QUANDO PRESIDENTI MEDIOCRI HANNO ESERCITI POTENTI, IL DISASTRO È DIETRO L’ANGOLO

Da Washington e Tel Aviv, i pixel rossi che rappresentano i raid sulle infrastrutture dell’Iran brillano con una freddezza matematica, roba da film hollywoodiano, ma, fuori da quegli schermi, nelle strade di Erbil, nei corridoi luccicanti di Dubai, nelle ambasciate americane intorno all’Iran, la realtà non profuma di trionfo. Tutt’altro.

Tant’è che Trump appare piuttosto nervoso, usando parole di fuoco contro Gran Bretagna e, soprattutto, la Spagna, per non aver concesso l’uso delle basi sui loro territori.

“Se vogliamo, andiamo lì e le usiamo lo stesso”, ha detto il Tycoon. E “la Spagna non ha una grande leadership”, ha rincarato, dimostrando che the Donald considera grandi solo Netanyahu e altri capaci di compiere crimini, evidentemente.

E dimostrando anche che la NATO è solo un giocattolino che gli USA hanno usato solo ed esclusivamente per imporre la propria dottrina imperiale al mondo intero, usando il Diritto internazionale come carta igienica, dal Kosovo all’Iraq, dalla Libia all’Iran.

Ne ha dette di cose Trump, ma ancora non ha dato una giustificazione credibile all’evidente violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.

La polvere nera che oggi oscura tutto il Medio Oriente non è solo il detrito di una base americana colpita o delle infrastrutture iraniane e libanesi, ma è il risultato di vent’anni di arroganza intellettuale, della convinzione occidentale che la complessità del mondo potesse essere risolta con un algoritmo, un tweet o con la superficialità dei classici politici da bar.

Politici da bar che hanno dato il meglio di sé nelle dichiarazioni delle ultime ore.

Prima ci hanno detto che bisognava disarmare l’atomo iraniano per salvare il futuro, raccontandoci che in pochissimi mesi Teheran sarebbe riuscita a fare ciò che né l’URSS né gli USA avevano realizzato in decenni. Roba da circo mediatico.

Poi, con la velocità di un cambio di scena teatrale, l’obiettivo è diventato la testa del regime, tuttavia, quando le mura non sono crollate al primo squillo di tromba e la popolazione non si è riversata nelle piazze per giustificare l’evidente violazione del Diritto internazionale di USA e Israele, la retorica si è ripiegata sulla difesa dei vicini, poi sulla prevenzione, infine sulla pura reazione ai missili iraniani.

Missili che, però, l’Iran ha lanciato solo in risposta all’aggressione di guerra subita e agli omicidi dei suoi leader.

Lo stesso Marco Rubio ha dichiarato, in conferenza stampa, che “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”.

Di fatto, ha smontato ogni ipotesi di attacco preventivo e dimostra che si è trattato di un’azione studiata e premeditata da parte degli israeliani a cui gli USA si sono sentiti in obbligo di accodarsi.

Forse per distogliere l’attenzione dai file Epstein?

È una regressione comunicativa che fa sembrare la dottrina Bush un capolavoro di coerenza accademica e lo stesso George Bush junior altamente rivalutato rispetto a chi c’è ora. Il che è tutto dire.

Perché Trump, al guinzaglio di quel Bibi che è ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità, non ha affatto liberato il popolo iraniano, di cui gli importa come del meteo di sabato prossimo su Saturno, ma è riuscito a rendere il Medio Oriente instabile come mai nella storia.

E, mentre le cancellerie occidentali discutevano di “conflitti limitati”, l’Iran ha riscritto il codice sorgente della stabilità globale.

IL DOMINO DEL SANGUE E LA FINE DELLE FRONTIERE

Nessuno ha bussato alla porta delle democrazie europee, ma il conflitto è già entrato in salotto.

Non è più la cronaca di un duello tra Stati, ma un’infezione sistemica che corre lungo le dorsali sottomarine e le rotte aeree.

Vedere Cipro, quel frammento di Europa sospeso nel blu, finire nel mirino dei droni partiti dal Libano è lo shock elettrico che avrebbe dovuto svegliare Bruxelles, invece, l’Unione Europea somiglia a un condominio in fiamme dove gli inquilini litigano sul colore dei secchi da usare per riempirli d’acqua.

Emmanuel Macron agita lo spettro di un ombrello nucleare collettivo, cercando di serrare i ranghi di una “legione di volenterosi” che va da Varsavia all’Aja, i soliti guerrafondai da trenino.

È un tentativo disperato di ritrovare una sovranità perduta mentre il baricentro del mondo si sposta violentemente verso est.

In Italia, il silenzio è interrotto solo dal rumore dei passi di chi cerca di giustificare vacanze istituzionali in momenti di crisi atomica, che somigliano a figuracce in mondovisione, con Tajani che fa la figura dello studentello che non ha studiato, davanti ai giornalisti. Una scena imbarazzante, per come il povero ministro non riuscisse a capacitarsi del fatto che gli “amici” israeliani avessero avvisato l’Italia solo mentre i missili erano già in cielo.

Un paradosso sociologico che racconta meglio di mille saggi la crisi della nostra classe dirigente e della credibilità italiana per chi comanda davvero il mondo.

Soprattutto alla luce del fatto che l’opposizione è in coma profondo e non si scorge all’orizzonte nessuno che possa anche solo lontanamente dare la parvenza di uno statista degno di tal nome e capace di proporre alternative credibili a questo governo brancaleonoso.

Siamo trascinati nel fango di una guerra regionale che ha già mangiato le risorse destinate ad altri fronti.

I missili Patriot, che fino a ieri erano la flebo vitale per la resistenza ucraina, oggi vengono consumati a ritmo industriale per proteggere le basi americane nel Golfo, proprio come prevedevo in un articolo di circa un mese fa.

E ogni intercettazione nel deserto è un pezzo di sicurezza europea che evapora.

LO STRETTO DI HORMUZ COME UN INFARTO PER LE NOSTRE ECONOMIE

Quel braccio di mare, che un tempo era una riga blu sulla mappa, ora è una ferita. Il polmone energetico del pianeta è andato in arresto respiratorio e qualcuno ha appena staccato la spina.

Non parliamo di proiezioni statistiche, ma di ciò che accadrà domani mattina al supermercato, alla pompa di benzina, nelle fabbriche che attendono componenti che non arriveranno mai.

Il greggio a 75 dollari è solo l’inizio di una febbre che non scenderà. La globalizzazione, quel sogno di un mercato senza attriti che abbiamo insegnato nelle università per trent’anni, è morta sotto i colpi dei proxy iraniani che ora colpiscono hub finanziari come Dubai.

Il caos non è un semplice effetto collaterale, ma l’arma principale di Teheran. Colpendo l’Oman, il mediatore storico, l’Iran ha bruciato i ponti della diplomazia, costringendo il mondo a guardare dentro l’abisso.

Chi pensava a una guerra lampo di quattro settimane, seguendo i deliri di onnipotenza di Trump, vive in un’allucinazione cognitiva. In Medio Oriente, il tempo non è una linea, ma un cerchio di fuoco che può bruciare per decenni.

L’ETICA DELLA MACCHINA E IL TRADIMENTO DELLA SILICON VALLEY

C’è un aspetto ancora più inquietante in questa carneficina: il ruolo dell’intelligenza artificiale. Mentre i corpi cadono, le macchine calcolano.

È emersa una frattura profonda, quasi una guerra civile etica, nel cuore tecnologico del mondo. Da una parte colossi come OpenAI che firmano patti col Pentagono per coordinare i raid; dall’altra realtà come Anthropic che cercano di opporre un rifiuto morale all’uso bellico dei propri neuroni sintetici, in quella che, non volendo, è stata la più brillante operazione di marketing della storia, tant’è che OpenAi è dovuta correre ai ripari, ma troppo tardi.

Il Pentagono, al di fuori di ogni regola democratica, ignora i bandi presidenziali per continuare a usare simulazioni proibite, convinto che senza l’IA la vittoria sia impossibile.

Stiamo affidando il destino dell’umanità a calcoli che escludono la variabile del dolore, della storia, della dignità, dell’essere umano prima di ogni altra cosa.

È una deumanizzazione della strategia che ci porta verso scenari in cui l’errore di un sensore può scatenare l’intervento inevitabile di giganti come Russia e Cina, pronti a difendere le proprie arterie energetiche ormai polverizzate.

L’ULTIMA CHIAMATA PER LA CIVILTÀ

La storia non ci perdonerà la nostra inerzia. Ogni minuto passato a discutere di “standard internazionali” mentre le ambasciate bruciano e le navi affondano è un tradimento verso le generazioni future.

Ogni minuto a difendere criminali di guerra soltanto perché giocano nella nostra squadra è un missile lanciato sul futuro delle nuove generazioni.

Non abbiamo bisogno di una tregua tecnica, ma di un atto di consapevolezza estrema. O la diplomazia riprende il suo posto, con una forza che superi l’arroganza delle armi, o il mondo che abbiamo costruito cesserà di esistere prima che arrivi l’estate.

