IL CARTONGESSO E I VELENI DEL POTERE. EPSTEIN, SERVIZI SEGRETI E PERSONAGGI NOTI

L’indice di Jeffrey Epstein picchiava contro il muro della sua villa sulla 71ª Strada, a Manhattan.

Un colpo secco, nocca contro lo strato superficiale della pittura. Il suono che ne scaturiva non era il sordo rimbombo della pietra o del legno massiccio che ci si aspetterebbe da una dimora da cento milioni di dollari, ma il lamento vuoto del cartongesso.

“È tutto finto”, sussurrava il finanziere ai suoi ospiti sbalorditi. “Tutto finto”.

In quella confessione sussurrata tra le mura della casa privata più grande di New York, si nascondeva l’intera follia del caso Epstein, una scenografia monumentale costruita per nascondere il vuoto morale e il ricatto come normalità del potere occidentale. E non solo occidentale.

IL PARASSITA E IL RE DEL RETAIL

Per decenni, il mondo ha guardato a Jeffrey Epstein come a un oracolo della finanza, un uomo capace di generare ricchezza dal nulla attraverso algoritmi segreti, ma la realtà emersa dai tre milioni di pagine dei documenti recentemente desecretati, è molto più banale e, per questo, più sinistra.

Epstein non era un genio dei mercati. Era un parassita d’alto bordo.

La sua intera fortuna era un’estensione del portafoglio di Leslie Wexner, il patron di Victoria’s Secret.

Epstein non gestiva fondi, ma gestiva l’uomo. Aveva compreso che Wexner era abitato da un’inquietudine perenne, uno spirito maligno che lui chiamava “The Book”.

Sfruttando questa vulnerabilità psicologica, Epstein ottenne un potere di firma assoluto sulle finanze del miliardario, autoproclamandosi compensi da capogiro e usando il nome di Wexner come un grimaldello per scardinare le porte delle banche d’affari e dei salotti della Silicon Valley.

Era la sociologia del “capitale sociale” trasformata in arma da assedio, perché, una volta entrato grazie a un nome credibile, Epstein apriva un sentiero sicuro da cui passavano gli altri.

SPECCHI PARALLELI: IL DUELLO DI PALM BEACH

Donald Trump e Jeffrey Epstein erano due facce della stessa medaglia, coniata nell’oro di New York degli anni ’80. Condividevano tutto: la brama di visibilità, il disprezzo per le regole e una visione della donna come pura valuta di scambio.

Per oltre dieci anni sono stati “migliori amici”.

La loro rottura, avvenuta nel 2004, non ebbe nulla di etico. Fu una questione di centimetri e mattoni. Epstein aveva offerto 36 milioni di dollari per una villa a Palm Beach; Trump, con un rilancio da 40 milioni, gli soffiò l’affare da sotto il naso.

Nulla ferisce un narcisista quanto essere battuto sul terreno del prestigio immobiliare. Da quel momento, le traiettorie si separarono, ma le radici rimasero intrecciate nel fango; i file odierni citano Trump oltre cinquemila volte.

Sebbene non vi siano prove di reati sessuali verificati a suo carico in questi documenti, l’ombra del “Lolita Express”, il jet su cui viaggiavano minorenni reclutate con la promessa di trecento dollari per un “massaggio”, rimane il convitato di pietra della sua carriera politica.

La differenza tra i due è il finale: uno è diventato presidente degli USA, l’altro è finito con un lenzuolo intorno al collo.

L’AMBASCIATORE DEL DISONORE

Mentre a New York si tessevano trame finanziarie, oltreoceano il potere assumeva le forme della decadenza reale.

L’arresto di Andrea Mountbatten-Windsor è un terremoto violentissimo che scuote Buckingham Palace. Non si parla solo di condotte esecrabili con minori, ma di qualcosa che scuote le fondamenta della sicurezza nazionale britannica: l’abuso d’ufficio.

Tra il 2010 e il 2011, Andrea avrebbe condiviso documenti riservati su viaggi d’affari e investimenti in Afghanistan con Epstein.

Il principe era diventato un asset, una fonte di informazioni privilegiate per un uomo che si muoveva con la disinvoltura di un agente sotto copertura tra il Mossad israeliano e l’élite del Cremlino.

Epstein non era necessariamente una spia nel senso cinematografico del termine, ma piuttosto un “collezionista di compromessi”. Sapeva che un segreto di stato o un video proibito valevano più di qualsiasi titolo di Wall Street.

La risposta di Re Carlo III, un comunicato gelido che spoglia il fratello di ogni titolo e lo cita con il nome civile, è l’ultimo tentativo di una monarchia millenaria di amputare un arto in cancrena per salvare il corpo della Corona.

LA TEMPESTA PERFETTA NELLA CELLA 9

Il 10 agosto 2019, Jeffrey Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione.

Eppure, la storia ci insegna che il caso non esiste quando si intersecano così tanti interessi globali. Quella notte, le telecamere si guastarono. Le guardie, in preda a una narcolessia sospetta, dormirono per ore, falsificando poi i registri.

Epstein, un detenuto ad altissimo rischio che aveva già tentato il suicidio settimane prima, fu lasciato solo.

È stata definita dal Dipartimento di Giustizia come una “tempesta perfetta di fallimenti”.

Ma per chi conosce i meccanismi della comunicazione, quella tempesta sembra piuttosto una nebbia calata ad arte, un piano definito nei minimi dettagli.

Ghislaine Maxwell, la figlia del tycoon Robert Maxwell e chiave d’accesso di Epstein all’aristocrazia europea, ha dichiarato dal carcere di non credere al suicidio, così come le vittime sono convinte: “Era troppo narcisista per uccidersi”, dicono.

Inoltre, sembra davvero strano, perché un uomo che aveva costruito un impero sul ricatto non avrebbe mai lasciato il tavolo da gioco senza calare l’ultima carta.

IL SISTEMA CHE SI PROTEGGE

Oggi, gli “Epstein Files” ci vengono consegnati dal Dipartimento di Giustizia come un pasto preconfezionato, pieno di omissis e barre nere.

Perché rilasciarli ora, in questo modo?

La gestione dei documenti appare come un esercizio di contenimento del danno. Nomi pesanti come Bill Clinton, Bill Gates e persino intellettuali del calibro di Noam Chomsky appaiono nelle liste, creando una cortina fumogena bipartisan che impedisce una reale indignazione politica, perché le persone coinvolte abbraccerebbero ogni schieramento.

Il sistema non sta processando Epstein, ma la propria capacità di sopravvivenza. Jeffrey Epstein aveva capito che il potere non è fatto di cemento armato, ma di quel cartongesso su cui bussava ridendo.

È un’impalcatura cava, sostenuta da segreti condivisi e debolezze da sfruttare quando serve.

Finché non avremo il coraggio di abbattere quel muro e guardare cosa c’è dietro la finzione, continueremo a vivere nella scenografia che un predatore ha costruito per noi, ascoltando il suono vuoto di una giustizia che arriva sempre troppo tardi.

E sempre con troppi nomi cancellati.

Perché cancellarli?

L’unico motivo che viene in mente è che siano persone tra le più influenti e note, altrimenti non si spiegherebbe.

Voi che dite?

LE VIBRAZIONI DELL’ANIMA E IL RITO DELLA RINASCITA A CREMONA

di Redazione TZ

Le corde di un violino non vibrano mai solo per lo scorrere dell’archetto.

A Cremona, all’interno degli eleganti spazi di Gabetti Arte, il violino di Daniela Fusha ha squarciato il silenzio come un bisturi di seta. Un regalo inatteso, un dialogo potentissimo tra sorelle: Daniela, con l’archetto in mano, e Viola, con le sue opere alle pareti.

La violinista Daniela Fusha

Il vernissage di AMARE si è aperto così, con un momento di pura poesia che ha trasformato un evento mondano in un esperimento sociologico sulla connessione umana.

La Prof.ssa Daniela Belloni e il Dott. Pasquale Di Matteo non hanno semplicemente allestito una mostra, ma hanno convocato dodici testimoni di una trasformazione necessaria, capaci di sviscerare il nostro tempo per raccontarcelo attraverso i loro linguaggi espressivi.

Daniela Belloni e Pasquale Di Matteo

L’ARCHITETTURA DI UN’URGENZA: OLTRE IL SENTIMENTALISMO

Viviamo in un’epoca di rumore, dove la comunicazione è spesso un guscio vuoto.

Pasquale Di Matteo, però, ribalta il paradigma. In questo contesto, l’arte non è decorazione, ma “strumento geopolitico dell’anima”.

Il suo metodo di crescita personale e di comunicazione, il KINSAISEI (Rinascita d’oro), trasfigura il trauma in linea di forza, in quella che non è un’idea astratta, bensì la proiezione della sua stessa parabola umana: dalla catena di montaggio alla scoperta del Giappone, dalla malattia alla comprensione che le crepe non sono fallimenti, ma varchi per la conoscenza.

Dodici artisti, dodici stadi di una ricostruzione interiore che sfida la gravità dell’apatia contemporanea.

MATERIA E MEMORIA: IL CORPO DELLA TERRA

La mostra “Amare, l’essenza della vita”, dopo la sorpresa del violino di Daniela Fusha, si è aperta con un’introduzione della Prof.ssa Daniela Belloni, che ha sottolineato la presenza di artisti provenienti da diversi territori europei, persino dall’Irlanda.

Belloni ha ricordato le bellezze offerte dalla città di Cremona, le eccellenze storiche e architettoniche, e ha ringraziato Gabetti per l’attenzione all’arte in un momento in cui il settore artistico non gode di buona salute.

Poi il Dott. Di Matteo ha esordito con una provocazione. Con la schiettezza di chi ha barattato ventiquattr’anni di catena di montaggio con la libertà di pensare, ha liquidato il ruolo del critico tradizionale come un “pessimo mestiere” se ridotto a fredda analisi tecnica.

Per lui, un vernissage non è un’esposizione, ma una “scossa” necessaria contro l’apatia di un presente troppo spesso muto.

Di Matteo ha tenuto una vera e propria lezione del suo metodo Kinsaisei, quello che, in soli sette anni, lo ha portato dall’essere un anonimo operaio della bassa Pianura Padana a laureato e rappresentante di una società culturale giapponese.

