Una volta, c’era il giornalismo vero, fatto di suole consumate, di una forte ossessione per i fatti e del sacro dubbio.
Il dubbio era la prima cosa.
Oggi, invece, vi basta accendere la televisione a un’ora qualsiasi della giornata per imbattervi nel grande show della propaganda a reti unite, dove va di scena un teatrino grottesco dove la geopolitica è stata ridotta alla trama di un cartone animato per bambini della scuola dell’infanzia, per cui, da una parte ci sono i “buoni” e dall’altra i cattivi.
Nel caso specifico, li chiamano aggressore e aggredito. Punto.
Guai a porsi una domanda, guai a mostrare una cartina geografica, guai a ricordare fatti storici, guai a fare due calcoli elementari sulla produzione industriale di munizioni. Chi dubita è un eretico, un agente del Cremlino, un traditore della Patria europea, un putiniano.
Il problema è che la realtà dei fatti se ne frega delle propagande e, più passa il tempo, più ogni teatrante finisce con l’essere smascherato.
Mentre le televisioni del pensiero unico continuano a raccontarci la supercazzola della vittoria finale dell’Ucraina, quella che doveva arrivare entro il panettone del 2022, in virtù delle sanzioni dagli effetti dirompenti, poi nel 2023, grazie alla controffensiva di cui non si è più saputo nulla, siamo nella seconda metà del 2026 e il fronte nell’Est collassa sotto il peso di una sproporzione militare schiacciante.
Pokrovsk trema, Chasiv Yar cede, le truppe russe avanzano a Kramatorsk e l’oblast di Kherson amplia l’evacuazione obbligatoria perché la situazione non è grave, ma peggio.
Eppure, di questo, sui nostri giornaloni che narravano di muli, microchip e russi senza calzini, troverete solo trafiletti nascosti oltre pagina venti, annegati tra una pubblicità di creme solari e il pettegolezzo del giorno sotto l’ombrellone.
Tuttavia, i fatti sono ostinati e costruiscono una realtà che evidenzia come il sistema energetico ucraino sia ormai azzerato, con i raid russi che collezionano successi devastanti contro le infrastrutture critiche di Naftogaz e Ukrnafta.
I fatti parlano di un blackout logistico che sta paralizzando intere regioni, da Dnipropetrovsk a Mykolaiv, fino a Zaporizhzhia e Odesa.
Ma non lo raccontano e ci dicono che i russi hanno finito i missili, che combattono con le Pale dell’Ottocento e che l’economia di Mosca è in ginocchio da circa due anni e mezzo.
E ora che la fiaba fa acqua da tutte le parti che si fa? Beh, basta inventarsi la nuova controffensiva miracolosa o sbandierare l’ennesimo “drone prodigio” che avrebbe colpito un magazzino sperduto a 1.600 chilometri dal confine.
Solo che basta che un drone precipiti in Bulgaria, a meno di un chilometro da un gasdotto strategico che rifornisce la Turchia e che le indagini della Difesa bulgara parlino chiaramente di un velivolo ucraino, per smontare anche questo tentativo di ulteriore propaganda.
L’ambasciatore di Kiev viene persino convocato a Sofia, una notizia che dovrebbe essere sulle prime pagine di qualunque quotidiano degno di nota, invece, la stampa nostrana preferisce glissare, arrampicandosi sugli specchi con titoloni del tipo “Trovato drone SIMILE a quelli usati da Kiev”.
Fosse stato un drone russo e qualcuno avesse ipotizzato la stessa cosa al contrario, sarebbe stato ridicolizzato e avremmo già i caccia della NATO in volo, con i soliti colonnelli a invocare l’Articolo 5.
Ma siccome la buccia di banana l’ha calpestata il “buono” della favoletta che raccontiamo ai bambini, la notizia va insabbiata come fosse polvere sotto il tappeto.
Nel frattempo, Zelensky continua a vagare visibilmente disperato, implorando la Corea del Sud per avere sistemi di difesa aerea Patriot, che costano dai 4 ai 5 milioni di dollari l’uno per abbattere droni russi economici e che la NATO non riesce più a produrre nei volumi necessari.
Infatti, tutta la NATO messa insieme produce un quarto delle munizioni della Russia, ma a noi hanno raccontato che bastava inviare qualche miliardo di euro per mettere in ginocchio la prima potenza nucleare del pianeta per numero di testate.
Per l’Ucraina il dogma del “bisogna aiutare l’aggredito” è diventato un imperativo categorico per il quale siamo disposti a deindustrializzare l’Europa, impoverire le nostre famiglie e rischiare la Terza Guerra Mondiale in un irrigidimento che sa di terza elementare.
Ma quando lo sguardo si sposta su altre potenze che violano il Diritto internazionale, rapendo presidenti in paesi sovrani, senza alcun mandato ONU, e aggrediscono regioni e paesi sovrani con missili e massacri, la favoletta dell’aggressore e dell’aggredito diventa… una favoletta, appunto.
A Gaza ci sono decine di migliaia di morti, in gran parte donne e bambini, scuole rase al suolo, ospedali distrutti e un’intera popolazione civile sterminata dalla fame e dalle bombe.
Dov’è finita la retorica dell’aggredito? Dov’è la sollecitudine della Commissione Europea? Dove sono le sanzioni immediate, gli invii di armi ai civili per difendersi?
Lì degli aggrediti non importa una beata fava né alla NATO, né all’Unione Europea, né ai nostri telegiornali, per cui il principio dell’aggressore e dell’aggredito viene capovolto, contorto, cancellato.
Gli aggrediti palestinesi diventano “danni collaterali”, perché un morto palestinese non merita le lacrime della Von der Leyen, il loro sangue non produce lo stesso sdegno e la medesima solidarietà.
La legge internazionale viene applicata a singhiozzo, il diritto dei popoli adibito a menu alla carta, in modo tale che, se l’aggressore è un nostro nemico geopolitico, scatta la crociata santa, se, invece, l’aggressore è un nostro alleato, allora il massacro diventa “diritto alla difesa”.
La verità è che la gente è stanca di essere trattata come un gregge di analfabeti funzionali a cui somministrare la pillola della propaganda quotidiana.
I cittadini pagano le bollette raddoppiate, vedono i servizi pubblici collassare e intanto osservano i propri governi versare fiumi di denaro pubblico in un pozzo senza fondo, al solo scopo di alimentare una guerra che gli esperti seri – quelli regolarmente insultati in tv -avevano dichiarato persa fin dall’inizio, mentre giornalai e vallette del potere parlavano di vittoria ucraina, di sanzioni dirompenti, di rublo carta straccia, Mosca isolata, Putin finito e altre panzane.
Continuare a raccontare la favola dell’asilo nido non salverà le vite dei ragazzi ucraini mandati a morire al fronte, né fermerà la distruzione dell’Ucraina. Anzi, lo stiamo distruggendo due volte con il cinismo bellicista dell’Occidente.
È ora di piantarla con la propaganda d’avanspettacolo e con l’Ego di chi non vuole ammettere di non averne presa mezza neanche per sbaglio.
Serve la diplomazia, serve il realismo geopolitico e, soprattutto, serve ritrovare la dignità di ammettere di aver fallito, prima che sia troppo tardi e che le favole dei nostri politici trasformino la realtà in un film di Hollywood su una guerra nucleare, dove le armi non saranno di scena e gli attori saremo noi.

