Chi ha letto 1984 di George Orwell sa bene cosa fosse il Grande Fratello; tuttavia, bisognerà smettere di cercarlo nei romanzi, perché questa entità non esiste più solo nella fantasia di un autore geniale, ma si è trasferito nel cuore della democrazia europea, in quel Regno Unito che ci ostiniamo a guardare come la culla del giornalismo libero e dei diritti civili.
La verità fa così male che, per nasconderla, hanno dovuto strutturare un vero e proprio apparato statale occulto, pagato con i soldi dei contribuenti britannici, progettato con lo scopo di calmierare le vostre paure, la vostra indignazione, la vostra percezione della realtà.
A scoperchiare questo vaso di Pandora non è il complottista di turno su Telegram, ma un’inchiesta documentata e portata avanti dai giornalisti Marcello Foa ed Enrica Perucchietti nel programma “Senza Filtro”.
Quello che emerge è un quadro da far tremare i polsi, che intreccia la manipolazione mediatica di Stato con la più raccapricciante tragedia umana del nostro secolo. Una tragedia silenziata dai nostri abilissimi giornalisti del mainstream.
IL RICU: L’UFFICIO OMBRA PER IL LAVAGGIO DEL CERVELLO DI MASSA
Tutto ruota attorno a un acronimo che suona come una malattia: RICU, ovvero, “Research, Information and Communications Unit”.
Si tratta di un apparato segreto nato nel 2007, partorito dalla presunta necessità di combattere il terrorismo attraverso il programma “Prevent”, fondato da un ex pezzo grosso dei servizi segreti dell’MI6.
Sulla carta, dovevano arginare l’estremismo, ma, in realtà, si sono trasformati nell’erede degli uffici di propaganda anticomunista della Guerra Fredda; solo che oggi il nemico non è più a est. Il nemico è l’opinione pubblica.
Il nemico, per questi apparati di potere, siamo tutti noi, cittadini comuni, imprenditori, persone libere e pensanti.
A lavorare per questo ufficio ombra c’è il fior fiore dell’intellighenzia britannica: psicologi, antropologi, linguisti, esperti di neuroscienze, guru dei social media e persino registi. Una task force di ingegneria sociale che lavora nell’ombra per dettare ai giornali, alla BBC e ai social network cosa pensare e, soprattutto, chi odiare.
Funziona così: se sollevi un dubbio sull’immigrazione incontrollata, se fai notare che forse il multiculturalismo idilliaco ha qualche falla sistemica, il RICU si attiva. E tu diventi, istantaneamente e magicamente, un “estremista di destra” o un “suprematista bianco”.
L’etichetta scatta in automatico, la gogna mediatica pure.
E non si fermano alla censura. Arrivano a creare false flag, a pagare attori per inscenare manifestazioni pacifiste islamiche a uso e consumo delle telecamere, per poi impacchettare il prodotto fittizio e darlo in pasto ai notiziari.
Falsificano la realtà per proteggere il dogma.
NETFLIX E LE SOAP OPERA: LA PROPAGANDA SUL DIVANO DI CASA
Ma la vera genialità, la mossa del cavallo di questo sistema malato, è aver capito che i telegiornali ormai li guardano in pochi e pure con sospetto.
Perciò, il lavaggio del cervello funziona meglio quando la vittima ha le difese immunitarie abbassate, quando è sul divano, con una birra in mano, dopo una giornata di lavoro.
L’intrattenimento è diventato la nuova frontiera del controllo e delle propagande.
Le grandi piattaforme di streaming, come Netflix, o le popolarissime soap opera britanniche sono diventate i cavalli di Troia della propaganda governativa: i produttori ricevono finanziamenti, incentivi e “suggerimenti” per inserire nelle trame specifiche agende politiche: dall’immigrazione al gender, fino al multiculturalismo imposto.
Ti affezioni al personaggio, ridi per una battuta, piangi per un dramma e, senza accorgertene, assorbi il messaggio che il Palazzo ha deciso tu debba assorbire. Ti riprogrammano la mente mentre mangi i popcorn.