Di Matteo ha sottolineato l’urgenza comunicativa dove l’arte funge da strumento geopolitico dell’anima, perché la comunicazione è un medicinale strategico, una prescrizione per l’esistenza capace di mappare la salute dello spirito proprio lì, dove la materia ha accettato di rompersi per smettere di essere oggetto e farsi, finalmente, testimonianza.

Per farsi comprendere, Di Matteo ha sottolineato la differenza tra Van Gogh e Warhol.

Quest’ultimo non era il più bravo pittore della sua generazione, eppure, ha dominato il mercato, la cultura pop, la storia dell’arte del Novecento, e i più pensano persino che abbia inventato la Pop Art, quando a inventarla fu Richard Hamilton, ma in quanti lo conoscono o ne hanno anche solo sentito parlare?

La differenza tra i due era in ciò che Warhol faceva intorno ai quadri e che Hamilton non fece.

La Factory, lo studio aperto a tutti, il teatro della produzione artistica come spettacolo pubblico. Ancora di più, le dichiarazioni provocatorie progettate per finire sui giornali.

Stessa verifica possiamo farla tra Georges Braque e Pablo Picasso, che avevano entrambi un livello tecnico elevato e una visione condivisa.

Tuttavia, oggi Picasso vale miliardi all’asta. Braque non fa notizia.

Perché Picasso costruì una narrazione. Era un personaggio della cultura europea del Novecento e ogni aspetto della sua vita privata diventava parte del brand.

“Chiunque costruisca valore senza costruire la narrazione di quel valore si trova nella posizione di Van Gogh: un genio che non riesce a pagare l’affitto” ha detto Di Matteo.

La narrativa è parte del lavoro, è la parte che permette al lavoro di arrivare alle persone giuste, al prezzo giusto, nel momento giusto.

Poi Di Matteo ha presentato i dodici protagonisti della mostra.

Franca Formis. Pasquale Di Matteo ha sottolineato la raffinata eleganza dei suoi colori e il tema ricorrente delle barche, che non parlano solo di solitudine, ma rappresentano sia un punto di arrivo che di partenza, un viaggio che può essere felice o tribolato. La sedia a sdraio di una sua opera sembra evocare una presenza invisibile, raccontando una storia d’amore o di una presenza passata.

Laura Suarez. La sua espressione artistica è caratterizzata da una figura femminile ricorrente, che rappresenta un’estroflessione delle emozioni della stessa artista. Il suo è un percorso di vita con un aspetto meditativo che ricorda la cultura orientale. Utilizza gessetti a olio che creano un effetto di vibrazione cromatica e movimento, mantenendo una coerenza nel discorso artistico.

Roberta Lodi Rizzini. La peculiarità della sua arte è l’uso del blu meditativo, colore dell’inconscio. Le sue opere, popolate da vortici, pianeti e sfere, sono un’esaltazione dell’universo e invitano l’osservatore a riflettere sulla propria vita, ricordandoci la nostra piccolezza rispetto all’immensità del cosmo.

Simona Sarao. La sua arte nasce dal bisogno viscerale di raccontarsi, andando oltre la superficie delle cose. Il suo linguaggio si sta evolvendo verso l’astratto, dove trova un’armonia cromatica per narrare un’ascesa spirituale, simboleggiata spesso dal colore oro, con cui cerca di ricondurre la materia allo spirito.

Viola Fusha. Di Matteo loda la sua ottima mano e il suo discorso sull’ascesi e l’evoluzione. Nelle sue opere si trovano simboli come la porta, l’albero della vita e la scala che sale, che rappresentano la memoria, i ricordi e il vissuto dell’artista o di persone a lei care. Utilizza colori vivaci che trasmettono una forte carica emotiva.

Chiara Menetti. Esponendo per la prima volta a Cremona, colpisce per il senso di movimento e l’armonia cromatica. Rappresenta animali, come le carpe che danzano per mostrare che la vita e l’amore non sono esclusive umane. Lo sfondo nelle sue opere appare come un’estensione dei soggetti stessi, in un linguaggio fresco, capace di svolazzi poetici che strizzano l’occhio all’Urban Art.

Teresa Tonelli. La sua arte è caratterizzata da una potenza materica grezza e dalla sperimentazione con diversi supporti. Nelle sue opere, corpi che si abbracciano emergono da colori che richiamano la terra (valori familiari e morali). L’attenzione non è sul realismo del tratto, ma sulla forza dell’abbraccio e del desiderio, integrando anche elementi affettivi come i pizzi della nonna.

Laura Mancarella. Condivide con la Tonelli l’attenzione per la materia e il graffio nel colore alla ricerca della luce. La luce è fondamentale perché coinvolge direttamente l’osservatore. I suoi astratti sono dimensioni parallele dove i colori rappresentano sentimenti: marrone per la terra, oro per l’ascesa, bianco per il cambiamento e blu per la meditazione. Opere che sono dimensioni da vivere, sentire ed esplorare.

Attilio Zanangeli. Possiede un linguaggio molto riconoscibile che congiunge terra e cielo. Le sue figure umane sono stilizzate, simili a punti esclamativi con arti in movimento, e rappresentano l’intero percorso della vita umana, dalla nascita al radicamento nella famiglia fino alla tensione verso l’infinito, con le farfalle dorate che rappresentano la parte spirituale.

Giovanni Cataldi. Pittore e scultore dal linguaggio peculiare. Nei quadri utilizza un movimento “a nastro” che simboleggia lo srotolarsi dei sentimenti e la coreografia della vita. Usa neri profondi per dare impatto e far risaltare gli altri colori. Ha realizzato anche una scultura simbolica (con delle scarpette rosse in omaggio all’installazione di Elina Chauvet) contro la violenza sulle donne, di grande potenza concettuale.

Danielle Dorrington. Si dedica alla raffigurazione di icone, come Sinead O’Connor o Bono, dimostrando una grande manualità realista e una capacità di usare il colore per creare immagini che sembrano fermi immagine di film del passato. Il suo obiettivo è catturare la passione e l’espressione del soggetto in quel preciso momento.

Maria Grazia Nolli. Integra la sua passione per la poesia nelle opere visive. Utilizza guizzi cromatici scuri su sfondi blu meditativi, creando l’effetto di una “pioggia dell’anima” o dei sentimenti. Le figure geometriche concentriche cercano di dare un ordine al caos interiore, in altre opere dagli sfondi marroni, trasformando la sua arte in un racconto poetico e ordinato di una situazione vitale.

UNA MAPPA DELLA SALUTE SPIRITUALE

Non si esce uguali da ciò che si attraversa.

Questo è il monito che rimane sospeso tra le pareti di Gabetti Arte, durante il vernissage di AMARE, che non è una mostra di opere d’arte, ma una prescrizione medica per lo spirito, per il benessere dell’anima.

In un sistema economico e sociale che mercifica perfino l’ingegno, l’operazione di Belloni e Di Matteo restituisce all’artista il ruolo di sciamano moderno, di filosofo e narratore del nostro tempo, in quella che sembra una sfida lanciata al pubblico, chiara e potente: non cercate risposte immediate, ma cercate la vostra “crepa dorata”, quell’imperfezione sulla superficie delle cose per cogliere la verità e l’essenza.

Perché la rinascita necessita di amore, di coraggio e di verità.

La mostra sarà visitabile fino al 7 marzo, negli orari e nei giorni indicati sulla locandina sottostante.

La pagina sulla mostra, che, durante i prossimi giorni, sarà aggiornata con foto dal vernissage, degli artisti e altro ancora: Pagina Mostra Amare.

IL RICATTO DI KIEV E IL PARADOSSO DI UN’EUROPA OSTAGGIO

Mentre ci riempiono gli occhi con le immagini dalle Olimpiadi invernali, il fumo acre delle trincee del Donbass distilla una nuova forma di diplomazia.

Volodymyr Zelensky non chiede più. Esige.

Lo fa con la postura di chi sa che il collasso del suo fronte sarebbe il collasso di un intero castello di carte continentale.

A Bruxelles, il termine “adesione” non è più un processo burocratico, ma un’arma impropria brandita dal leader ucraino per ottenere una data certa, un timbro di legittimità che funga da scudo umano contro le incertezze del domani.

DRUZHBA, L’OLEODOTTO DELLA DISCORDIA

Mentre i droni russi solcano i cieli, un’altra guerra, più silenziosa e fredda, corre lungo i tubi d’acciaio dell’oleodotto Druzhba. L’Ucraina ha stretto i rubinetti.

Ufficialmente sono “danni da bombardamento”, ma tra le nebbie di Budapest e Bratislava il sospetto è un acido che corrode ogni residuo di solidarietà.

Viktor Orbán e Robert Fico osservano le riparazioni fantasma. Fico, forte delle conferme dei suoi servizi segreti, punta l’indice contro Kiev: i lavori sono finiti, ma il greggio non scorre. È un ricatto politico, puro e semplice. È la punizione per chi osa sussurrare la parola “dialogo” in un coro che ammette solo il fragore dei cannoni.

La risposta slovacca è un ultimatum elettrico, perché, se il petrolio non fluisce verso ovest, l’elettricità smetterà di illuminare Kiev.

In questo gioco di specchi, la sicurezza energetica di due nazioni sovrane viene sacrificata sull’altare di una fedeltà bellica che non ammette sfumature, in quella che possiamo definire la sociologia del terrore.

IL PARADOSSO DELLE ARMI: FINANZIARE IL PROPRIO FORNITORE

L’economia di guerra ucraina sta riscrivendo i manuali del capitalismo geopolitico. L’Europa riversa miliardi per costruire l’industria bellica di Kiev, trasformando il paese in una gigantesca officina di droni e alta tecnologia. Ma stiamo pagando per sviluppare armi che l’Ucraina, una volta raggiunta l’autosufficienza, ci rivenderà a prezzo di mercato.

Finanziamo oggi i nostri futuri fornitori, pagando due volte lo stesso proiettile. È un cortocircuito economico che vede le potenze europee, Polonia e Paesi Baltici in testa, correre verso un riarmo frenetico, spronate da una Varsavia che bacchetta l’indolenza di Roma, Parigi e Madrid.

“Spende troppo poco chi vuole essere rispettato dagli Stati Uniti”, dicono, con la voce del vassallaggio che si traveste da virtù militare.

