C’era una volta l’auto. Solo che, no, non è una bella favola.
È un sogno su quattro ruote che la Commissione von der Leyen e una classe politica di incompetenti ha trasformato in un incubo fatto di industrie al tappeto e lavoratori in cassa integrazione.
Per mezzo secolo, gli europei sono stati indottrinati dal senso di avventura, dal rombo del motore che annunciava orizzonti lontani, attraverso pubblicità che ci mostravano strade costiere o nastri d’asfalto in spazi sconfinati, che correvano verso le montagne, tramonti, famiglie sorridenti che partivano per il fine settimana, per le vacanze, verso l’ignoto.
L’auto era promessa di evasione, di vita vera, lontano dal traffico, dal caos cittadino, dal lavoro, dalla vita di tutti i giorni.
Poi, dall’oggi al domani, l’Europa ha deciso che il motore a scoppio era il nemico, mentre l’elettrico era il futuro. E ha deciso anche che chi non si adeguava, sarebbe stato multato, penalizzato, messo fuori gioco.
Così, in pochi anni, abbiamo assistito a uno dei più grandi disastri politici, industriali e comunicativi della storia recente.
LA STRATEGIA SBAGLIATA DELL’AUTO ELETTRICA
L’obiettivo era nobile: ridurre le emissioni, salvare il pianeta. Quale persona sana di mente potrebbe ritenerlo insensato? Ma il metodo è stato disastroso.
L’Unione Europea ha scelto la via dell’imposizione, per accelerare un processo che necessitava di anni di convincimento, perciò, ha fissato una data, il 2035, per lo stop ai motori termici, senza però preparare il terreno a livello psicologico e antropologico.
Perché, quando poni ai posti di comando ingegneri ed economisti, l’essere umano diventa un numero su un report e nulla più.
Così, ci ritroviamo con infrastrutture di ricarica insufficienti e una rete di distribuzione energetica tutt’altro che all’altezza.
In Italia, per esempio, ci sono 73.047 punti di ricarica, ma sono distribuiti a macchia di leopardo: il 59% al Nord, il 19% al Centro e solo il 22% al Sud, e non è raro trovarli fuori servizio.
Inoltre, questi giorni di caldo africano stanno dimostrando quanto il Bel Paese non sia pronto all’elettrico, perché sono bastati i condizionatori accesi nelle abitazioni per mandare al collasso il sistema elettrico, con continui blackout in tanti centri del Nord, ma non solo.
Vogliamo provare a immaginare se ci fossero state anche una cinquantina di milioni di auto elettriche in ricarica?
Il parco auto in Italia è vecchio, con un’età media che supera i 12 anni, non certo perché gli italiani non amino le auto nuove, ma perché il potere d’acquisto è sempre più ridimensionato, le famiglie lottano per arrivare alla quarta settimana del mese e il tasso di povertà è in aumento.
Il costo delle auto, in generale, sta diventando fuori portata per gli italiani, mentre quelle elettriche sono inavvicinabili per la maggior parte delle famiglie, e non solo in Italia, tanto che oltre il 60% degli europei cita il prezzo come il principale ostacolo all’acquisto, e quasi un terzo delle stesse famiglie europee fatica ad arrivare a fine mese.
No a caso, dopo una fase iniziale positiva, spinta da incentivi enormi da parte di alcune nazioni, le vendite di auto elettriche in Europa sono crollate: Tesla ha visto le sue vendite annuali scendere di quasi il 27% nel 2025; in Italia, le elettriche pure hanno faticato a superare il 6% di quota di mercato. Un fallimento.
LA RETROMARCIA DI DRAGHI
Poi, come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2025, è arrivata la voce di Mario Draghi.
L’ex Presidente della Banca Centrale Europea ed ex Presidente del Consiglio ha detto che gli obiettivi del 2035 si basano su presupposti che non esistono più.
L’idea che la scadenza avrebbe generato un “circolo virtuoso” di investimenti e innovazione non si è realizzata e i veicoli elettrici restano costosi, mentre l’innovazione europea è rimasta indietro.
Nel frattempo, la Cina ha conquistato una quota di mercato record del 12,8% in Europa, diventando il più grande produttore di veicoli elettrici al mondo e, al tempo stesso, sta picchiando duro anche nel mercato del motore termico, con auto ultraccessoriate, ben costruite, dotate di motori a quattro cilindri, semplici e di vecchia concezione, che garantiscono una buona affidabilità e consumi contenuti. Auto spesso premium, ma a prezzi da utilitaria europea.
