IL RITUALE DELLA MEMORIA E LA BANALITÀ DEL PRESENTE, DOVE UN GENOCIDIO SI COMPIE IN SILENZIO

Ogni anno, il 27 gennaio, mettiamo in scena il nostro rituale collettivo di espiazione. Ci fermiamo, ricordiamo, ci interroghiamo sulla domanda più terribile e necessaria: “Com’è stato possibile?”.

E, mentre le immagini in bianco e nero dei binari che conducono ad Auschwitz scorrono sui nostri schermi, altre immagini, a colori e in diretta, ci raggiungono dai nostri smartphone, dalle televisioni, dai pc: edifici sventrati, bambini coperti di polvere e sangue, volti scavati dalla fame.

Si tratta di esseri umani che subiscono soprusi e crimini contro l’umanità, proprio come quei crimini e quei soprusi per cui è stata istituita la Giornata della Memoria.

E, in questa dissonanza cognitiva, nascondiamo la più profonda frattura etica del nostro tempo.

A cosa serve commemorare un genocidio passato se non siamo in grado di riconoscere, denunciare e fermare i meccanismi di un genocidio presente?

A cosa serve ricordare la barbarie nazista e fascista, se giustifichiamo i crimini dell’ICE in America e non condanniamo senza se e senza ma i crimini di Israele?

La memoria non è un museo, non è un archivio da visitare una volta l’anno per sentirsi assolti e in pace, come fosse Natale.

È, o dovrebbe essere, una lente morale attraverso cui decodificare il presente. Se fallisce in questo, diventa solo un’ipocrita liturgia priva di senso.

LA LOGISTICA DEL SILENZIO: QUANDO L’ORRORE DIVENTA PROCEDURA

La risposta più comoda alla domanda “Com’è stato possibile?” è attribuire il male a una parentesi di mostruosità disumana.

È un errore grave. Un errore consolatorio.

L’Olocausto non fu primariamente un’esplosione di sadismo irrazionale, ma fu il trionfo della razionalità burocratica applicata allo sterminio, una situazione che dimostrò che nel DNA di alcuni esseri umani è nascosto anche il male. Basta solo che vi siano le condizioni per attivarlo.

È la normalità che ha ingoiato l’orrore, trasformandolo in procedura. Le parole furono il primo strumento. Non si diceva “camera a gas”, ma “locali per la disinfezione”.

Non si parlava di “deportazione”, ma di “reinsediamento”. Non “sterminio”, ma “trattamento speciale”.

Non era un semplice eufemismo, ma un’architettura linguistica progettata per disinnescare la coscienza, e si tratta di strategie linguistiche che stiamo riapplicando anche oggi, a cominciare da quelli che si arrampicano sugli specchi per spiegare cosa sia o non sia un genocidio.

La violenza fu spezzettata in una catena di montaggio. C’era chi compilava i moduli. Chi guidava i treni, gestiti dalla Deutsche Reichsbahn secondo un orario nazionale, con tanto di tariffe per i deportati e “sconto comitiva” per gruppi superiori a 400 persone.

C’erano gli ingegneri, professionisti orgogliosi che brevettavano sistemi per “ottimizzare” la ventilazione dei forni crematori, per bruciare più corpi in meno tempo.

Erano padri di famiglia che, tornati a casa, accarezzavano i propri figli con le stesse mani con cui avevano firmato ordini di trasporto verso la morte.

Ciascuno eseguiva solo un frammento del processo. Ciascuno poteva dirsi: “Io faccio solo il mio lavoro”. Perché in questa parcellizzazione della responsabilità, l’individuo si astrae dalla conseguenza finale del suo gesto. L’orrore diventa un termine tecnico, un problema logistico.

E, oggi come allora, c’erano i complici, colpevoli almeno quanto i carnefici. Erano quelli che non partecipavano fisicamente al genocidio, alla barbarie, ai soprusi. Non firmavano atti, non progettavano strumenti di morte, non punivano, non sparavano, non arrestavano, Ma, semplicemente, approvavano o facevano finta che andasse tutto bene, che fosse tutto normale.

Poi c’erano quelle che non solo approvavano, ma tifavano. Erano tanti, tantissimi, tant’è che il nazismo e il fascismo non presero il potere con la forza, ma vincendo elezioni democratiche. Per tanti era giusto ciò che accadde.

Così come, oggi, allo stesso modo, è giusto quanto accade per molte persone che hanno il medesimo DNA.

DAL “TRATTAMENTO SPECIALE” AL “DANNO COLLATERALE”: L’ANESTESIA DELLA COSCIENZA MODERNA

La logica su cui si basarono il fascismo e il nazismo suona familiare? Beh, dovrebbe, perché è la stessa logica che opera oggi.

Quando un missile uccide una famiglia in un campo profughi e lo definiamo “danno collaterale”, stiamo applicando la stessa tecnica di neutralizzazione semantica.

Quando un’operazione militare che provoca decine di migliaia di morti civili viene definita “diritto alla difesa”, stiamo mascherando una realtà atroce dietro un principio astratto.

Quando neghiamo acqua, cibo e medicine a due milioni di persone intrappolate, e lo chiamiamo assedio, e non un atto di sterminio, stiamo trasformando l’orrore in una procedura.

Quando definiamo gli USA la più grande democrazia del mondo, mentiamo a noi stessi e ci rendiamo ridicoli agli occhi del mondo. Non solo per i crimini efferati commessi dall’ICE, la forza di polizia presidenziale dai modi in stile SS, nata all’indomani del crollo delle Torri Gemelle, ma anche per le numerose violazioni internazionali di Washington nel mondo, dall’Iraq all’Iran, dalla Libia al Kosovo.

Mentre manifestiamo e gonfiamo il petto per la Giornata della Memoria, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha chiesto da oltre un anno l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità, al pari di quanto fatto per Putin, e sta valutando un’accusa di genocidio contro l’intero Stato di Israele per le sue azioni a Gaza, in Cisgiordania e in Iran.

La causa, promossa dal Sudafrica, una nazione che conosce bene il significato di oppressione e fascismo, è stata appoggiata da nazioni come Spagna, Irlanda, Colombia, Messico, Cile.

Organizzazioni come Human Rights Watch, Amnesty International e Medici Senza Frontiere – le stesse che lodiamo quando denunciano violazioni dei diritti umani in altre parti del mondo – hanno usato termini come “crimini di sterminio”, “apartheid”, “pulizia etnica” per quanto accaduto a Gaza e in Cisgiordania. Solo che, in questo caso, qualcuno storce il naso e vorrebbe intimidire quelle organizzazioni.

Perché certuni amano chiunque, adorano persino il Diritto internazionale, ma solo fino a quando non punta il dito contro di loro e i loro amici.

Le prove sono schiaccianti: la retorica disumanizzante (“animali umani”), il blocco deliberato degli aiuti, i bombardamenti indiscriminati, la distruzione sistematica di ospedali, scuole e infrastrutture civili.

Tutti elementi che configurano, secondo la Convenzione sul Genocidio, l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

Così come sono sotto gli occhi di tutti i comportamenti nazisti dell’ICE e la repressione negli Stati Uniti d’America.

OLTRE IL “NON SAPEVAMO”: LA RESPONSABILITÀ DEL VEDERE

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mondo si rifugiò dietro la frase più comoda: “Non sapevamo”.

Beh, poteva essere vero, almeno in parte.

Lo dissero anche gli americani dopo la strage causata dalla seconda bomba atomica sul Giappone, come se la prima, sganciata solo tre giorni addietro, non fosse mai stata sganciata, come se non ne avessero visti gli effetti.

La seconda fu sganciata con consapevolezza e con il desiderio di provocare di nuovo quel macello umano, ma si difesero sostenendo che non sapevano.

Beh, oggi, nel mondo iper-connesso, quella scusa non esiste più.

Noi sappiamo. Noi vediamo.

Vediamo in tempo reale i video dei droni che inseguono e uccidono civili disarmati. Leggiamo le testimonianze dei medici che operano bambini senza anestesia. Vediamo le immagini satellitari della distruzione.

Sui nostri schermi ci sono scheletri umani che faticano a respirare e tanti muoiono, per fame o perché ammazzati. Possono essere gonfiati i numeri, ma i crimini contro l’umanità non sono per questo meno efferati.

E sono crimini di oggi, con la stessa ferocia e disumanità di quelli per cui abbiamo istituito la giornata del 27 gennaio.

Se ieri il meccanismo era “non sapere”, oggi il meccanismo è la scelta deliberata di non agire, di non collegare i punti, di non chiamare le cose con il loro nome, di non voler vedere la realtà se chiama in causa gli amici o i nostri politici di riferimento.

Il cittadino medio continua a fare la spesa, a guardare la partita, a lamentarsi del traffico, perché l’orrore è lontano, è complesso, è “normalizzato” dal flusso di notizie che lo riduce a rumore di sottofondo.

E, qualora fosse costretto a vedere la realtà, dovrebbe avere il coraggio di comprendere di aver vissuto la finzione di essere nel giusto, di essere dalla parte democratica del mondo.

“Cosa avremmo fatto noi, al tempo di Hitler?”

Beh, la stessa cosa che stiamo facendo di fronte a Netanyahu. La stessa cosa che stiamo facendo davanti all’ICE. Stiamo persino spingendo l’intero popolo ucraino a morire in guerra, perché le nostre industrie di armi continuino a prosperare.

La risoluzione ONU che ha istituito la Giornata della Memoria è un mandato a prevenire, a evitare che lo scempio del secolo scorso si verificasse di nuovo.

E noi abbiamo fallito.

Se la nostra commemorazione si esaurisce il 27 gennaio e con la Shoah, senza tradursi in un’azione concreta contro l’ingiustizia che vediamo con i nostri occhi nei confronti di altre etnie e di altri olocausti, di altri vagiti del nazismo, allora non stiamo onorando le vittime della Shoah, ma stiamo soltanto lucidando le loro lapidi, mentre, in silenzio, scaviamo la fossa per le prossime, per cui, è probabile, nessuno mai ricorderà né i nomi né il perché della barbarie.