LE OMBRE DI KIEV: MICROSPIE E DISERZIONI

Dietro l’iconografia del leader indomito, l’Ucraina ribolle di contraddizioni interne. Le agenzie anti-corruzione, NABU e SAPO, nate sotto l’egida europea, si trovano nel mirino: microspie negli appartamenti degli investigatori, droni che ronzano sopra le procure, insomma, minacce su minacce.

Il potere esecutivo tenta di addomesticare chi dovrebbe sorvegliare l’uso dei miliardi occidentali, in quella nazione in cui la democrazia è sospesa perché Zelensky nega le elezioni, bollandole come un complotto del Cremlino per sostituirlo.

Ma il dissenso non è solo politico; è fisico.

Fonti tedesche parlano di diserzioni continue nelle fila dell’esercito ucraino. Migliaia di uomini si sono volatilizzati, stanchi di essere ingranaggi in una macchina che promette ancora anni e anni di guerra.

Ad aggiungere pepe al disastro dell’Ucraina di Zelensky si aggiungono le voci rotte dei mercenari colombiani, attirati dal miraggio del denaro, ma ritrovatisi gettati in “missioni suicide”, senza paga, e senza gloria.

È l’umanità che urla sotto la superficie della propaganda occidentale, sotto la superficie degli articoli dei pennivendoli da quattro soldi che ci hanno raccontato di pale, muli, sanzioni dirompenti, e che hanno l’ardire di definirsi giornalisti.

LA REALTÀ DELLE MAPPE CONTRO LA RETORICA DEL FRONTE

Zelensky dichiara ai media francesi di aver liberato 300 chilometri quadrati. Una cifra tonda, eroica, ma che si scontra con il silenzio imbarazzato degli analisti indipendenti che lo osservano attoniti, perché pensavano di ascoltare Churchill e, invece, si sono trovati a un comizio di Fantozzi.

Perché la verità è ben diversa.

Le mappe dell’ISW e di DeepState raccontano un’avanzata russa lenta, metodica, inesorabile, specialmente verso i nodi nevralgici come Pokrovsk. La controffensiva ucraina è un fantasma di cui molti parlano, ma di cui non c’è traccia. Come non ce ne sono mai state per quella del 2023 che doveva cambiare le sorti del conflitto. Come non ce ne sono più da un pezzo dei famosi F16 né del battaglione entrato in territorio russo, quello che parlava l’inglese perfetto.

Il presidente ucraino ora punta al bersaglio grosso, in un’ultima disperata mossa: truppe europee e della NATO in prima linea.

Non più solo istruttori, ma soldati pronti a morire al fianco di quegli ucraini che non disertano. È il passo finale verso l’abisso, la trasformazione di un conflitto regionale in un’apocalisse mondiale.

Mentre l’FMI prepara l’ennesimo prestito da otto miliardi, ci si chiede quanto ancora l’Europa potrà permettersi di finanziare una guerra che ha orizzonti decennali e un costo umano che non conosce più valuta.

Un costo umano che rischia di rendere cadaveri anche me, te che stai leggendo, i tuoi figli, fratelli e nipoti.

Siamo seduti su una polveriera di debiti, ricatti energetici e menzogne dei vari buffoni della politica che si agitano nei talk show a favore di un comico travestito da Churchill per convenienza americana, di von der Leyen e di qualche leader europeo che, se la guerra in Ucraina finisse, dovrebbe scappare dall’ira dei propri elettori.

Zelensky lo sa. Ed è per questo che continua a scommettere, convinto che l’Europa non avrà mai il coraggio di passare la mano.

Almeno fino a quando avranno voce von der Leyen, Macron, la pletora dei pennivendoli della propaganda e quei politucoli da strapazzo, anche di casa nostra, quelli intorno al 4%, che si atteggiano da grandi conoscitori della storia, ma che dopo due frasi, chiunque abbia studiato geopolitica e relazioni internazionali capisce ce di storia sono più ignoranti di una capra menomata mentale.

Con tutto il rispetto per le capre, naturalmente.

L’ANATOMIA DEL CROLLO AMERICANO E IL NUOVO CAOS MONDIALE

Il silenzio che precede il crollo è sempre disturbato dai crepitii delle strutture che cedono, come graffi sulla parete rocciosa di uno scalatore che si arrampica.

Per capire il mondo e la geopolitica, un mio insegnante all’università diceva che bisogna guardare le mappe come fossero referti medici.

E le mappe di oggi presentano un mondo in stato di shock. Gli ultimi venticinque anni, dal 2000 a oggi, non sono stati una lenta discesa, ma un precipizio. Quello a cui stiamo assistendo non è il declino di un impero, ma il suo crollo fragoroso.

Esiste una legge fisica, quasi brutale nella sua semplicità: più un impero è vasto, più la sua implosione è accelerata. E oggi, il muro portante del sistema mondo sta venendo giù, trascinando con sé ogni nostra residua certezza.

L’AMERICA CONTRO SE STESSA: QUANDO IL SOGNO DIVENTA AUTOPSIA

Nelle case del Midwest o nei caffè di Washington, si respira un’aria pesante, la stessa che si respira nelle stanze di una famiglia che non si parla più.

L’America è una chiesa che ha smarrito il suo catechismo. Per un secolo, la sua missione è stata “redimere il mondo”, un’ispirazione quasi religiosa che univa lo Stato e il popolo. Oggi, quella missione è cenere.

Quando il 70% di una popolazione smette di credere nel proprio “sogno”, la nazione cessa di esistere come entità collettiva e restano solo individui, tribù feroci che si guardano con sospetto.

Oggi, per la classe dirigente che sta scalando il potere – pensate alla dottrina di Trump o alla prosa cruda di JD Vance – il pericolo non viene da Mosca o da Pechino, ma è “l’altro” americano.

È una frattura sociologica che rende impossibile gestire un impero globale, perché non puoi governare il mondo se non sai più chi sei quando ti guardi allo specchio. Quella che sta nascendo è una sorta di monarchia plutocratica non costituzionale, dove il comando si concentra in un solo uomo, non per diritto divino, ma per disperazione collettiva.

LA TALASSOCRAZIA INCRINATA: IL MARE NON È PIÙ UN’AUTOSTRADA AMERICANA

L’impero americano è nato sul mare. Chi controlla le rotte, controlla la borsa della spesa del pianeta.

Ma guardate gli stretti, i gangli vitali del commercio: Malacca, Suez, Panama, Bab el-Mandeb. Sono febbricitanti. Il controllo americano è contestato, eroso, in alcuni punti evaporato ai danni della Cina.

È un paradosso che grida vendetta: la superpotenza che si pensava invincibile, oggi deve comprare fregate dall’Italia perché non è più in grado di produrre tecnologia bellica marittima al ritmo necessario.

Mentre l’Atlantico e il Pacifico diventano spazi d’incertezza, gli occhi del potere si spostano verso il Grande Nord. L’Artico è la nuova terra promessa, non per i suoi ghiacci, ma per ciò che nasconde e per le rotte che accorcia.

Dieci giorni in meno di navigazione tra Cina ed Europa significano miliardi di dollari. L’intelligenza artificiale, che divora energia e ha bisogno di acqua gelida per i suoi data center, trova lassù il suo habitat ideale. La geopolitica del futuro non profuma di spezie, ma ha il sapore metallico dei server e il gelo delle rotte polari.

IL MASSACRO DELLA RAGIONE IN UCRAINA E GAZA

I conflitti attuali sono le metastasi di questo crollo. In Ucraina, la Russia sta giocando una partita contro il tempo, non contro i chilometri quadrati. L’obiettivo di Putin è polverizzare il morale di una nazione che sta scomparendo demograficamente. È un suicidio assistito di un popolo: da 52 milioni a meno di 20. La terra resta, ma chi la abiterà?

E poi c’è il Levante. Il “7 ottobre” ha squarciato il velo sull’illusione di Israele. Netanyahu insegue una “vittoria totale” che è un miraggio teologico, non un obiettivo militare. Israele sta combattendo su sette fronti, ma il fronte più pericoloso è quello interno, dove tribù incompatibili di laici, ultraortodossi, arabi, si contendono l’anima dello Stato.

L’idea di “tagliare l’erba”, ovvero contenere il terrore con operazioni periodiche, è fallita tragicamente. Ora resta solo la terra bruciata, mentre l’ipotesi di uno Stato palestinese annega in una geografia di insediamenti e odio che non si può spegnere. Non con le politiche folli e criminali di Netanyahu.

IL TENTATIVO DISPERATO DI TRUMP

Sarà per tutto questo che Trump sta tentando il possibile per salvare l’impero americano e sta partendo proprio dal dollaro.

La Cina ha dichiarato tempo fa la sua battaglia al dollaro. Ecco perché, nelle ultime ore, è trapelata la notizia di un gruppo di lavoro tra USA e Russia per il ritorno della Russia al dollaro.

Un colpo da maestro per Trump, che metterebbe la Cina in una posizione di stallo.

La Russia ha bisogno di uscire dalla morsa delle sanzioni, ma soprattutto ha bisogno di non diventare una succursale della Cina, perché Mosca vuole tornare a recitare un ruolo di primo piano nel mondo e non può farlo se dipende da Pechino.

Per approfondire questa notizia, ti lascio il link in calce a questo articolo.

IL MONITO ALL’ITALIA: SVEGLIARSI IN UN MARE CHIUSO

In tutto questo, dove siamo noi?

L’Italia è un molo proteso nel Mediterraneo che si comporta come se fosse un’isola sicura nel centro del Pacifico. Siamo una nazione marittima che ha dimenticato il mare.

Se Suez chiude, se il Mar Rosso diventa una zona proibita, l’Italia soffoca. Eppure, la nostra politica preferisce perdersi in minuscole polemiche da cortile, trasformando la tragedia della storia in una farsa da talk-show, con politici che parlano di guerra e di paci giuste come un bimbominchia il sabato sera dopo troppi Jack Daniel’s.

Dobbiamo recuperare il senso della realtà. – Anche studiare storia e geopolitica non guasterebbe, ma accontentiamoci del senso della realtà.

