoppio ritardato, la giustizia annaspa tentando di riaprire novemila fascicoli, in una disperata corsa contro il tempo che sa di farsa.

LA MORTE DEL GIORNALISMO EUROPEO

E la stampa italiana? E i giornaloni europei, sempre pronti a fare la morale sui diritti civili, sempre lesti a scendere in piazza per cause di cartapesta?

Muti. Silenziosi. Complici, attivi solo se il pensiero unico impone nuova linfa contro Mosca, in difesa del Diritto internazionale, quello che va a intermittenza e non deve interessare se si volge lo sguardo al genocidio di Gaza.

La notizia delle grooming gangs e dell’ufficio ombra di Londra scivola via nei trafiletti, ignorata dai grandi salotti televisivi dove si discute di Putin, quasi mai di Netanyahu, piuttosto delle corna all’ultima puntata di un noto reality, pur di non dover parlare di questi fatti gravissimi che accendono i riflettori su decenni di buonismo e, soprattutto, sui danni enormi provocati da quel buonismo.

Il lavoro di Foa e Perucchietti dimostra come, ancora una volta, l’informazione mainstream non sia più il cane da guardia del potere, ma il suo cagnolino da compagnia. Un cagnolino che scodinzola quando il padrone gli lancia l’osso della propaganda, ma che si gira dall’altra parte mentre nel vicolo dietro casa migliaia di vite vengono distrutte, e si dovrebbe fare il mestiere di giornalisti.

Proprio come ho raccontato nel mio libro, LA FABBRICA DELLA PAURA.

Non è un complotto, è un fatto.

Ed è la fotografia di una civiltà occidentale alla fine, che, dietro la maschera della tolleranza, sta morendo di ipocrisia.

Una società di cui e per cui vergognarsi ogni giorno di più.

LA FINE DEL MIRACOLO TEDESCO E DELL’EUROPA

LA CINA CI COPIA, ASSUME I NOSTRI INGEGNERI E CI UCCIDE CON LE NOSTRE STESSE REGOLE

di Pasquale Di Matteo

Per decenni ci hanno fatto una testa così, dicendoci che la Germania era il faro dell’industria europea, la locomotiva inarrestabile, il modello perfetto da venerare, da copiare.

“Fate come i tedeschi”, ci ripetevano i soloni dell’austerity, mentre noi stringevamo la cinghia. Ma i fari, a volte, si spengono e le locomotive deragliano.

Ed è proprio quello che è accaduto alla Germania.

Oggi, la narrazione dei “competenti” si è schiantata contro la realtà, che ci presenta una Germania malata e in gravi difficoltà.

L’indice PMI (Purchasing Managers’ Index) tedesco è sprofondato a quota 48, due punti sotto quella quota 50 che significa contrazione, recessione, significa che il motore economico del Vecchio Continente sta grippando.

Il settore dei servizi si sta sgretolando a una velocità allarmante e la manifattura, che per decenni è stata il fiore all’occhiello di Berlino, è impantanata in una stagnazione che puzza di decomposizione.

Era davvero un disastro imprevedibile?

Manco per sogno. Infatti, si tratta dei frutti dell’incompetenza della Commissione europea e degli ultimi governi tedeschi

I TRE PILASTRI DELL’EX MIRACOLO TEDESCO

A onore del vero, anche il cosiddetto “miracolo tedesco” non era frutto di una superiorità teutonica o di un genio genetico inarrivabile, ma si reggeva su tre pilastri, che l’Europa, in un impeto di miopia suicida, ha deciso di prendere a picconate e gettare in discarica.

Il primo pilastro era l’energia russa a prezzo di saldo.

L’industria tedesca, dalla chimica alle siderurgie, fino al settore automobilistico, ha banchettato per decenni con il gas di Putin a basso costo.

Poi, con la guerra in Ucraina che, dopo otto anni passati sottotraccia, ha visto l’escalation con l’invasione del Donbass, sono arrivate le sanzioni, i gasdotti Nord Stream sono stati sabotati dal commando ucraino, – atto per cui la magistratura tedesca ha spiccato diversi mandati di cattura internazionale, – e il rubinetto del gas russo si è chiuso.

Il risultato è stato che i costi di produzione sono schizzati alle stelle, così aziende potenti, come la BASF, oggi guardano i bilanci, si fanno il segno della croce e riducono la produzione interna per fuggire all’estero, laddove l’energia non costa come lo champagne.

Secondo e terzo pilastro: le esportazioni e la dipendenza dalla Cina.

Berlino vendeva al mondo intero e la Cina era il cliente d’oro, l’aspirapolvere che inghiottiva macchinari industriali, auto di lusso e tecnologia tedesca.

Fino a ieri, a Pechino serviva la Germania per crescere. Oggi, il Dragone ha imparato ed è diventato adulto, perciò, non ha più bisogno dei maestri.

L’EUTANASIA DELL’AUTO EUROPEA E IL TRIONFO DEL DRAGONE

L’industria dell’automobile era l’orgoglio del nostro continente, era la nostra superiorità sul resto del pianeta, ed è stata sacrificata sull’altare di una transizione ecologica imposta per decreto, scritta da gente che probabilmente l’auto non la guida nemmeno o, comunque, non ha problemi a spendere cifre folli per acquistarne una.

Una classe di incompetenti ha deciso, con un colpo di penna, la morte del motore endotermico europeo. Hanno costretto le nostre aziende – da Volkswagen a Stellantis, da BMW a Renault – a rincorrere l’elettrico a tappe forzate, bruciando miliardi in ricerca e sviluppo in un lasso di tempo ridicolo, azzerando un secolo di vantaggio competitivo, andando a competere con la Cina in un mercato in cui il Dragone era in vantaggio di circa vent’anni.