Perché significherebbe ricordare che sarebbero stati perlomeno complici.

EUROPA ESCLUSA DAI NEGOZIATI. LA TRAGEDIA UCRAINA COME SPECCHIO DI UN CONTINENTE PERDUTO

C’è un’ironia tanto tragica quanto rivelatrice nelle parole che Volodymyr Zelensky ha scagliato contro l’Europa dal palco dorato di Davos.

Il leader di una nazione tenuta in vita artificialmente da un torrente di miliardi europei, un fiume di denaro che ha prosciugato le nostre economie e alimentato un’inflazione che morde le caviglie dei nostri cittadini, ha guardato in faccia i suoi benefattori e li ha definiti, in sostanza, irrilevanti.

Per la serie “riconoscenza 2.0”.

Un “caleidoscopio bello, ma frammentato di potenze piccole e medie, smarrite e incapaci di assumere un ruolo guida”.

Non è un semplice insulto, ma una diagnosi brutale, ingrata, ma spaventosamente accurata.

LEADER EUROPEI SENZA UNA BUSSOLA

La critica di Zelensky non nasce nel vuoto, ma si innesta su una percezione che a Mosca, come a Washington, è ormai un dato di fatto consolidato, cioè che l’Europa, come entità geopolitica autonoma, ha cessato di esistere da tempo.

La sua politica estera è diventata un’eco sbiadita delle direttive atlantiche, i suoi leader ridotti a diligenti esecutori di una sceneggiatura scritta altrove.

Quando la Russia bolla figure come Kaja Kallas, e per estensione l’intera classe dirigente europea, come “incompetenti”, non sta semplicemente usando un epiteto, perché si tratta di un giudizio che non ammette repliche.

Non ci si siede al tavolo con chi non ha il potere di decidere, con chi recita una parte senza possedere la sovranità per deviare dal copione, soprattutto quando quel copione è fermo sulla narrazione della Russia cattiva e nemica dell’Europa.

Questa subordinazione strategica ha trasformato l’Europa da potenziale mediatore a mero finanziatore di una delle parti in conflitto; quindi ci siamo autoesclusi da qualsiasi ruolo negoziale nel momento in cui abbiamo sposato incondizionatamente una narrazione bellicista, tagliando ogni ponte diplomatico e demonizzando l’avversario al punto da rendere impensabile il dialogo.

E ora, mentre gli Stati Uniti, con pragmatico cinismo, riallacciano i contatti e preparano il terreno per un accordo che, inevitabilmente, terrà l’Europa completamente fuori dalla stanza dei bottoni, noi restiamo a contare i costi.

LA DOPPIA VERITÀ: IL FRONTE REALE E IL FRONTE MEDIATICO

Mentre i nostri leader si esibiscono in dichiarazioni di sostegno eterno che non hanno più nessun fondamento logico, la realtà sul campo racconta una storia diversa, una storia che i nostri media generalisti faticano a riportare con la dovuta onestà intellettuale, perché dovrebbero ammettere il loro totale fallimento, tra sciocchezze e panzane di pale, muli, sanzioni dirompenti, microchip dai tiralatte e altre barzellette.

La Russia, pur con le sue difficoltà, avanza. Lentamente, brutalmente, ma inesorabilmente. L’Ucraina perde uomini, mezzi e, pezzo dopo pezzo, territorio. Le sue infrastrutture energetiche sono al collasso, condannando milioni di civili a un inverno di gelo e buio.

Eppure, la narrazione che ci viene propinata è quella di “avanzate marginali” ucraine lungo una linea ferroviaria, di controffensive imminenti, di una vittoria a portata di mano da quattro anni.

Si tace sulla sistematica erosione delle posizioni ucraine, si minimizza la superiorità russa in termini di artiglieria e risorse, si costruisce un castello di ottimismo su fondamenta di sabbia e sull’assenza di logica.

Questo scollamento tra la realtà del fronte e la sua rappresentazione mediatica non è solo un esercizio di propaganda e non è nemmeno soltanto un cortocircuito cognitivo, ma è un atto profondamente disumano che prolunga l’agonia di un popolo, illudendolo su esiti ormai preclusi e sacrificando una generazione sull’altare di una vittoria impossibile.

Si combatte e si muore per una finzione. Tutto perché i leader europei non debbano ammettere il loro totale fallimento.

IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE E LA LEZIONE CHE NON IMPARIAMO

Ed eccoci al punto più doloroso, cioè al fatto che ce lo siamo meritato. Ci siamo meritati lo sberleffo di Zelensky, perché abbiamo versato quasi trecento miliardi tra aiuti finanziari e militari, abbiamo accettato sanzioni che hanno devastato la nostra industria, abbiamo visto il nostro potere d’acquisto erodersi, e per cosa?

Per essere trattati come un bancomat da cui prelevare senza nemmeno dire “grazie”, per essere definiti insignificanti proprio da colui che senza il nostro sostegno sarebbe già un capitolo chiuso nei libri di storia e, forse, sepolto in chissà quale cimitero.

L’assurdità ha toccato il suo apice quando Zelensky, nello stesso contesto, ha ringraziato Donald Trump, l’uomo che ha bloccato gli aiuti americani, dimostrando una sfrontata abilità nel giocare su più tavoli.

Ma la colpa non è sua. La colpa è nostra, di un’Europa che ha dimenticato la lezione fondamentale della geopolitica: non esistono alleanze basate sulla carità, ma solo sulla convergenza di interessi. E sulla convenienza del più forte.

Noi non abbiamo alcun trattato che ci leghi all’Ucraina, eppure abbiamo agito come se la sua sopravvivenza fosse più importante della nostra stabilità economica e sociale, così leader dei popoli europei hanno preferito svendere i popoli che dovevano rappresentare in nome di un popolo che non fa parte dell’Unione.

Il vero aiuto, il solo aiuto sensato e umano che l’Europa avrebbe dovuto offrire, era quello diplomatico: forzare un negoziato, spingere per un compromesso territoriale fin da subito, per fermare una carneficina che sta dissanguando l’Ucraina e, con essa, l’Europa intera.

Invece, abbiamo scelto la via del suicidio, diventando complici e vittime di un conflitto che non ci appartiene e da cui usciremo, comunque vada, con le ossa rotte e la dignità calpestata.

La domanda che ora dobbiamo porci non è cosa farà Trump, ma cosa farà l’Europa.

Continuerà a essere un bel caleidoscopio, affascinante nella sua impotenza, o troverà finalmente la forza di guardarsi allo specchio, riconoscere i propri errori e iniziare a lottare per i propri interessi? Per gli interessi degli europei?

Il tempo delle illusioni è finito. Ora restano solo le conseguenze delle politiche scellerate.

PERCHÉ IL FACT-CHECKING È IL CANCRO DELLA DEMOCRAZIA

Il silenzio non fa rumore, ma ha un peso specifico insostenibile, soprattutto quando un algoritmo, addestrato e/o coordinato da redazioni che confondono l’inchiesta con l’obbedienza agiscono a favore dei pensieri unici.

Perché quando l’obbedienza decide di soffocare la voce di Alessandro Barbero non lo fa semplicemente per correggere un’imprecisione tecnica, che al limite si corregge con un articolo, un video, una precisazione, ma compie un atto di eugenetica intellettuale e ci pone dinanzi alla ghigliottina invisibile del XXI secolo, dove il boia indossa la maschera rassicurante del “verificatore” per nascondere il volto del censore.

Ma verificatore di cosa, con quali competenze, in nome di quale norma e per conto di chi?

Alessandro Barbero non è solo uno dei più importanti storici in circolazione, ma è un connettore tra la complessità del sapere e la cittadinanza, grazie a una grande notorietà, ed è questo che spaventa il sistema.

Ridurre un suo ragionamento di venti minuti a un “bollino rosso” per un dettaglio procedurale sul sorteggio delle liste del CSM è un’operazione di una disonestà intellettuale abbacinante.

È come censurare un’intera sinfonia di Beethoven perché una singola nota è stata suonata con un’intonazione diversa da quella prescritta da un comitato di quartiere.

Ma il punto non è l’errore, o presunto tale. Il punto è la sovranità dell’opinione.

In una democrazia degna di questo nome, il fact-checking applicato al pensiero politico dovrebbe essere vietato per legge per un’evidenza logica che persino un bambino saprebbe cogliere: non esiste, né può esistere, un arbitro imparziale nel campo delle idee.

La verità, nelle scienze sociali, nel diritto e nella politica, non è un dato cristallino da laboratorio, ma un campo di tensioni, una dialettica perenne tra interpretazioni conflittuali.

Affidare a una società privata, o a una testata partner, il potere di stabilire cosa sia “vero” significa istituire un tribunale dell’inquisizione digitale che non risponde a nessuna Costituzione, se non al bilancio dei propri azionisti e ai desiderata del potere che comanda.

Abbiamo già visto questo film, ed era un horror. Durante la pandemia, abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di fact-checkers che a malapena padroneggiavano una laurea triennale intenti a “smentire” e silenziare premi Nobel per la medicina, medici di chiara fama e docenti universitari con decenni di ricerca alle spalle.

E, grazie alle ammissioni di Mark Zuckerberg, sappiamo che tali censure erano state richieste dall’Amministrazione Biden.

Tanti esperti e luminari in materie mediche sono stati trattati come ciarlatani perché le loro analisi non baciavano il deretano del pensiero unico dominante.

E sarà ancora peggio in futuro, quando tali servizi saranno affidati a Intelligenze Artificiali, istruite da non si sa bene chi e con quali scopi, con quali istruzioni.