La rivoluzione geopolitica mondiale non aspetta i nostri comodi e se ne frega di cosa pensino Calenda, Meloni, Renzi, Tajani… sì quello del Diritto che conta, ma solo fino a un certo punto.

Non è un dibattito accademico. Non è più tempo per il politichese e altre cazzate.

È un uragano che sta cambiando la temperatura del mondo e, delle due, una: o impariamo a navigare in questo mare instabile, riconoscendo i pericoli per quello che sono, senza isterie e tifo da stadio, ma con lucida fermezza e voglia di compromessi, o finiremo travolti dalle macerie di un impero che, cadendo, non farà sconti a nessuno.

La storia è tornata, ed è ferocemente affamata.

Il problema è che, con la politica italiana in perenne campagna elettorale e con quella europea dietro alle follie belliciste, noi siamo una pietanza succulenta.

Punti d’intesa tra USA e Russia, con Putin che offre a Trump il ritorno al dollaro.

In cambio di cosa?

Leggilo qui: IL VALZER DEL DIAVOLO

L’ANNO DELLO SCOSCENDIMENTO

Il Giappone dopo l’8 febbraio: il potere totale e la solitudine della scelta

La luce al neon dell’insegna del combini sfarfalla per un istante, poi si spegne.

Sono le undici di sera a Osaka, e la città sembra trattenere il respiro.

Dentro il piccolo supermercato aperto ventiquattr’ore, un uomo sulla settantina conta meticolosamente le monete prima di acquistare una confezione di onigiri.

Fuori, due ragazzi sui vent’anni fumano appoggiati a un parcheggio per biciclette, gli smartphone che illuminano i loro volti come maschere.

L’uomo paga, esce, e i ragazzi non lo guardano. Lui non guarda loro. Tre generazioni, stessa città, stesso tempo che scorre. Eppure vivono in Giapponi diversi.

Anche se il Giappone è lo stesso. E, dopo il voto dell’8 febbraio, è cambiato per sempre.

A Nagatacho, nel cuore politico di Tokyo, Sanae Takaichi ha appena chiuso gli ultimi colloqui. I numeri sono definitivi. Il Partito Liberal Democratico ha conquistato 317 seggi alla Camera bassa. I due terzi dell’assemblea. La maggioranza qualificata. Il potere assoluto.

Quella stessa maggioranza che fino a tre mesi fa sembrava un miraggio oggi racconta il suo successo.

IL NUMERO CHE CAMBIA TUTTO

Riavvolgiamo il nastro. Ottobre 2024: elezioni anticipate, coalizione PLD-Ishin ferma a 199 seggi, opposizione frammentata ma combattiva, primo governo donna costretto a negoziare ogni provvedimento come un equilibrista su un filo troppo sottile.

Luglio 2025: Camera dei consiglieri, venti seggi sotto la maggioranza. Trattative estenuanti, accordi notturni, veti incrociati. Per la prima volta dal 1955, il PLD scopre cosa significa governare senza la rete di sicurezza dell’egemonia.

Poi l’8 febbraio 2026. Il colpo di scena che gli analisti non avevano previsto, i sondaggisti non avevano misurato, gli oppositori non avevano immaginato.

O, forse, sì. Ma non con queste proporzioni.

Trecentodiciassette seggi.

Non è una vittoria. È un’onda. Uno tsunami silenzioso che travolge tutto ciò che trova sul suo cammino: l’opposizione, i dubbi interni, le voci critiche, le residue incertezze sulla tenuta del governo.

Abbiamo assistito a qualcosa che non accadeva da tempo. L’elettorato giapponese ha preso tutto il malcontento, tutta l’ansia, tutta la paura accumulata in questi anni, e l’ha trasformata in un mandato.

Non so se sia stato un gesto di fiducia o un grido di disperazione.

Forse entrambi.

LA GEOGRAFIA DEL CONSENSO

I numeri, come sempre, mentono se li guardi solo in superficie. La vittoria di Takaichi è schiacciante nei seggi, ma la distribuzione del voto racconta una storia più complessa.

Nelle prefetture rurali del Tohoku, dove l’età media sfiora i sessantacinque anni e i giovani se ne sono andati da tempo, il PLD ha superato il sessanta per cento. In alcune circoscrizioni dell’Hokkaido, ha sfiorato il settanta. Territori che invecchiano, che si spopolano, che guardano al passato come unico orizzonte possibile.

A Tokyo, Osaka, Nagoya, Fukuoka, il consenso si ferma al trentotto, quaranta per cento. Nelle grandi aree metropolitane, nei quartieri dove vivono i giovani, i lavoratori precari, gli stranieri, i creativi, i ribelli, il partito di governo arranca.

Yuki Tanaka è seduto in un piccolo ristorante di ramen a Kameido, quartiere operaio di Tokyo. Trentadue anni, due lavori part-time, un sogno di stabilità che si allontana ogni anno di più.

Di fronte, ha un giornalista a caccia degli umori della gente.

“Io non ho votato PLD”, gli dice Tanaka, mentre mescola distrattamente i noodles. “Ma capisco chi l’ha fatto. Quando hai paura, cerchi qualcuno che sembri non averne.”

L’affluenza nella fascia 18-34 anni è stata del trentotto per cento. Nelle aree rurali ha superato il sessanta. I giovani non si sono mobilitati. Gli anziani sì.

La democrazia giapponese ha parlato con la voce di chi ha più tempo, più paura, più memoria.

LA DONNA CHE NON PUÒ PIÙ SBAGLIARE

Sanae Takaichi compirà 65 anni il prossimo 7 marzo, ha una carriera politica costruita con la determinazione di chi ha dovuto dimostrare il doppio per essere considerata la metà.

È la prima donna a guidare il Giappone. Ora è anche la prima leader dagli anni di Shinzo Abe ad avere il potere di fare quasi tutto ciò che vuole.

Quasi tutto.

Il paradosso del potere assoluto è che toglie ogni alibi. Fino a ieri, Takaichi poteva dire: “La maggioranza è risicata, devo mediare, non posso imporre le riforme necessarie.” Oggi non può più.

Oggi il Giappone la guarda e aspetta.

Ha vinto, ma forse ha vinto in un Paese che non sa cosa vuole diventare.

Può scrivere le leggi che vuole. Può modificare la costituzione se riesce a trovare i numeri per il referendum. Può riarmare il paese.

Può aprire all’immigrazione o chiudere le frontiere. Può tutto.

Ma qualunque cosa scelga, qualcuno urlerà. E quel qualcuno, questa volta, non potrà dare la colpa alla frammentazione del parlamento, ma a lei.

E questo non è un dettaglio da poco.

IL PESO DELLO YEN SULLA PELLE DELLA GENTE

La signora Tanaka prepara il ramen al giornalista a caccia degli umori della gente.

Trent’anni di lavoro, lo stesso bancone, le stesse ricette. Ma i prezzi no, quelli non sono più gli stessi.

“L’anno scorso ho aumentato i prezzi per la prima volta”, gli aveva detto in una visita precedente del giornalista, all’indomani delle turbolenze del 2025. “Mio marito piangeva. Diceva che era un fallimento. Invece era solo sopravvivenza.”

Oggi lo yen è ancora più debole. Il maiale costa di più. La farina costa di più. L’olio costa di più.

I clienti vengono meno. I giovani ordinano il piatto più economico e lo dividono in due.

“Takaichi-san ha vinto”, dice senza alzare lo sguardo dalla pentola. “Bene. Ora faccia qualcosa. Qualunque cosa. Ma la faccia in fretta. Io non so quanto ancora posso resistere.”

Al di là dei proclami della Premier, che avrà modo per trasformarli in realtà, la Banca del Giappone ha rallentato la politica monetaria espansiva, ma il miglioramento promesso non è arrivato o è arrivato troppo lentamente.

I salari reali crescono a singhiozzo, irregolari come il battito cardiaco di un malato di cuore. L’inflazione importata divora i risparmi di una vita.

Il problema non è più tecnico, ma politico. Ciò che andrebbe fatto lo hanno capito in molti, ma l’elettorato che ha premiato Takaichi è davvero pronto ad accettare il costo delle soluzioni?

LA GENERAZIONE CHE NON TORNERÀ

Tsukudajima conserva ancora l’odore del vecchio Tokyo, quello dei pescatori e dei piccoli commercianti. Oggi le case sono abitate da fantasmi. Uomini e donne che esistono, respirano, camminano, ma che il resto del Paese ha già dimenticato.

La scuola elementare ha chiuso dodici anni fa. L’edificio è stato riconvertito in centro diurno per anziani. I bambini che giocavano in quel cortile oggi hanno figli che non giocano in nessun cortile, perché vivono in appartamenti troppo piccoli a Tokyo, o non ne hanno affatto.

Centoventidue milioni di giapponesi. Il diciassette per cento ha almeno settantacinque anni. Questo segmento cresce, si allarga, occupa sempre più spazio, mentre la popolazione in età lavorativa si restringe come una maglia di lana lavata in acqua calda.

Vent’anni fa, quando un paziente anziano veniva dimesso, c’era sempre qualcuno ad aspettarlo: la moglie, il figlio, la nuora, anche un nipote. Oggi, sempre più spesso nessuno.

Escono dall’ospedale e tornano nel nulla delle loro esistenze.

La carenza di manodopera non è più un’allerta, ma un dato strutturale. I lavoratori stranieri aumentano anno dopo anno, silenziosamente, quasi clandestinamente nella loro visibilità pubblica. Sono nei campi, nelle fabbriche, nei magazzini, nelle consegne a domicilio. Sono il motore invisibile che tiene acceso il Paese.

Ma nessuno vuole parlare di loro. Sono come l’aria: indispensabili, ma invisibili finché non mancano.

IL SALE DELLO STRETTO

La dichiarazione era arrivata nel novembre 2025, tre mesi prima del voto. Un attacco cinese a Taiwan, aveva detto Takaichi, rappresenterebbe una minaccia alla sopravvivenza stessa del Giappone. E richiederebbe una risposta militare.

Pechino aveva reagito con la durezza prevedibile. I titoli dei giornali cinesi avevano parlato di “deriva pericolosa”, di “lezione storica da ricordare”. Ma dentro i confini giapponesi, la reazione era stata più interessante.