Le lacrime di un padre a Gaza e a Teheran sono identiche a quelle di un turista bloccato a Dubai o di un operaio che perderà il lavoro in un’acciaieria dell’Ohio per il blocco delle rotte.

Siamo tutti nodi della stessa rete. Se uno strappo diventa voragine, cadiamo tutti.

È tempo di smettere di applaudire i discorsi bellici dai divani di casa perché la lettura più aulica degli ultimi mesi è stata l’etichetta della birra o l’ultimo articolo di qualche pennivendolo da pale ottocentesche, muli, microchip, senza accorgersi che se ci sono due nazioni che più di tutti hanno violato il Diritto internazionale, quelle sono gli USA e Israele.

È tempo di pretendere un tavolo negoziale che non sia una resa, ma un salvataggio collettivo, per prima cosa dai nostri leader occidentali, dei quali, il meno peggio, non sembra all’altezza.

La gloria tra le macerie è un’illusione per folli che hanno la stessa capacità di comprendere la geopolitica di Trump e von der Leyen, il che, visti gli ultimi anni, è tutto dire.

La realtà, oggi, è solo un cielo nero che attende un raggio di ragione, sopra a leader che l’uso della ragione non la dimostrano da almeno quattro anni.

Perché la guerra in Iran non durerà solo quattro settimane e non sarà indolore. Durerà anni.

Forse in Medio Oriente si placherà prima dell’estate, con esiti tutt’altro che scontati, ma si sposterà nelle stazioni, nelle nostre periferie, nei centri commerciali, perché la partecipazione americana ha risvegliato la sete di vendetta che anima il terrorismo.

E se l’Italia concedesse l’uso delle sue basi, uno dei primi bersagli saremo noi.

E il tempo, come il fumo sopra Teheran, sta rapidamente svanendo.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE IN CENERE E L’INCONGRUENZA AI LIMITI DELLA DEMENZA

La polvere che si è alzata sopra il compound di Teheran non ha affatto il sapore di libertà decantato dal presidente americano, ma sa di cemento polverizzato, carne bruciata e di quel sapore metallico che lascia in gola la voglia di vendetta, di scatenare il terrore ovunque nel mondo.

Mentre i radar di Sigonella tracciano traiettorie invisibili nei cieli del Mediterraneo, l’Occidente si specchia nelle sue contraddizioni, sorridendo a un’immagine che non esiste più.

Ali Khamenei sarebbe morto e, con lui, è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto internazionale che avevamo finto di rispettare per ottant’anni.

Le agenzie di stampa battono ritmi frenetici, parlando di “chirurgia militare” e “attacco preventivo”, ma, sotto le macerie di una scuola di Teheran, diverse bambine non hanno trovato la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria.

Il paradosso è lancinante, poiché si bombarda per togliere il velo alle donne, ma le si restituisce alla terra, chiuse in un sudario di macerie.

Le cancellerie europee applaudono, o meglio, recitano il copione scritto a Mar-a-Lago e Tel Aviv, con quella bava alla bocca tipica di chi sa di non contare nulla, ma vuole apparire dalla parte dei vincitori.

Perché l’Europa è solo una comparsa che ha smarrito le battute e non trova più il copione.

Mentre Madrid, con un sussulto di dignità, sbatte la porta in faccia ai rifornitori americani, l’Italia si riscopre nuda, vuota, insignificante come non mai.

Il nostro Ministro della Difesa è rimasto intrappolato nelle sabbie dorate di Dubai, un turista di lusso in un mondo che brucia, ignorato dagli stessi alleati che chiamiamo “fratelli”, ben lontano dall’essere un ponte tra Trump e l’UE; siamo lo zerbino su cui i giganti si puliscono gli stivali prima di entrare nella stanza dei bottoni. Il “Board of Peace” è un club di guardoni paganti, dove Tajani osserva il disastro finanziando e restando nella propria irrilevanza.

Trump, al guinzaglio di Netanyahu, è ostaggio del criminale di Tel Aviv (criminale per la più alta Corte del Diritto internazionale), tant’è che lo stesso Rubio ha ammesso che gli USA sono stati costretti a partecipare all’aggressione dell’Iran da parte di Israele, che si dimostra vera e unica mente di questo attacco.

E Israele dimostra anche come non sia affatto possibile che quanto avvenuto il 7 ottobre 2023 fosse sfuggito al Mossad, visto il piano e l’organizzazione messi in atto nell’azione che ha portato alla decapitazione del regime iraniano.

Netanyahu e Trump, però, condividono l’ossigeno del nemico, perché, senza un mostro da sbattere in prima pagina, le loro crepe interne diventerebbero voragini.

La guerra non è l’ultima ratio, ma una distrazione suprema. Serve a silenziare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a nascondere i processi e la vicenda dei file Epstein, nonché le crisi economiche, messi sotto il tappeto rosso del patriottismo muscolare.

Se oggi è lecito polverizzare un capo di Stato sovrano perché “se lo meritava”, chi fermerà Pechino quando deciderà che Taiwan ha bisogno della stessa “cura”? O quando Putin volesse fare altrettanto con qualcun altro?

Il diritto internazionale non è un menu alla carta. O è universale o è un paravento per bulli nucleari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, non si vede perché non dovrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino o altri.

Piangiamo per l’Ucraina aggredita, ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da dementi.

Sanzioniamo il tiranno di Mosca, ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti.

In questa schizofrenia etica, in cui il più intelligente sembra Fantozzi alla riscossa, l’Italia si mette l’elmetto della massima allerta, presidiando ventinovemila obiettivi sensibili con la paura di chi sa di aver delegato la propria sicurezza a chi non ha nemmeno la cortesia di avvisarci prima di scatenare l’inferno.

Da oggi, tutto è a rischio: centri abitati vicino alle basi americane, treni, stazioni, centri commerciali, teatri, piazze…

Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta, dietro la trincea “beh, se lo fate voi occidentali…”

Partorisce veleno. Un veleno che scorrerà nelle vene del mondo per i prossimi decenni.

Abbiamo stabilito che la forza bruta è l’unico linguaggio comprensibile, cancellando tribunali e diplomazia con un colpo di spugna zeppa di napalm, spiegando agli altri che dovranno usare la forza per parlare con noi.

Mentre Big Mama e migliaia di connazionali restano bloccati sotto il sibilo dei missili nel Golfo, la politica romana continua a recitare la farsa del “ruolo centrale”, ma la verità ha la voce del silenzio dei telefoni che non hanno squillato a Palazzo Chigi prima dell’attacco.

Siamo spettatori paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto più semplice, e pericoloso, per cui chi ha armi migliori, e il dito sul grilletto, scrive la storia; tutti gli altri, noi compresi, aspettano solo di sapere se saranno i prossimi a finire sui necrologi o lo zerbino su cui i tiranni si puliranno gli scarponi.

Nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo “Terza” non renderebbe l’idea della sua dimensione reale.

IL BRAND TRUMP TRA DECAPITAZIONE CINETICA E TRADIMENTO IDEOLOGICO

Non è la fragranza del trionfo quella che filtra sotto le porte pesanti della Situation Room, ma il sentore acre di un paradigma che si sgretola.

Mentre i monitor al plasma rimandano i frame sgranati di Teheran avvolta dalle fiamme, il mondo assiste a qualcosa di più profondo di un’operazione militare, ma a qualcosa che sembra la vivisezione del brand “America First”.

Donald Trump ha appena premuto il tasto “reset” sulla storia del Medio Oriente, cancellando in una notte di fuoco la Guida Suprema di Ali Khamenei e quarantotto vertici del potere iraniano, ma anche l’illusione di un’America che torna a casa per occuparsi dei propri confini.

E lo fa dopo che i file Epstein hanno svelato un meccanismo perverso e brutale di ricatti internazionali in cui lo stesso nome di Trump compare migliaia di volte e, forse, proprio in quei file si nasconde il motivo per cui il presidente USA ha tradito quelle che erano le sue promesse elettorali e persino la sua filosofia personale degli ultimi anni.

L’ECLISSI DEL PROFETA: IL J’ACCUSE DI TUCKER CARLSON

Sullo schermo di uno smartphone, il volto di Tucker Carlson è una maschera di rughe contratte e incredulità.

La sua voce, solitamente una lama affilata, stavolta vibra di una rabbia scura, quasi funebre. “Disgustoso. Malvagio”.

Queste parole non sono dirette a un nemico straniero, ma all’uomo che Carlson aveva contribuito a trasformare in un’icona pop-populista.

Il tradimento è sociologico prima che politico. Per anni, la base MAGA è stata nutrita con la promessa della fine delle “guerre infinite”, una narrazione costruita sulla cenere dei fallimenti in Iraq e Afghanistan. Ora, quella narrazione giace tra le macerie del compound di Teheran.

Carlson ha criticato aspramente l’attacco all’Iran, celebrando l’ufficio funebre di un’idea di conservatorismo che vedeva nell’interventismo la malattia cronica di Washington.

La frattura è insanabile. Da un lato, il realismo brutale di chi crede che la pace si ottenga solo attraverso la decapitazione totale del nemico; dall’altro, l’isolazionismo identitario che vede in ogni proiettile sparato all’estero un dollaro rubato alla working class dell’Ohio.