Mentre a Bruxelles si beavano delle loro direttive “green”, in Cina non sono rimasti a guardare.

Hanno capito il gioco, e lo hanno vinto.

Non si sono limitati a copiare o a inondarci di scatolette di plastica scadenti, come con i primi modelli cinesi in Europa.

No. I cinesi hanno studiato, anzi, ci hanno studiato: le nostre abitudini, i nostri modi di pensare, quali linee ci piacevano di più, quali tipologie di auto, con quali motorizzazioni.

Hanno assunto fior fior di designer e ingegneri europei fuoriusciti o scartati dalle nostre case automobilistiche e hanno imparato a produrre auto che rispettano e superano gli standard europei, investendo fiumi di denaro in qualità dei materiali, sicurezza e ingegneristica di prim’ordine.

E lo hanno fatto a prezzi spaventosamente più competitivi sfruttando quella globalizzazione per cui ci sono paesi che corrono i cento metri partendo dal sessantesimo metro e altri dalla linea di partenza, per colpa dei differenti salari, costi dei materiali e norme sulla sicurezza.

Così, da una parte, la Cina inonda l’Europa di auto elettriche super-tecnologiche, assecondando con un sorriso beffardo le nuove e folli disposizioni dell’Unione Europea.

“Siete affamati di “green”? Eccovi le nostre elettriche”.

E ci offre auto che costano anche più di quindicimila euro meno di un pari livello europeo.

Dall’altra, però, la Cina entra a gamba tesa nel mercato del motore endotermico, dando alle persone ciò che le persone vogliono. Mentre noi demonizziamo chi usa l’auto per andare a lavorare, loro continuano a sfornare e vendere, a livello globale, macchine con solidi motori termici.

Motori a quattro cilindri, classici, affidabili, che non ti lasciano a piedi e non ti costringono ad accendere un mutuo o a pianificare la ricarica come se fosse una missione Apollo.

Assecondano il mercato reale, mentre noi rincorriamo le utopie.

In pratica, le leggi europee hanno strangolato l’industria automobilistica del nostro continente, consegnando le chiavi della mobilità mondiale allo strapotere cinese. Un harakiri da manuale. Da geni.

Perché hanno voluto imporre quanto andava fatto in decenni in soli pochi anni. Hanno creduto di poter modificare mezzo secolo di pubblicità che ispiravano l’idea di auto che ti portava in spazi sconfinati, con l’idea di “pulito è più bello”, nell’arco di un quinquiennio.

La dimostrazione di cosa accade quando ai vertici poni ingeneri ed economisti che non hanno alcuna competenza in sociologia, storia, psicologia e comunicazione.

LA TRAPPOLA DEMOGRAFICA: UN PAESE DI PENSIONATI SENZA OPERAI

Come se non bastasse la deindustrializzazione galoppante, c’è la scure demografica. Perché la Germania, e con essa gran parte dell’Europa, Italia in testa, è una RSA a cielo aperto.

La popolazione invecchia, non si fanno più figli e la forza lavoro si sta contraendo inesorabilmente.

Le imprese tedesche piangono perché non trovano manodopera qualificata. Non ci sono ingegneri, non ci sono tecnici, non ci sono operai specializzati. Così, mentre le fabbriche faticano a trovare chi le mandi avanti, la spesa pubblica esplode.

Più pensionati significano costi pensionistici e sanitari insostenibili, che si scaricheranno sulle spalle sempre più esili dei pochi giovani rimasti a lavorare.

È la tempesta perfetta, poiché siamo senza energia a basso costo, strangolati dalle nostre stesse regole, senza giovani, e con un competitor globale che ci sta surclassando sui prezzi e, ormai, anche sulla qualità.

La Germania arranca, trascinando a fondo l’intera baracca europea, eppure, tra i leader europei, c’è ancora chi si volta dall’altra parte, convinto che la soluzione sia scrivere un’altra direttiva e puntare sull’elettrico senza se e senza ma.

Perché si sa: se ci si accorge che la rotta porta a sbattere contro un iceberg, si trova sempre il cretino di turno che grida “avanti tutta!”

IL FRONTE UCRAINO CROLLA, MA LA PROPAGANDA DELLE PALE E DEI MULI CI RACCONTA ALTRO. COME DA QUATTRO ANNI A QUESTA PARTE

di Pasquale Di Matteo

Come abbiamo già scritto in un precedente articolo, in Ucraine si combattono due guerre: la prima, tra le trincee insanguinate del Donbass e le città sventrate; la seconda si combatte nei salotti europei.

E, nella seconda, neanche a dirlo, stiamo stravincendo.

Un po’ in ritardo rispetto alle “sanzioni dagli effetti dirompenti” che dovevano piegare Mosca nel 2022, o rispetto alla fine di Putin, afflitto da ben quattro tipologie differenti di cancro, che gli davano massimo tre anni di vita.

Se vi sintonizzate sui canali a reti unificate della nostra informazione mainstream, incapperete in un esercito di “pigiami mimetici”: opinionisti, ex generali da salotto e giornalisti col megafono a pappagallo che ci rassicurano ogni sera che la Russia è in ginocchio, che Putin ha finito i missili, che i suoi soldati smontano i chip dai tiralatte, soldati che sarebbero morti per una cifra pari a 1,4 milioni, quando l’esercito russo contava 1,25 milioni di uomini al 2021 e, a quanto pare, sarebbe finita persino la benzina.