Il sondaggio di quei giorni diceva che il 48,8 per cento degli intervistati concordava con Takaichi. Il 44,2 per cento era contrario. Un paese spaccato a metà su ciò che forse è la domanda più importante: il Giappone è disposto a combattere?

Oggi, con 317 seggi in tasca, quella domanda torna più forte che mai.

Il Giappone è disposto a morire? Perché è questo che significa, alla fine. Non sparare. Essere sparati.

La Cina è il principale partner commerciale del Giappone, ma anche la sua principale preoccupazione in materia di sicurezza. L’interdipendenza economica e la competizione strategica convivono nello stesso letto, respirando la stessa aria, sapendo che se uno si muove troppo, l’altro potrebbe non svegliarsi.

L’OMBRA AMERICANA CHE SI ALLUNGA

A Yokosuka, la base navale americana continua le operazioni con la stessa routine di sempre. Le navi entrano ed escono dal porto, i marinai camminano per le strade con quella camminata particolare di chi è lontano da casa, i bar e i ristoranti intorno alla base prosperano grazie ai dollari americani.

Ma sotto la superficie dell’alleanza, qualcosa si muove.

Crescono i dubbi sull’affidabilità a lungo termine di Washington. Non sulla volontà, ma sulla coerenza. Sulla capacità di mantenere gli impegni attraverso i cambi di amministrazione. Sulla volatilità dell’interesse americano verso una regione che per gli Stati Uniti è cruciale, ma lontana, vitale, ma non familiare.

È probabile che sia il Giappone sia gli USA non possano più fare a meno l’uno dell’altro, perché, se è vero che l’alleanza non basta, senza l’alleanza non c’è niente.

La spesa per la difesa si avvicina al due per cento del PIL, lo yen debole gonfia i costi di approvvigionamento, i missili costano più delle pensioni, gli F-35 più degli asili nido.

I trade-off diventano ogni giorno più evidenti, e la pazienza dell’opinione pubblica è ogni giorno più sottile.

LA TRAPPOLA DEL POTERE TOTALE

Takaichi ora ha tutto ciò che un leader può desiderare: la maggioranza, il mandato e il tempo.

Ha anche tutto ciò che un leader dovrebbe temere, cioè nessuno a cui dare la colpa, nessuno dietro cui nascondersi. Nessun alibi.

Il problema del potere assoluto, in democrazia, è che non esiste. Anche con i due terzi dei seggi, Takaichi deve fare i conti con l’opinione pubblica, con i media, con i mercati, con la comunità internazionale, con il suo stesso partito.

Ha vinto, certo. Ma ha vinto in un Paese che è stanco, spaventato, diviso. La domanda non è cosa può fare. La domanda è cosa oserà fare.

I media internazionali cercano il nazionalismo; i media cinesi cercano la provocazione; i media giapponesi cercano le fratture.

Ma forse stanno cercando tutti nel posto sbagliato, perché, nella vera sostanza dei fatti, non importa a nessuno se Takaichi visiterà il santuario Yasukuni, ma se riuscirà a far nascere più bambini, se riuscirà a far crescere i salari e se riuscirà a gestire il declino senza che il declino gestisca lei.

L’UOMO DEL COMBINI

Al combini di Osaka, quello con l’insegna che sfarfalla, il settantenne è uscito, i ragazzi con gli smartphone se ne sono andati da un pezzo e dentro, la commessa ventenne sistema gli scaffali con movimenti lenti, automatici, come se il corpo lavorasse mentre la mente è altrove.

Lei non ha seguito le elezioni. “Troppo impegnata.”

Quando ha sentito della vittoria schiacciante di Takaichi, ha sollevato di spalle. “A me cosa cambia?” si è chiesta.

Fuori, la luce al neon sfarfalla ancora un paio di volte, poi si riaccende stabile. Per quanto, nessuno lo sa.

Questo è anche il problema di Sanae Takaichi. Non l’opposizione in parlamento, che è ridotta ai minimi termini, e nemmeno la Cina, che pure preme, o l’America, che tentenna.

Il problema della Premier è quella commessa. Sono quei ragazzi. È quell’uomo anziano.

Sono i milioni di giapponesi che hanno smesso di credere che la politica possa cambiare qualcosa, quelli che hanno votato per abitudine, o per paura, o non hanno votato affatto. Quelli che aspettano qualcosa, ma non sanno cosa. Che sperano in qualcosa, ma non ci credono davvero.

Takaichi ha il potere. Ora deve dimostrare che il potere serve a qualcosa.

IL 2026 COMINCIA ADESSO

L’8 febbraio 2026 resterà negli libri di storia. La data in cui il Giappone ha deciso di concentrare il potere in un paio di mani, la data in cui Sanae Takaichi è passata da prima ministra fragile a leader potentissima.

Ma la storia non si ferma alle date. Si ferma nelle vite delle persone.

Takaichi ha 317 seggi, il potere di cambiare le leggi e il Paese, ma il tempo stringe, la pazienza si assottiglia e lo scoscendimento continua.

La pioggia di febbraio lava le strade di Tokyo. Le persone camminano sotto gli ombrelli, curve, veloci. In lontananza, il Tokyo Skytree perfora il cielo grigio come un ago che cerca di cucire qualcosa che si è strappato.

Il Giappone ha smesso di trattenere il respiro. Ora deve decidere se e come respirare.

L’ESECUZIONE DEL PENSIERO LIBERO. QUANDO LE ISTITUZIONI ARMANO IL BRANCO DIGITALE PER SCHIACCIARE UN RAGAZZO E IMPORRE IL SILENZIO DI REGIME

Immaginate il silenzio nella stanza di quel ragazzo?

In quel santuario disordinato, dove le idee prendevano forma tra libri di scuola e la luce bluastra di uno smartphone?

Il silenzio è stato violato da una vibrazione incessante. Una notifica. Poi due, cinque, cento.

Non da messaggi di amici, ma da pietre virtuali scagliate da una folla invisibile che ha deciso che tu, diciannove anni e una testa piena di domande, sei il Nemico. Che ha deciso di agire da branco.

Siamo a Recanati. La vicenda è accaduta a uno studente del Liceo Giacomo Leopardi, un fatto che trascende la cronaca locale perché è un caso evidente di studio clinico sulla patologia della nostra democrazia.

Come esperto di relazioni umane e dinamiche di potere, vedo i fili scoperti di una società che ha perso l’immunità al virus dell’odio, dove tanti sono contagiati dalla voglia di censura e di negazione del libero pensiero. E anche della logica.

IL MECCANISMO DEL CAPRO ESPIATORIO E LA DISSONANZA COGNITIVA

Un ragazzo, nell’esercizio legittimo e sacro del suo diritto allo studio e al confronto, organizza un incontro sul giornalismo di guerra. Gli ospiti sono i giornalisti Vincenzo Lorusso e Andrea Lucidi.

Il contesto è didattico, di confronto. È l’ABC della democrazia.

Ma il sistema mediatico-politico non ha visto “due reporter che lavorano nel Donbass”, quindi esperti sul campo e non da talk show, ma ha applicato un reframing istantaneo e violento:, cioè ha cambiato la cornice cognitiva dell’evento, e vi ha visto “due putiniani”.

L’etichetta è lo strumento più potente di controllo sociale quando le argomentazioni vacillano. Quando applichi l’etichetta “filorusso” o “putiniano” in un contesto di guerra polarizzata, non stai descrivendo un’opinione, ma stai disumanizzando l’interlocutore.

Stai attivando nel cervello rettiliano dell’opinione pubblica il segnale di pericolo: “Lui non è come noi. Lui è una minaccia”.

La dissonanza cognitiva qui è assordante.

I nostri politici dell’opposizione, ma anche ministri ed europarlamentari, si riempiono la bocca di parole come “libertà”, “democrazia”, “pensiero critico”.  

Eppure, nel momento in cui un diciannovenne esercita quel pensiero critico, nella sua piena e legittima libertà, che è figlia della democrazia, di voler ascoltare l’altra campana – atto fondamentale in geopolitica per comprendere la complessità di un conflitto – il sistema immunitario dello Stato reagisce come se fosse un cancro da estirpare.

Ed ecco che le metastasi di quel cancro si attivano, con le interrogazioni parlamentari, con le etichette, con le ingiurie.

Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali e del Diritto, ciò che è accaduto è un abominio istituzionale, poiché abbiamo assistito a una sproporzione di forze che farebbe impallidire qualsiasi stratega militare.

Da una parte, un ragazzo che studia per la maturità. Dall’altra, la vicepresidentessa del Parlamento Europeo, Pina Picierno, che scrive al Ministro dell’Istruzione Valditara.

È l’elefante che si spaventa del topo e chiede al cacciatore di sparare.

Roba da brividi per chiunque abbia a cuore la DEMOCRAZIA.

Questa non è politica; è bullismo di Stato.

Quando un rappresentante delle istituzioni punta il dito contro un singolo cittadino privato, per di più studente, sta violando il patto sociale implicito che vuole il Potere a protezione del debole, non a sua persecuzione. L’interrogazione parlamentare non era volta a capire; era volta a intimidire.

È un messaggio mafioso subliminale inviato a tutti gli altri studenti d’Italia: “Non azzardatevi a uscire dal tracciato. Non azzardatevi a fare domande scomode. O vi schiacceremo”.

Quella di Picierno è un atto intimidatorio da ricondurre all’epoca fascista, che nulla a che fare con una democrazia.

LA PSICOLOGIA DELLA FOLLA E LA DE-INDIVIDUAZIONE

Stephen King ha scritto spesso del terrore che si prova quando la normalità si sgretola. Per questo ragazzo, l’orrore ha assunto la forma di un giornalista, un professionista dell’informazione, che ha deciso di gettare il suo nome in pasto ai lupi di X (ex Twitter).

La folla online – il BRANCO – non vede più un essere umano. Vede un bersaglio. Termini come “zecca”, “inutile coglione”, “da vomito” non sono semplici insulti, bensì ancore linguistiche negative progettate per ridurre l’altro a un oggetto, a parassita. Se l’altro è una “zecca”, schiacciarlo non è omicidio, è igiene.

Al tempo stesso, sono corde che legano e creano un senso di appartenenza nella battaglia contro l’altro. Proprio come avviene nei regimi.

Le minacce fisiche (“ti aspettiamo fuori”) sono la logica conseguenza di questa narrazione. Abbiamo armato le mani degli instabili con la retorica dei giusti.