IL PREZZO DEL SILENZIO: 250 MILA BAMBINE SULL’ALTARE DEL POLITICAMENTE CORRETTO
Potreste chiedervi cosa ci sia di tanto grave o perfino pensare che, in fondo, il mondo va da sé e che “così fan tutti”, ma sarebbe il caso di accendere il cervello, perché quando un sistema mediatico e istituzionale si preoccupa più di salvare le apparenze che di tutelare i cittadini, il prezzo lo pagano gli innocenti.
E il conto, nel Regno Unito, è stato saldato col sangue.
Per vent’anni, mentre il RICU e i grandi media zittivano chiunque osasse criticare i lati oscuri dell’immigrazione, reti criminali organizzate – le cosiddette “grooming gangs”, composte nella stragrande maggioranza da uomini di origine pakistana – hanno stuprato, torturato e venduto come carne da macello circa 250 mila bambine e ragazzine britanniche.
Duecentocinquantamila. Fermatevi a rileggere questo numero. 250.000 mila!
Erano bambine di 11, 12 anni. Spesso provenienti da famiglie disastrate o dai quartieri più poveri. Carne da poco prezzo.
Le portavano nelle “Red Rooms”, stanze delle torture dove l’orrore superava l’immaginazione. C’è il caso di una ragazzina arrivata in ospedale con una bottiglia di whisky rotta conficcata nella vagina, tanto per rendere l’idea.
Lo so, è disgustoso.
Appunto!
L’OMERTÀ DI STATO E IL TRIONFO DELL’IPOCRISIA
Davanti a un orrore del genere, cosa ha fatto la civilissima Inghilterra?
Niente.
Ha girato la testa dall’altra parte.
La polizia sapeva, e ha taciuto. I servizi sociali sapevano, e hanno insabbiato. Le scuole vedevano uomini adulti prelevare bambine ai cancelli e hanno fatto finta di nulla. I medici curavano ferite da tortura su corpi preadolescenziali e non sporgevano denuncia.
E lo hanno fatto per paura. La paura, indotta da decenni di propaganda martellante e da uffici come il RICU, di essere etichettati come “razzisti” o “islamofobi” se avessero puntato il dito contro i carnefici di origine pakistana.
Sull’altare del politicamente corretto, per non rovinare la narrazione del multiculturalismo felice, le istituzioni britanniche hanno sacrificato un quarto di milione di figlie della loro nazione. Un livello di impunità e di connivenza che fa impallidire persino lo scandalo Epstein e mostra come della vera faccia dell’Occidente ci sia tanto di cui vergognarsi.
Oggi, a scoppio ritardato, la giustizia annaspa tentando di riaprire novemila fascicoli, in una disperata corsa contro il tempo che sa di farsa.
LA MORTE DEL GIORNALISMO EUROPEO
E la stampa italiana? E i giornaloni europei, sempre pronti a fare la morale sui diritti civili, sempre lesti a scendere in piazza per cause di cartapesta?
Muti. Silenziosi. Complici, attivi solo se il pensiero unico impone nuova linfa contro Mosca, in difesa del Diritto internazionale, quello che va a intermittenza e non deve interessare se si volge lo sguardo al genocidio di Gaza.
La notizia delle grooming gangs e dell’ufficio ombra di Londra scivola via nei trafiletti, ignorata dai grandi salotti televisivi dove si discute di Putin, quasi mai di Netanyahu, piuttosto delle corna all’ultima puntata di un noto reality, pur di non dover parlare di questi fatti gravissimi che accendono i riflettori su decenni di buonismo e, soprattutto, sui danni enormi provocati da quel buonismo.
Il lavoro di Foa e Perucchietti dimostra come, ancora una volta, l’informazione mainstream non sia più il cane da guardia del potere, ma il suo cagnolino da compagnia. Un cagnolino che scodinzola quando il padrone gli lancia l’osso della propaganda, ma che si gira dall’altra parte mentre nel vicolo dietro casa migliaia di vite vengono distrutte, e si dovrebbe fare il mestiere di giornalisti.
Proprio come ho raccontato nel mio libro, LA FABBRICA DELLA PAURA.
Non è un complotto, è un fatto.
Ed è la fotografia di una civiltà occidentale alla fine, che, dietro la maschera della tolleranza, sta morendo di ipocrisia.
Una società di cui e per cui vergognarsi ogni giorno di più.