Ma se si spegne la tv e si accende il cervello, andando a leggere i report veri, la realtà ci restituisce un destro da peso massimo. Un disastro militare, politico e diplomatico che la grancassa di Bruxelles e Kiev cerca disperatamente di nascondere.

LE INFILTRAZIONI IN MONOPATTINO E LA PROPAGANDA DEL DISPERATO

Partiamo dal capolavoro comico della settimana.

Secondo l’ISW (Institute for the Study of War), think tank statunitense che certo non brilla per simpatie putiniane, e secondo la testata Ukrainska Pravda, le truppe russe starebbero avanzando verso Pokrovsk utilizzando moto e scooter elettrici perché le sanzioni e i droni ucraini avrebbero lasciato l’Armata Rossa senza benzina.

Peccato che la realtà sia leggermente diversa.

I veicoli elettrici, silenziosi e agili, sono lo strumento basilare per le infiltrazioni perché non fanno rumore, non attirano l’attenzione e sono difficili da sentire avvicinarsi.

È tattica militare di base, ma per i geni dei muli e delle pale è la prova della bancarotta energetica di Mosca.

La stampa occidentale non si fa problemi a bersi la storiella. Probabilmente, di questo passo, ci racconteranno che i russi lanceranno la prossima offensiva sulle biciclette a pedalata assistita, visto che continua la litania dell’imminente attacco all’Europa.

Ma con cosa, se non hanno più benzina, se i soldati sono costretti a cavalcare muli poiché i mezzi corazzati sono stati tutti distrutti, se non ci sono più missili e l’esercito russo non ha più uomini?

Mentre noi ridiamo degli scooter, però, lo stesso gruppo di analisi americano ammette che, solo nel primo quadrimestre dell’anno, la Russia ha conquistato 350 chilometri quadrati di territorio ucraino.

I russi avanzano. Lenti, ma costanti.

Eppure, per i nostri media, queste non sono avanzate. Sono “infiltrazioni non confermate”, al massimo “conquiste marginali”, poiché, per vincere, resta la guerra cognitiva, ormai a pieno regime, con cui si stravolge il vocabolario per non ammettere la disfatta.

Anche perché, non ci avevano detto che Mosca era in ginocchio per le sanzioni dagli effetti dirompenti nell’ormai lontano 2022?!

IL MISTERO DEGLI ATTACCHI PREVENTIVI E DELLE CITTÀ EVACUATE

C’è poi il cortocircuito di Volodymyr Zelensky, che con sprezzo del ridicolo, ha recentemente annunciato imminenti “attacchi preventivi” contro le strutture militari russe.

Attacchi preventivi.

Al quarto anno di un conflitto su larga scala?!

È un po’ come mettere l’antifurto alla porta di casa mentre i ladri sono già nel furgone riempito con i tuoi averi rubati.

E mentre a Kiev si parla di ribaltare gli equilibri come nemmeno in Independence Day, il governo ucraino ordina l’evacuazione di decine di centri abitati nel nord del Paese, nella regione di Chernihiv.

E qui qualcosa non torna.

Se l’esercito ucraino sta davvero respingendo il nemico, se l’iniziativa è passata nelle mani di Kiev e i russi non hanno più benzina per avanzare, per quale oscuro motivo si sfollano i propri cittadini ben lontani dalla linea del fronte?

In genere, si sfollano quando si teme lo sfondamento dei nemici o quando si stanno per usare armi non convenzionali, tra cui le armi chimiche e quelle atomiche.

I DRONI DI KIEV: ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA

Siccome, per coprire le voragini al fronte, serve spettacolo, lo spettacolo arriva puntuale di notte.

Centinaia di droni ucraini lanciati verso la Russia e la Crimea, con l’obiettivo di colpire raffinerie, binari ferroviari, infrastrutture. I nostri telegiornali aprono con queste immagini, parlando di un’economia russa paralizzata.

Sembra Hollywood.

D’altronde, i danni reali riportati sono irrisori, spesso limitati a un singolo impianto o a un treno bloccato.

Sono armi di distrazione di massa che servono a creare prime pagine spettacolari per distogliere l’attenzione dall’inferno orientale, in maniera tale che i giornalisti dei muli e delle pale abbiano qualcosa di cui scrivere che non sia di quanto accade al fronte, dove si decide la guerra, a Chasiv Yar, per esempio, che è, di fatto, accerchiata.

I russi puntano verso Kramatorsk, Sloviansk e, a nord, verso Lyman. L’esercito ucraino si batte con un eroismo tragico e disperato, ma perde inesorabilmente uomini, posizioni e reti energetiche ogni santo giorno, nonostante le balle dei soliti noti.

L’EUROPA SI SUICIDA MENTRE GLI STATI UNITI FANNO I BAGAGLI

In tutto questo, qual è la strategia della civilissima Europa?

Il suicidio.

Come ha spiegato lucidamente il Generale Marco Bertolini, intervistato dal “Sussidiario”, la NATO ha cambiato pelle. Gli Stati Uniti, hanno rivolto lo sguardo al Pacifico, perciò stanno facendo un passo indietro dall’Ucraina e il conto della guerra, militare ed economico, è stato scaricato sul tavolo di Bruxelles.

E Ursula von der Leyen, per giustificare il salasso, suona le trombe dell’oltranzismo, ripete il mantra che non ci sarà pace senza la vittoria armata di Kiev e promuove l’illusione di un’“economia di guerra” come panacea per l’industria europea.

Un azzardo politico che le sta tornando indietro come un boomerang, perché il costo insostenibile del conflitto sta spingendo interi Paesi nelle braccia di quelle forze sovraniste che l’establishment voleva arginare.