L’ARCHITETTURA DEL COLLASSO: QUANDO IL NEOCONSERVATORISMO DIVENTA BRAND

Marco Rubio sorride nell’ombra dei corridoi del Dipartimento di Stato e, in quel sorriso, si legge la rivincita dei “falchi” che tutti davano per estinti.

La comunicazione di Trump è passata da “Make America Great Again” a una sorta di “Make the World Tremble Again”.

È una disintegrazione delle leggi della coerenza di marca. Se il brand Trump fosse una società quotata, questo sarebbe il momento della fusione ostile: l’establishment neoconservatore ha appena acquisito la maggioranza delle azioni della presidenza, usando la forza bruta come moneta di scambio.

L’uccisione anche di Ahmadinejad e dei vertici militari non è solo un atto di guerra, ma è una dichiarazione di marketing geopolitico con cui Trump sta comunicando che la sua imprevedibilità non è più uno scudo difensivo, ma una spada sguainata contro tutto e tutti.

Tuttavia, questa strategia ignora la variabile della “dissonanza cognitiva” della sua base elettorale.

Come può un leader che ha promesso di prosciugare la palude di Washington abbracciare l’agenda di quella stessa palude, che da trent’anni sogna il cambio di regime in Iran?

GEOPOLITICA DEL CAOS: IL PREZZO DEL SANGUE E IL SILENZIO DI DUBAI

Mentre le basi americane in Qatar e Kuwait tremano sotto i colpi dei missili di ritorsione e il cielo di Dubai si illumina di bagliori sinistri sopra la Palm Jumeirah, l’economia dell’intero pianeta trattiene il respiro.

Trump, con la nonchalance di un giocatore d’azzardo che ha già visto le carte dell’avversario, scrolla le spalle davanti allo spettro dello Stretto di Hormuz chiuso. Ma la sociologia della comunicazione ci insegna che la percezione della forza è fragile quanto un cristallo.

L’attacco “Epic Fury” ha prodotto un vuoto di potere che la fisica politica non tollera. Non è solo l’Iran a bruciare, ma è l’ordine regionale che collassa.

La morte di Khamenei crea un martire di proporzioni millenaristiche, un simbolo che nessun drone può incenerire, e il rischio non è solo una guerra regionale, ma la trasformazione degli Stati Uniti in un’entità percepita come puramente distruttrice, priva di quella autorità morale che, pur con tutte le sue ipocrisie, aveva retto l’Occidente per ottant’anni.

IL PUNTO DI NON RITORNO: UN NUOVO DNA AMERICANO

La visione di JD Vance, il vice-presidente dai lineamenti duri che ora sembra un fantasma confinato nelle retrovie, è stata soppiantata dalla logica del Mossad applicata alla scala del Pentagono. Il “mostrato” di questa notte è un mondo dove il dialogo è morto e la forza è l’unico alfabeto conosciuto.

Trump ha scommesso tutto sull’idea che, eliminando i pastori, il gregge iraniano si disperda o si sottometta, ma la storia, quella maestra che gli imprenditori prestati alla politica ignorano, suggerisce che i vuoti di potere in Medio Oriente tendono a riempirsi di mostri ancora più oscuri dei precedenti.

L’America che si era stancata di fare il poliziotto del mondo ha appena sparato il colpo più fragoroso della sua storia, e nel farlo, ha ucciso anche l’anima del movimento che l’aveva riportata al potere.

Non si torna indietro da Teheran. Non si torna indietro dal sangue di un’intera classe dirigente cancellata in un istante.

Il sipario è calato sulla vecchia destra isolazionista, mentre quello che sorge ora è un impero che non cerca più alleati, ma solo spettatori terrorizzati.

Il brand è cambiato. Ora resta da vedere se il mercato globale – e la storia – saranno disposti a pagarne il prezzo o daranno fuoco ai cannoni anche altri imperi, trascinando il mondo verso la più devastante guerra della storia.

ABBIAMO UN AGGREDITO E DUE AGGRESSORI

MENTRE IL MONDO BRUCIA, L’OCCIDENTE SI INCORONA PADRONE DEL NULLA

Teheran sotto le bombe israeliane e americane. Un’azione unilaterale, senza alcun mandato ONU. Un atto terroristico per il Diritto internazionale.

Per quattro anni ci hanno martellato i timpani con “C’è un aggredito e un aggressore”.

Lo hanno urlato nelle piazze, lo hanno cucito sulle bandiere, lo hanno trasformato in sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia globale in nome della morale.

Nelle ultime settimane, ci hanno perfino raccontato che Navalny sarebbe stato ucciso in carcere da Putin, dopo le indagini, quando sono vent’anni che parliamo di Garlasco e di altri casi senza un vero colpevole.

Tutto perché Putin è il nuovo Hitler, secondo la narrazione che ci vuole armati fino ai denti per rispondere all’imminente invasione russa, mentre la Russia è impantanata da quattro anni nel Donbas.

Ma oggi, abbiamo un aggredito, l’Iran, e ben due aggressori: gli Stati Uniti e Israele. Eppure, le rotative dello sdegno sono ferme.

Non ci sono bandiere iraniane sui profili social dei leader europei. Non ci sono pacchetti di sanzioni “devastanti” già in discussione per Washington o Tel Aviv. Non ci sono invii di armi difensive a Teheran.

L’Occidente ha gettato la maschera definitivamente, dopo il complice silenzio per i crimini di guerra di Israele nei confronti dei civili di Gaza; la sovranità nazionale è un valore sacro solo se serve a isolare Mosca, a contenere Pechino o chiunque si ponga davanti ai piani imperialisti di USA e Israele. Chiunque sia solo un fastidioso ostacolo al dominio dei “Padroni del Mondo”.

L’URLO DEI DRONI E IL SILENZIO DEI TELEFONI

Immaginate una metropoli di dodici milioni di abitanti, dove i genitori corrono verso scuole che non esistono più per recuperare figli che forse sono già cenere. Mentre il Pentagono parla di “obiettivi chirurgici”, le immagini che filtrano mostrano palazzi sventrati e scuole femminili ridotte a cumuli di macerie.

È questa la democrazia che stiamo esportando. Una democrazia che bombarda civili per distogliere l’attenzione dagli “Epstein Files” di un Trump che gioca a fare il “Presidente di guerra” per risalire nei sondaggi.

Stiamo assistendo alla privatizzazione della guerra. Gli Stati Uniti usano lo strumento militare come un istinto primordiale, un bullismo geopolitico volto a recidere i gangli vitali della Nuova Via della Seta.

Isolare l’Iran significa colpire i polmoni della Cina, asfissiare l’Eurasia e riaffermare un’egemonia unipolare che il resto del pianeta non è più disposto ad accettare. È un azzardo cinico. Un gioco d’azzardo sulla pelle di novantadue milioni di persone.

E oggi, si spiega anche il perché del rapimento illegale di Maduro, per controllare il petrolio venezuelano in previsione della chiusura dello stretto di Hormuz, che strangolerà imprese e famiglie europee.

IL PARADOSSO DI SPARTA E LA MAIONESE CHE NON IMPAZZISCE

Israele, dal canto suo, persegue il sogno di una “Grande Israele” che controlli militarmente ogni centimetro del Medio Oriente.

Netanyahu, stretto tra i crimini contro l’umanità a Gaza e le tensioni interne, ha bisogno di un incendio perpetuo per non finire i suoi giorni in prigione.

Eppure, c’è un paradosso sociologico che sfugge ai pianificatori di Tel Aviv: il regime di Khamenei era il “nemico perfetto”.

Un nemico utile a compattare l’opinione pubblica, a giustificare lo stato di assedio permanente. Eliminare quel nemico, o trasformare l’Iran in un nuovo Venezuela, significa privare Israele del suo collante identitario.

Inoltre, l’Iran non è l’Iraq. Non è la Libia.

Gli analisti di Limes parlano di “maionese iraniana”. Una stratificazione millenaria di cultura, orgoglio persiano e senso dello Stato che non si separerà con pochi missili Cruise.

Anche chi odia il regime teocratico, oggi si ritrova a odiare ancora di più fa piovere morte dal cielo sopra quartieri residenziali. L’aggressione esterna non produce libertà; produce una solidarietà disperata attorno al simbolo della nazione calpestata.

Perché anche quegli iraniani che volevano una rivoluzione non la vogliono fatta da altri e si compatteranno contro Israele e USA unendosi a chi già era contro.

Gli iraniani non vedranno la morte di Khamenei come una liberazione, ma come l’ennesima aggressione dall’esterno.

Adesso, forse ci sarà un triumvirato alla guida del Paese, ma è difficilissimo che gli iraniani si facciano imporre un “miliziano” dagli americani, men che meno dai nemici di sempre israeliani.

IL PREZZO DEL TRADIMENTO: EUROPA, SVEGLIATI

Mentre noi discutiamo di “diritti delle donne” iraniane, le bombe americane uccidono quelle stesse donne nelle classi dove stavano studiando.

Dove sono i guru del giornalismo che ci parlavano della voglia di libertà di quelle giovani donne, adesso?

È un’ironia tragica che solo un Occidente moralmente fallito può non vedere. Le conseguenze economiche ci travolgeranno: lo Stretto di Hormuz è chiuso, il petrolio schizzerà a cifre insostenibili, le assicurazioni marittime renderanno ogni merce un lusso.

