Continua inesorabile la narrazione della propaganda.
Da un lato, la Russia si prepara ad attaccare un Paese della NATO, dall’altra, la stessa superpotenza per cui dobbiamo riarmarci e prepararci alla guerra è con le pezze sul deretano.
Mancano i ricambi per i missili, le raffinerie vanno a fuoco, le stazioni di servizio a Mosca hanno file chilometriche e Vladimir Putin passa le sue giornate a tremare nel bunker cercando un modo per arrendersi.
Poi però accendi i riflettori sulla realtà e ti accorgi che i fatti raccontano un’altra storia.
L’ultimo capitolo di questo melodramma si è consumato poche ore fa sulle acque del Mar Nero. Volodymyr Zelensky, dopo aver rivendicato per settimane l’efficacia devastante dei droni marini ucraini contro la flotta di Mosca e contro il porto di Novorossijsk, ha pensato bene di inviare, per vie traverse e tramite paesi terzi, una proposta formale di cessate il fuoco sul mare. Una tregua navale, una pausa per far respirare i porti.
La risposta di Mosca, quella che per la nostra propaganda dovrebbe aver bisogno di una trgua perché al tappeto, è arrivata per bocca della solita Maria Zakharova, ma non è stata un “grazie, accettiamo perché ne avevamo proprio bisogno”, ma è stata un due di picche senza appello.
“Non ci sono i presupposti per mezze misure o per tregue temporanee”, hanno fatto sapere da Mosca. Tradotto dal “diplomatichese”: avete alzato la posta, avete voluto trasformare il traffico mercantile e i depositi di carburante in un bersaglio legittimo, e ora che i nostri missili vi hanno sfasciato le infrastrutture di Odessa e bloccato la stiva dei cereali, chiedete l’arbitro? No, grazie.
È l’ennesimo paradosso di questa guerra.
Per mesi i sacerdoti dell’atlantismo ci hanno spiegato che ogni drone ucraino lanciato contro una raffineria russa era la svolta decisiva del conflitto. Ci hanno propinato il racconto epico della Russia senz’olio nei motori. Ma nessuno, in queste redazioni allineate, si rende conto che siamo di fronte a un incontro di boxe dove il loro beniamino mette a segno qualche colpo ai fianchi, mentre il suo avversario gli assesta colpi devastanti e lo ha messo all’angolo?
Se la Russia ha subito danni concreti a una dozzina di impianti, che nessuno nega, ma che per un gigante energetico rappresentano poco più di un fastidio, l’Ucraina si ritrova con l’economia polverizzata.
Non c’è più partita e i numeri non mentono, anche quando i giornali provano a nasconderli sotto il tappeto, come la polvere.
I porti della regione di Odessa sono paralizzati; le esportazioni agricole, linfa vitale per la sopravvivenza economica di Kiev, rischiano il dimezzamento; l’industria metallurgica è al collasso; più di un terzo della forza lavoro è fuggito all’estero; non si contano più morti e invalidi; il Paese sta in piedi esclusivamente grazie ai miliardi di dollari ed euro che i leader europei continuano a drenare dalle tasche dei propri contribuenti per riempire una falla che si allarga ogni giorno di più a causa delle loro scellerate scelta politiche russofobe.
E mentre l’Ucraina affonda, a Kiev Zelensky gioca un’altra partita, ancora più cinica. Quella della sopravvivenza politica.
Ci dicono che le grandi inchieste anticorruzione che stanno facendo tremare l’entourage di Zelensky siano la prova che lo Stato ucraino funziona e si purifica persino sotto le bombe, ma questa tesi è una storiella romantica che non regge alla prova dei fatti.
Perché non siamo di fronte a una grande dimostrazione di etica e di moralità, ma a una spietata ricostruzione della colonna vertebrale del potere.
Quando la mannaia cade su figure del calibro di Andriy Yermak, per anni considerato il vero “presidente ombra” di Kiev, o quando si cancellano i volti politici del governo per sostituirli con grigi tecnocrati sottomessi o con fedelissimi delle forze armate, il messaggio è chiarissimo: Zelensky non sta estirpando i corrotti dal Paese, ma sta blindando se stesso.