L’unità europea è, ormai, solo una finzione: Slovacchia e Ungheria si sono sfilate dal supporto bellico; Repubblica Ceca e Bulgaria vacillano.

Anche l’Italia e il Sud Europa mantengono un profilo ben più basso e ambiguo rispetto ai falchi nordici o anglosassoni. Persino il granitico asse con la Polonia scricchiola: il presidente è ai ferri corti con Zelensky, reo di aver abbracciato figure legate al nazismo e colpevoli di massacri contro i polacchi.

IL SANGUE NON È UN FORMAT TELEVISIVO

Il Generale Bertolini, ex Comandante del vertice interforze, smonta anche la madre di tutte le paure: la Russia non ha né le capacità né l’interesse logistico per invadere l’Europa, a meno che, ovviamente, non sia l’Europa a provocarla direttamente.

E qui, visti i geni ai vertici europei, il rischio si fa terrorizzante.

Mentre gli Stati Uniti flirtano con l’idea di inviare missili balistici per sbloccare lo stallo, l’ala più dura dell’establishment di Mosca non aspetta altro che un pretesto per “dare una lezione” all’Europa, con un paio di missili ipersonici caricati con testate nucleari, da mandare a sbattere su una o due città ucraine da sacrificare.

Basterebbe un colpo di testa di Kiev verso la Bielorussia per scatenare una formale dichiarazione di guerra globale. Una cobelligeranza senza via d’uscita per i paesi europei, che ci renderebbe tutti aggressori della Bielorussia. E, di conseguenza, della Russia.

Il che significherebbe diventare immediatamente bersagli legittimi per i missili russi.

Siamo ostaggi di una narrativa blindata fatta di balle e panzane. Da una parte un governo ucraino che rifiuta ogni negoziato per continuare a incassare decine di miliardi di aiuti occidentali; dall’altra una leadership europea che non sa come ammettere di aver scommesso sul cavallo sbagliato.

Nel mezzo, la menzogna della guerra cognitiva.

Ci dicono che vinciamo in modo da mostrare una speranza di vittoria, per non farci smettere di pagare.

Ma mentre noi compriamo la narrazione dell’esercito russo sui monopattini elettrici, i soldati ucraini muoiono davvero.

E le trincee, a differenza degli studi televisivi, non si riconquistano né con le balle né a colpi di share.

500 AEREI USA DALL’ITALIA CONTRO L’IRAN. SE RUTTE DICE IL VERO, MELONI CI HA RESO BERSAGLI. SE MENTE, MELONI DEVE DENUNCIARLO PER SALVAGUARDARE LA NOSTRA SICUREZZA NAZIONALE

di Pasquale Di Matteo

Si è sentito uno schianto fortissimo quando Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, ha sganciato la sua personalissima bomba, secondo cui cinquecento aerei statunitensi sarebbero decollati dalle basi italiane per sostenere l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran.

Cinquecento aerei per sostenere un’aggressione contraria a qualsiasi norma di Diritto internazionale.

A Roma, ovviamente, hanno finto di non sentire.

Per settimane, da Palazzo Chigi al Ministero della Difesa, la narrazione ufficiale è stata: “Solo voli logistici”, “Semplice assistenza tecnica”, “L’Italia non partecipa ad alcuna operazione bellica”.

Balle. O, se preferite il linguaggio istituzionale, cortine fumogene per nascondere agli italiani che il nostro Paese è diventato la portaerei privata di Washington nel Mediterraneo.

Rutte, per ingraziarsi il sempre imprevedibile Donald Trump e dimostrargli che la NATO serve a qualcosa, non ha esitato un secondo a gettare Giorgia Meloni sotto un autobus.

Ha esposto la fragilità di un esecutivo che si batte il petto sovranista in Patria, ma che all’estero scodinzola genuflesso, per poi offendersi se qualuno parla di ginocchiere.

Ma il problema, qui, non è la figuraccia internazionale del nostro governo. Il problema è la nostra pelle.

IL RISCHIO APOCALITTICO: SIAMO AGGRESSORI, NON ALLEATI

Se Rutte avesse detto la verità, la posta in gioco sarebbe alta, non certo un sondaggio elettorale, ma la nostra sicurezza nazionale.

Se cinquecento velivoli militari americani hanno utilizzato Aviano, Sigonella o altre basi tricolori per decollare e operare attivamente nello scacchiere mediorientale in funzione anti-iraniana, l’Italia ha varcato il Rubicone.

Non siamo più spettatori preoccupati e nemmeno mediatori.

Siamo co-belligeranti.

Ciò significa violare in modo sfacciato, brutale e incostituzionale l’Articolo 11 della nostra Costituzione, quello che ripudia la guerra. Ma, soprattutto, significa violare il diritto internazionale.

Agli occhi del governo di Teheran, e non solo, l’Italia diventa automaticamente un Paese aggressore di consegunza, un bersaglio legittimo.

Non è un gioco da tavolo. Un Paese che fornisce supporto logistico e basi di partenza per un attacco non provocato e non avallato dall’ONU è, per il diritto internazionale, complice dell’aggressione.

Immaginate cosa accadrebbe se l’Iran decidesse di rispondere con attentati terroristici in siti affollati, con cyber-attacchi devastanti alle nostre infrastrutture critiche, compreso il blocco energetico?

Se Rutte ha detto la verità, il governo Meloni ci ha messi tutti nel mirino, senza chiederci il permesso, senza un dibattito parlamentare degno di questo nome, trattando gli italiani come sudditi tenuti all’oscuro delle decisioni che possono costare loro la vita.