Pagheremo noi, cittadini europei, il prezzo della follia imperiale di Trump e Netanyahu.

Gli Accordi di Abramo sono carta straccia. I Paesi del Golfo, aggrediti per il solo fatto di ospitare basi americane, hanno capito che l’abbraccio di Washington è un abbraccio mortale e abbandoneranno l’America.

La Turchia osserva, cinica e pronta a intervenire per evitare l’ondata migratoria, emergendo come l’unico attore razionale in un teatro di folli.

Non c’è onore in questa operazione, ma solo il riflesso condizionato di un impero in declino che morde perché ha paura del buio.

Quando si smette di distinguere tra giustizia e convenienza, la civiltà è già finita. L’Occidente è morto da quattro anni e USA e Israele stanno definitivamente staccando la spina.

Oggi l’aggressore ha due nomi, ma l’Occidente ha perso la voce. Nessuno riesce più ad articolare nemmeno una lettera dell’”abbiamo un aggredito e un aggressore”, una puttanata geopolitica, da ultimo della classe, trasformata in slogan geniale per chi vede studio, conoscenza e letture come perdite di tempo.

E nel silenzio della nostra complicità, nella ceca ignoranza di molti, USA e Israele legittimano ancora una volta le pretese russe sull’Ucraina, confermandosi gangster del pianeta a cui delle due una: paghi il pizzo o muori.

Ah, non ditelo a Calenda & Friends. Non vorrei rischiassero la vita per andare a protestare a Tel Aviv, poi a Washington, infine a Teheran, sempre dalla parte dei… giusti…?

E pensa che sfigati i pennivendoli della propaganda di casa nostra: non potranno nemmeno scrivere che a guadagnare dai rialzi dei prezzi di gas e petrolio, che ci saranno in seguito alla chiusura di Hormuz, sarà Putin. Perché non possiamo più acquistare dalla Russia, ma dall’America, che ha appena messo le mani sul petrolio venezuelano in un’altra operazione illegale, priva di alcun mandato internazionale.

Ok, ora tutti alle pompe a fare scorte di carburante. Ma con le bandierine di Israele e degli USA, perché la democrazia vale e perché abbiamo un aggredito e un aggr…

Ah, no. Gli aggressori sono due, ma Hollywod, Kallas, von der Leyen, Meloni… ci dicono che sono i buoni.

Quindi?

LA DANZA MACABRA DELLA NUOVA EUROPA

L’aria nei corridoi del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, è rarefatta, satura del profumo di caffè costoso e di una determinazione ai limiti della follia, che somiglia sempre più all’arroganza di hitleriana memoria.

Ursula von der Leyen siede dietro la sua scrivania, un perimetro di potere che la presidente ha da tempo allargato ben oltre i confini tracciati dai trattati di Roma. Ben al di là delle regole democratiche.

La sua voce, quando annuncia quel prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, non ammette repliche. “In un modo o nell’altro”, dice.

Quattro parole dovrebbero far tremare le fondamenta di ogni parlamento nazionale e dovrebbero far nascere un brivido lungo la schiena di chiunque abbia un animo davvero democratico, perché portano in sé il germe di un assolutismo che la nostra memoria storica ha sepolto sotto strati di oblio volontario.

Un assolutismo che riporta l’Europa indietro ai tristi fasti della Germania nazista.

Il meccanismo è quasi geniale nella sua perversione giuridica: usare gli interessi dei beni russi congelati come garanzia. Ma non è l’illegalità del gioco sulla finanza, che darebbe a Mosca il pretesto per bloccare miliardi di dollari e di euro, a preoccupare, ma il metodo.

Di fronte al veto di Budapest, previsto dalle regole democratiche che l’Europa si è imposta per non essere come la Cina, la Russia o la Corea del Nord, la Commissione non cerca più la sintesi democratica, ma la via di fuga procedurale; in pratica, la Commissione vuole imporre la “volontà del capo” sulla “certezza della norma”.

Vuole comportarsi come Cina, Russia e Corea del Nord.

I padri fondatori, uomini che avevano visto le macerie ancora fumanti del 1945, avevano costruito l’Unione sull’unanimità e sui contrappesi democratici con lo scopo di evitare a prescindere ogni possibilità dispotica, perché sapevano che il potere tende all’espansione infinita se non incontra un muro.

Oggi, quel muro viene abbattuto in nome dell’emergenza e Ursula von der Leyen, – e i suoi sostenitori, – è un gravissimo pericolo per la tenuta democratica dell’Europa.

La storia ci insegna che le democrazie non muoiono quasi mai sotto i cingolati di un esercito invasore, ma sbiadiscono poco a poco, si dissolvono a piccole dosi, come un veleno somministrato nel tè della sera.

Ricordate la Repubblica Romana?

Augusto non abolì il Senato; lo rese semplicemente superfluo, svuotandolo di senso mentre ne manteneva i rituali. È esattamente ciò che sta accadendo oggi, perché, se una Commissione può decidere di bypassare le regole sovrane “in un modo o nell’altro” per una causa ritenuta nobile, chi le impedirà di farlo domani per una causa meno limpida?

E quale valore ha la democrazia, se si accende o si spegne a seconda degli umori di chi comanda? Se chi comanda può trasformarsi in dittatore quando gli fa comodo?

Nel frattempo, fuori dalle stanze climatizzate di Bruxelles, il continente respira a fatica.

Dall’avvento di von der Leyen, l’Europa ha perso il suo ruolo di faro della democrazia nel mondo; i costi energetici stanno strangolando le nostre industrie, la de-industrializzazione non è più uno spettro, ma una statistica, insomma, un fallimento dietro l’altro, eppure, la retorica bellicista non accenna a diminuire.

Siamo intrappolati nel paradosso sociologico per cui l’incapacità di negoziare è diventata una virtù morale.

C’è un’ombra lunga che paralizza il pensiero europeo, ed è l’ombra di Adolf Hitler. Ogni volta che si parla di pace con Mosca, il fantasma del 1938 viene evocato come un anatema. Ma si tratta di una sciocchezza, una retorica che trasforma la diplomazia in tradimento e la prudenza in vigliaccheria.

La realtà sul campo è più cinica dei nostri giudizi morali: l’Ucraina sta subendo un collasso demografico senza precedenti, tra migliaia di morti e di invalidi, oltre a un terzo della popolazione fuggita all’estero. Altro che patriottismo e voglia di resistere.

Gli ucraini non vogliono la guerra. Sono i loro capi a volerla, e chi sostiene il partito unico del capo. Visto che l’opposizione è stata, di fatto, bandita e le elezioni sono sospese da almeno un anno.

Stiamo finanziando la sopravvivenza di un fronte militare a spese della sopravvivenza di un popolo.

Una generazione di giovani ucraini viene mandata al macello mentre noi, a migliaia di chilometri di distanza, alziamo le spalle e votiamo risoluzioni scritte tra una pausa pranzo e una doccia calda, stando dietro alle follie di una presidente che non è ancora riuscita ad azzeccarne mezza.

La “Carta di Parigi” del 1990 prometteva una casa comune europea basata sulla sicurezza indivisibile. Quella promessa è stata stracciata. Abbiamo preferito la logica dei blocchi contrapposti alla complessità del dialogo.

E ora, la Commissione europea cerca di consolidare questo fallimento trasformandosi in un direttorio autocratico.

L’Ungheria di Orbán può essere un fastidio politico, ma il diritto di veto è l’ultima difesa contro la dittatura della maggioranza e contro la parola FINE alla democrazia, o peggio, contro la dittatura di una tecnocrazia che non risponde a nessuno. L’ultimo baluardo contro la vittoria del disegno hitleriano.

Guardate bene le immagini dei leader che si abbracciano a favore di camera, intorno a von der Leyen. Dietro quei sorrisi, c’è un vuoto di idee che stanno pagando tutti gli europei, a cominciare dalle aziende spazzate via dalle follie green, alle bollette assurde per le sanzioni “dagli effetti dirompenti” che dovevano piegare Mosca entro dicembre 2022.

Se il coraggio della pace è stato sostituito dalla testardaggine dell’imposizione a ogni costo, allora l’Europa ha smesso di essere un progetto di civiltà per diventare un’agenzia di sanzioni e di guerra.

Non svegliarsi oggi, di fronte al pericolo rappresentato da von der Leyen e da chi approva le sue politiche, significa accettare che la norma sia l’eccezione. Significa ammettere che il “in un modo o in un altro” di Ursula von der Leyen diventi il nuovo codice di condotta del nostro continente.

Significa che Hitler vince, non la guerra, ma imponendo il suo disegno ultimo.

Le dittature non arrivano con il fragore dei tuoni, ma con il fruscio della carta bollata che ignora i trattati.

Arrivano quando i cittadini smettono di chiedere “perché” e iniziano a chiedere “quanto”.

Arrivano quando persino i pennivendoli della propaganda preferiscono parlare di Olimpiadi e di Sanremo piuttosto di dare notizia sull’operato della Commissione, perché imbarazzati da cotanta dimostrazione di nazismo negli atti istituzionali.