E, con l’atteggiamento intimidatorio, ai limiti dell’atto fascista, di Picierno e di quelli che le danno corda, abbiamo dato voce e motivo di stima di sé a tanti disagiati sociali che hanno nel DNA il rifiuto del libero pensiero e della democrazia.

Chi si prenderà la responsabilità se qualcuno passerà dalle parole ai fatti? Chi pagherà il conto psicologico di un ragazzo che, a 19 anni, deve blindare i suoi social come se fosse un testimone di giustizia sotto protezione?

E solo per aver agito da cittadino libero e dotato di spirito critico.

IL PARADOSSO DEL PLURALISMO E LA MORTE DELLA GEOPOLITICA

Come studioso di Geopolitica, trovo deprimente la povertà intellettuale di questa vicenda.

La guerra in Ucraina è una tragedia complessa, stratificata, con radici storiche profonde. Ridurla a una tifoseria da stadio, dove ascoltare un reporter dal fronte opposto equivale a tradimento, significa aver rinunciato a capire il mondo.

Significa non volere la verità, ma solo la verità di qualcuno in particolare.

La scuola, quel luogo sacro difeso dai docenti e dalla preside del Liceo Leopardi (a cui va il mio plauso per non essersi piegati), deve essere il laboratorio del dubbio.

Perché la Scuola è, ormai, l’ultima difesa alla deriva antidemocratica e censoria.

Se togliamo agli studenti la possibilità di confrontarsi con narrazioni “scomode”, non stiamo allevando cittadini, ma sudditi. Stiamo creando delle camere digitali umane, incapaci di gestire la complessità.

IL MIO APPELLO: RESTARE UMANI NELL’ERA DELLA MACCHINA

A quel ragazzo di Recanati dico: non avere paura. Il dolore che senti ora, l’ansia che ti stringe lo stomaco quando guardi il telefono, è il prezzo che si paga per essere liberi – E MATURI – in un mondo di schiavi mentali.

Hanno cercato di spezzarti perché la tua curiosità e il tuo spirito critico metteva in luce la loro mediocrità.

Hai fatto il tuo dovere di studente, ovvero cercare la verità oltre il velo di Maya della propaganda.

A noi, adulti, professionisti, genitori, spetta un compito ben più arduo. Dobbiamo guardarci allo specchio e chiederci: che società stiamo costruendo? Una società dove un Ministro e un Europarlamentare possono scatenare una caccia alle streghe su un liceale senza pagarne dazio?

È una vergogna.

Una vergogna che macchia le nostre istituzioni e che dimostra, ancora una volta, che la vera “minaccia ibrida” non viene da Mosca o da Pechino, ma dal vuoto, culturale e umano, di valori, che sta divorando l’Occidente dall’interno.

Difendiamo il libero pensiero e la democrazia del dissenso. Perché senza, la democrazia muore nel buio, tra gli applausi scroscianti di una folla-branco che ha dimenticato come si pensa e in cui un atto come quello di Picierno riesce a essere visto come cosa intelligente.

COME IL NEOLIBERISMO HA GENERATO IL SUO OPPOSTO, L’INTERNAZIONALE NAZIONALISTA

Sembrerebbe un paradosso, ma potremmo parlare di Internazionale Nazionalista.

Non si tratta di un gioco di parole, ma è il sintomo più acuto e inquietante della schizofrenia di cui è vittima la nostra epoca, la diagnosi di una febbre globale che stiamo ancora cercando di misurare, mentre il mondo si riarma e il “clima di guerra” cessa di essere una metafora per farsi cronaca quotidiana, tirando indietro i calendari a un secolo fa.

Per decifrare questo paradosso, dobbiamo compiere un passo indietro, fino alle fondamenta ideologiche del mondo che ci siamo appena lasciati alle spalle.

IL VUOTO LASCIATO DAL MERCATO-MONDO

Per quasi quarant’anni, abbiamo vissuto immersi nel dogma neoliberista, una visione del mondo che, nella sua forma più brutale e iconica, fu sintetizzata da Margaret Thatcher con una frase tanto semplice quanto devastante: “Non esiste una cosa come la società”.

Il pensiero era esplicito: i liberisti vedono solo individui in competizione perpetua su un mercato globale.

Questo modo di pensare ha eroso le comunità tradizionali, le solidarietà di classe, le appartenenze territoriali, offrendo in cambio la promessa illusoria di un’identità fondata unicamente sul consumo.

D’altronde, la stessa Unione Europea è nata su queste fondamenta, sul commercio e sui flussi di denaro.

L’individuo, sradicato e trasformato in homo oeconomicus, si è ritrovato solo, nudo di fronte al potere impersonale dei flussi finanziari, delle lobby e delle logiche di mercato.

Ma l’essere umano è un animale sociale che soffre il vuoto e, in questo vuoto identitario, in questo deserto di legami collettivi, il nazionalismo è tornato a fiorire.

Non un nazionalismo del tutto simile a quello ottocentesco, ma una sua versione 2.0, virale, transnazionale.

Un’ideologia che offre una risposta primordiale, istintiva, alla domanda più profonda dell’uomo contemporaneo: “Chi sono io?”, che ci riporta alla filosofia antica.

La risposta è semplice e violenta: sei parte di una “homeland“, di una casa, di un popolo che non è definito da ciò che costruisce, ma da chi e da cosa esclude. Sei parte di una tribù in lotta per la sopravvivenza, all’interno di un gioco le cui regole sono scritte da sovrastrutture superiori alla società e ai governi.

DALLA CLASSE ALLA NAZIONE, DI NUOVO

L’Internazionale Socialista era la più grande forza politica organizzata del pianeta, eppure, nell’agosto del 1914 si sbriciolava in poche settimane.

I proletari francesi e tedeschi, anziché combattere come classe contro i loro sfruttatori, sceglievano di indossare divise diverse e di massacrarsi a vicenda in nome della nazione racchiusa dai confini geografici.

All’epoca, prevalse il senso di appartenenza alla nazionale, le radici legata alla terra, la lingua.

Oggi, assistiamo a un fenomeno molto diverso, per cui i “perdenti” della globalizzazione, quelli che restano degli operai della Rust Belt americana, gli artigiani europei spazzati via dalla concorrenza asiatica, gli strati sociali impoveriti e culturalmente spaventati, non si riconoscono più in un’élite globale che parla un linguaggio che non è il loro. Un linguaggio che, oltretutto, sembra parlare contro di loro.

E così, proprio come i loro bisnonni nel 1914, scelgono la tribù. Rigettano l’internazionalismo astratto dei mercati per abbracciare l’internazionale, molto più concreta e viscerale, di coloro che si sentono assediati. Non si uniscono in nome della classe, come ipotizzava Marx, ma in nome di un’identità nazionale e culturale che percepiscono in pericolo mortale.

IL NUOVO ORDINE E IL PERNO AMERICANO

Questa situazione sta ridisegnando la mappa geopolitica del potere.

La vecchia contrapposizione tra blocchi ideologici è superata da tempo e, ormai, è preistoria. Emerge una nuova geografia dove, da una parte, un insieme di potenze (Stati Uniti, Russia, Cina) che, pur in competizione, si propongono come garanti di un ordine interno, spesso autoritario; dall’altra, un vasto arco di instabilità che si estende dall’Africa al Medio Oriente, dove i conflitti proliferano e gli Stati si dissolvono.

In questo scenario, l’America di Trump non è un incidente della storia, come alcune analisi superficiali vorrebbero lasciare intendere, ma il perno di un nuovo paradigma. “This is OUR Hemisphere” non è solo uno slogan, è la quintessenza della Dottrina Monroe innalzata a potenza, la rivendicazione di un controllo assoluto sul proprio “cortile di casa”, che si estende dal Polo Nord allo Stretto di Magellano.

Non è più la logica delle alleanze basate su valori condivisi, come la NATO, ma quella brutale e inquietante della transazione monetaria e dei rapporti di forza.

L’Europa, frammentata e incapace di pensarsi come soggetto unitario, non è più un partner, ma un insieme di vassalli da cui “estrarre capitali e tecnologia” in cambio di una protezione sempre più precaria e condizionata.

L’Unione Europea, nata come antidoto ai nazionalismi, si è dimostrata impotente proprio perché non è una nazione, non si fonda sull’identità di un popolo, ma sulla moneta comune, sul libero commercio, sulle transazioni bancarie, inoltre è un’accozzaglia di paesi con tradizioni, culture ed economie disparate, ragioni per le quali non può generare quella democrazia e quel potere che le permetterebbero di agire sulla scena mondiale.

LA STRUTTURA DEL SENTIMENTO: OLTRE L’ECONOMIA, LA CULTURA

Ma l’errore più grande sarebbe interpretare questo fenomeno in chiave puramente economica, perché questa Internazionale Nazionalista è molto di più e si fonda su una potente architettura culturale; non è una coalizione di interessi, ma di sentimenti: la paura della “sostituzione etnica”, la rivendicazione di un’identità bianca e cristiana, l’ostilità verso le minoranze e l’immigrazione, la nostalgia per un passato mitizzato in cui “l’America era grande” o l’Italia non doveva “chiedere il permesso” e volava durante il Boom economico.

Si tratta di elementi che non fanno parte di un’ideologia né di un programma politico, ma sono narrazioni, potenti e contagiose, che uniscono un elettore dell’Ohio a un sostenitore di Orbán in Ungheria.

È un’internazionale di leader che si legittimano a vicenda, che usano gli stessi codici comunicativi, che identificano gli stessi nemici: l’élite globalista, i media mainstream, le istituzioni sovranazionali.

Un movimento che prospera sulla disintegrazione del tessuto sociale che è figlia del fallimento di chi dovrebbe guidare e comandare, invece, non solo si è dimostrato incapace nel generare coesione, benessere e visioni, ma ha barattato il futuro delle prossime generazioni per inseguire i capricci delle lobby, a cominciare da quelle del farmaco e delle armi.

Tale situazione ha favorito scontento e voglia di cambiamento, perché quando non c’è più la società, restano solo gli individui delusi e spaventati. E gli individui delusi e spaventati cercano un capo forte che dia loro un’identità e un nemico.