Draghi ha auspicato un approccio “tecnologicamente neutrale”.
Ha detto che l’Europa deve considerare alternative come i combustibili sintetici, i biocarburanti e l’idrogeno. Cioè ha replicato quanto sostenevo io anni fa, insieme ai giapponesi, quando venivamo ritenuti fuori dal mondo.
E ha lanciato un allarme: se l’Europa insiste su questi target, rischia di consegnare quote di mercato ad altri, soprattutto alla Cina.
Cosa che per me, ora, è quasi irreversibile, vista la classe politica attuale.
Una doccia fredda per chi aveva creduto ciecamente nel Green Deal e una sorta di cortocircuito per chi ancora considera l’elettrico il futuro e il motore termico già preistoria.
LA COMUNICAZIONE: UN DISASTRO DENTRO IL DISASTRO
Come già ribadito all’inizio, la pubblicità ha venduto libertà, avventura, evasione. L’auto era il prolungamento del desiderio, la chiave per aprire strade infinite. Poi, dall’oggi al domani, lo stesso settore ha tentato di ribaltare il messaggio.
Addio libertà, benvenuta ansia da ricarica. Addio avventure, benvenuti tragitti casa-lavoro.
L’auto elettrica non è stata venduta come un’evoluzione, ma come una punizione, un dovere morale, come il prezzo da pagare per essere “virtuosi”.
Solo chi non ha alcuna competenza di comunicazione poteva pretendere che funzionasse.
Infatti, è stato un disastro.
I consumatori non hanno risposto. Perché non puoi passare in pochi anni dal “compra quest’auto e sarai libero” al “compra quest’auto e salverai il pianeta”, senza che qualcuno si dica “ma io volevo essere libero, non un eroe”. Soprattutto se nel resto del mondo continuano a comprare le auto che vogliono.
Il green ha dato il colpo di grazia.
Le case automobilistiche hanno riempito le loro campagne pubblicitarie di messaggi ecologici, ma le vendite di auto elettriche restavano basse, le colonnine erano poche, l’autonomia dichiarata non corrispondeva a quella reale e la rete elettrica ancora oggi salterebbe per aria se tutti gli italiani avessero un’auto elettrica in ricarica.
Inoltre, l’Antitrust è intervenuto, vietando espressioni come “zero emissioni” o “100% sostenibile” perché erano palesemente false e ha costretto Stellantis, Tesla, BYD e Volkswagen a fornire informazioni più chiare e trasparenti su autonomia, degrado delle batterie e garanzia.
Un segnale che la pubblicità ingannevole aveva fatto più di qualche danno.
UN’EUROPA CHE NON SA DOVE ANDARE
Oggi, in Europa, il mercato dell’auto è fermo, le fabbriche chiudono e i posti di lavoro sono a rischio.
Le istituzioni europee, dopo aver spinto per anni in una direzione, stanno facendo marcia indietro, ma con gli stessi politici che davano dei trogloditi a chi non voleva sposare l’elettrico e che hanno perso la faccia, diventando poco credibili.
La Commissione Europea ha rivisto lo stop ai motori termici dal 2035, aprendo alle ibride e ai motori a combustione con carburanti sintetici, ma è una retromarcia tardiva, maldestra, che non risolve i problemi di fondo e il disastro causato con la scelleratezza iniziale.
Perché il danno è già stato fatto, la fiducia dei consumatori è stata tradita e l’industria europea è in ginocchio.
Intanto, la Cina ringrazia, se la ride e avanza.
Non si cambia un’industria con un regolamento. Non si cambia la mentalità delle persone con una multa. Non si cambia un sogno sedimentato in mezzo secolo con un dovere veicolato in cinque anni.
Il personal branding, la comunicazione, la politica industriale hanno bisogno di tempo, di gradualità, di ascolto. Hanno bisogno di capire le persone, non di imporre loro qualcosa dall’alto.
Quelle cose le puoi imporre in una dittatura, ma l’Europa è, o dovrebbe essere, un’unione di democrazie, un continente governato da chi non sa tutto questo e ora paga il conto.
“Il Green Deal è stato un errore”, ma l’errore più grande non è stato voler salvare il pianeta, causa senz’altro nobile, ma non saperlo fare con intelligenza, con umanità, con rispetto per chi quel pianeta lo abita ogni giorno.
E mentre le fabbriche chiudono e le famiglie si chiedono come arriveranno a fine mese, qualcuno a Bruxelles continua a parlare di transizione ecologica, come se il problema fosse ancora il clima e non, invece, la loro incapacità di guardare anche solo la realtà.