La libertà è un muscolo che si atrofizza se non viene usato per dire “no!”.

E oggi, l’Europa ha un disperato bisogno di persone che abbiano il coraggio di dire no a questa deriva, prima che l’ultimo lume della diplomazia si spenga definitivamente, lasciandoci soli in un freddo inverno del diritto.

In un inverno che, se la follia di questa Commissione non troverà un argine democratico, ci porterà a un’era che si studierà il prossimo secolo tra i banchi di scuola, quando Hitler sarà relegato nella Storia moderna e chi ci sta portando al baratro oggi prenderà il suo posto in quella che sarà la nuova Storia contemporanea.

CODICE GIAPPONE. TRA GEOPOLITICA, ALGORITMI E MEMORIA

Cosa lega un appartamento vuoto a Nagoya, i server criptati di un colosso di Redmond e le rotte commerciali contese nel Mar Cinese Meridionale?

Un filo fatto di ostinazione, di regole riscritte e di quel senso del dovere tipicamente nipponico che non accetta la resa, nemmeno di fronte al passare dei decenni o alla prepotenza dei giganti.

IL DOVERE DI NON DIMENTICARE: 22 MILIONI DI YEN PER UNA VERITÀ

A volte la giustizia ha il suono di un bonifico mensile effettuato per ventisei anni consecutivi. Takaba Satoru ha perso la moglie nel 1999, ed è diventato il simbolo vivente di una resistenza psicologica, etica e morale che sfida la logica.

Pagare l’affitto di una scena del crimine per un quarto di secolo, spendendo una fortuna per mantenere intatto quello spazio di dolore, sembrava una follia, ma è stata una scommessa lucida sulla scienza, perché Satoru era convinto che il tempo avrebbe affinato le tecnologie.

La recente cattura della colpevole, un’ex compagna di scuola accecata da un’ossessione per la vittima, chiude un cerchio aperto sotto gli occhi di un bambino di due anni, che, nel frattempo, è diventato uomo.

Perché in Giappone, la perseveranza non è una cosa da poco, ma un pilastro dell’identità.

Satoru ha insegnato a suo figlio – e a tutti noi – che il risultato di un’azione è secondario rispetto alla dignità del tentativo. Un insegnamento, se vogliamo, sentimentale, ma vero, perché dice che non si abbandona il campo finché non è stata fatta luce, a qualunque costo.

LA SOVRANITÀ DIGITALE SOTTO ASSEDIO: IL RAID CONTRO MICROSOFT

Mentre Satoru difendeva la memoria di sua moglie in un appartamento, lo Stato giapponese scendeva in campo per difendere lo spazio virtuale.

Il raid della Fair Trade Commission negli uffici di Microsoft a Tokyo non è soltanto un atto burocratico, ma una dichiarazione di indipendenza tecnologica da parte di una nazione che non vuole più starsene zitta e buona.

L’accusa è aver utilizzato il dominio del software per blindare il mercato del cloud, penalizzando chi sceglie infrastrutture concorrenti attraverso tariffe di licenza discriminatorie.

Un’accusa pesante, in un’epoca in cui i dati sono il nuovo petrolio, perché il Giappone ha deciso di non essere una colonia digitale e l’autorità antitrust nipponica sta dimostrando una muscolarità senza precedenti, colpendo sistematicamente i giganti della Silicon Valley per garantire che il libero mercato non rimanga un concetto teorico sacrificato sull’altare degli algoritmi proprietari.

La strategia del Giappone afferma che la tecnologia deve servire il sistema Paese, non viceversa.

IL GELO DIPLOMATICO E LA GUERRA DEI “DUAL-USE”

Se ci spostiamo lungo l’asse Tokyo-Pechino, lo scenario si fa ancora più teso.

La decisione del Ministero del Commercio cinese di inserire quaranta pilastri dell’industria giapponese – da Subaru a Mitsubishi – in una lista di controllo per l’export è un colpo di fioretto che mira alla catena di approvvigionamento.

Pechino utilizza lo spauracchio della “sicurezza nazionale” e del “duplice uso” civile-militare, per rispondere al riarmo voluto dalla premier Sanae Takaichi.

Politichese, direbbe qualcuno, ma somiglia a delle spinte pericolose sul bordo dell’abisso.

Il Giappone punta a installare missili terra-aria a pochi chilometri da Taiwan entro il 2030 e la Cina risponde con la burocrazia doganale, sapendo di avere in mano la carta delle terre rare; in buona sostanza, non siamo ancora al blocco totale, ma queste “scaramucce” politiche sono i prodromi di una riconfigurazione geoeconomica che potrebbe cambiare il volto dell’Asia Orientale, poiché la Premier Takaichi sta portando il Paese verso una postura militare assertiva, rompendo tabù decennali e accettando il rischio di un isolamento commerciale parziale.

UNA VISIONE D’INSIEME: IL GIAPPONE CHE NON SI PIEGA

Cosa unisce, dunque, questi tre frammenti di attualità?

La risposta è Gaman (pazienza e perseveranza).

C’è il Gaman individuale di un padre che aspetta ventisei anni per un test del DNA, quello istituzionale di un’Authority che sfida i monopoli americani, e c’è il Gaman geopolitico di una nazione che accetta lo scontro con il suo principale partner commerciale pur di non arretrare sulla propria sicurezza strategica.

Il Giappone del 2026 è un laboratorio a cielo aperto, un Paese che sta imparando a dire “no” sia agli alleati ingombranti che ai vicini minacciosi, cercando una via d’uscita tra l’eredità del passato e le incognite di un futuro multipolare.

Non è un percorso privo di ombre o di costi economici altissimi, ma è l’unica strada possibile per una nazione che ha deciso di non lasciare che sia il tempo – o il mercato – a decidere il proprio destino.

IL QUARTO ANNO DI UNA GUERRA SENZA RITORNO. TRA FALLIMENTI E ALTRI FALLIMENTI

Il vento soffia ancora gelido tra le macerie di Mykolaiv, portando con sé l’odore metallico del tritolo e quello dolciastro del fumo stantio.

Ormai, la guerra in Ucraina è scivolata, quasi per inerzia, nel suo quinto anno di vita, trasformandosi in una creatura nuova, deforme e imprevedibile. Il 24 febbraio scorso, infatti, è stato il quarto anniversario di un conflitto che si poteva evitare, ma che interessi economici e geopolitici hanno voluto fortemente.

Una guerra che non è più solo una questione di trincee e fango, ma un mosaico asimmetrico dove la verità è la prima vittima di una propaganda che non cerca neanche più di convincere, ma solo di stordire.

Sotto la superficie dei comunicati ufficiali, si muovono correnti sotterranee di spionaggio, disperazione rassegnata e un riassetto geopolitico che sta riscrivendo le regole del mondo.

Quattro anni di guerra, dunque. Una guerra che la Russia aveva immaginato rapida come un lampo, perché non aveva considerato l’intervento delle armi NATO e anche di vari reparti militari e d’intelligence, indispensabili per utilizzarle al meglio.

Quattro anni di balle della propaganda occidentale, di notizie che davano Putin spacciato per quattro tipologie di cancro e Mosca al tappeto entro Natale 2022 per le sanzioni occidentali dagli effetti dirompenti. Poi la Russia era al tappeto nel 2023, in virtù della poderosa controffensiva ucraina.

Ancora, nel 2024, il rublo era carta straccia. I russi smontavano microchip dagli elettrodomestici ucraini perché non avevano più soldi per acquistarli. Gli stessi russi che cavalcavano muli perché i mezzi blindati erano stati tutti distrutti dagli ucraini.

I medesimi russi che morivano al ritmo di 1000 al giorno, cioè oltre 1,2 milioni di morti dall’inizio del conflitto, che significa l’intero esercito di Mosca ai dati del 2022.

Quattro anni di barzellette e sciocchezze megagalattiche spacciate per giornalismo. Perché non conta più informare, ma costruire narrazioni che siano marketing per chi comanda.

IL FRONTE DEL LOGORAMENTO E IL MIRAGGIO DELLA RICONQUISTA

Sulla carta, i numeri danzano come ombre cinesi. Il generale Syrskyi annuncia la riconquista di 400 chilometri quadrati nel sud, un dato che fluttua con una rapidità sospetta, passando dai 200 ai 300 in poche ore di intervallo comunicativo.

Ma la realtà del campo, quella analizzata dal generale italiano Maurizio Boni, parla una lingua meno entusiasta: «la Russia ha sistematicamente neutralizzato gran parte del potenziale bellico di Kiev.

L’Ucraina soffre di una penuria cronica di carne e acciaio. Non bastano i droni, non bastano le munizioni mandate con il contagocce dall’Occidente se manca l’ossigeno del personale pronto al fronte. La mobilitazione forzata, diventata ormai una caccia all’uomo nelle città, racconta la frattura interna di una società che, pur non volendo cedere, sente il peso insopportabile della realtà.»

ASIMMETRIA: QUANDO IL TERRORISMO DIVENTA STRATEGIA

Quando la forza bruta delle armate si arena, il conflitto muta pelle.

La guerra diventa anche attentati, come quelli alle stazioni di servizio a Mykolaiv e come le esplosioni a Leopoli, sintomi di una guerra asimmetrica dove l’obiettivo è ledere la stabilità emotiva del nemico.

