IL FRONTE UCRAINO STA CEDENDO. LA REALTÀ CHE IL MANSTREAM ESPERTO DI PALE E MULI HA DECISO DI CENSURARE

di Pasquale Di Matteo

Ci raccontano che stiamo vincendo, o, perlomeno, che la Russia sta perdendo.

Accendete la tv, aprite un qualsiasi grande quotidiano mainstream e troverete la solita favola secondo la quale l’esercito di Putin è allo sbando, le sanzioni hanno piegato Mosca, i droni ucraini colpiscono le raffinerie e il Cremlino trema.

È una narrazione perfetta, rassicurante ed eroica, come una fantastica sceneggiatura di Hollywood.

Peccato che sia falsa come una moneta da tre euro.

La realtà, certificata anche da Reuters, parla di avanzate inesorabili, di infrastrutture al collasso e di un Occidente intrappolato nella sua stessa propaganda, tutto mentre i nostri esperti da salotto misurano le vittorie di Kiev cercandole con la lente d’ingrandimento, ma ignorando la catastrofe tattica e strategica che si consuma sul campo, e il mondo scivola verso l’orlo del baratro nucleare.

Analizziamo i fatti. Quelli veri.

LE VITTORIE DA PROPAGANDA E IL TRITACARNE DEL DONBASS

La controffensiva mediatica funziona a meraviglia, ma quella militare, un po’ meno.

Se le sciocchezze propinate dal mainstream fossero state azioni militari, l’Ucraina avrebbe già stravinto la guerra, con le immagini degli attacchi ucraini alle raffinerie e alle infrastrutture in territorio russo o in Crimea vendute come scacchi matti.

“Danni logistici incalcolabili”, titolano i giornali. “Mosca in ginocchio per la mancanza di carburante”.

Tutto molto affascinante, se non fosse per un dettaglio che la propaganda omette o “dimentica”: queste azioni, per quanto spettacolari e indubbiamente fastidiose per il Cremlino, non hanno spostato di un millimetro gli equilibri sul fronte. Zero.

Valgono meno dei missili americani, dei carri armati europei, degli F16, delle controffensive con quei militari dall’inglese madrelingua.

Sul campo, lungo quei 1.200 chilometri di linea di contatto che i nostri media fingono di non vedere, la Russia avanza. “Bussa prepotentemente alle porte”, come ha ammesso Reuters.

Lentamente, sanguinosamente, ma avanza.

La morsa si stringe attorno alla cintura delle città fortificate nel Donetsk. Kostantynivka, Kramatorsk, Sloviansk. Giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, ciò che resta dell’esercito ucraino è costretto ad arretrare di fronte a un grave, insanabile squilibrio di truppe e mezzi.

Le presunte “vittorie” sbandierate in Occidente servono solo a mascherare una verità fuori da ogni logica, cioè che stiamo prolungando un’agonia e bruciando centinaia di miliardi di dollari, sacrificando inutilmente intere generazioni di ucraini.

Tutto per tenere in piedi l’attuale apparato politico a Kiev, con l’opposizione vietata, gravi problemi di corruzione, soldi e armi che non si trovano più, cessi d’oro, ville di Zelensky acquistate all’estero, battaglioni neonazisti, e altri scandali.

IL BLACKOUT DI KIEV E L’ILLUSIONE DEI PATRIOT

C’è poi un paradosso logico così clamoroso che solo la nostra informazione a senso unico poteva ignorare.

Ci dicono che la Russia è in ginocchio, svuotata di risorse e incapace di produrre armi.

Eppure, le notti ucraine sono illuminate a giorno da sciami di centinaia di droni e missili russi: i dati reali parlano di nottate in cui Mosca lancia oltre 400 droni contro i 150 di Kiev. Più del doppio di capacità.

Otto regioni ucraine sono rimaste senza corrente elettrica, che, con il caldo estivo e la rete energetica letteralmente polverizzata, getta il Paese al collasso.

E cosa fa Zelensky?

Implora disperatamente l’Occidente di inviare nuovi sistemi di difesa antiaerea, come i Patriot, ammettendo di avere gravi difficoltà, poiché, se l’Ucraina chiede sistemi di difesa con tale urgenza, significa che le sue difese attuali sono esaurite o bucate come un colabrodo.

Il problema è che l’industria bellica statunitense e quella europea non riescono a produrre e consegnare questi sistemi con la stessa velocità con cui Mosca produce i missili per distruggerli.