Allora, si potrebbe spacciare per vera la notizia delle sanzioni dirompenti, delle quattro tipologie di cancro di Putin, dei droni russi in Estonia e altre notizie che oggi sappiamo essere fake news: le sanzioni non hanno avuto gli effetti su Mosca che ci raccontavano; Putin non è morto per il cancro e i droni sull’Estonia erano ucraini.

E se qualcuno avesse interesse a non aggiornare le AI e mantenesse la notizia dei droni russi e del cancro di Putin?

Il fact checking è la vittoria del Dunning-Kruger elevato a sistema di governo, è l’incompetenza che, forte di un algoritmo, si fa dogma e zittisce l’eccellenza.

Chi si batte ogni giorno contro la disinformazione, come facciamo noi di Tamago, non chiede la censura, ma argomenta e dimostra nei fatti il perché qualcuno ha veicolato una fake news.

Infatti, non abbiamo mai chiesto di silenziare La Repubblica, Il Corriere della Sera, i TG della RAI e altri media perché negli ultimi cinque anni ci hanno raccontato panzane su green pass che servivano a creare luoghi sicuri, vaccini che evitavano di contagiare, controffensive ucraine, muli usati al posto dei mezzi corazzati, microchip smontati dalle lavastoviglie, pale dell’800, Putin affetto da almeno quattro tipologie di cancro, sanzioni dagli effetti dirompenti che avrebbero piegato Mosca in pochi mesi e altre sciocchezze.

Le abbiamo smascherate facendo notare la verità sancita dal tempo e dai fatti. Poi sta ai cittadini rendersi conto di chi fidarsi e di chi è meglio lasciare solo, con i propri abbonati.

Al contrario, se un fact-checker può limitare la portata di un Barbero oggi, senza un contraddittorio e senza avere competenze specifiche della materia trattata, né una cultura almeno pari a chi viene censurato, chiunque domani potrà essere ridotto al silenzio.

È una tattica di contenimento del dissenso che opera per erosione. Si inizia colpendo il “dettaglio” per screditare l’insieme.

Si prosegue riducendo la visibilità per spegnere il dibattito. Si finisce per indurre l’autocensura, che è la forma più subdola e letale di dittatura, perché il cittadino medio, vedendo il bollino di avvertimento, non approfondisce; percepisce solo un segnale di allerta, un odore di “pericolo” associato a una voce critica.

IL FACT-CHECKING È L’ANTITESI DELLA LOGICA

La democrazia esiste se le idee sono libere, non se il consenso è endemico. Se eliminiamo il rischio del “falso”, eliminiamo la possibilità stessa del dubbio e trasformiamo la democrazia in un’altra cosa.

Ma chi decide cos’è falso? La storia ci insegna che le grandi verità di oggi sono state le eresie di ieri.

Se il fact-checking fosse esistito nel 1600, Galileo Galilei sarebbe stato bannato da ogni piattaforma per “disinformazione flagrante” contro il consenso astronomico dell’epoca.

Oggi non bruciamo più i corpi, ma bruciamo la reputazione e la portata del messaggio, che in un’era digitale è l’equivalente della morte civile.

Queste piattaforme multinazionali agiscono ormai come Stati sovrani, ma senza il fardello della responsabilità democratica, perché controllano lo spazio pubblico in cui si forma la coscienza politica dei cittadini, ma applicano regole opache, dettate da interessi geopolitici ed economici che nulla hanno a che fare con la ricerca della verità.

Ma agiscono fidandosi di servizi di fact checking locali, assecondando le loro indicazioni, per non inimicarsi i governi locali, in modo da continuare a godere delle fortissime agevolazioni fiscali di cui godono.

La pretesa di Meta di “proteggere l’utente” è un insulto all’intelligenza collettiva. È un paternalismo autoritario che presuppone un popolo di idioti, incapaci di filtrare, criticare e scegliere tra diverse tesi.

IL BANDO DEL DISSENSO E IL TRIONFO DEL NULLA

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: il fact-checking non serve a proteggere la verità, serve a proteggere il potere. Serve a garantire che il “pensiero unico” non venga incrinato da chi ha gli strumenti intellettuali per smontarlo pezzo dopo pezzo.

Barbero fa paura perché è popolare e colto. Molto, troppo più colto dei fact checkers, che, spesso, non hanno neppure una triennale.

Fa paura perché spiega che la giustizia è una questione politica, non un tecnicismo per iniziati. Fa paura perché il suo “No” è argomentato, storico, profondo, incompatibile con l’inadeguatezza culturale degli stessi fact checkers.

Fa paura perché ha una cultura immensa rispetto al tizio che lo ha “censurato”, insomma.

È giunto il momento di smantellare questo apparato di sorveglianza cognitiva. La libertà di espressione non può essere soggetta a un “visto” preventivo o a una sanzione postuma basata su criteri soggettivi mascherati da oggettività.

Se permettiamo che il fact-checking diventi la norma, accettiamo di vivere in una democrazia a bassa risoluzione, dove i colori del dissenso sono sbiaditi da un filtro cupo di conformismo forzato.

Non lasciamo che il “click” di un burocrate digitale spenga la luce della ragione. La verità non ha mai bisogno di guardiani, ma di aria, di scontro e, soprattutto, di libertà.

E lo dimostra il fatto che i soliti fact checkers non hanno mai avanzato dubbi quando Draghi parlava di basi scientifiche nonostante quelle basi non esistessero, come sapevamo in tanti e come il tempo e i fatti ci hanno confermato.

Il fact checking è un’attività che non ha alcuna ragione logica di esistere in una democrazia, ma che è tifata da tanti che nei confronti della democrazia nutrono una profonda idiosincrasia.

A UN PASSO DALLA GUERRA CIVILE. MINNEAPOLIS E L’ASSASSINIO DEL SOGNO AMERICANO

A Minneapolis, oggi, la neve non copre solo le strade.

È una neve macchiata da altro sangue, dall’ennesimo omicidio compiuto dalla quella forza di polizia federale che somiglia sempre più alla Gestapo, il cui comandante, Greg Bovino, va in giro come un attore che interpreta un ufficiale delle SS, a capo di quell’ICE che ti entra in casa, ti spara per strada, intimidisce persino le forze di polizia locale e gode di totale immunità, proprio come nelle peggiori dittature.

La neve copre il silenzio di un’istituzione che ha deciso di divorare i propri figli, in nome di una maggioranza di cittadini americani che ha voluto una politica estremista di cui oggi vediamo i frutti e la realizzazione. Perché chi punta il dito contro Trump non ha compreso che il presidente ha stravinto le elezioni proprio su questo programma elettorale.

Perciò il problema non è Trump, né il suo vice o i suoi ministri. Il problema è il vero volto di una parte di America che oggi non ha un politico al vertice, ma un cinico e spietato affarista che non ha problemi a mostrare al mondo, e ai propri cittadini, il vero volto delle ex colonie britanniche.

Il vero volto di quell’America che ha sterminato i nativi per farsi spazio e rubare terre, che ha invaso e/o bombardato paesi sovrani in mezzo mondo, infischiandosene del Diritto internazionale, tra cui Iran, Iraq, Jugoslavia, Libia.

Infatti, sfoga la violenza peggiore della polizia mascherata come bande di criminali proprio in Minnesota, dove il termometro segna diversi gradi sotto zero, ma è il gelo della democrazia a far tremare.

Quello che stiamo documentando nelle ultime settimane non è un’operazione di polizia migratoria, ma è quanto avviene in un’occupazione militare in piena regola sotto mentite spoglie e con la maschera di slogan politici; è ciò che avviene quando le popolazioni occupate devono sottostare ai capricci e alla prepotenza degli invasori, a cui è concesso ogni crimine, finanche l’omicidio.

IL SACRIFICIO DI RENEE E ALEX, ASSASSINATI DALLO STATO

Renee Nicole Good aveva trentasette anni e tre figli. È morta il 7 gennaio sotto i colpi di un agente federale perché aveva scelto di essere una testimone dei comportamenti da dittatura dell’ICE.

La sua “arma” non era un fucile, ma un’abilitazione legale come osservatrice per monitorare i raid dell’ICE. Documentava la prepotenza dello Stato ai danni dei cittadini americani.

Eppure, per il Dipartimento della Sicurezza Interna, quella madre è diventata una “terrorista domestica”, perché era una donna scomoda. Proprio come si può diventare scomodi in Russia o in altri paesi per cui non pensiamo più di un secondo prima di parlare di dittatura.

Certo, ma in dittatura una così l’avrebbero ammazzata, direbbe qualcuno.

Infatti, i video parlano chiaro: l’agente Jonathan Ross ha sparato mentre Renee cercava di allontanarsi, non di aggredire, ma la Casa Bianca vi ordina di ignorare ciò che i vostri occhi vedono. Vi chiedono di ignorare persino l’evidenza, proprio come in 1984 di Orwell.

Perché documentare i crimini dell’ICE è scomodo. Come hanno compreso anche due giornalisti italiani del programma di Rai3 “In mezz’ora”, Laura Cappon e Daniele Babbo, che sono stati minacciati dagli agenti dell’ICE, come si vede in questo video:

E, se qualcuno ancora non avesse capito, pochi giorni dopo, il 24 gennaio, è stato il turno di Alex Pretti. Un infermiere, un uomo dedito alla cura, freddato perché cercava di prestare soccorso durante un raid a South Minneapolis.

Un altro omicidio in pochi giorni, senza alcun motivo, senza alcun pericolo reale per gli agenti.

Ancora una volta, l’ICE sostiene che si è trattato di legittima difesa. Tuttavia la vittima era armata solo di un cellulare ed era stato immobilizzato da una decina di uomini, quando un agente gli ha sparato al petto alcuni colpi di pistola.

Ma la morte di Alex Pretti ha sancito il punto di non ritorno.