Ma il gioco si fa ancora più sporco, perché aleggia il sospetto di operazioni “false flag” sull’esplosione alla stazione ferroviaria di Mosca. È un classico della sociologia della comunicazione in tempo di guerra: creare un martire interno per giustificare l’escalation esterna.

La Russia ha bisogno di dipingere l’Ucraina come un’entità terroristica agli occhi della propria opinione pubblica per alimentare la macchina del consenso. È una danza macabra di specchi e di inganni, dove ci sono più inganni che specchi da ambo le parti.

IL TAVOLO DELLA PACE E IL DECLINO DEL SOGNO LIBERALE

Mentre a Kiev si organizzano i “blackout parties”, una risposta sociologicamente affascinante, quasi di riscossa giovanile, dove si balla al buio per non morire di malinconia, nelle stanze del potere mondiale il paradigma sta cambiando.

Lo “Spirito di Anchorage” o il fantomatico “Board of Peace”, invocato da colossi come BlackRock ed Elon Musk, suggeriscono che l’idealismo democratico sta cedendo il passo al realismo.

Marco Rubio, a Davos, ha infranto l’illusione della “fine della storia”, l’idea che il mondo intero sarebbe diventato un’unica democrazia liberale regolata dal commercio. Un’idea morta sotto i colpi dei mortai.

L’Occidente, oggi, si riscopre vulnerabile e frammentato, con un’Europa che cerca disperatamente in Zelensky un’ancora di salvezza, mentre la NATO, guidata dai sussurri di Washington, inizia a guardare oltre, verso un equilibrio che potrebbe sacrificare territori sull’altare della stabilità energetica, per cui 27 è un numero di paesi che potrebbe essere minore prossimamente.

SPIONAGGIO E TRADIMENTO: LE RADICI NEL CUORE DELL’EUROPA

La guerra non è più confinata al Donbass, ma è arrivata a Stoccarda, dove tre cittadini ucraini siedono sul banco degli imputati con l’accusa di spionaggio per conto di Mosca.

È un paradosso sociologico: il nemico che recluta tra le fila dei figli della vittima, ammesso che non sia l’ennesima propaganda come le prime notizie sul danneggiamento del NordStream, attribuito alla Russia, mentre poi si è scoperto causato dall’Ucraina.

La Polonia arresta bielorussi pronti a sabotare le ferrovie, ma è la stessa Polonia che gridava ai droni e ai missili russi, che posi si sono rivelati ucraini o problemi elettromagnetici.

La Germania si scopre terreno di caccia per i servizi russi e questo “satanismo collettivo”, come lo definisce con toni millenaristici il ministro Lavrov, è la narrazione russa per deumanizzare l’avversario, ma dietro la retorica spirituale si nasconde una fredda strategia economica: colpire le infrastrutture di trasporto tedesche significa colpire il cuore del supporto logistico all’Ucraina.

Anche se non si fanno mai considerazioni sui popoli europei, che, ormai da diversi mesi, si esprimono sempre più veementemente contro l’ulteriore invio di armi in Ucraina e per un’attività diplomatica più intensa. Un aspetto glissato dalla propaganda, ma con cui dovranno fare i conti i paesi che si avvicinano alle campagne elettorali per i cambi di legislature.

UNA GUERRA SENZA USCITA DI SICUREZZA

La pace non è un’opzione sul tavolo, ma un termine abusato per guadagnare tempo, perché gli unici che davvero la vogliono sono gli ucraini, sia quelli che temono di essere strappati dai marciapiedi per andare a morire al fronte, sia quelli fuggiti all’estero per salvarsi.

L’Ucraina chiede garanzie legali di difesa agli Stati Uniti, ma Washington sa che un impegno “nero su bianco” significherebbe la Terza Guerra Mondiale, la prima nucleare, nonché l’ultima della “razza” umana. Specie mi sembra eccessivo per ciò che siamo diventati.

Così, si continua a navigare a vista, tra una raffineria russa che brucia sotto i colpi di un drone ucraino e un’architettura di sicurezza europea che scricchiola sotto il peso di interessi divergenti.

Il quarto anno di guerra, appena concluso, conferma che il mondo che conoscevamo prima di quel febbraio 2022 non tornerà.

Siamo figli di un’era anomica, dove il ruggito delle armi è solo il rumore di fondo di un riassetto globale di cui non conosciamo ancora il prezzo finale. Un’era in cui, come ci raccontano i file Epstein, viviamo in una bolla in cui non esistono santi, ma tantissimi demoni.

Intanto, nelle cantine di Kiev, si continua a ballare tra un allarme aereo e l’altro, aspettando un’alba che sembra non arrivare mai.

IL CREPUSCOLO DI BRUXELLES, TRA L’OFFENSIVA DEL DRAGONE E IL SOGNO BELLICO TEDESCO

Il silenzio è il suono più assordante che si possa ascoltare oggi lungo il Reno.

Non è il rumore dei progressi, ma quello di un’invasione senza spari. Sulle banchine dei porti europei, migliaia di automobili cinesi dalle scocche lucide, con loghi BYD che brillano sotto una pioggia grigia, attendono di essere sdoganate.

È un dato di fatto, non un’opinione: i produttori orientali hanno ufficialmente spezzato l’osso del collo al nucleo industriale più importante dell’Unione Europea; proprio mentre i nostri politici discutono di normative, la Cina costruisce i sogni dei nostri figli, vendendoceli con uno sconto del trenta per cento.

L’Europa è una vettura impantanata nel fango della sua follia decisionale, e, proprio ora che il mondo è diventato un groviglio di ricatti sulle necessità primarie, siamo diventati il teatro di un paradosso dove il transito energetico pesa più dei trattati firmati a Versailles.

In questo scenario, in cui la diplomazia è trattata come una bestemmia in una chiesa, la Germania ha deciso di smettere i panni della formica austera per indossare quelli del generale, con la proposta di un’Europa a due velocità.

Un club d’élite, una “Serie A” guidata da Berlino e Parigi, con l’Italia, la Spagna, i Paesi Bassi e una Polonia che però, nelle nebbie della diplomazia, viene spesso confusa o scambiata per partner meno solida.

Ed è qui che si avverte il cortocircuito analitico dei nostri tempi, per cui c’è chi elenca partner come se fossero pedine su una scacchiera stabile, ignorando che in luoghi come la Romania o la Bulgaria, la democrazia è un algoritmo instabile, capace di annullare elezioni e arrestare vincitori pur di compiacere le autocrazie burocratiche di Bruxelles.

Berlino non propone questa scissione per generosità, ma per sopravvivenza: con un debito pubblico sostenibile e i Bund che restano l’ultima ancora di salvezza per il risparmio continentale, la Germania sta mettendo sul piatto l’unica merce di scambio che le è rimasta, costituita dalla forza bruta.

La crisi industriale tedesca è così profonda che Berlino deve necessariamente puntare sul militare per riconvertire la sua economia. Il sogno di Friedrich Merz non è solo quello di un esercito comune, ma di una Germania che torna ad armarsi, che guarda al nucleare, che ringhia verso la Russia. È un’immagine che fa tremare i polsi a chi ancora ricorda il Novecento, eppure nessuno osa alzare la voce.

Al centro di questo uragano, c’è l’Italia di Giorgia Meloni. La Premier si muove come un’equilibrista su un filo sottile teso tra Washington e Berlino: è stata a rimorchio di Biden, ora attende di capire come posizionarsi rispetto a Trump, cercando di conservare quegli ultimi scampoli di sovranità che Bruxelles chiede quotidianamente in sacrificio.

Ma quale sovranità si può difendere se il tuo partner principale, la Germania, decide di centralizzare la gestione dei risparmi e degli investimenti per finanziare le proprie fabbriche d’armi?

Stiamo costruendo un’Europa federale sotto la leadership teutonica, accettando una Serie B per tutti i paesi che non sapranno adeguarsi al ritmo della militarizzazione. Il rischio è che, mentre noi ridisegniamo i trattati tra un veto e l’altro, il mondo si sia già spostato altrove.

L’India e la Cina non bussano più alla porta: l’hanno già sfondata. Siamo il continente della trasformazione che ha smesso di trasformare, il museo di un’epoca che non ha saputo proteggere i propri marchi né i propri confini ideali.

La sintesi finale è amara e ci racconta di un’Unione Europea, così come l’abbiamo conosciuta, che è finita nei fatti. Restano i nomi, restano le bandiere blu con le stelle gialle, ma il cuore dell’industria e della diplomazia autonoma ha smesso di battere. Al loro posto, sta nascendo un mostro freddo fatto di debito comune, arsenali atomici e geopolitica del sospetto.

Chi non corre alla velocità di Berlino è destinato a essere l’osservatore passivo di un tramonto che non abbiamo avuto il coraggio di evitare.

Con la speranza che l’alba del mondo non ci faccia fare un tuffo indietro di un secolo, a quel riarmo che un nel Novecento portò alla Prima e poi alla Seconda Guerra mondiale.