I DANNI E LA BEFFA: OLTRE ALLA GUERRA, IL RISARCIMENTO

Non essendoci un mandato delle Nazioni Unite, l’operazione “Epic Fury” è una violazione della sovranità iraniana, e le conseguenze giuridiche per l’Italia potrebbero essere catastrofiche.

Nel diritto internazionale esiste il principio della responsabilità degli Stati per atti internazionalmente illeciti. L’articolo 16 degli Articoli sulla Responsabilità degli Stati della Commissione di Diritto Internazionale parla chiaro: chi aiuta o assiste un altro Stato nel commettere un atto illecito è internazionalmente responsabile.

Tradotto in parole semplici: se quegli aerei partiti da casa nostra hanno distrutto infrastrutture in Iran, hanno causato vittime e danni economici, Teheran avrebbe tutto il diritto di trascinarci davanti a una corte internazionale e potremmo essere chiamati a risarcire i danni provocati sul suolo iraniano.

Sarebbe la beffa suprema.

Oltre a rischiare ritorsioni violente per una guerra che non è nostra, voluta da un’amministrazione americana in cerca di consensi, noi italiani, noi cittadini che fatichiamo ad arrivare a fine mese, che subiamo tagli alla sanità e ai servizi, potremmo dover pagare i danni di guerra.

Miliardi di euro da versare per aver prestato il nostro territorio ai raid altrui.

SOVRANISTI A PAROLE, VASSALLI NEI FATTI

La Spagna, davanti alle richieste americane di utilizzare le proprie basi, ha detto no e ha chiuso lo spazio aereo. Non ha giocato sulle regole d’ingaggio.

Ha difeso la propria sovranità e i propri cittadini dal rischio di finire invischiati nel calderone mediorientale. A Madrid hanno dimostrato che si può essere nella NATO senza essere una colonia e senza fare lo zerbino di Washington.

A Roma, invece, si vive radendo il selciato.

La Premier vola a Berlino, si siede al tavolo dei presunti grandi (il formato E5), sfoggia sorrisi e proclami di grande statista europea, ma la realtà è che, dietro le quinte, il governo italiano abbassa la testa davanti al padrone d’oltreoceano.

I Trattati bilaterali sulle basi USA, vecchi di decenni e coperti da un segreto anacronistico, vengono usati come scudo per non ammettere una verità che mette a rischio la sicurezza nazionale.

Ma la verità esce sempre. Ed esce dalla bocca di un burocrate olandese messo a capo della NATO, che pur di fare bella figura con Trump svela al mondo intero il nostro livello di sottomissione.

Sempre che il governo non voglia citare in giudizio il capo della NATO, sostenendo e dimostrando che abbia affermato il falso. A questo punto, però, l’azione del governo dovrebbe essere celere e ai massimi livelli giurisdizionali, per preservare la sicurezza dei cittadini e del territorio italiani.

GIOCARE ALLA GUERRA SULLA PELLE DEGLI ITALIANI

Se Rutte non avesse solo sparato idiozie e se non ci fosse un piano per screditare ulteriormente Giorgia Meloni agli occhi del mondo, allora ci sarebbe un’arroganza indicibile nel modo in cui questa vicenda sarebbe stata gestita.

La politica estera e di difesa sarebbe stata espropriata dal Parlamento e consegnata a semplici individui, al segreto di Stato, alle smentite di rito che durano lo spazio di un mattino.

Dietro i numeri, dietro quei cinquecento aerei dichiarati da Rutte, ci siamo noi.

Ci sono le nostre città, le nostre famiglie, le nostre imprese, gli ospedali, le stazioni, i centri commerciali, i cinema, i teatri, il nostro futuro.

L’Italia, per la sua posizione geografica, è il ponte naturale tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. Dovremmo esportare diplomazia, accordi commerciali, mediazione.

Invece esportiamo decolli di cacciabombardieri per aggressioni contrarie al Diritto internazionale?

Se Mark Rutte ha detto il vero, questo governo ha giocato alla roulette russa con la sicurezza dell’Italia. Ha permesso che diventassimo parte attiva in un conflitto lontano, in violazione della Costituzione, trasformandoci in aggressori passibili di denunce internazionali e bersagli di possibili rappresaglie.

E ci ha pure mentito.

Un mix letale di sudditanza e incompetenza che rischiamo di pagare tutti, con la nostra pelle.

L’EUROPA SENZA CORRENTE. MILIARDI ALL’UCRAINA, BLACKOUT IN CASA. TANTO, BASTA DARE LA COLPA AL CALDO

di Pasquale Di Matteo

Il termometro segna 42 gradi a Torino e la luce se ne va. Niente condizionatore, niente frigorifero, niente acqua potabile per migliaia di famiglie. A Milano è la stessa musica: blackout a singhiozzo, città in apnea. A Napoli, idem.

E non parliamo della Francia, dove il bilancio provvisorio delle vittime del caldo è già di 42 morti. Mezza Europa boccheggia, letteralmente.

Anche nel quartiere in cui abito, a Crema, in provincia di Cremona, lunedì sera andava e veniva a intermittenza.

Eppure, mentre i cittadini europei regrediscono a condizioni di vita che ricordano l’Ottocento, i vertici di Bruxelles trovano il tempo e i soldi per staccare un assegno da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Novanta miliardi per il 2026 e il 2027.

Per la precisione, gli euro sarebbero 108,8 miliardi in sostegno finanziario, economico e umanitario, più 75,2 miliardi in sostegno militare. Totale: quasi 200 miliardi già spesi dall’inizio della guerra. Per un Paese che, rapporti satellitari alla mano, sta perdendo sul campo.