Ha tagliato le teste di chi aveva una statura politica autonoma per circondarsi di esecutori dei suoi ordini senza arte né parte.
Ha stretto un patto di ferro con i vertici militari e dei servizi di difesa, conscio che solo la saldatura con chi gestisce la forza può garantirgli la permanenza al comando di una nazione stremata. Proprio come accade in qualsiasi dittatura. E, a dimostrazione di ciò, le elezioni sono fissate alle calende greche.
E al fronte la realtà è una carneficina che sfugge alla retorica delle propagande, alle sciocchezze su muli, pale e soldati senza calzini.
Zelensky cambia i generali con la frequenza con cui si cambia la camicia, – ops, la felpa – nomina nuovi comandanti delle forze di terra e poi, con la leggerezza di chi ordina una pizza al taglio, manda a dire attraverso le agenzie internazionali di aver disposto la “neutralizzazione di 30.000 soldati russi nel solo mese di agosto”.
Trentamila morti su ordinazione. Nel frattempo, ordina di difendere ad ogni costo la cintura fortificata di Sloviansk e Kostiantynivka, la stessa che la Russia chiede di cedere da più di un anno e che ora rischia di essere travolta dalla morsa del Donbass.
Si parla di droni, di intelligenza artificiale, di guerra tecnologica che dovrebbe rendere obsoleta la guerra per come la conoscevamo, ma la dura verità del fango dice che i soldati ucraini restano bloccati nelle trincee per mesi, senza un ricambio perché non si trovano più uomini. Restano nelle trincee privi di munizioni e, in molti settori, manca persino l’acqua potabile e il cibo caldo per giorni.
L’Occidente racconta la favola della vittoria imminente, proprio come si raccontava la cronaca nel romanzo di Orwell, 1984.
Poi c’è il capitolo del grano e delle moine internazionali.
Zelensky telefona al presidente egiziano Al-Sisi per denunciare la “minaccia russa alla sicurezza alimentare globale”. Spiega che l’Egitto e l’Africa soffriranno la fame perché i russi bombardano le navi nel Mar Nero, ma dimentica di spiegare ad Al-Sisi che le rotte marittime sono diventate un campo di battaglia infuocato proprio dopo che Kiev ha rivendicato con orgoglio gli attacchi alle petroliere e ai cargo russi.
Chi di spada ferisce, di blocco navale perisce.
È il solito schema: si provoca l’escalation per poi correre piangendo dalla comunità internazionale a chiedere altri armamenti, altri missili Patriot, altri miliardi per la difesa aerea, strillando che “ogni giorno di ritardo costa vite umane”.
Zelensky è come il bimbo idiota che provoca tutti, ma che chiede aiuto all’amico più grosso quando qualcuno s’incazza.
Ma su una cosa ha ragione: ogni giorno di ritardo, costa centinaia di vite umane. Ma il ritardo reale non è quello delle consegne dei missili antibalistici occidentali, ma è quello criminale, irresponsabile, che ha portato a quattro anni e mezzo di diplomazia completamente azzerata.
È il rifiuto di sedersi a un tavolo quando i rapporti di forza avrebbero permesso condizioni migliori. È l’illusione cieca che la Russia potesse essere cancellata dalla mappa geografica con un paio di sanzioni europee e qualche slogan ad effetto. Probabilmente, sulla base di informazioni della CIA completamente errate. Così come errate erano le informazioni della CIA sulla reale forza militare e tenuta politica dell’Iran.
Oggi, ci ritroviamo con un’Ucraina devastata, porti chiusi, un’economia in macerie e un leader che si blinda nel suo palazzo depurando la politica per consegnarsi ai militari.
E mentre a Roma e Parigi ci raccontano che dobbiamo continuare così fino alla “vittoria finale”, il conto di questa cieca ostinazione continua a salire.
Lo pagano gli ucraini al fronte, con la vita, e noi con un futuro sempre più povero e insicuro.
Ma Guai a dirlo ad alta voce: gli ortodossi della guerra vi bolleranno subito come disfattisti, putiniani o qualche altra perla dalla loro infinita idiozia.