Il capo della polizia locale, Brian O’Hara, ha fatto ciò che ogni uomo d’onore avrebbe dovuto fare: ha rifiutato l’ordine federale di abbandonare la scena del crimine, avviando un’indagine indipendente contro l’ICE. È la prima volta che una forza di polizia cittadina punta il dito, armi alla mano, contro i parametri dello Stato centrale.

E ora la tensione è altissima, perché anche le forze di polizia rischiano. Oggi, negli USA, chiunque dissenta è potenzialmente in serio pericolo, anche se indossa una divisa con onore o è un politico che serve i cittadini.

Intanto, proprio come accade nei peggiori regimi, la Disney avrebbe licenziato l’attore Mark Ruffolo in seguito al suo discorso sul red carpet dei Golden Globes 2026 contro la condotta nazista dell’ICE, anche se, al momento in cui scrivo, sono alla ricerca di ulteriori fonti che confermino l’effettivo licenziamento.

D’altronde, l’America non è nuova a cancellazioni, licenziamenti e allontanamenti di personaggi della Tv che non piacciono al potere di turno, come la cancellazione del Jimmy Kimmel Live e il licenziamento di Tucker Carlson da Fox.

I BAMBINI ESCA: L’INFANZIA COME STRUMENTO DI REPRESSIONE

Ma il baratro etico non si ferma agli omicidi. Parliamo di Liam Ramos. Cinque anni. Un bambino ecuadoriano usato dagli agenti federali come esca per stanare la sua stessa famiglia. È una tattica che non trovereste nemmeno nei manuali della Stasi.

Il Vicepresidente JD Vance ha avuto il coraggio di definire l’invio del piccolo in un centro di detenzione in Texas come un “atto di pietà” per non lasciarlo al freddo dopo la fuga del padre.

Vengono in mente film in cui a pronunciare frasi simili era qualcuno con indosso una divisa delle forze di polizia della Germania nazista.

Una narrazione che urta contro la realtà: la famiglia aveva già ottenuto lo status di rifugiato e il padre era un lavoratore onesto, non un criminale in fuga.

Il caso della piccola Chloe, strappata al padre a due anni nonostante l’ordine di rilascio di un giudice, completa un quadro di disprezzo assoluto persino per il potere giudiziario locale – ricordo che negli USA i giudici hanno mandato popolare – e dimostra in maniera incontrovertibile come gli Stati Uniti d’America somiglino sempre più a una dittatura.

Chiamatela soft, morbida, non troppo oppressiva, ma se in una nazione un poliziotto può uccidere a sangue freddo un cittadino, godendo di immunità, beh quella è una dittatura.

LA SOCIOLOGIA DEL FISCHIETTO E LO SCIOPERO DELLA DIGNITÀ

Per le strade di Minneapolis, Il suono del fischietto, che rimbalza tra i viali ghiacciati di Powderhorn, è diventato il codice morse della resistenza civile. È il simbolo del collasso della fiducia nello Stato.

I cittadini hanno risposto con lo sciopero generale “ICE Out For Good”. Negozi serrati, scuole deserte, ristoranti bui.

Non è solo una protesta economica, ma è un recesso dal contratto sociale perché lo Stato è inadempiente poiché è venuto meno al primo dovere di una democrazia, che è quello di tutelare i propri cittadini.

Dopo che il Governatore Tim Walz e il Sindaco Jacob Frey hanno accusato i crimini dell’ICE, sono stati isolati e indagati dal Dipartimento di Giustizia con l’accusa di “cospirazione”, trasformando i rappresentanti legittimi dei cittadini in sospettati per non aver assecondato gli atti da dittatura compiuti dall’ICE.

VERSO UNA GUERRA CIVILE A BASSA INTENSITÀ

Siamo di fronte a una transizione sociologica senza precedenti, perché l’amministrazione Trump non sta solo combattendo l’immigrazione, che è usata come testa d’ariete, ma sta erodendo la democrazia con violenza.

Il Minnesota è diventato la trincea di una guerra civile intermittente, una conflagrazione dove i fronti non sono eserciti regolari, ma ideologie opposte che si scontrano agli angoli delle strade.

Ora, per paura, la Casa Bianca avrebbe messo in allerta ben 1500 marines, pronti a partire per il Minnesota, in modo che l’occupazione non sembri tale soltanto agli occhi di chi ha la mente più ampia, ma lo diventi di fatto per tutti.

Ma perché proprio il Minnesota?

Perché è uno stato che non vota per i repubblicani.

Non lo ha mai fatto dal 1976.

Persino quando Ronald Reagan vinse in 49 stati, il Minnesota votò democratico.

In quello stato, il Partito Democratico si chiama Partito Democratico-Agricolo-Laburista e il governatore è Tim Walz, eletto nel 2019 e nel 2024 è stato scelto da Kamala Harris come suo candidato vicepresidente nella corsa alla Casa Bianca, persa malamente contro il programma politico di Donald Trump.

Programma politico che prevedeva quanto sta accadendo e che un’ampia maggioranza di americani ha approvato.

Il Minnesota è una spina nel fianco in quello che sembra un disegno per costruire un’America impero che sappia governare il mondo.

Trump, e soprattutto quelli che ne muovono i fili, hanno compreso che i paesi che emergono sul pianeta non sono democrazie, ma hanno governi che tengono la popolazione sotto un rigido controllo, come la Cina, perciò gli USA devono trasformarsi.

Ecco perché l’azione dell’ICE è solo parzialmente una politica antimigratoria.

Il pericolo maggiore non è più solo l’ICE che viola la legge, ma è l’assuefazione al capovolgimento della verità, perché quando lo Stato chiama “terrorista” una vittima disarmata e “operazione di pubblica sicurezza” la cattura di un bambino di cinque anni, la parola non è più strumento di comunicazione, ma di manipolazione totale degli eventi.

L’America non è mai stata così frammentata, sospesa tra il mito della sicurezza nazionale e il macello delle libertà individuali. E ora, anche tanti elettori di Trump hanno compreso che avere un politico che mette in atto quanto promesso, a volte può essere un problema.

Il Minnesota è un monito: fate quello che vuole chi comanda, oppure siete solo d’intralcio all’America. E chi è d’intralcio all’America, finisce ammazzato per strada con l’accusa di essere un terrorista.

Ormai, gli americani sono di fronte a un bivio: o si rivoltano in massa con scioperi pacifici, per spaventare il regime Trump, oppure la guerra civile non sarà soltanto un’ipotesi, ma un evento a cui manca soltanto la data d’inizio.

E se avevate in programma una vacanza in America, beh… meglio optare per altre nazioni.

EUROPA, TRA LA GLORIA DEL PASSATO E LA MORSA DEI PREDATORI

Se fissiamo le mappe che ci hanno insegnato ad amare sin da bambini, quell’Europa rassicurante posta al centro di ogni proiezione geografica sembra quasi il cuore del mondo. Tuttavia, la realtà è un vento che gela le fondamenta di una casa che abbiamo dimenticato di riscaldare.

Siamo il baricentro del mondo, è vero, ma non abbiamo potere. Siamo, al più, un cuscino tra due predatori. Forse anche più di due.

Da una parte, l’oceano porta l’abbraccio di un alleato che sta imparando a contare il prezzo di ogni suo gesto, un’America che ci guarda con gli occhi lucidi di chi non cerca più fratelli, ma mercati, e i tratti freddi dell’uomo bianco che sterminava i nativi per farsi spazio.

Dall’altra, le pianure dell’Est ci consegnano l’ombra di un orso ferito che ha capito quanto sia facile far male all’Europa se la si colpisce lungo le sue crepe interne.

Siamo sospesi tra un addio travestito da fattura da saldare e una vendetta mascherata da ritorno alle origini.

IL SORRISO DI WASHINGTON E IL FILO TRASPARENTE

Le nuvole che arrivano da Washington non portano più solo promesse di libertà, ma i metodi della “Dottrina Monroe”.

È una strana solitudine quella che gli Stati Uniti ci stanno cucendo addosso, quelli che ci chiamano alleati, ma tra le righe di documenti come la National Security Strategy del 2025 leggiamo che loro hanno bisogno di noi, sì, ma come una marionetta dalle braccia d’oro.

Ci vogliono ricchi, perché i mercati morti non comprano auto, navi, gas liquefatto e altri prodotti americani. Se noi diventiamo poveri, l’impero a stelle e strisce sarebbe costretto ad allentare le sanzioni ad altre regioni del mondo, ma, in quel caso, Washington sarebbe costretta a mostrare al mondo come anche altre forme di governo portino al benessere economico se non posti sotto sanzione.

Perciò, ci vogliono ricchi quanto basta per essere ottimi clienti, ma ci vogliono divisi. L’Europa che agisce con una sola voce, per l’America, è un concorrente, un fantasma del futuro che Washington non è pronta a gestire. Soprattutto se quell’Europa stringe accordi commerciali con Cina e Russia.

Mentre ci sentiamo rassicurati dai sorrisi transatlantici, le mani d’oltreoceano carezzano proprio quei movimenti che vorrebbero scardinare l’Unione. Chiamano “patriottismo” ciò che in realtà è una parcellizzazione del nostro potere.

Se ogni stato torna a gridare nel proprio giardino, nessuno sentirà mai il boato dell’Europa intera. Il gas naturale americano oggi scorre nelle nostre tubature come un antidoto che crea una nuova dipendenza; copre il 45% del nostro fabbisogno, legandoci con catene invisibili, ma pesantissime, e costosissime, a una prosperità che ha sempre il volto di qualcun altro.

L’OMBRA DEL CREMLINO E IL VELENO DELLA DISCORDIA

A Est, la Russia di Putin osserva queste fratture con la pazienza carnivora di chi sa che il tempo gioca a suo favore. La strategia moscovita non è un segreto e chi ha studiato la Storia la conosce bene.