Siamo di fronte a un cambio di paradigma che mette la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta, “alla prova”. La corrente ci sta trascinando verso un mondo di transazioni brutali tra potenze e di ripiegamento identitario all’interno delle nazioni. E non si tratta di una fase passeggera.

L’unica alternativa a scivolare nelle dinamiche del secolo scorso, che portarono alle due guerre mondiali, è iniziare a remare controcorrente, costruendo quel senso di comunità, di società e di Stato che abbiamo permesso venisse eroso dalle lobby e dai giochi di potere.

Dobbiamo farlo prima che l’onda autoritaria travolga tutto. Perché, mentre gli emarginati sono sempre più emarginati, mentre i poveri sono sempre più poveri, mentre gli europei sono trattati solo come bancomat per arricchire chi ha interessi nella vendita di armi, non c’è solo da passare la notte sperando in un giorno nuovo.

C’è da vedere politici forti e nazionalismi trionfare nelle urne. Proprio come nel primo ventennio del Novecento.

Beh, la Storia non si ripete mai uguale, ma, spesso, ha l’abitudine di presentare dinamiche simile, a volte addirittura peggiori.

Oggi, abbiamo situazioni che ricordano sia gli anni che precedettero la Grande guerra, sia diversi elementi che portarono allo scoppio della Seconda Guerra mondiale.

Considerando anche la potenza devastante degli armamenti di oggi, l’unica cosa certa è che non ci sarà mai una Quarta Guerra mondiale.

IL MACABRO VALZER TRA LE MACERIE DI KIEV E I SALOTTI DEL POTERE

A Kiev e a Odessa, il buio è diventato una creatura fisica, una coperta pesante fatta di gelo e di ronzii elettrici che si spengono, un mostro che non spaventa più soltanto i bambini, nella loro immaginazione in maturazione, ma spaventa tutti.

Quando Vitali Klitschko – non certo al soldo di Putin – usa la parola “catastrofica” per descrivere la situazione della capitale, non cerca spazio sui giornali occidentali, ma descrive una situazione energetica ridotta a un colabrodo, parla di milioni di persone che si muovono come ombre in appartamenti senza acqua, senza riscaldamento, senza più speranza, mentre il tempo fuori scorre con la spietatezza di un boia che non ha fretta.

Il tempo aspetta.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY: PROTEGGERE I CITTADINI PERDENDO IL DONBAS

Al centro di questa tempesta perfetta, Volodymyr Zelensky usa la solita retorica, quella che un tempo era galvanizzante, ma che sta assumendo sempre più le tinte cupe di un’ossessione shakespeariana.

Il presidente ucraino rifiuta ogni centimetro di compromesso territoriale, citando il destino di duecentomila anime ucraine nel Donetsk che non possono essere abbandonate al “mostro” russo, una posizione moralmente inattaccabile, ma strategicamente suicida.

Perché la realtà sul campo, documentata persino dalla fonte americana ISW, racconta una storia diversa: l’Ucraina sta perdendo il Donbas, ma lo sta facendo con una lentezza agonizzante che non dissangua solo le difese attuali, ma uccide anche il futuro del Paese.

Chasiv Yar e Sloviansk sono le prossime tessere di un domino che sta cadendo, un piccolo villaggio alla volta.

Valery Gerasimov, dall’altro lato della collina, conta dodici centri abitati conquistati in un solo mese. Per l’Occidente sono “villaggi spopolati”. Ma per chi è morto per difenderli erano tutto.

L’ARTE DEL SABOTAGGIO DIPLOMATICO: GARANZIE E PALETTI

Mentre la Russia, cinicamente, ma con logica, lancia l’esca di una governance temporanea sotto l’egida dell’ONU, una mossa che servirebbe a legittimare un cessate il fuoco per preparare elezioni che in Ucraina mancano da troppo tempo, Zelensky risponde alzando barricate di burocrazia.

Infatti, pretendere vent’anni di garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti prima di sedersi a un tavolo non è diplomazia, ma è l’evidente tentativo di aggirare l’impossibile ingresso nella NATO forzando l’America a un legame di sangue che Washington, segretamente, teme più di ogni altra cosa.

Aggiungeteci la richiesta di una “data certa” per l’ingresso nell’UE e otterrete la formula perfetta per assicurarsi che nessun negoziato possa mai avere neppure un inizio.

Quelli di Zelensky sono pretesti, muri costruiti con le parole per evitare di guardare nell’abisso di una pace amara, di una pace che sancirebbe la sua fine politica.

MONACO E L’EUROPA: IL BANCOMAT ESCLUSO DAL TAVOLO

Se la situazione a Kiev è tragica, quella nei salotti europei rasenta il grottesco, poiché, alla Conferenza di Monaco, si è assistito a un esercizio di ipnosi collettiva, dove Kaja Kallas e altri pezzi da Novanta dell’Unione descrivono una Russia con l’economia “a pezzi” e un’Europa in ascesa, mentre la realtà economica di Berlino e Parigi suggerisce un declino silenzioso, quanto inesorabile.

Abbiamo tagliato il cordone ombelicale dell’energia russa a basso costo, pensando di punire Mosca, ma ci siamo ritrovati a pagare il conto di una deindustrializzazione che ci lascerà nudi di fronte ai giganti del prossimo secolo.

L’Europa è diventata il “bancomat da spremere”, il finanziatore silenzioso di un conflitto di cui non decide più le regole. Gli europei pagano e basta.

Siamo noi a pagare gli stipendi della burocrazia ucraina e a fornire le munizioni, ma veniamo esclusi dai veri tavoli negoziali.

Il risentimento della Polonia, che si sente messa alla porta, o quello della Lettonia, che ha già detto no a migranti e multe, è solo la punta dell’iceberg di una frustrazione continentale che sta per esplodere.

Inoltre, se davvero la Russia fosse quella descritta da Kallas, per quale motivo dovremmo temerla? Con quali soldi e quale economia potrebbe invadere l’intera Europa, se fatica a conquistare l’Ucraina?

LA NARRAZIONE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

I media occidentali hanno costruito un santuario attorno alla figura di Zelensky, dove ogni critica è eresia e ogni sconfitta russa è ingigantita, fino a diventare vittoria ucraina, anche se, dopo quattro anni di bufale e panzane, tra muli, pale e microchip, anche chi è non proprio avvezzo al ragionamento comincia a dubitare.

Ci nutrono con il caso Navalny per ricordarci chi è il cattivo, come se avessimo bisogno di una bussola morale per distinguere un’invasione da una passeggiata, ma il giornalismo d’inchiesta non può permettersi il lusso del tifo. Così come non può permettersi di montare il caso Navalny per deviare l’opinione pubblica dai nomi noti e potenti dei frequentatori del macabro sistema Epstein.

La verità è che stiamo assistendo alla distruzione metodica dell’Ucraina in nome di principi che nessuno, a Monaco o a Washington, è disposto a difendere con i propri figli.

IL PESO DELLA REALTÀ

Donald Trump preme per un compromesso, non per amore di Putin, ma per la fredda aritmetica dell’isolazionismo americano. Zelensky resiste, forse sperando in un miracolo che la storia raramente concede ai deboli, e, in mezzo, ci sono milioni di ucraini senza luce e un’Europa che ha perso la bussola geopolitica.

E anche la lucidità per leggere gli eventi.

La pace non arriverà con assurde pretese di garanzie ventennali o con i discorsi infuocati sulla democrazia; arriverà quando avremo il coraggio di ammettere che i leader europei hanno preso la cantonata più devastante della storia, quando ci accorgeremo che le scorte di munizioni sono finite e che ogni giorno di “resistenza irremovibile” è un giorno in più di agonia per un popolo che merita più di una gloriosa distruzione e dell’annientamento dei più giovani.

Le luci a Odessa non torneranno stasera.

E noi, spettatori paganti e ipnotizzati dalle panzane della propaganda, continuiamo ad applaudire Kallas, von der Leyen e altri interpreti, mentre l’orchestra affonda con la nave.

L’ALITO GHIACCIATO DEL POTERE. PAM BONDI E IL VANGELO NERO DEI FILE EPSTEIN

Quella in cui si è riunita la Commissione Giustizia è sembrata più una cripta che un’aula, dove al centro, seduta come una regina su un trono, c’era Pam Bondi, Procuratrice Generale degli Stati Uniti d’America.

Era venuta a parlare di Jeffrey Epstein. Ma i morti non parlano. I morti urlano attraverso coloro che sono rimasti, e le urla quel giorno sono state assordanti.

Bondi non era lì per placare i fantasmi, ma per seppellirli di nuovo, sotto una valanga di parole preparate e con un atteggiamento di chi attacca perché non ha più difese né nulla da perdere.

I deputati democratici sono partiti all’attacco, con la ferocia di chi ha visto l’orrore e non può più distogliere lo sguardo. Le loro domande sono state schegge di vetro con cui hanno accusato Bondi di aver preso i file di Epstein, quel catalogo di abusi e perversioni, e di averlo trasformato in un’arma di protezione per il potere.

Un insabbiamento. Una cinica operazione di cosmesi sulla dignità calpestata delle vittime.

Nomi di potenti cancellati con un tratto di penna nero, come peccati che non devono essere portati alla ribalta. E, in un contrappasso diabolico, i dati sensibili delle ragazze, le loro vite private, gettati in piazza con la noncuranza di chi getta via immondizia.

C’erano anche le vittime, alcune di quelle donne i cui nomi sono “inspiegabilmente” trapelati.

Pam Bondi è rimasta imperturbabile, seguendo il copione di chi l’aveva preparata. Non ha mai degnato di uno sguardo le vittime del sistema pedofilo, e non solo, di Epstein, né si è scusata.

Per ogni accusa, ha risposto con “teatro”.

Le sue labbra si sono mosse, ma le parole sembravano provenire da un luogo più profondo e oscuro. Forse, dagli appunti su quel raccoglitore bianco da cui non si è separata mai, come uno scudo.

Lo ha aperto con gesti lenti, rituali, e da quelle pagine ha estratto attacchi personali, informazioni mirate, armi per demolire chiunque osasse metterla all’angolo.

In quattro ore di audizione, infatti, Bondi si è mostrata aggressiva e ha eluso tutte le domande, non entrando mai nel merito, ma rispondendo quasi a vanvera e mai sul tema delle domande, se non superficialmente.