IL CARTONGESSO E I VELENI DEL POTERE. EPSTEIN, SERVIZI SEGRETI E PERSONAGGI NOTI

L’indice di Jeffrey Epstein picchiava contro il muro della sua villa sulla 71ª Strada, a Manhattan.

Un colpo secco, nocca contro lo strato superficiale della pittura. Il suono che ne scaturiva non era il sordo rimbombo della pietra o del legno massiccio che ci si aspetterebbe da una dimora da cento milioni di dollari, ma il lamento vuoto del cartongesso.

“È tutto finto”, sussurrava il finanziere ai suoi ospiti sbalorditi. “Tutto finto”.

In quella confessione sussurrata tra le mura della casa privata più grande di New York, si nascondeva l’intera follia del caso Epstein, una scenografia monumentale costruita per nascondere il vuoto morale e il ricatto come normalità del potere occidentale. E non solo occidentale.

IL PARASSITA E IL RE DEL RETAIL

Per decenni, il mondo ha guardato a Jeffrey Epstein come a un oracolo della finanza, un uomo capace di generare ricchezza dal nulla attraverso algoritmi segreti, ma la realtà emersa dai tre milioni di pagine dei documenti recentemente desecretati, è molto più banale e, per questo, più sinistra.

Epstein non era un genio dei mercati. Era un parassita d’alto bordo.

La sua intera fortuna era un’estensione del portafoglio di Leslie Wexner, il patron di Victoria’s Secret.

Epstein non gestiva fondi, ma gestiva l’uomo. Aveva compreso che Wexner era abitato da un’inquietudine perenne, uno spirito maligno che lui chiamava “The Book”.

Sfruttando questa vulnerabilità psicologica, Epstein ottenne un potere di firma assoluto sulle finanze del miliardario, autoproclamandosi compensi da capogiro e usando il nome di Wexner come un grimaldello per scardinare le porte delle banche d’affari e dei salotti della Silicon Valley.

Era la sociologia del “capitale sociale” trasformata in arma da assedio, perché, una volta entrato grazie a un nome credibile, Epstein apriva un sentiero sicuro da cui passavano gli altri. Tutti gli altri, senza distinzione di orientamento politico, di religione, di nazionalità.

Nel suo “club” esclusivo, si “giocava” con bambini e si sognava il futuro: acquisizioni, leggi, pandemie, guerre.

SPECCHI PARALLELI: IL DUELLO DI PALM BEACH

Donald Trump e Jeffrey Epstein erano due facce della stessa medaglia, coniata nell’oro di New York degli anni ’80. Condividevano tutto: la brama di visibilità, il disprezzo per le regole e una visione della donna come pura valuta di scambio. Per oltre dieci anni sono stati “migliori amici”.

La loro rottura, avvenuta nel 2004, non ebbe nulla di etico. Fu una questione di centimetri e mattoni. Epstein aveva offerto 36 milioni di dollari per una villa a Palm Beach; Trump, con un rilancio da 40 milioni, gli soffiò l’affare da sotto il naso.

Nulla ferisce un narcisista quanto essere battuto sul terreno del prestigio immobiliare. Da quel momento, le traiettorie si separarono, ma le radici rimasero intrecciate nel fango, come testimoniano i file odierni, che citano Trump oltre cinquemila volte.

Sebbene non vi siano prove di reati sessuali verificati a suo carico in questi documenti, l’ombra del “Lolita Express”, il jet su cui viaggiavano minorenni reclutate con la promessa di trecento dollari per un “massaggio”, rimane il convitato di pietra della sua carriera politica.

La differenza tra i due è il finale: uno è diventato presidente degli USA, l’altro è finito con un lenzuolo intorno al collo.

L’AMBASCIATORE DEL DISONORE

Mentre a New York si tessevano trame finanziarie, oltreoceano il potere assumeva le forme della decadenza reale.

L’arresto di Andrea Mountbatten-Windsor è un terremoto violentissimo che scuote Buckingham Palace. Non si parla solo di condotte esecrabili con minori, ma di qualcosa che scuote le fondamenta della sicurezza nazionale britannica: l’abuso d’ufficio.

Tra il 2010 e il 2011, Andrea avrebbe condiviso documenti riservati su viaggi d’affari e investimenti in Afghanistan con Epstein.

Il principe era diventato un asset, una fonte di informazioni privilegiate per un uomo che si muoveva con la disinvoltura di un agente sotto copertura tra il Mossad israeliano e l’élite del Cremlino.

Epstein non era necessariamente una spia nel senso cinematografico del termine, ma piuttosto un “collezionista di compromessi”. Sapeva che un segreto di stato o un video proibito valevano più di qualsiasi titolo di Wall Street.

La risposta di Re Carlo III, un comunicato gelido che spoglia il fratello di ogni titolo e lo cita con il nome civile, è l’ultimo tentativo di una monarchia millenaria di amputare un arto in cancrena per salvare il corpo della Corona.

LA TEMPESTA PERFETTA NELLA CELLA 9

Il 10 agosto 2019, Jeffrey Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione.

Eppure, la storia ci insegna che il caso non esiste quando si intersecano così tanti interessi globali. Quella notte, le telecamere si guastarono. Le guardie, in preda a una narcolessia sospetta, dormirono per ore, falsificando poi i registri.

Epstein, un detenuto ad altissimo rischio che aveva già tentato il suicidio settimane prima, fu lasciato solo.

È stata definita dal Dipartimento di Giustizia come una “tempesta perfetta di fallimenti”.

Ma per chi conosce i meccanismi della comunicazione, quella tempesta sembra piuttosto una nebbia calata ad arte, un piano definito nei minimi dettagli. Un piano troppo perfetto per definirlo solo una serie infinita di circostanze sfortunate.

Ghislaine Maxwell, la figlia del tycoon Robert Maxwell e chiave d’accesso di Epstein all’aristocrazia europea, ha dichiarato dal carcere di non credere al suicidio, così come le vittime sono convinte: “Era troppo narcisista per uccidersi”, dicono.

Inoltre, sembra davvero strano il suo presunto suicidio, perché un uomo che aveva costruito un impero sul ricatto non avrebbe mai lasciato il tavolo da gioco senza calare tutti gli assi che aveva nella manica.

IL SISTEMA CHE SI PROTEGGE

Oggi, gli “Epstein Files” ci vengono consegnati dal Dipartimento di Giustizia come un pasto preconfezionato, pieno di omissis e barre nere.

Perché rilasciarli ora, in questo modo?

La gestione dei documenti appare come un esercizio di contenimento del danno. Nomi pesanti come Bill Clinton, Bill Gates e persino intellettuali del calibro di Noam Chomsky appaiono nelle liste, creando una cortina fumogena bipartisan che impedisce una reale indignazione politica, perché le persone coinvolte abbracciano ogni schieramento.

Ma se nomi già così importanti sono stati dati in pasto all’opinione pubblica, chi si nasconde dietro le migliaia di omissis? Cosa dirigono? Di quali nazionalità sono? Qual è è stato il loro ruolo in passato o qual è quello che rivestono oggi, tanto importante da temerne la divulgazione?

Il sistema non sta processando Epstein, ma la propria capacità di sopravvivenza. Jeffrey Epstein aveva capito che il potere non è fatto di cemento armato, ma di quel cartongesso su cui bussava ridendo.

È un’impalcatura cava, sostenuta da segreti condivisi e debolezze da sfruttare quando serve.

Finché non avremo il coraggio di abbattere quel muro e guardare cosa c’è dietro la finzione, continueremo a vivere nella scenografia che un predatore ha costruito per noi, ascoltando il suono vuoto di una giustizia che arriva sempre troppo tardi.

E sempre con troppi nomi cancellati.

Perché cancellarli?

L’unico motivo che viene in mente è che siano persone tra le più influenti e note, altrimenti non si spiegherebbe.

Voi che dite?

LE VIBRAZIONI DELL’ANIMA E IL RITO DELLA RINASCITA A CREMONA

di Redazione TZ

Le corde di un violino non vibrano mai solo per lo scorrere dell’archetto.

A Cremona, all’interno degli eleganti spazi di Gabetti Arte, il violino di Daniela Fusha ha squarciato il silenzio come un bisturi di seta. Un regalo inatteso, un dialogo potentissimo tra sorelle: Daniela, con l’archetto in mano, e Viola, con le sue opere alle pareti.

La violinista Daniela Fusha

Il vernissage di AMARE si è aperto così, con un momento di pura poesia che ha trasformato un evento mondano in un esperimento sociologico sulla connessione umana.

La Prof.ssa Daniela Belloni e il Dott. Pasquale Di Matteo non hanno semplicemente allestito una mostra, ma hanno convocato dodici testimoni di una trasformazione necessaria, capaci di sviscerare il nostro tempo per raccontarcelo attraverso i loro linguaggi espressivi.

Daniela Belloni e Pasquale Di Matteo

L’ARCHITETTURA DI UN’URGENZA: OLTRE IL SENTIMENTALISMO

Viviamo in un’epoca di rumore, dove la comunicazione è spesso un guscio vuoto.

Pasquale Di Matteo, però, ribalta il paradigma. In questo contesto, l’arte non è decorazione, ma “strumento geopolitico dell’anima”.