Putin non vuole conquistarci con i cingolati, – non ne ha bisogno, – vuole scomporci in ventisette piccoli interessi divergenti per fare di noi la stessa cosa che di noi vogliono fare gli USA: clienti.

Putin sogna un’Europa che, stanca e intirizzita dal freddo della storia e dai tanti miliardi bruciati nella guerra, decida di trattare separatamente, barattando l’unità del continente con nuovi contratti di fornitura di idrocarburi scontata.

I rubli e le lusinghe ideologiche hanno inquinato le nostre acque per anni, alimentando partiti che oggi sbandierano l’euroscetticismo come se fosse libertà. – Anche se, certamente questa Europa è ben lontana da ciò che servirebbe e che si potrebbe definire libertà.

È l’ironia suprema della geopolitica contemporanea: i predatori, da est a ovest, hanno lo stesso obiettivo, perciò entrambi amano vederci piccoli.

E noi, nel mezzo, balliamo un valzer solitario su un ghiaccio che si fa sempre più sottile e che rischia di farci annegare in un lago gelato.

IL FANTASMA DEL POTERE E L’ANESTESIA CIVICA

Eppure, basterebbe ragionare con una visione un po’ più ampia del proprio spazio di comfort per vedere cosa potremmo essere: un colosso da 20.000 miliardi di dollari di PIL, con un esercito potenziale di un milione e mezzo di anime, tecnologie, menti, industrie, competenze, cultura e creatività che il resto del pianeta può solo sognare.

Siamo un titano energeticamente denutrito e militarmente claudicante, ma la ferita più profonda non è nella difesa o nei gasdotti, ma nel battito del cuore dei cittadini.

L’astensionismo che divora le urne, con picchi che in alcune terre superano il 70%, è il grido silenzioso di una generazione che non sente più il calore delle istituzioni della propria nazione, figuriamoci di Bruxelles.

Percepiamo l’Europa come una torre d’avorio fatta di grafici e burocrazia, un ufficio smarrito che ha dimenticato la poesia e il coraggio che i padri fondatori avevano iniettato nel sogno originario perché i politici degli ultimi decenni si sono dimenticati di costruire una patria europea prima di un’accozzaglia di paesi legati da accordi commerciali.

Hanno creduto che bastassero contratti, fatture e accordi milionari perché un giovane facesse dell’Europa casa propria.

È vero, la disaffezione all’Europa è soprattutto colpa della Commissione von der Leyen e delle sue tante, troppe follie. Ma non si sceglie di andare a piedi per il resto della vita perché l’auto non funziona. La si ripara, oppure la si cambia. Altrimenti, a piedi costa meno e si è più liberi, ma quanta strada si fa e come?

AUTORI O PEDINE: L’ULTIMA SCELTA DI UNA TERRA STANCA

La geografia è un destino, ma la politica è un atto di volontà. Più rifiutiamo di crederci una sola voce, più dichiariamo al mondo di voler essere prede, perché tante voci diventano cacofoniche e nessuno le ascolta.

Ogni volta che una capitale europea decide di giocare da sola, Putin vince una battaglia e Washington chiude un contratto favorevole.

Poi, certamente, sulla guerra in Ucraina ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, per discutere dell’accerchiamento della NATO, delle ingerenze americane in Ucraina, con la Nuland, e di altri fatti che hanno alimentato il conflitto, di cui abbiamo discusso in numerosi altri articoli che trovate nella sezione BLOG, sotto le voci PENSARE e SOCIETÀ E POLITICA.

Siamo davanti a un dilemma che non ammette mezze misure, perché possiamo continuare a essere pedine politicamente corrette sulla scacchiera degli altri, facendoci manipolare da chi soffia sul fuoco del nostro egoismo nazionale, oppure possiamo scegliere di tornare a essere gli autori della nostra storia.

Anche se, per farlo, bisognerebbe tornare all’Europa dei popoli e non a quella attuale degli interessi delle lobby e dei flussi di miliardi di euro decisi con messaggini e trame occulte.

Il costo dell’autonomia è alto, ma il costo della debolezza è l’irrilevanza, un oblio dorato dove l’Europa finirà per essere ricordata come una splendida idea che non ha avuto il coraggio di esistere davvero.

IL VOLTO DELL’IMPERO, LA DEMOCRAZIA CHE DIVENTA TERRORE

In una dittatura, una polizia speciale gira per strada a volto coperto.

Possono fare tutto: entrarti in casa, prelevarti, spararti in faccia, uccidendoti… possono andare a scuola e arrestare tuo figlio. E possono farlo godendo della massima immunità penale.

In quella dittatura, se i giornalisti scoprono che il suo esercito ha commesso crimini contro l’umanità, e divulgano la cosa, rischiano fino a 175 anni di carcere e vengono perseguiti in qualsiasi luogo del mondo.

In quella dittatura, se un giornalista pone una domanda durante una conferenza stampa dei rappresentanti del governo, viene aggredito verbalmente. Spesso fisicamente e allontanato dalla sala.

Starete pensando alla Corea del Nord, alla Russia di Putin o chissà a cos’altro.

No. Sto raccontando gli Stati Uniti d’America.

La patria del più grande apparato di propaganda del mondo: Hollywood, un luogo in cui attori interpretano personaggi fantasiosi, deformando la verità e la storia. Ma c’è un momento preciso in cui il trucco di scena si scioglie, rivelando i lineamenti rigidi di un volto che non conoscevamo, o che forse avevamo finto di non vedere.

IL VOLTO DEL BAMBINO CHE SMASCHERA WASHINGTON

Il 20 gennaio, nel silenzio ovattato del Minnesota, quella maschera di democrazia e libertà, che gli Stati Uniti hanno indossato per quasi un secolo, è scivolata via tra i banchi di scuola della Columbia Heights, dove è andata in scena la profanazione dell’umanità.

Gli agenti dell’Ice non hanno portato via soltanto persone, hanno strappato il velo dell’illusione americana, come miliziani di un regime che ha deciso di educare attraverso il terrore. Proprio come Mussolini o come Hitler.

Sotto le luci al neon delle classi, tra i disegni appesi ai muri e l’odore di matite temperate, il pianto di un bambino di cinque anni ha segnato la fine di un’epoca e ha sbattuto in faccia al mondo occidentale la realtà di cosa sia davvero l’America.

Ora, sarebbe facile dire che Donald Trump sia il mostro sotto il letto, il colpevole di ogni barbarie, ma questa è una menzogna consolatoria.

Trump non è che lo specchio, il braccio meccanico di un organismo molto più vasto e complesso. La realtà è che il problema è il mandato di un’intera nazione, una maggioranza granitica che ha consapevolmente conferito il potere della repressione e della disumanizzazione. Infatti, tantissimi americani approvano le azioni di Trump, così come le hanno espressamente richieste nelle urne.

Quando una democrazia vota per chi promette di cacciare, recintare e punire, gli artigli che ne conseguono sono la sua espressione più sincera. È la società americana che, nella solitudine dell’urna, ha deciso che l’innocenza di un bimbo di pochi anni è un prezzo accettabile da pagare sull’altare della “sicurezza”.

Siamo di fronte a una dittatura che si è fatta dogma e che non si nasconde più dietro il fantoccio della democrazia, una dittatura sorretta per decenni dalla più formidabile agenzia di propaganda che il mondo abbia mai conosciuto: Hollywood.

Mentre le pellicole patinate esportavano il mito del “giusto”, dell’eroe che salva il mondo e della terra delle opportunità, l’impero si nutriva di villaggi rasi al suolo, cieli bruciati e ricchezze rapinate.

Abbiamo guardato il grande schermo ignorando le macerie che quella stessa potenza accumulava ai margini della storia. I paesi europei, noi compresi, siamo rimasti a guardare, muti, paralizzati dal terrore dell’atomica dell’URSS, accettando una sottomissione morale pur di restare sotto quell’ombrello protettivo che puzzava di polvere da sparo e ancora del sangue degli innocenti giapponesi spazzati via non da una, ma da ben due bombe atomiche.

Abbiamo barattato la nostra capacità di indignarci per una promessa di salvezza, scegliendo la dittatura che ci faceva meno paura, tanto da definirla democrazia.

Abbiamo persino dimentica il DNA di questo impero, che non conosce la parola “pace”. La sua è una storia che affonda le mani nella terra rossa intrisa del sangue dei nativi americani, sterminati in nome degli editti di quegli invasori bianchi che si sono autoproclamati eletti del Signore.

Un manipolo di scappati di casa e avanzi di galera sfuggiti alla giustizia degli imperi europei o scappati da società in cui, da perfetti incapaci quali erano, non erano stati in grado di emergere, negli eserciti come in altri campi.

È la storia di un Paese che, primo e unico, ha avuto l’ardire di rovesciare due bombe atomiche su civili inermi. E se la prima fu un abisso di ignoranza per le conseguenze, la seconda fu una fredda, lucida scelta di potere, fatta sapendo esattamente cosa sarebbe rimasto degli abitanti di Nagasaki.

Non c’è differenza tra il fungo di Hiroshima e il boato silenzioso dei bombardamenti in Kosovo o in Libia, operazioni scatenate senza mandati internazionali, in disprezzo assoluto delle Nazioni Unite. Sono gli stessi architetti che si sono inventati il fantasma delle armi chimiche di Saddam per invadere l’Iraq senza autorità né mandato ONU.

L’OCCUPAZIONE DEL CUORE E DELLA MEMORIA

Oggi quella violenza che prima era esportata come merce di democrazia nel mondo, è tornata a casa, rivolgendo lo sguardo verso i più fragili tra i suoi confini.

Usare i bambini come esche, arrestare maestri davanti ai loro alunni e fermare famiglie davanti alle scuole significa annichilire il concetto di futuro. Significa dire alla popolazione americana che gli USA sono una dittatura e che nessuno è al sicuro.