Ma il mainstream questo non ve lo dice.

IL BOOMERANG DELLE SANZIONI E L’AUTOGOL EUROPEO

E le famose sanzioni?

Quelle che avrebbero dovuto far crollare il PIL russo nel giro di due settimane, nel 2022?

Anche qui, la narrazione è stata fatta a pezzi dalla realtà. Le sanzioni non hanno messo in ginocchio la Russia, ma l’hanno semplicemente costretta a voltarsi verso Est. Mosca ha riorientato le sue esportazioni di gas e petrolio verso l’Asia, costruendo nuovi gasdotti e consolidando un asse di ferro con Pechino.

Chi ci ha perso, allora?

Noi. L’Europa.

L’Occidente si è reso prigioniero del gas naturale liquefatto (GNL) americano, pagandolo a peso d’oro per poter dire di essersi smarcato dall’energia russa, un capolavoro di masochismo che puzza di tradimento nei confronti degli europei, un tradimento che sta anche deindustrializzando il Vecchio Continente, mentre il rubinetto dei finanziamenti a Mosca non si è mai chiuso davvero.

IL GIOCO D’AZZARDO SULL’ORLO DELL’APOCALISSE NUCLEARE

Ma la cecità non è solo tattica o economica, perché è soprattutto, strategica. E qui entra in gioco un’analisi profonda, lucida e spietata, confermata da esperti del calibro della professoressa Elisabetta Burba, per cui esiste una “doppia realtà” del conflitto: da una parte, la pressione militare russa, dall’altra l’assoluta cecità diplomatica dell’Occidente, governato dal principio infantile del “col nemico non si negozia”.

La prospettiva di una tregua è inesistente, e non solo perché l’Occidente si ostina a dettare condizioni irrealistiche, ma perché Vladimir Putin ha ormai inquadrato questo conflitto come una lotta esistenziale contro le élite occidentali.

Ed è stata la nostra mancanza di diplomazia e di visione a spingerlo in quella direzione.

Il leader del Cremlino non ha alcun interesse a sedersi al tavolo ora: aspetta che gli Stati Uniti siano distratti da altre crisi, magari in Medio Oriente o a Taiwan, per incassare il bottino pieno.

E, anche se gli ultimi attacchi con i droni, messi a segno dall’Ucraina in territorio russo, hanno causato danni significativi all’approvvigionamento di carburante, l’avanzata russa rallenta, ma non si ferma.

Inoltre, tale strategia pone due problemi: il primo è che, la ricerca di carburante all’estero della Russia non è una bella notizia per tutti noi, visti i problemi tutt’altro che risolti a Hormuz.

In secondo luogo, ed è qui che l’ostinazione della NATO, e l’idea folle che aumentare la pressione militare possa costringere la Russia alla resa, diventano criminali, poiché stiamo parlando del Paese con il più grande arsenale nucleare del mondo.

Pensare di poter sconfiggere militarmente, umiliare e mettere all’angolo una potenza atomica senza scatenare una reazione catastrofica è roba da ultimi della classe.

E no, non è che, perché anche altri hanno il nucleare, allora nessuno lo userà. Pensare in tali termini denota una miopia da far tremare i polsi, roba da geopolitica del Bar Sport.

Stiamo correndo verso una situazione che potrebbe superare persino i livelli di allerta della crisi dei missili di Cuba del 1962, perché il riarmo europeo e la retorica bellicista vengono letti da Mosca come una minaccia esistenziale.

Ovviamente, un conflitto diretto tra NATO e Russia non avrebbe vincitori. Avrebbe solo macerie e sarebbe la fine della civiltà occidentale per come la conosciamo.

Eppure, si continua a tifare la guerra da lontano e si continua a trasformare un dramma geopolitico complesso in una partita di calcio tra buoni e cattivi, alimentando illusioni che si pagano in fiumi di sangue ucraino.

Perché, alla fine, a cadere sotto i colpi di questa folle cecità non sono gli opinionisti in doppiopetto, i pennivendoli del mainstream o i burocrati di Bruxelles, ma i civili al buio e i soldati mandati al macello in una guerra che, a livello tattico, è già decisa.

Ma la propaganda, si sa, ha bisogno dei suoi eroi.

Anche a costo di farli morire tutti. Al contrario, chi vuole davvero il bene degli ucraini, spinge per porre fine alla guerra ieri. Oggi è già tardi e sta morendo l’ennesimo ucraino che si poteva salvare.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Rispondi