Il suo metodo di crescita personale e di comunicazione, il KINSAISEI (Rinascita d’oro), trasfigura il trauma in linea di forza, in quella che non è un’idea astratta, bensì la proiezione della sua stessa parabola umana: dalla catena di montaggio alla scoperta del Giappone, dalla malattia alla comprensione che le crepe non sono fallimenti, ma varchi per la conoscenza.

Dodici artisti, dodici stadi di una ricostruzione interiore che sfida la gravità dell’apatia contemporanea.

MATERIA E MEMORIA: IL CORPO DELLA TERRA

La mostra “Amare, l’essenza della vita”, dopo la sorpresa del violino di Daniela Fusha, si è aperta con un’introduzione della Prof.ssa Daniela Belloni, che ha sottolineato la presenza di artisti provenienti da diversi territori europei, persino dall’Irlanda.

Belloni ha ricordato le bellezze offerte dalla città di Cremona, le eccellenze storiche e architettoniche, e ha ringraziato Gabetti per l’attenzione all’arte in un momento in cui il settore artistico non gode di buona salute.

Poi il Dott. Di Matteo ha esordito con una provocazione. Con la schiettezza di chi ha barattato ventiquattr’anni di catena di montaggio con la libertà di pensare, ha liquidato il ruolo del critico tradizionale come un “pessimo mestiere” se ridotto a fredda analisi tecnica.

Per lui, un vernissage non è un’esposizione, ma una “scossa” necessaria contro l’apatia di un presente troppo spesso muto.

Di Matteo ha tenuto una vera e propria lezione del suo metodo Kinsaisei, quello che, in soli sette anni, lo ha portato dall’essere un anonimo operaio della bassa Pianura Padana a laureato e rappresentante di una società culturale giapponese.

Di Matteo ha sottolineato l’urgenza comunicativa dove l’arte funge da strumento geopolitico dell’anima, perché la comunicazione è un medicinale strategico, una prescrizione per l’esistenza capace di mappare la salute dello spirito proprio lì, dove la materia ha accettato di rompersi per smettere di essere oggetto e farsi, finalmente, testimonianza.

Per farsi comprendere, Di Matteo ha sottolineato la differenza tra Van Gogh e Warhol.

Quest’ultimo non era il più bravo pittore della sua generazione, eppure, ha dominato il mercato, la cultura pop, la storia dell’arte del Novecento, e i più pensano persino che abbia inventato la Pop Art, quando a inventarla fu Richard Hamilton, ma in quanti lo conoscono o ne hanno anche solo sentito parlare?

La differenza tra i due era in ciò che Warhol faceva intorno ai quadri e che Hamilton non fece.

La Factory, lo studio aperto a tutti, il teatro della produzione artistica come spettacolo pubblico. Ancora di più, le dichiarazioni provocatorie progettate per finire sui giornali.

Stessa verifica possiamo farla tra Georges Braque e Pablo Picasso, che avevano entrambi un livello tecnico elevato e una visione condivisa.

Tuttavia, oggi Picasso vale miliardi all’asta. Braque non fa notizia.

Perché Picasso costruì una narrazione. Era un personaggio della cultura europea del Novecento e ogni aspetto della sua vita privata diventava parte del brand.

“Chiunque costruisca valore senza costruire la narrazione di quel valore si trova nella posizione di Van Gogh: un genio che non riesce a pagare l’affitto” ha detto Di Matteo.

La narrativa è parte del lavoro, è la parte che permette al lavoro di arrivare alle persone giuste, al prezzo giusto, nel momento giusto.

Poi Di Matteo ha presentato i dodici protagonisti della mostra.

Franca Formis. Pasquale Di Matteo ha sottolineato la raffinata eleganza dei suoi colori e il tema ricorrente delle barche, che non parlano solo di solitudine, ma rappresentano sia un punto di arrivo che di partenza, un viaggio che può essere felice o tribolato. La sedia a sdraio di una sua opera sembra evocare una presenza invisibile, raccontando una storia d’amore o di una presenza passata.

Laura Suarez. La sua espressione artistica è caratterizzata da una figura femminile ricorrente, che rappresenta un’estroflessione delle emozioni della stessa artista. Il suo è un percorso di vita con un aspetto meditativo che ricorda la cultura orientale. Utilizza gessetti a olio che creano un effetto di vibrazione cromatica e movimento, mantenendo una coerenza nel discorso artistico.

Roberta Lodi Rizzini. La peculiarità della sua arte è l’uso del blu meditativo, colore dell’inconscio. Le sue opere, popolate da vortici, pianeti e sfere, sono un’esaltazione dell’universo e invitano l’osservatore a riflettere sulla propria vita, ricordandoci la nostra piccolezza rispetto all’immensità del cosmo.

Simona Sarao. La sua arte nasce dal bisogno viscerale di raccontarsi, andando oltre la superficie delle cose. Il suo linguaggio si sta evolvendo verso l’astratto, dove trova un’armonia cromatica per narrare un’ascesa spirituale, simboleggiata spesso dal colore oro, con cui cerca di ricondurre la materia allo spirito.

Viola Fusha. Di Matteo loda la sua ottima mano e il suo discorso sull’ascesi e l’evoluzione. Nelle sue opere si trovano simboli come la porta, l’albero della vita e la scala che sale, che rappresentano la memoria, i ricordi e il vissuto dell’artista o di persone a lei care. Utilizza colori vivaci che trasmettono una forte carica emotiva.

Chiara Menetti. Esponendo per la prima volta a Cremona, colpisce per il senso di movimento e l’armonia cromatica. Rappresenta animali, come le carpe che danzano per mostrare che la vita e l’amore non sono esclusive umane. Lo sfondo nelle sue opere appare come un’estensione dei soggetti stessi, in un linguaggio fresco, capace di svolazzi poetici che strizzano l’occhio all’Urban Art.

Teresa Tonelli. La sua arte è caratterizzata da una potenza materica grezza e dalla sperimentazione con diversi supporti. Nelle sue opere, corpi che si abbracciano emergono da colori che richiamano la terra (valori familiari e morali). L’attenzione non è sul realismo del tratto, ma sulla forza dell’abbraccio e del desiderio, integrando anche elementi affettivi come i pizzi della nonna.

Laura Mancarella. Condivide con la Tonelli l’attenzione per la materia e il graffio nel colore alla ricerca della luce. La luce è fondamentale perché coinvolge direttamente l’osservatore. I suoi astratti sono dimensioni parallele dove i colori rappresentano sentimenti: marrone per la terra, oro per l’ascesa, bianco per il cambiamento e blu per la meditazione. Opere che sono dimensioni da vivere, sentire ed esplorare.

Attilio Zanangeli. Possiede un linguaggio molto riconoscibile che congiunge terra e cielo. Le sue figure umane sono stilizzate, simili a punti esclamativi con arti in movimento, e rappresentano l’intero percorso della vita umana, dalla nascita al radicamento nella famiglia fino alla tensione verso l’infinito, con le farfalle dorate che rappresentano la parte spirituale.

Giovanni Cataldi. Pittore e scultore dal linguaggio peculiare. Nei quadri utilizza un movimento “a nastro” che simboleggia lo srotolarsi dei sentimenti e la coreografia della vita. Usa neri profondi per dare impatto e far risaltare gli altri colori. Ha realizzato anche una scultura simbolica (con delle scarpette rosse in omaggio all’installazione di Elina Chauvet) contro la violenza sulle donne, di grande potenza concettuale.

Danielle Dorrington. Si dedica alla raffigurazione di icone, come Sinead O’Connor o Bono, dimostrando una grande manualità realista e una capacità di usare il colore per creare immagini che sembrano fermi immagine di film del passato. Il suo obiettivo è catturare la passione e l’espressione del soggetto in quel preciso momento.

Maria Grazia Nolli. Integra la sua passione per la poesia nelle opere visive. Utilizza guizzi cromatici scuri su sfondi blu meditativi, creando l’effetto di una “pioggia dell’anima” o dei sentimenti. Le figure geometriche concentriche cercano di dare un ordine al caos interiore, in altre opere dagli sfondi marroni, trasformando la sua arte in un racconto poetico e ordinato di una situazione vitale.

UNA MAPPA DELLA SALUTE SPIRITUALE

Non si esce uguali da ciò che si attraversa.

Questo è il monito che rimane sospeso tra le pareti di Gabetti Arte, durante il vernissage di AMARE, che non è una mostra di opere d’arte, ma una prescrizione medica per lo spirito, per il benessere dell’anima.

In un sistema economico e sociale che mercifica perfino l’ingegno, l’operazione di Belloni e Di Matteo restituisce all’artista il ruolo di sciamano moderno, di filosofo e narratore del nostro tempo, in quella che sembra una sfida lanciata al pubblico, chiara e potente: non cercate risposte immediate, ma cercate la vostra “crepa dorata”, quell’imperfezione sulla superficie delle cose per cogliere la verità e l’essenza.

Perché la rinascita necessita di amore, di coraggio e di verità.

La mostra sarà visitabile fino al 7 marzo, negli orari e nei giorni indicati sulla locandina sottostante.

La pagina sulla mostra, che, durante i prossimi giorni, sarà aggiornata con foto dal vernissage, degli artisti e altro ancora: Pagina Mostra Amare.