La verità ha una cattiva abitudine. Si presenta sempre in ritardo, quando la festa è ormai finita e le luci si sono spente.
Ed è su questo concetto che contano le narrazioni della propaganda. Perché i titoli in prima pagina che fanno sensazione restano, mentre le smentite che arrivano settimane dopo a pagina 25 non le legge nessuno.
Prendiamo il trambusto improvviso dell’aeroporto di Lipsia. Un oggetto volante privo di equipaggio viene ritrovato sulla pista con un carico esplosivo rimasto intatto. Le redazioni dei giornali esplodono all’istante.
I titolisti affilano le penne. Berlino punta il dito contro il Cremlino, parla di attacco di stato, invoca la minaccia ibrida. I vertici di Bruxelles tuonano davanti ai microfoni promettendo punizioni esemplari.
Eppure, al di là dichiarazioni ufficiali, trovate il vuoto.
Non esiste un fotogramma nitido. Manca un dossier forense consultabile. Mancano le prove materiali mostrate all’opinione pubblica.
C’è solo una parola: fidatevi.
Al momento in cui scrivo, non esiste una prova credibile in tribunale per affermare la realtà di un attacco russo a Lipsia né altrove in Europa.
Invece, ricordate le condotte sottomarine del Nord Stream squarciate sul fondo del Mar Baltico?
In quel caso la distruzione era gigantesca, visibile dallo spazio, una ferita letale all’ossatura industriale della Germania, le cui conseguenze sono evidenti oggi.
Lì le prove sono emerse a fatica, tra mille imbarazzi, fino a indicare piste ben diverse da quelle inizialmente gridate ai quattro venti. Anche allora si disse “È stato Putin.”.
Poi, la rabbia istituzionale si è trasformata in un sussurro quasi timido, perché a distruggere il Nord Stream è stata l’Ucraina, secondo la magistratura tedesca. E lì le prove ci sono, così come i mandati d’arresto.
Eppure, in questo caso, di fronte al più grave attentato – non ibrido, ma strutturale – ai danni dell’Europa dal 1945 a oggi, non ci sono state promesse di rappresaglie, sanzioni o anche solo avvertimenti velati. A dimostrazione del fatto di come vi sia una regia dietro le politiche anti russe in atto che nulla hanno a che fare con i fatti o con il Diritto internazionale.
Anche se per il Diritto internazionale, basterebbe il silenzio complice europeo di fronte al genocidio di Gaza.
Dunque, è evidente l’uso strategico di due pesi e due misure, con un solo identico copione scritto per guidare la percezione delle masse.
Chi governa ha sempre bisogno di una favola della buonanotte da raccontare ai propri cittadini prima che vadano a letto. La favola degli ultimi mesi ci diceva che l’Iran era spacciato. Ci avevano garantito che Teheran strisciava nel fango, svuotata delle sue riserve di missili, pronta a implorare un negoziato con Washington.
Ci dicevano che i raid aerei avevano azzerato la sua capacità bellica, riportando il Paese all’età della pietra.
Poi la realtà ha bussato alla porta. Le sirene d’allarme hanno cominciato a urlare nei cieli del Bahrein, in Kuwait, ad Erbil e lungo i confini della Giordania. I missili balistici e le incursioni con droni non si erano affatto fermati.
Teheran non chiedeva pietà, rispondeva colpo su colpo, prendendo di mira le basi militari americane e le infrastrutture degli alleati della regione.
Nelle stesse ore, le pagine del Financial Times svelavano l’esistenza di una fitta rete di cooperazione tecnologica tra Mosca e Teheran, attiva fin dal 2023 per il trasferimento di know-how sui missili ipersonici.
Ulteriore dimostrazione di come l’arroganza della diplomazia occidentale, convinta di poter isolare ed eliminare i propri avversari a colpi di sanzioni astruse, ha ottenuto l’effetto opposto. Ha saldato un blocco orientale compatto, rabbioso e militarmente avanzato.
Tutto questo ha un prezzo. E non viene saldato da von der Leyen con qualche messaggino sul telefono, da Meloni, da Macron, da Merz, né da Trump.
Lo saldate voi. Lo trovate ogni mattina al distributore di carburante, mentre il tabellone elettronico segna cifre da capogiro e il prezzo del Brent sfonda il muro dei novanta dollari al barile. Lo leggete nella bolletta della luce posata sul tavolo della cucina o attaccata al frigo.
Il blocco dello Stretto di Hormuz non rappresenta un’astrazione geopolitica per analisti in giacca e cravatta, ma significa la paralisi del commercio globale. Perché quando le petroliere restano bloccate nel Golfo Persico, la scossa di terremoto viaggia alla velocità della luce fino alle tasche delle famiglie normali.
L’inflazione torna a mordere le caviglie della gente comune. Le banche centrali rispondono nell’unico modo che conoscono: alzando i tassi di interesse, soffocando le piccole imprese, rendendo i mutui della casa un incubo invivibile.
Le borse reagiscono con il cosiddetto bond sell-off, una svalutazione massiccia dei titoli di stato che rende il debito pubblico un macigno insostenibile per nazioni già fragili.
Ci troviamo bloccati sulla poppa di un Titanic che sta imbarcando acqua da ogni lato.
I capitani sul ponte di comando continuano ad assicurare che la rotta è sicura, che il nemico affonda e che la vittoria si trova dietro l’angolo. Ma le scialuppe di salvataggio scarseggiano.
E mentre la propaganda costruisce spazzatura spacciandola per notizie, ma destinate a crollare al primo soffio di vento, la realtà esige il suo tributo.
Ma ogni bugia raccontata ai piani alti diventa una tassa mascherata per chi sta in basso. Bollette che aumentano, carrello della spesa alle stelle e, soprattutto, libertà compressa in nome di una difesa da un nemico costruito nelle pagine della propaganda di cui sopra.



