Il generale Giuseppe Cucchi, in un caffè, scuote la testa.
Ali Larijani, braccio destro del potere iraniano, accenna un sorriso. Cucchi chiede: “insomma, questa bomba la fate o no?”.
Larijani risponde con un’altra domanda: “Se ti dicessi di no, ci crederesti?”
Il 17 marzo scorso, Larijani è morto sotto un missile a Pardis, così, la risposta alla domanda di Cucchi non è mai arrivata, o forse è esplosa nel silenzio di quella notte.
IL TEATRO DELLE OMBRE
La guerra non si vince più sul campo, ma nei pixel, nei comunicati, nella propaganda.
Le petroliere sono bloccate nello Stretto di Hormuz, con i motori spenti; i transiti sono crollati da 140 a 15 navi al giorno e non tanto perché gli iraniani non le fanno passare, ma perché le compagnie assicurative chiedono tariffe allucinanti per garantire la merce, così non c’è alcuna convenienza a muoverle da dove sono adesso.
Ma la vera partita non si gioca tra le onde, ma nello spazio angusto dei feed di Twitter e TikTok, nei video realizzati con l’AI, in cui leader mondiali diventano omini LEGO, in un’estetica che disarma, che trasforma il massacro in intrattenimento per bambini.
Perché la propaganda iraniana, a differenza di quella americana, israeliana e occidentale in genere, non cerca il consenso, ma il logoramento.
L’Occidente reagisce con le sanzioni, ma il rubinetto del greggio non si chiude, si sposta.
Vladimir Putin ringrazia per i prezzi che volano, infatti, il petrolio russo, bandito dalla porta principale, entra in Europa dalla finestra dei mercati terzi.
Chi paga il conto?
Il cittadino europeo, per colpa dei suoi leader macchietta. Il cittadino europeo che arriva al distributore e trova un prezzo che brucia come un insulto.
Trump ha commesso un errore di calcolo e, per colpa di questo suo errore, ha trasformato l’economia in un’arma di distrazione, salvo poi scoprire che l’arma gli si è ritorta contro.
LA STRATEGIA DEL LOGORAMENTO
L’Iran ha compreso una lezione che Washington non ha ancora capito, cioè che non serve annientare il nemico. Basta tenerlo sveglio, impedendogli di guardare altrove.
L’ “Asse della Resistenza” non è un esercito regolare, ma un’infrastruttura di disturbo. Hamas, Hezbollah, Houthi sono solo pedine, ognuna con un compito preciso: pungere. Pungere ovunque, contemporaneamente.
Immagina di avere mille ferite superficiali.
Non sono una coltellata all’addome, non ti uccidono, ma ti tolgono il sonno.
Ti tolgono le risorse e ti costringono a spendere milioni di dollari per intercettare un drone che ne costa al massimo quarantamila.
E, poiché la matematica non ammette opinioni, chi risponde con i missili Patriot sta perdendo, mentre chi spara il drone sta vincendo, perché sta comprando tempo e sta svuotando gli arsenali dei nemici.
Nel frattempo, il regime di Teheran si consolida, mentre la Casa Bianca annaspa tra promesse di ritiro, poi di un ultimo attacco mai visto prima, poi, ancora, di un nuovo ritiro. Tutte promesse mai mantenute e una presenza militare che è diventata un ostaggio degli eventi.
IL PESO DELLE PAROLE E LA POLVERE DELLE ROVINE
La politica estera italiana, in tutto questo, galleggia. Le navi italiane, bloccate al largo di Dubai e dell’Oman, trasportano il nostro export, le nostre auto, il nostro lavoro.
Gli equipaggi italiani aspettano. Sono marittimi, non soldati, ma la loro presenza in una zona di guerra è un dato che non finisce sulle prime pagine.
La discrepanza tra il dire e il fare è la misura del fallimento di questa diplomazia, per cui, da una parte, ci sono leader che annunciano trionfi dopo ogni bombardamento; dall’altra, la realtà dei siti nucleari danneggiati, ma non distrutti, degli scienziati uccisi, dei rifugiati che fuggono, ma della capacità missilistica ancora intatta.
E non solo quella.
Quando l’aeronautica israeliana colpisce, il regime iraniano chiude internet. Il blackout non è solo un atto di censura, ma è il silenzio necessario per costruire una narrazione.
La popolazione non sa cosa succede nel quartiere accanto, così l’informazione diventa un privilegio di pochi, gestito da chi ha il potere di accendere o spegnere il router.
LA VULNERABILITÀ DEL POTERE
Quando il drone colpisce, quando il radar si spegne, quando la diplomazia si riduce a un messaggio scambiato tramite intermediari pakistani, la maschera del leader cade. Che si tratti di Trump, Biden, Netanyahu, sono uomini soli che contano i danni di una partita che sfugge loro di mano e che hanno condotto senza senso e con tanta, troppa follia disumana.
Non c’è eroismo nel lancio di un missile intercettato, ma solo un calcolo contabile che si compie in pochi secondi.
E tu, che guardi da casa, sei parte di questo conteggio. La tua benzina, il tuo riscaldamento, il tuo silenzio mentre leggi le notizie, tutto fa parte della strategia.
Gli iraniani ti hanno già messo nel budget. Hanno messo nel budget il tuo fastidio, la tua paura, la tua indignazione. La loro resistenza non è fatta di ferro, ma di capacità di assorbire l’impossibile.
Cosa prevista da chi mastica geopolitica, ma non da chi siede ai vertici dei paesi aggressori e dei loro alleati.
L’EREDITÀ DEL SILENZIO
Quando la connessione tornerà, dopo quaranta giorni di buio, milioni di iraniani usciranno di casa e chiederanno conto di quanto accaduto. Coveranno odio e sete di vendetta nei confronti degli aggressori.
Israele si considera una superpotenza, così come l’America, mentre l’Iran si considera la resistenza.
Chi ha ragione?
Certamente non chi viola il Diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra, anche se non ci sono innocenti, se non il popolo iraniano, i libanesi e i palestinesi.
Ma, quando i bambini che hanno visto compiersi i crimini occidentali sul loro territorio, hanno visto genitori, fratelli e amici essere ammazzati da soldati, da missili, da bombe…
Quando quei bambini saranno adulti, cresciuti con la voglia di vendicare tutto il sangue versato per colpa degli americani e degli israeliani, quando quegli adulti organizzeranno attentati e uccideranno per rappresaglia, avremo almeno l’ardire di tacere o, ancora una volta, la faccia di tosta di definirli terroristi, criminali, chiedendo l’applicazione di sanzioni che per i criminali e i terroristi di oggi, invece, non si vede neppure l’ombra?
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