E, quando l’avvocato Jamie Raskin, deputato democratico, l’ha accusata di fare ostruzionismo, Bondi lo ha aggredito: “Tu non mi dici cosa devo fare, avvocato bollito e perdente. Non sei nemmeno un avvocato”.

Quando è stata incalzata da altri deputati, che le hanno fatto notare come abbia protetto i potenti, la Procuratrice è andata in escandescenza, perdendo la pazienza, sbraitando: “questo non è un circo”.

Una condotta, quella della beniamina di Trump, che è figlia della tensione e dell’imbarazzo di una donna in difficoltà e senza argomentazioni convincenti.

Ma la nemesi ha un senso dell’umorismo crudele, quindi non stupisce che la rivolta non sia giunta dai suoi nemici, ma dai suoi amici.

Infatti, il mondo MAGA, l’universo di fedelissimi per cui lei stava combattendo, l’ha ripudiata, perché la sua performance non è stata quella di un’eroina, ma quella di una dilettante allo sbaraglio.

Debole, goffa, fuori controllo. Un pericolo per la loro stessa causa. Così, coloro che avrebbero dovuto difenderla hanno chiesto la sua testa. Abbandonata da tutti, Pam Bondi è diventata un fantasma.

Donald Trump ha provato a sminuire le critiche, suggerendo che fossero mosse da “pazzi della sinistra radicale”, poi ha confermato la fiducia a Bondi per il suo lavoro, che ha definito “fantastico”.

Ma il mondo Maga sembra pensarla diversamente. Persino un repubblicano moderato, come Thomas Massie, si è espresso con sdegno: “Non ha risposto a nulla. È venuta qui pronta a parlare del Dow Jones e del Nasdaq, il che mi sembra un po’ folle”

Anche la nipote del presidente, Mary Trump, ha attaccato Bondi: “Bondi non sarà cacciata. Sta facendo esattamente ciò per cui il suo capo l’ha assunta”.

Eppure, il vero mostro non ha il suo volto. Pam Bondi è solo l’officiante di un rito più antico.

Il vero mostro è un sistema che ha un appetito insaziabile per i corpi dei deboli, un meccanismo capitalistico e patriarcale che ha imparato a prezzare ogni cosa, persino la disperazione, trasformando lo sfruttamento sessuale in un lubrificante per gli ingranaggi del potere.

Ma attenzione, perché Epstein non era un lupo solitario, bensì il gestore di un macabro mercato dove le élite compravano e vendevano corpi come bambole e pezzi di anima. I file che Pam Bondi ha cercato di addomesticare non sono un semplice resoconto criminale, ma il libro mastro di questa economia dell’orrore.

Quando le luci nell’aula si sono spente, è rimasto il silenzio che resta dopo che la tragedia si è compiuta e tutti hanno perso. La giustizia è rimasta una parola vuota, le istituzioni ricoperte di un guscio fragile.

E nell’aria aleggia ancora un odore dolciastro di segreti.

Quelli che non moriranno mai.

Quelli che proteggono uomini e donne importanti, che decidono i destini del mondo, ma che sono più mostri di quei mostri che i bambini temono di notte.

MARIO DRAGHI, INVITA L’EUROPA A CAMBIARE IL PERCORSO CHE LO STESSO DRAGHI HA CONTRIBUITO A INTRAPRENDERE

L’orologio di Bruxelles sta per esplodere.

Non è una metafora da editoriale pigro, ma il verdetto brutale che emerge dall’incontro in cui Mario Draghi ed Enrico Letta hanno appena sferzato l’Unione Europea.

Il messaggio è chiaro: non c’è più tempo per i compromessi al ribasso o per le timidezze burocratiche. Siamo davanti a una resistenza politica e sociale senza precedenti.

L’Europa, insomma, si guarda allo specchio e scopre di essere diventata un nano geopolitico schiacciato tra il gigantismo tecnologico degli Stati Uniti e l’aggressività produttiva della Cina.

Ciò che spaventa di più, tuttavia, è il fatto che a ridurci così siano proprio le politiche avallate anche da Mario Draghi.

IL PARADOSSO DEI POMPIERI CHE INCENDIARONO IL BOSCO

Infatti, la sottile ironia, quasi crudele, è vedere oggi Draghi e Letta vestire i panni dei rivoluzionari dell’investimento pubblico.

Per decenni, le ricette del rigore e i dogmi dell’austerità hanno rappresentato il catechismo di quella stessa classe dirigente che oggi invoca una pioggia di miliardi per salvare il “Made in UE”.

È il paradosso dei “cattivi esempi” che si trasformano in dispensatori di “buoni consigli”: chi ha contribuito a blindare i bilanci nazionali con il patto di stabilità, ora si accorge che senza una capacità fiscale comune e un debito condiviso, la competizione globale è una partita persa in partenza.

Draghi ha finalmente compreso che la competitività è una guerra di capitali che l’Europa sta combattendo con le armi spuntate della frammentazione. Meglio tardi che mai.

Ciò che non sembra aver capito, tuttavia, è che l’Europa sta bruciando in Ucraina miliardi che non porteranno a nulla, se non alla terza guerra mondiale, e sta condannando a morte le proprie imprese chiudendo commerci e pagando le materie prime per produrla quattro volte di più.

LA TRAPPOLA DEL TECNOCRATISMO

Mentre i leader europei, quelli della guerra a oltranza, del rifiuto della diplomazia e della “pace o condizionatore” applaude questi rapporti con un misto di sollievo e terrore, nelle piazze e nelle redazioni più critiche serpeggia un dubbio legittimo. Perché la soluzione non può arrivare dagli stessi architetti del sistema che ha generato la crisi.

Il rischio concreto è che la “sferzata” si traduca in un ennesimo arroccamento delle élite, una sorta di governo tecnico permanente applicato all’intero continente, con la definitiva sospensione di ogni forma democratica.

Sembra sempre più evidente l’ombra di un asse conservatore tra la Germania di Merz e l’Italia di Meloni che potrebbe sequestrare l’agenda Draghi per piegarla a un sovranismo industriale di destra.

Sarebbe un’Europa che si protegge, sì, ma che dimentica la sua anima sociale, trasformando il mercato unico in una fortezza per pochi grandi gruppi industriali, a scapito del welfare e dei diritti dei lavoratori.

UN MERCATO UNICO SENZA BUSSOLA

Letta lo ha messo nero su bianco: il mercato unico è un’opera incompiuta che sta marcendo. Abbiamo abbattuto le frontiere per le merci, ma abbiamo lasciato che l’energia, le telecomunicazioni e la finanza restassero prigioniere di egoismi nazionali.

Questa disconnessione ci costa miliardi ogni giorno.

Tuttavia, questa diagnosi economica, per quanto impeccabile nella sua analisi dei flussi e dei mercati, soffre di un’anemia sociologica preoccupante. Si parla di capitali, di reti e di infrastrutture, ma si fatica a vedere il volto dei cittadini europei, sempre più alienati da una macchina decisionale che percepiscono come distante e fredda.

Insomma, né a Letta né a Draghi sembra importare la cosa più importante di ogni altra in Europa: i cittadini.

Ancora una volta, questi politici del fallimento, quelli i cui partiti o le cui politiche ci hanno condotto in questa situazione, analizzano il mondo con un foglio Excel, per quanto brillante possa essere, quando servirebbero le competenze del filosofo, del sociologo, dell’esperto di geopolitica.

L’AZZARDO NECESSARIO E LE SUE OMBRE

L’Europa ha bisogno di un cambio di paradigma, ma non può permettersi un salto nel buio guidato solo dall’urgenza. L’urgenza, come ci insegna la storia, spazza via le democrazie e afferma sempre le dittature.

Draghi chiede investimenti massicci, una sorta di Piano Marshall autoprodotto, ma chi pagherà il conto politico di questa integrazione forzata, soprattutto dopo che i cittadini europei già pagano i cessi d’oro e altri fallimenti?

La verità è che il “tempo scaduto” non riguarda solo la crescita economica, ma la tenuta democratica di un progetto che sembra aver smarrito la capacità di emozionare, perché l’errore più grave compiuto dai veritci europei, compresi Draghi, Letta e i loro partiti o fazioni di appartenenza, è stato non aver mai creato un’Europa a misura di europei, ma solo a misura di banche e alta Finanza.

Non basta invocare la protezione delle filiere europee se non si definisce quale modello di società vogliamo difendere. È inutile se non si costruisce l’idea e l’emozione di una patria comune.

Si finisce solo a costruire una corazzata industriale efficientissima, ma priva di passeggeri, o peggio, con una stiva piena di disuguaglianze.

VERSO UNA NUOVA GEOPOLITICA DELLE INTENZIONI

I rapporti Draghi e Letta sono un farmaco potente, forse l’unico rimasto sul bancone della farmacia europea, ma è ideato dagli stessi che hanno causato la patologia, inoltre, ogni medicinale ha effetti collaterali.

L’Europa non può più permettersi di essere un laboratorio di esperimenti neoliberisti falliti, né può rifugiarsi in un protezionismo nostalgico.

Serve una sintesi nuova, che sappia coniugare la forza d’urto di un’unione fiscale vera con una sensibilità sociale che rimetta al centro il lavoro, la dignità e, soprattutto, i cittadini.

La politica deve riprendersi il primato sulla tecnica e sulle lobby della Finanza, perché se lasciamo che sia solo la paura del declino a guidarci, finiremo per salvare le banche e le industrie, ma avremo perso per sempre l’idea di Europa come spazio di civiltà e progresso condiviso.

Il tempo è finito, è vero. Ma è proprio in questi momenti che si vede chi ha il coraggio di costruire il futuro e chi sta solo cercando di puntellare le rovine del passato, salvando chi ci ha fottuto il futuro.

IL RICATTO DI KIEV E IL PARADOSSO DI UN’EUROPA OSTAGGIO

Mentre Kiev stringe i rubinetti dell’oleodotto Druzhba, l’Europa scopre il prezzo di un’alleanza trasformata in assedio. Dalle minacce alle agenzie anti-corruzione al miraggio di una controffensiva fantasma, aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto della NATO, nel paradosso economico di un continente che finanzia la sua stessa sottomissione.