All’Accademia dei Lincei, Massimo Cacciari è intervenuto sull’illusione della diplomazia da salotto.
Niente marcette conformiste. Nessuno sconto al catechismo geopolitico a reti unificate che riempie i talk show di tutte quelle banalità urlate da più di quattro anni, miste a stupidità del calibro di pale, muli e microchip da lavastoviglie.
Cacciari sceglie di squarciare la superficie del presente per fare quello che i nostri governanti hanno smesso di fare da tempo: pensare.
La tesi fa tremare i polsi ai tecnocrati alla guida dell’Europa. L’Occidente sta soffocando perché ha deciso di tagliarsi un polmone da solo.
Ha radici antiche, questa storia. Non è nata ieri con i titoli dei telegiornali o con gli slogan da propaganda bellica.
Bisogna tornare al 1812, quando un Napoleone attonito guardava Mosca divorata dalle fiamme e bollava quei soldati come “sciti, barbari capaci di dare fuoco alle proprie case pur di non cederle”.
È lì che prende forma il grande alibi occidentale. Un’ossessione codificata nel 1839 dal marchese Astolphe de Custine, con il suo celebre reportage sulla Russia: l’idea comoda, rassicurante e profondamente pigra che ad est di Varsavia abiti solo il dispotismo, il buio spirituale, la minaccia esistenziale per la nostra presunta e superiore civiltà.
Come se insozzare mezzo mondo per depredare intere nazioni di uomini, da vendere come schiavi, e di materie prime fosse un’etica superiore.
La cosa davvero grottesca è che su questo stereotipo si sono stretti la mano i nemici di sempre.
Da un lato i liberali illuminati, certi di detenere il monopolio della civiltà e del progresso, dall’altro i reazionari cattolici come Donoso Cortés o Joseph de Maistre, che vedevano nella Russia un colosso privo di romanità, un focolaio di eversione distruttiva pronto a travolgere il vecchio continente.
Persino Karl Marx guardava con sospetto maniacale alla diplomazia zarista, mentre il regime dei Romanov veniva etichettato dall’intera sinistra europea come il semplice “gendarme della reazione”.
Tutti d’accordo. Un muro ideologico, un confine invalicabile eretto non per comprendere l’altro, ma per esorcizzare le proprie paure e nascondere le proprie fragilità, arroccandosi sulla propria presunta superiorità.
Eppure, le menti più lucide della storia europea avevano visto ben altro.
Alexis de Tocqueville lo aveva predetto con una precisione che oggi dovrebbe far tremare la classe dirigente europea: il futuro del mondo non sarebbe più passato per Parigi o Londra, ma si sarebbe giocato tra due giganti emersi ai margini, la Russia e gli Stati Uniti.
In Germania, gigante economico schiacciato dalla sua stessa posizione geografica, un grande del pensiero come Max Weber aveva compreso benissimo la lezione: la cooperazione con Mosca non era un’opzione morale, ma una necessità geopolitica e strategica imprescindibile.
Per la Germania, e per l’Europa intera, favorire la democratizzazione russa integrando quell’immenso spazio economico era l’unico modo per non rimanere stritolati.
Invece no. L’Europa ha preferito l’analfabetismo di ritorno.
Ha scelto di ignorare la cultura profonda di un Paese con cui condivide la storia. Quanti tra i nostri leader hanno mai aperto una pagina di Tjutcev, di Soloviev, di Berdjaev o dello stesso Dostoevskij?
Chi si è mai preso la briga di capire cosa fosse davvero l'”idea russa”?
Si tratta di un’ignoranza sistematica, quasi ostentata con orgoglio, dai nostri attuali leader.
Pensatori come Soloviëv o Tjutcev non erano certo dei lacchè dello zar. Al contrario, attaccarono ferocemente la sottomissione della Chiesa ortodossa al potere politico, denunciando l’imperialismo brutale del loro stesso regime.
Ma sostenevano una verità teologico-politica fondamentale per cui l’Europa occidentale e la Russia sono i due polmoni della stessa civiltà cristiana ed europea. Perciò, se ne fermi uno, l’organismo va in asfissia.
Poi c’è il monito tragico di Fedor Dostoevskij. Scriveva nel suo “Diario di uno scrittore” parole che oggi suonano come una condanna inappellabile: se l’Europa e la Russia continueranno a non capirsi, se rifiuteranno di riconoscere la comune matrice spirituale per scivolare nello scontro fratricida, il finale sarà uno solo. La guerra totale e il suicidio definitivo del continente europeo.
Un avvertimento profetico lanciato decenni prima del disastro della Prima Guerra Mondiale e puntualmente inascoltato.
Perfino nel 1917, quando la Rivoluzione bolscevica venne vissuta dai più grandi poeti russi come un’apocalittica e disperata istanza di rinnovamento etico dell’intero pianeta, l’Occidente rispose inviando le truppe ed erigendo un nuovo cordone sanitario.
Con il risultato che quella spinta etica si incattivì, trasformandosi nell’armatura totalitaria dello Stato sovietico.
Oggi la storia si ripete, ma in forma di tragicommedia.
Le élite eurocrate continuano a maneggiare la geopolitica con la leggerezza di chi gioca alla PlayStation.
Si sbandierano sanzioni, si recidono legami economici vitali, si cancella la cultura e si alzano nuovi muri, convinti di difendere la “civiltà” mentre se ne demoliscono le fondamenta.
È la vittoria della diplomazia del confine sulla politica dell’intelligenza.
Chi rifiuta il dialogo tra fratelli sceglie la guerra civile, latente o aperta che sia. E quando due polmoni smettono di pompare aria allo stesso corpo, la conseguenza non è la vittoria di uno sull’altro, ma la morte del paziente.
L’Europa ha deciso di soffocarsi da sola; resta solo da capire quanto tempo impiegherà prima del decesso.