Quella che le élite europee e i media occidentali chiamano “solidarietà” è in realtà un’operazione di autolesionismo di massa, un suicidio economico, infrastrutturale e politico consumato sotto i nostri occhi, mentre la narrazione ufficiale continua a raccontare la favola di un’Ucraina vittoriosa e di una Russia in ginocchio da più di quattro anni.

LA BOLLA NARRATIVA E LA REALTÀ DEI MORTI

Partiamo dalla dissonanza più clamorosa: quella tra propaganda e realtà sul campo.

Gli attentati ucraini con i droni alle raffinerie russe vengono venduti come colpi di grazia per “togliere ossigeno a Putin”, ma somigliano ai disperati bombardamenti nazisti su Londra a fine guerra: gesti di pura pubblicità, inutili sul piano strategico e solo in funzione di pubblicità per chiedere altri soldi.

La realtà, non secondo il Cremlino, ma certificata da think tank occidentali come l’ISW, è un’altra: infatti, secondo i dati dell’istituto americano, tra dicembre 2025 e maggio 2026, è vero che le truppe russe hanno subito una perdita di territorio, ma non è una bella notizia per Kiev.

Perché gli stessi analisti precisano che si tratta di fluttuazioni stagionali legate al fango primaverile e che il quadro d’insieme sia impietoso: nel 2026, le truppe russe hanno comunque conquistato nuovo territori, anche se pari a solo il 7,87% di quanto avevano conquistato nel 2025, ma significa che l’avanzata russa è più lenta, sì, ma l’Ucraina continua a perdere terreno.

Va altresì segnalato che, nel 2025, la Russia aveva dato un’impennata all’avanzata, rispetto agli anni precedenti.

L’esercito ucraino è stremato. Le difese crollano. Le coscrizioni forzate sono all’ordine del giorno e la dipendenza di Kiev dalla NATO e da privati come Starlink di Elon Musk è totale. Elon Musk a cui, evidentemente, vanno tanti dei miliardi europei.

Ma questa verità non fa notizia e si preferisce la retorica del “risorgimento ucraino”, la favola del popolo eroico che resiste all’invasore. Peccato che a pagare il conto di questa favola siamo noi, con i soldi, e gli ucraini strappati alle loro case, con la vita.

LA SINISTRA GUERRAFONDAIA E L’IPOCRISIA DEI DUE PESI

C’è poi un capitolo che fa accapponare la pelle a chiunque abbia un briciolo di memoria storica. La sinistra europea, quella che per decenni ha sfilato con le bandiere della pace, è diventata la principale forza guerrafondaia del continente.

Non solo non chiede un cessate il fuoco, ma spinge per un’escalation militare che nessuno, in Europa, può permettersi.

Chi, in questi anni, ha saggiamente sostenuto la necessità di un negoziato con la Russia è stato bollato come “putiniano” e inserito in “liste di proscrizione”, perché il dibattito è stato chiuso in partenza e la pace è diventata una parolaccia per il mondo dispotico in cui siamo finiti.

E l’ipocrisia istituzionale raggiunge vette vertiginose quando si parla di allargamento dell’Unione Europea.

Bruxelles spinge per un’adesione lampo dell’Ucraina, aggirando tutti i rigidi parametri economici e di lotta alla corruzione che vengono invece pretesi da anni per i Paesi dei Balcani e per tutti gli altri in lista d’attesa.

Un doppio standard imbarazzante e che fa ipotizzare a sotterfugi e tornaconti come con i contratti siglati tramite i famosi messaggini di von der Leyen.

Ma anche qui, la realtà si è presa una rivincita.

L’Ungheria ha bloccato ancora una volta il procedimento per l’adesione di Kiev.

Il nuovo premier ungherese, presentato dalla stampa occidentale come il “salvatore anti-Orban”, si è rivelato più furbo del previsto. Ha bloccato la lettera dei 27 Stati membri all’UE, chiedendo la rimozione della clausola “il più presto possibile” per l’ingresso dell’Ucraina.

Di fatto, ha difeso gli interessi ungheresi e ha dimostrato che, anche con un cambio di faccia, la logica dei fondi europei resta la stessa.

IL COLLASSO INFRASTRUTTURALE: MENTRE L’EUROPA CADE A PEZZI

Ma veniamo al punto più drammatico, quello che tocca la vita di ogni cittadino europeo.

Mentre Bruxelles stacca assegni miliardari per finanziare un Paese in guerra, le infrastrutture del Vecchio Continente collassano.

L’ondata di calore senza precedenti che sta attanagliando Francia, Italia, Belgio, Svizzera e Gran Bretagna ha messo in ginocchio reti elettriche obsolete e maltenute.

L’aumento dei consumi energetici, legato all’utilizzo massiccio di condizionatori, ha causato blackout in diverse città italiane, tra cui Milano, Napoli e Torino.

Proprio a Torino, Federalberghi ha lanciato l’allarme per i continui e prolungati blackout, chiedendo risposte urgenti al Comune e ai gestori dei servizi. A Firenze, il caldo estremo ha costretto la direzione degli Uffizi a contingentare gli ingressi e a sospendere la vendita dei biglietti.

Scuole e treni fermi nel Regno Unito.

Complessivamente, si prevede che le temperature massime supereranno i 30 gradi per oltre 350 milioni di persone in Europa, pari a quasi due terzi della popolazione.

Ma quello dell’energia è solo uno dei fattori critici. In Italia, per esempio, il Servizio sanitario nazionale dà un appuntamento oncologico a un ottantunenne malato di cancro a maggio 2027, come capitato a mio padre.