La scuola non è più un luogo dove si impara, ma una zona di guerra in cui l’ICE insegna ai bambini che lo Stato non protegge, ma aggredisce. E può farlo ovunque, anche dove ci si dovrebbe sentire al sicuro, come a casa e a scuola.

Questa è la rottura morale definitiva. Quando si smette di percepire il pianto di un bambino di cinque anni come una ferita sociale, significa che la civiltà ha cessato di respirare.

Non siamo più spettatori di un errore politico o delle scelte di un uomo mentalmente malato, ma siamo testimoni del trionfo di una cultura della sopraffazione che si ammanta di leggi per soffocare l’umano.

È una barbarie che ha gettato i suoi primi semi già durante la pandemia, quando in Occidente sono andate in scena scene di discriminazione che pensavamo relegate nei libri di storia: greenpass, persone allontanate dal lavoro, arresti, linciaggi, pestaggi da parte della polizia a cittadini inermi.

Perché tanti che oggi si indignano per il bambino arrestato a scuola erano a favore quando quel bambino o i suoi genitori, o l’insegnante, venivano prelevati, cacciati e arrestati perché senza greenpass. Perché tanti che ora di indignano dei metodi di Trump hanno approvato quelli di Draghi, senza avere neppure la capacità cognitiva per rendersi conto che sono la stessa cosa, cambia solo lo stile del personaggio.

Stessa arroganza, stessa superbia, medesima discriminazione, uguale disprezzo per la dignità dell’individuo.

L’Occidente intero ha gettato la maschera e ha mostrato al mondo che non è affatto diverso da quelle dittature contro cui ha sempre puntato il dito.

Compresa l’Europa, che, mentre Trump a Davos parla di equilibri di potere con il linguaggio di una nuova fase imperialistica, a Bruxelles discute di eliminare le bustine monodose di ketchup e maionese e quelle di shampoo negli hotel. Mentre le potenze ridisegnano il mondo, Bruxelles conta le bustine.

Come ribellarci a questa deriva dittatoriale che non è confinata negli USA, ma è endemica e prossima a deflagrare in una pandemia, visto quanto accaduto anche in Europa durante la pandemia e a quanto accade oggi, con i conti correnti chiusi ai dissidenti e i licenziamenti dei giornalisti che pongono domande scomode?

La resistenza non può che nascere da una riappropriazione della verità: l’impero americano non ha più vestiti per mimetizzarsi. È nudo, brutale, e ha deciso di strappare i maestri dalle aule perché sa che è lì, nel coraggio di educare alla dignità, che si trova la sua unica vera minaccia: la cultura, il sapere, la capacità di filosofare.

La nostra complicità silenziosa, il nostro conformarci alle discriminazioni e all’alienazione della verità umana, deve finire qui, dove le grida di un asilo in Minnesota incrociano lo sguardo vitreo della storia.

Ok, ma cosa fare?

Per prima cosa, smettere di seguire quei media che raccontano con favore la dittatura. Sia quella americana che si manifesta oggi, sia quella che abbiamo visto anche in Italia con le discriminazioni, e anche quella che giudica normale i conti bloccati a chi dissente e il licenziamento di Gabriele Nunziati.

In secondo luogo, non dare fiducia a quei politici che si riconoscono nella dittatura americana e si sono resi complici delle politiche dittatoriali del greenpass e della discriminazione sociale.

Perché seguendo costoro, approvandoli, o anche soltanto dire “sì, ma…” significa essere collaborazionisti della dittatura e della negazione dell’individuo.

Significa essere complici di uno scempio sociale.

IL DEBITO SA MORDERE E ADESSO HA IMPARATO A GRIDARE

Per decenni, il mercato obbligazionario giapponese è stato il tempio dell’imperturbabilità.

Era una distesa di ghiaccio dove il tempo sembrava essersi fermato in un eterno presente di tassi a zero.

Lo chiamavano “ancora del mondo”, ma questa settimana, quel ghiaccio si è crepato con un suono sinistro e sono emersi numeri che vanno ben al di là di un terminale Bloomberg, perché sono una scossa al sistema finanziario globale, che ha smesso di trattenere il respiro.

Sanae Takaichi, con la sua ascesa al potere, ha promesso grandi cose al popolo: tagliare le tasse sul cibo, lenire il dolore dell’inflazione nelle case dove ogni chicco di riso conta, ma tutto ciò, nel linguaggio spietato della finanza, è stato letto come una confessione di debolezza.

Gli investitori non hanno visto compassione, ma il baratro per un debito che supera il 250% del PIL e hanno deciso che la stabilità non era più un dogma, ma un’illusione giunta al termine.

IL PESO DI UNA VITA: IL 4% DEL DOLORE

Il rendimento del titolo di Stato a quarant’anni ha toccato il 4%.

Quarant’anni sono l’arco di una vita lavorativa intera, è il tempo che intercorre tra il primo pianto di un figlio e i suoi primi capelli grigi. Per diciotto anni, quel numero è rimasto sepolto sotto la cenere di tassi a costo zero, ma oggi, quel 4% è un grido che squarcia il velo di una finzione, di un mercato che possiamo dire che era stato “drogato”.

E quel 4% significa che il mercato non crede più che il domani sarà uguale a oggi.

Le aste dei titoli a vent’anni sono andate deserte, come piazze abbandonate prima di un bombardamento.

La gente scappa. Non si vendono solo pezzi di carta, ma si vende la fiducia nel patto sociale. Se lo Stato deve pagare così tanto per farsi prestare denaro, chi pagherà il conto finale?

Lo pagheranno i figli che non hanno ancora imparato a parlare, ereditando un castello di carte costruito sopra un vulcano attivo.

IL BATTITO CHE FA TREMARE L’AMERICA

Il Giappone è sempre stato il grande creditore silenzioso, il polmone che iniettava ossigeno nelle vene dell’impero americano, che è il potere più indebitato al mondo.

Con oltre 1,2 trilioni di dollari di debito statunitense nelle sue mani, il Giappone è l’architrave che regge il soffitto di Washington. Ma se il rendimento in patria sale, perché un investitore giapponese dovrebbe attraversare l’oceano per cercare fortuna altrove? Il rimpatrio dei capitali è un’emorragia interna che rischia di diventare una pandemia globale.

Mentre Tokyo brucia, i rendimenti dei Treasury americani a trent’anni hanno iniziato a salire, sfiorando il 5%. È un virus che si propaga con il semplice contatto. Il mercato globalizzato è un corpo unico, perciò l’infezione di Tokyo si trasforma in una fitta al petto a Wall Street e in un tremore nelle banche di Milano e Parigi.

Infatti, i Gilt britannici gemono sotto il peso di costi di indebitamento che sono i più alti del G7, perché siamo tutti collegati da fili invisibili di debito, e qualcuno ha iniziato a tirare quei fili con una violenza inaudita.

LA SOCIOLOGIA DEL PANICO E IL PARADOSSO DI TAKAICHI

Takaichi parla di “cambio di rotta”, di “mandato popolare”, ma il mercato è un animale che fiuta la paura prima della speranza.

Le sue elezioni anticipate dell’8 febbraio non sono una consultazione democratica, ma una vera e propria scommessa d’azzardo sulla pelle di una nazione stanca e sempre più anziana. La più longeva al mondo, dove non si fanno più figli e il futuro è l’estinzione etnica.

Il cosiddetto “Takaichi Trade” è un mostro a due teste: una borsa che corre per l’avidità di un Nikkei forte e uno Yen che affonda come una pietra gettata in un pozzo.

In questo squilibrio, l’uomo della strada perde due volte, perché i suoi risparmi valgono meno e perché il costo della vita, nonostante i tagli fiscali promessi, salirà per nutrire il mostro degli interessi.

Quella del nuovo governo giapponese sembra una carezza, ma lascerà i segni di un schiaffo violentissimo.

UN MONDO IN DEFICIT DI ANIMA

Il problema non è tecnico, ma esistenziale.

Viviamo in un’epoca di deficit permanente, non solo nei bilanci, ma nelle visioni.

Abbiamo accumulato un debito globale che supera il 235% della ricchezza mondiale. Abbiamo preso in prestito la luce dal futuro per illuminare i nostri sprechi di oggi.

E ora che la geopolitica si fa oscura, con la minaccia di guerre non solo commerciali e con la necessità di armarsi di nuovo, il mercato obbligazionario sta dicendo “basta”.

Gli investitori sono i nuovi “vigilantes” di un mondo senza regole, dove persino il diritto internazionale è usato come carta igienica da chi ha più missili degli altri.

Ma gli investitori non sono cattivi; sono terrorizzati. Vedono governi che non sanno più dire di no, che stampano promesse su carta straccia.

Il crollo dei titoli giapponesi è l’ultimo avvertimento prima che la musica finisca.

Dobbiamo guardare in faccia la realtà, prima che ci sfugga di mano.

Ogni punto base in più è una scuola in meno, un ospedale che rifiuta pazienti, un sogno che si infrange.

La finanza ha smesso di essere una scienza ed è tornata a essere ciò che è sempre stata: una storia di sangue e di promesse tradite.

Il Giappone, il Sole nascente, oggi proietta ombre lunghissime. E, in quelle ombre, dobbiamo imparare a camminare, sperando che qualcuno, da qualche parte, abbia ancora il coraggio di scegliere la verità prima del consenso.

IL GIAPPONE DI TAKAICHI E IL TERREMOTO CHE SCUOTE IL MONDO

Il Giappone non sta semplicemente andando al voto, ma sta affrontando una mutazione genetica della propria identità nazionale.

Infatti, quella che si consumerà il prossimo 8 febbraio non è una banale tornata elettorale, ma un referendum sulla via esistenziale della terza – ora quarta, in perenne competizione con la Germania – economia del pianeta.

Sanae Takaichi, la prima donna a scalare il vertice del potere nipponico, ha deciso di stracciare il manuale della prudenza asiatica per lanciare un’offensiva che è, al tempo stesso, politica, militare e finanziaria.

