C’è un limite oltre il quale persino il cinismo della politica americana è costretto a guardarsi allo specchio, a fare i conti e a domandarsi fino a che punto sia lecito seguire la strada tracciata da un folle.
E quel limite, a quanto pare, si è raggiunto con il disastro in Medio Oriente, gestito come una rissa da bar da uno dei più incompetenti presidenti che la storia americana ricordi.
L’inquilino della Casa Bianca ha incassato una sconfitta che non è solo politica, ma è uno smacco personale umiliante, perché, se c’è una cosa che i padri fondatori temevano più della tirannia britannica, era proprio l’idea di affidare i bottoni della distruzione di massa agli sbalzi d’umore di un singolo uomo.
Il Senato degli Stati Uniti, guidato dal suo stesso partito, ha appena detto “basta” e con, 50 voti favorevoli e 48 contrari, la Camera Alta ha approvato una risoluzione che suona come una diffida legale: Donald Trump deve fermare la guerra in Iran. O, per lo meno, deve degnarsi di chiedere l’autorizzazione al Congresso, come prevede quella vecchia e impolverata scartoffia chiamata Costituzione.
I NUMERI DEL DISASTRO E LA FRATTURA REPUBBLICANA
Non è stata un’imboscata democratica, ma un vero e proprio ammutinamento interno, perché anche all’interno del Partito Repubblicano, evidentemente, ci si è resi conto delle oggettive difficoltà intellettive del presidente.
Il provvedimento è passato perché quattro senatori repubblicani, Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy, hanno deciso di scendere dalla folle corsa alla guerra del trumpismo.
Hanno unito i loro voti a quelli dei democratici, a parte il dem John Fetterman, che ha deciso di immolarsi in difesa delle prerogative di un presidente che ha fatto dell’unilateralismo la sua unica bussola.
Lo stesso copione, d’altronde, era andato in scena solo poche settimane fa alla Camera dei Rappresentanti, dove la risoluzione era passata con 215 voti a favore contro 208.
Anche in quel caso, quattro deputati di Trump avevano voltato le spalle al loro leader.
Il segnale è devastante.
La narrazione dell’uomo forte, del “comandante in capo”, del “boss” che domina la scena, si sgretola di fronte a un partito spaventato, logorato da cinque mesi di disastri contro Teheran e terrorizzato all’idea di presentarsi alle imminenti elezioni di medio termine con il fardello di un conflitto senza fine, perso malamente, e senza senso.
IL FANTASMA DI NIXON: UN PRECEDENTE STORICO CHE INCHIODA IL PRESIDENTE
Se riavvolgiamo il nastro della storia possiamo capire la portata di questo strappo.
Erano 53 anni che il Congresso non si compattava in questo modo per intimare a un presidente di ritirare le truppe.
L’ultima volta avvenne nel 1973, quando c’era Richard Nixon alla Casa Bianca.
Allora, c’era il Vietnam, con il suo carico di bare avvolte nella bandiera e di menzogne di Stato.
Oggi, le Camere sono riuscite a partorire una risoluzione congiunta che inchioda Trump alle sue responsabilità.
Al posto della tragica escalation indocinese, oggi c’è un azzardo iraniano mosso da calcoli elettorali e vanità personale.
I parlamentari non ne possono più. Sono insofferenti ai finti accordi di cessate il fuoco sbandierati dal presidente, alle minacce continue, al disprezzo totale per l’organo legislativo.
Trump ha agito per mesi come un sovrano assoluto, bypassando Capitol Hill e gestendo la crisi mediorientale come un reality show di cui è l’unico autore, regista, protagonista e fan.
I DELIRI SUL SOCIAL E LO SCUDO DEL VETO
E Trump, di fronte al proprio Parlamento, che di fatto, gli toglie la fiducia sulle questioni di sicurezza nazionale, risponde sul suo megafono personale “Truth”, con l’eleganza di un bullo di periferia.
Infatti, ha liquidato il voto come “inopportuno e insignificante”, come se il Parlamento e la democrazia non contassero nulla. Ha altresì parlato di vittorie inesistenti, tuonando: “Ho l’Iran alle corde, pronto a crollare”.
Peccato che la realtà, che non si può manipolare con quattro sciocchezze scritte su un social network, dica tutt’altro. Perché, mentre Trump fantastica su svolte nel fine settimana e storici incontri bilaterali, da Teheran i Pasdaran lo smentiscono categoricamente, parlando di dialoghi morti e sepolti.
Ma a Trump dei fatti importa poco. A lui interessa solo il potere.
IL PARADOSSO DI UN TIRANNO IN GABBIA
Ecco la vera tragedia americana: questa risoluzione ha un peso politico ed etico enorme, ma dal punto di vista pratico rischia di essere carta straccia poiché non diventerà legge.
Per farlo, dovrebbe superare il veto che Trump si appresta a porre per salvarsi.
E per aggirare il veto presidenziale servirebbe una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. Un miraggio, almeno fino alle prossime elezioni.
Trump lo sa. Sa che di essere blindato dai numeri fino all’autunno, tuttavia, lo strappo che c’è stato già oggi è irreparabile ed è uno scacco potentissimo anche in chiave elettorale.
Il presidente è sempre più solo, chiuso nella Stanza Ovale a twittare la sua realtà parallela, mentre il suo stesso partito inizia a calcolare quanto costi, in termini di seggi e di credibilità, continuare a coprire le spalle a uno squilibrato che gioca con le sorti del pianeta.