Alla maturità dei licei musicali non esce mai Tecnologie Musicali come materia d’indirizzo non certo per sorteggio, e nemmeno per preferenze ministeriali, ma perché, ancora oggi, non tutte le scuole italiane sono dotate della quantità necessaria di computer.

Servono miliardi di investimenti negli ospedali. Servono miliardi di investimenti nelle scuole. Servono miliardi di investimenti per le strutture che cadono a pezzi o si allagano se piove un po’ più del dovuto. Miliardi che ci sono, ma solo per acquistare armi da vendere all’Ucraina.

Perciò è una scelta politica ai danni dei cittadini.

E no, non regge il gioco della difesa del Diritto internazionale, visto che per fermare il genocidio commesso da Israele a Gaza non abbiamo mosso neppure uno spillo.

Un quadro apocalittico, una situazione al limite del caos, che richiederebbe ingenti investimenti, eppure, la narrazione ufficiale continua a ripetere che il nemico è Putin, che la Russia è un’economia di serie B, che il suo sistema industriale è arretrato, che ha perso 1,4 milioni di uomini, anche se il suo esercito era di 1,25 milioni nel 2021.

Peccato che la realtà sia esattamente l’opposto.

La Russia, forte delle sue materie prime, ha riconvertito la sua economia in economia di guerra. La produzione di equipaggiamenti militari è aumentata. Il bilancio pubblico è sotto controllo, con un deficit fermo al 2-3% del PIL.

Certo, ci sono problemi, è pur sempre un Paese in guerra. La crescita è rallentata, mancano lavoratori qualificati, i tassi d’interesse sono alti per frenare l’inflazione. Ma la Russia tiene. L’Europa, invece, si sta letteralmente disintegrando.

CHI È DAVVERO SENZA OSSIGENO?

La strategia di logoramento occidentale, quella che doveva piegare la Russia, ha fallito il suo obiettivo primario. Non ha indebolito Mosca, ma ha logorato l’Occidente.

L’Europa è intrappolata nell’illusione di una vittoria impossibile, aggrappata agli attentati con i droni come se fossero le bombe atomiche sul Giappone e si rifiuta di fare un “bagno di umiltà”, come gli stessi cittadini europei invocano, ormai, in ogni elezione, scegliendo di premiare sempre di più chiunque sia contrario alla guerra e alle politiche belliciste di von der Leyen e dei suoi compagni di merende.

Qualcuno, incapace di attivare due neuroni nello stesso istante, è convinto che i continui attacchi a Mosca con i droni costringerà Putin a fermare la guerra perché i russi si stancheranno.

Purtroppo, con un briciolo di intelligenza e di conoscenza della cultura e della sociologia russa, capirebbero che i russi, sì, si stanno stancando, ma cominciano a chiedere sempre più l’uso di armi definitive, finanche l’atomica.

D’altro canto, quando gli USA si trovarono di fronte alla difesa indefessa del Giappone, chiusero la partita con due sole bombe.

Intanto, mentre i politici europei parlano di “valori” e “difesa della democrazia”, i loro cittadini restano al buio. Mentre Bruxelles discute di nuovi pacchetti di aiuti per Kiev, le fabbriche europee chiudono, l’inflazione galoppa e la deindustrializzazione avanza.

Il paradosso è che l’Occidente e i suoi scribacchini della propaganda deridono la Russia per le sue presunte inefficienze, mentre la Russia ha riconvertito la sua economia e l’Europa collassa internamente senza nemmeno avere i bombardamenti in casa.

Non è Putin a essere rimasto senza ossigeno. È l’Europa ad essere in asfissia.

A quelli che giuravano di “sanzioni dagli effetti dirompenti” più di quattro anni fa andrebbe posta una domanda: valeva davvero la pena?

Perché, a guardare bene i conti, i morti per il caldo in Francia e i cittadini al buio a Torino sono vittime di questa guerra tanto quanto i soldati al fronte.

Non il numero di 1,4 milioni di militari russi, decantati dalla propaganda, numeri che sembrano sparati da Crozza, visto che l’intero esercito russo vantava 1,25 milioni di uomini al dicembre 2021, ma i tanti, troppi ucraini.

Talmente tanti, che Kiev non sa più dove rastrellarne, motivo per cui ha chiesto all’Europa di non dare più asilo agli ucraini in età di leva.

Gli europei sono vittime quanto gli ucraini, solo che loro, in Europa, non hanno un nemico da combattere, ma solo governi che hanno scelto di combattere una guerra per procura, dimenticandosi di governare.

Il costo degli errori di chi ci comanda, come sempre, lo pagano gli ultimi.

Quelli che, in questo momento, stanno cercando di sopravvivere al caldo senza luce. Quelli che, domani, dovranno fare i conti con un conto in banca prosciugato dall’inflazione. Quelli che, dopodomani, si chiederanno perché l’Europa, invece di investire nelle proprie infrastrutture, abbia preferito regalare miliardi per continuare a mandare al macero giovani ucraini.

La risposta è negli interessi nelle fabbriche di armi e nella sudditanza all’America e alle sue mire geopolitiche, recentemente confermate anche dall’attuale ministro della guerra americano, Pete Hegseth, che ha ammesso che le guerre sono indispensabili per l’economia americana, ma nessuno, a Bruxelles, ha il coraggio di darla.

I DUE RAMI DEL PARLAMENTO AMERICANO STACCANO LA SPINA AI POTERI DI TRUMP

di Pasquale Di Matteo

C’è un limite oltre il quale persino il cinismo della politica americana è costretto a guardarsi allo specchio, a fare i conti e a domandarsi fino a che punto sia lecito seguire la strada tracciata da un folle.