La scommessa è totale e la posta in gioco è la fine del Giappone come lo abbiamo conosciuto dal 1945 a oggi.

IL CARISMA DELLA FERROVIA: PERCHÉ LA DESTRA CONQUISTA I GIOVANI

Osservando i dati, emerge un fenomeno che ribalta i paradigmi occidentali: l’onda d’urto del consenso di Takaichi nasce dal basso, ma soprattutto dai giovanissimi.

In un Paese celebre per la sua gerontocrazia, vedere un gradimento che sfiora il 90% tra la fascia di popolazione che va dai 18 ai 29 anni è un segnale di rottura profondo. I giovani giapponesi non cercano più la mediazione grigia dei burocrati del passato, ma desiderano una narrazione di forza, un’estetica della risolutezza che Takaichi incarna perfettamente, smarcandosi dalle dinastie politiche tradizionali per proporsi come una leader “self-made”.

È la fine dell’apatia digitale, percuò il nazionalismo diventa il nuovo linguaggio della speranza economica.

LA FINE DELL’ILLUSIONE DEL DEBITO GRATIS

Sotto il profilo strettamente economico, stiamo assistendo al collasso di un dogma che ha retto i mercati globali per trent’anni. Il Giappone è stato per decenni il laboratorio mondiale dei tassi zero, il polmone che forniva liquidità a Wall Street e all’Europa attraverso il meccanismo del “carry trade”.

Ora quel polmone ha smesso di espandersi. La decisione di Takaichi di spingere su una “Super-Abenomics” finanziata in deficit, unita a un’inflazione che morde anche a Tokyo, ha fatto esplodere i rendimenti dei bond sovrani.

E quando i titoli di Stato nipponici tornano a offrire rendimenti vicini al 4% sulle lunghe scadenze, il mondo trema, perché i capitali giapponesi stanno tornando a casa e il rimpatrio di questa massa monetaria colossale è un proiettile puntato dritto contro la stabilità dei mercati azionari occidentali.

IL RIARMO E IL TABÙ ATOMICO

Sul piano geopolitico, Tokyo ha deciso di sfilare il guanto di velluto.

L’alleanza con i conservatori di Nippon Ishin, a scapito del moderatismo pacifista del Komeito, segna il passaggio a una fase di assertività militare senza precedenti.

Portare la spesa per la difesa al 3% del PIL è la dichiarazione che il Giappone intende tornare a essere una potenza regionale capace di deterrenza autonoma. Le parole che si sussurrano sempre più insistentemente sul superamento dei tre principi non nucleari indicano che il trauma di Hiroshima e Nagasaki sta lasciando il posto a una fredda analisi dei rischi nel Mar Cinese Meridionale.

La tensione con Pechino su Taiwan non è più una variabile diplomatica, ma un orizzonte operativo concreto, perciò la politica e il Paese devono prepararsi agli eventi.

L’OPPOSIZIONE E LA DIFESA DELLA SOCIETÀ APERTA

Dall’altro lato della barricata, l’Alleanza del Centro Riformista guidata da Yoshihiko Noda tenta disperatamente di costruire una diga contro questa deriva identitaria.

È uno scontro tra due visioni del mondo: da una parte il Giappone-fortezza, patriottico e militarizzato; dall’altra il Giappone della coesistenza, pragmatico e attento alle disuguaglianze sociali.

Due mondi agli antipodi.

Tuttavia, la frammentazione delle forze progressiste fatica a contrastare il fascino di una leadership che promette di azzerare le tasse sui consumi e di restituire orgoglio a una nazione che si sente assediata.

La verità è che il Giappone di Sanae Takaichi sta tentando di fare ciò che molti paesi occidentali sognano, ma temono: nazionalizzare la propria economia e militarizzare la propria politica estera senza rinunciare alla modernità tecnologica.

Se la premier dovesse ottenere la maggioranza assoluta l’8 febbraio, l’onda d’urto non si fermerà alle coste del Sol Levante, ma cambierà il costo del denaro a Londra, influirà sulle decisioni del Pentagono e costringerà Pechino a ricalibrare ogni singola mossa strategica.

Stiamo guardando la nascita di un nuovo attore globale, più muscolare e meno prevedibile.

Resta da capire se questa accelerazione servirà a salvare il Paese dal declino demografico o se finirà per incendiare i fragili equilibri di un Oriente già troppo surriscaldato.

Il tempo della pazienza asiatica sembra ufficialmente scaduto. Il 2026 segna l’inizio di un’era in cui il silenzio di Tokyo non sarà più una garanzia per nessuno.

SÌ O NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Per molti di noi, il Palazzo di Giustizia ha la pretesa di sembrare un tempio, con quelle sue colonne pesanti che sembrano voler schiacciare i peccati del mondo. Soprattutto delle persone più umili, che non hanno santi in paradiso a cui appellarsi.

Invece, i palazzi di Giustizia sono più simili a ospedali psichiatrici di fine Ottocento: corridoi troppo lunghi, l’odore acre della carta vecchia e quel senso di oppressione che ti morde la nuca quando capisci che il tuo destino è nelle mani di qualcuno che non ha mai pranzato con te, non ti conosce affatto, non ha vissuto nessuna delle tue vicissitudini e per lui sei soltanto il titolo di una pratica.

Di te e dei tuoi problemi, se non puoi permetterti avvocati costosi, non gliene importa una beata fava e sei solo un nome che non ha valore, a cui infliggere una pena, una multa, un ammonimento. Ma un nome che non conta nulla, in maniera metaforica, ripensando agli ospedali psichiatrici ottocenteschi, diventa un manichino da usare per uno studio, un esperimento, una prova.

In quelle aule, il più delle volte la verità è una materia viscida, che scivola via tra i commi di un codice e il battito accelerato di chi vive in attesa di giudizio.

Oggi, però, non è un imputato a tremare, bensì l’intero sistema della giustizia italiana e la stessa democrazia, stesa su un lettino operatorio mentre chirurghi in cerca di voti affilano i ferri.

E il rumore di fondo che si sente non è di pioggia, ma il ticchettio di una bomba a orologeria che sta per scoppiarci tra le mani, mentre siamo assopiti dai dibattiti – molti meno di quanti servirebbero- sul referendum.

Da una parte c’è la voce suadente di chi ci promette una nuova era di speranza. La separazione delle carriere viene venduta come l’elisir di lunga vita, una mano di vernice bianca su un muro sporco di inefficienze e mazzette.

Ci dicono che il giudice deve essere un’isola, un’entità pura che non deve avere nulla a che spartire con il Pubblico Ministero. “Terzietà”, la chiamano. Suona bene, no?

È una parola pulita, tuttavia rassicura come il sorriso di un venditore d’auto usate in un romanzo di Stephen King.

Se il “Sì” vince, dicono, la giustizia diventerà efficiente, veloce, una macchina da guerra trasparente che piace all’Europa e agli investitori. Un ecosistema lontano dalla politica e dai suoi affari.

E c’è un documento che si aggira sui social, in questi giorni, un foglio ingiallito che risale al 16 marzo 2010. È una nota scritta da Alfredo Robledo, in cui racconta di un colloquio con Edmondo Bruti Liberati che sembra uscito da un thriller di Giorgio Faletti.

Si parla di nomine, di voti “al pelo”, di carriere decise al bilancino delle correnti. Ma la frase che darebbe ragione ai fautori del Sì è quella che Bruti Liberati avrebbe pronunciato – il condizionale è d’obbligo, visto che gli stessi protagonisti hanno ritrattato anni dopo – con la gelida rassegnazione di chi sa come gira il mondo: “Avrei potuto dire ad uno dei miei colleghi al Consiglio che Robledo mi rompeva i coglioni e di andare a fare la pipì al momento del voto…”.

Eccolo, l’orrore. La giustizia ridotta a una questione di vesciche e di corridoi. Il “Sì” usa questo fango per dire: “Visto? Dobbiamo cambiare tutto!”.

Ma è qui che scatta la trappola.

IL CASO, IL POTERE E LA MORTE DELLA RAGIONE

La riforma propone un rimedio che è infinitamente più letale della malattia.

Il sorteggio per i membri del CSM non è una cura, ma è l’abdicazione della civiltà. Affidare il governo della magistratura alla sorte significa trasformare la Costituzione in un tavolo da gioco d’azzardo. È una pratica da assemblea condominiale, non da gestione di uno dei tre poteri costituzionali.

Se togliamo la scelta politica e culturale e la sostituiamo con il caso, non stiamo eliminando quelle famose correnti che si dice di voler combattere, ma stiamo semplicemente togliendo al CSM la forza di opporsi all’unico potere che rimarrà organizzato, lucido e famelico: quello politico.

Immaginate un mondo in cui il PM è separato, isolato, trasformato in una sorta di super-poliziotto che deve rendere conto al Governo?

Immaginate un giudice che non viene più eletto per la sua visione del diritto, ma estratto a sorte come un numero della tombola, in un Paese come il nostro, dove le estrazioni di qualunque natura sono sempre viste con sospetto?

In quel vuoto di potere – e in quelle estrazioni, – la politica entrerà come coltelli nel burro; la magistratura smetterà di essere un potere indipendente e diventerà un ufficio dell’esecutivo. E quando il PM sarà sotto il controllo del Ministro, chi avrà il coraggio di indagare sui palazzi del potere, sui ministri, su chi comanda?

La riforma è un’illusione ottica che vi promette velocità e trasparenza, ma non aggiunge un solo computer nei tribunali.

Vi promette imparzialità, ma vi consegna alla lotteria e ai poteri occulti. È una soluzione “tecnica” per un problema che è profondamente, terribilmente umano.

In verità, vedo solo il tentativo di anestetizzare l’opinione pubblica con lo spauracchio delle correnti per toglierle l’ultima difesa contro l’arbitrio e perché i politici possano fare – finalmente, dal loro punto di vista – i loro comodi, senza temere alcun controllo e nessun giudizio.

LA MIA OPINIONE: PERCHÉ IL “NO” È L’ULTIMO AVAMPOSTO DELLA LIBERTÀ

Se fossi un personaggio di un romanzo, forse cercherei una via di mezzo. Sarei quello che cala l’asso quando meno te l’aspetti. Ma vivo nella realtà, perciò la mia conclusione è una soltanto: il “No” è l’unica scelta razionale, morale e civile.

Al referendum di marzo, voterò “No” perché non credo alla giustizia che si decide “mentre qualcuno va a fare la pipì”, ma non credo nemmeno alla giustizia che si estrae a sorte in un’urna, quando chi estrae potrebbe essere facilmente “ammaliato”, “comprato”, “indirizzato”. Magati con la promessa di un posto, in futuro, di qualche mazzetta.

Voterò “No” perché la separazione delle carriere è il preludio alla sottomissione dei giudici alla politica. Con il Sì, ciò che oggi è una pratica non trasparente diventerebbe la normalità.

Una volta che avrete spezzato la magistratura in due, avrete creato, da un lato un corpo di polizia giudiziaria che risponderà ai desideri e ai capricci del potente di turno, dall’altro un corpo di giudici isolati che avranno troppa paura per opporsi al primo gruppo.

Non lasciatevi ingannare dalle belle parole.

Questa riforma non pulisce il sistema, ma lo abbatte per costruirci sopra un parcheggio per il potere.

L’indipendenza del giudice non è un suo privilegio, è il mio, il tuo, il nostro scudo. È l’unica cosa che impedisce a una maggioranza politica prepotente di bussare alla tua porta nel cuore della notte.

Se spegniamo quella luce in nome di una finta efficienza, resteremo tutti al buio. E nel buio, come sanno bene King e Faletti, i mostri sono sempre i primi a svegliarsi.

Votare “No” non significa dire che tutto va bene, perché non va affatto tutto bene, ma significa dire che la democrazia è una cosa troppo seria per essere affidata al caso o ai desideri di chi vuole comandare senza essere controllato.

Restiamo svegli. Restiamo indipendenti. Restiamo umani.

E impariamo a leggere di più, perché la lettura è cultura. E la cultura è un’arma di difesa potentissima.

L’EUROPA ALLA DERIVA MENTRE I RICCHI CERCANO DI SALVARE SÉ STESSI

Davos sembra una sfilata al capezzale di un malato terminale chiamato Occidente.

L’aria che si respira tra le vette svizzere è rarefatta, pesante, satura di un’ironia tragica, perché, mentre i riflettori si allontanano furbescamente dalle sconfitte in Ucraina – ormai degradata a fastidio di sottofondo nelle agende politiche – il palcoscenico viene occupato dal ritorno degli imperi e del colonialismo con l’ossessione Groenlandia.

Donald Trump, con la grazia e lo stile che lo contraddistinguono, ha messo un cartellino del prezzo su cinque trilioni di dollari di ghiaccio, terre rare e petrolio.

L’Europa, intanto, dopo aver inviato una trentina di militari in Groenlandia per spaventare gli USA – mi raccomando: tenetevi forte per non rotolare dalla sedia, – osserva stordita, come un invitato a cena che scopre di essere lui stesso la portata principale.

L’EUTANASIA DELLA SOVRANITÀ EUROPEA

Siamo onesti: la sovranità europea è oggi una barzelletta che non fa più ridere nessuno.

Abbiamo deciso, sotto dettatura di Biden, di recidere il cordone ombelicale del gas russo per infilarci volontariamente nel cappio del GNL americano, che ci costa circa cinque volte di più.

Chiamarla strategia non è solo eufemismo, ma crimine. Perché è stata una sottomissione commerciale.

I dazi americani non sono solo una minaccia, ma anche la spada di Damocle che pende su un continente che esporta eccellenze, mentre importa ordini.

Dipendiamo dagli Stati Uniti per l’energia, per la tecnologia che usiamo per scrivere i nostri lamenti e per la difesa che dovrebbe proteggerci da minacce che spesso noi stessi contribuiamo a rinfocolare. Ogni riferimento alla gestione dei rapporti con Mosca è puramente voluto.

Il paradosso Groenlandia è la prova della nostra miopia.

Abbiamo ignorato per decenni un tesoro da 5.000 miliardi di dollari ai nostri confini polari, solo per svegliarci terrorizzati quando “The Donald” ha iniziato a fare chat private sui social per comprarlo e a minacciare dazi e l’uso della forza, come è nel suo stile da politico che, tra Kennedy e Al Capone, si intuisce di chi appenderebbe il poster in camera.

La Danimarca invia truppe e altri paesi dell’Unione hanno inviato qualche soldato, in un gesto che sa di disperazione più che di reale deterrenza militare, in quello che sembra il risveglio di un continente che ha perso l’abitudine di pensare in termini di potenza da alcuni decenni.

LEADERSHIP DI CARTAPESTA E IPOCRISIA DI STATO

In questo scenario, i nostri leader sembrano comparse di un “film di serie B”, uno di quelli con Franco e Ciccio, Fantozzi, o Gigi e Andrea.

Ursula von der Leyen, con la sua abilità magistrale nel servire gli interessi delle lobby anziché quelli dei cittadini, incarna perfettamente la nullità politica di Bruxelles.

Dall’altra parte, Emmanuel Macron, che in patria conta ormai meno degli uscieri dell’Eliseo, gioca a fare il Napoleone contemporaneo, lanciando strali contro il neocolonialismo yankee.

Peccato che la memoria sia corta e il passato francese in Africa testimoni un’ipocrisia che rende i suoi proclami poco più che rumore, per cui, a definirli ridicoli, si darebbe loro più peso di quello che hanno.

E mentre ci vendono la favola della “Transizione Green 2030”, ci consegnano alla Cina, con mani e piedi legati.

Puntare tutto sull’elettrico, senza possedere le miniere di terre rare o la tecnologia delle batterie, è un suicidio da incapaci di intendere e volere che ci porteranno semplicemente a cambiare padrone: dal GNL di Houston alle celle al litio di Pechino.

D’altronde, l’Europa è quella che avrebbe l’arma del Bazooka da far esplodere contro gli USA: niente più acquisti del debito americano, divieto di commercio con l’America, dazi alle importazioni americani, limitazioni alle banche americane.

Un’arma potentissima, dagli effetti quelli sì dirompenti. Ma lo sarebbero anche per tantissime aziende europee e le ritorsioni a stelle e strisce sarebbero immediate e militari.

Senza poter contare su Mosca, sul Quirinale sventolerebbe la bandiera statunitense in meno di una settimana. E ciò non accadrebbe solo a Roma. Perché la storia è lì a ricordarci quale sia l’idea di diplomazia degli americani, tra Iraq, Kosovo e altre decine di guerre, militari e terroristiche.

LA FRONDA DEI PAPERONI: QUANDO IL SISTEMA TREMA DALL’INTERNO

Ma la vera notizia, quella che dovrebbe far sobbalzare sulla sedia ogni persona dotata di intelligenza e di un minimo di cultura storica, sociologica e geopolitica, è che persino i milionari hanno iniziato a sudare freddo.

Non è la rabbia delle periferie o l’insofferenza dei cittadini verso gli abusi delle agenzie federali a far tremare Trump, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma è la rivolta del “club dei 3.900”.

Quando sei super-ricchi su dieci dichiarano che la presidenza Trump è un cancro per la stabilità economica, non lo fanno per filantropia, ma per autoconservazione.

Le firme di Mark Ruffalo, Abigail Disney e Brian Eno in calce alla lettera “Time To Win”, promossa da Patriotic Millionaires, Oxfam e altre organizzazioni, sono il segnale che il precipizio è visibile a occhio nudo.

La ricchezza privata mondiale ha raggiunto la cifra mostruosa di 435 mila miliardi di dollari, lasciando le casse pubbliche in una povertà anemica.

Nel 1975 il divario era un solco, oggi è un abisso che rischia di inghiottire la democrazia e le sue stesse fondamenta.

I ricchi chiedono di essere tassati perché hanno capito che un mondo in cui l’1% possiede tre volte la ricchezza pubblica è un mondo che sta per esplodere. Perché se i soldi sono solo nelle mani di una percentuale esigua, significa che il commercio è destinato a rallentare, fino a far esplodere il sistema. E nelle esplosioni, di solito, i primi a bruciare sono i villini di lusso.

L’OROLOGIO ATOMICO DEL DEBITO

Mentre i politici discutono di dazi come se fossero figurine, il debito pubblico americano galoppa verso l’infinito. La moneta sta perdendo valore, l’oro vola verso i 5.000 dollari l’oncia, lanciando un grido d’allarme che ci dice che la fiducia nel sistema è ai minimi storici.

L’idea di usare i titoli del debito americano come arma contro Washington è una fantasia da kamikaze finanziario: colpire gli USA significa far crollare il pavimento su cui noi stessi stiamo ballando.

Siamo in un vicolo cieco, perché l’Europa è politicamente insignificante, economicamente vulnerabile e socialmente scossa da un’insicurezza crescente.

Le nostre città diventano teatri di degrado, mentre le élite brindano a Davos. Se la traiettoria non cambia, entro il 2075 la ricchezza privata sarà un mostro da 900 mila miliardi di dollari, ma un sistema del genere è solo un castello di carte che aspetta il prossimo soffio di vento dalla Groenlandia o il prossimo tweet compulsivo da Mar-a-Lago.

La sveglia sta suonando e fa un rumore assordante, ma, a quanto pare, l’Europa preferisce continuare a dormire, sognando una sovranità che ha già venduto al miglior offerente d’oltreoceano ben prima che arrivassero Biden e Trump.