E quel limite, a quanto pare, si è raggiunto con il disastro in Medio Oriente, gestito come una rissa da bar da uno dei più incompetenti presidenti che la storia americana ricordi.

L’inquilino della Casa Bianca ha incassato una sconfitta che non è solo politica, ma è uno smacco personale umiliante, perché, se c’è una cosa che i padri fondatori temevano più della tirannia britannica, era proprio l’idea di affidare i bottoni della distruzione di massa agli sbalzi d’umore di un singolo uomo.

Il Senato degli Stati Uniti, guidato dal partito del presidente, ha appena detto “basta” e con, 50 voti favorevoli e 48 contrari, la Camera Alta ha approvato una risoluzione che suona come una diffida legale: Donald Trump deve fermare la guerra in Iran. O, perlomeno, deve degnarsi di chiedere l’autorizzazione al Congresso, come prevede quella vecchia e impolverata scartoffia chiamata Costituzione.

Vecchia scartoffia indigesta a tanti governi occidentali, in verità.

I NUMERI DEL DISASTRO E LA FRATTURA REPUBBLICANA

Non è stata un’imboscata democratica, ma un vero e proprio ammutinamento interno, perché anche all’interno del Partito Repubblicano, evidentemente, ci si è resi conto delle oggettive difficoltà intellettive del presidente.

Il provvedimento è passato perché quattro senatori repubblicani, Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy, hanno deciso di scendere dalla folle corsa alla guerra del trumpismo.

Hanno unito i loro voti a quelli dei democratici, a parte il dem John Fetterman, che ha deciso di immolarsi in difesa delle prerogative di un presidente che ha fatto dell’unilateralismo la sua unica bussola.

Lo stesso copione, d’altronde, era andato in scena solo poche settimane fa alla Camera dei Rappresentanti, dove la risoluzione era passata con 215 voti a favore contro 208.

Anche in quel caso, alcuni deputati di Trump avevano voltato le spalle al loro leader.

Il segnale è devastante.

La narrazione dell’uomo forte, del “comandante in capo”, del “boss” che domina la scena, si sgretola di fronte a un partito spaventato, logorato da cinque mesi di disastri contro Teheran e terrorizzato all’idea di presentarsi alle imminenti elezioni di medio termine con il fardello di un conflitto senza fine, perso malamente, e senza senso.

IL FANTASMA DI NIXON: UN PRECEDENTE STORICO CHE INCHIODA IL PRESIDENTE

Se riavvolgiamo il nastro della storia, possiamo capire la portata di questo strappo.

Erano 53 anni che il Congresso non si compattava in questo modo per intimare a un presidente di ritirare le truppe.

L’ultima volta avvenne nel 1973, quando c’era Richard Nixon alla Casa Bianca.

Allora, c’era il Vietnam, con il suo carico di bare avvolte nella bandiera e di menzogne di Stato.

Oggi, le Camere sono riuscite a partorire una risoluzione congiunta che inchioda Trump alle sue responsabilità.

Al posto della tragica escalation indocinese, oggi c’è un azzardo iraniano mosso da calcoli elettorali e vanità personale.

I parlamentari non ne possono più. Sono insofferenti ai finti accordi di cessate il fuoco sbandierati dal presidente, alle minacce continue, al disprezzo totale per l’organo legislativo.

Trump ha agito per mesi come un sovrano assoluto, bypassando Capitol Hill e gestendo la crisi mediorientale come un reality show di cui è l’unico autore, regista, protagonista e fan.

I DELIRI SUL SOCIAL E LO SCUDO DEL VETO

E Trump, di fronte al proprio Parlamento, che di fatto, gli toglie la fiducia sulle questioni di sicurezza nazionale, risponde sul suo megafono personale “Truth”, con l’eleganza di un bullo di periferia a cui ci ha abituati.

Infatti, ha liquidato il voto come “inopportuno e insignificante”, come se il Parlamento e la democrazia potessero essere inopportuni.

Ha altresì parlato di vittorie inesistenti, tuonando: “Ho l’Iran alle corde, pronto a crollare”. E il problema grave è che sembra anche crederci.

Peccato che la realtà, che non si può manipolare con quattro sciocchezze scritte su un social network, dica tutt’altro. Perché, mentre Trump fantastica su svolte nel fine settimana e storici incontri bilaterali, da Teheran i Pasdaran lo smentiscono categoricamente, parlando di dialoghi morti e sepolti.

Ma a Trump dei fatti importa poco. A lui interessa solo il potere e il cartone animato che crede essere la realtà.

IL PARADOSSO DI UN TIRANNO IN GABBIA

Ecco la vera tragedia americana: questa risoluzione ha un peso politico ed etico enorme, ma dal punto di vista pratico rischia di essere carta straccia poiché non diventerà legge.

Per farlo, dovrebbe superare il veto che Trump si appresta a porre per salvarsi.

E per aggirare il veto presidenziale servirebbe una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. Un miraggio, almeno fino alle prossime elezioni di questo autunno, dove si prevede una sconfitta epocale per il presidente.

Trump lo sa. Sa di essere blindato dai numeri fino all’autunno, tuttavia, lo strappo che c’è stato già oggi è irreparabile ed è uno scacco potentissimo anche in chiave elettorale.

Il presidente è sempre più solo, chiuso nella Stanza Ovale a twittare la sua realtà parallela, mentre il suo stesso partito inizia a calcolare quanto costi, in termini di seggi e di credibilità, continuare a coprire le spalle a uno squilibrato che gioca con le sorti del pianeta e che ha messo in ridicolo gli USA agli occhi del mondo.