300MILA LETTERE PER CHIAMARE ALLE ARMI E RISPONDONO IN 500. L’EUROPA DEL RIARMO È UN TEATRINO SENZA ATTORI

Il grande bluff dell’atlantismo: droni inglesi, generali da salotto e popoli che dicono no

di Pasquale Di Matteo

Se non ci fosse di mezzo la pelle della gente vera, ci sarebbe da ridere per la propaganda che ci viene somministrata ogni giorno a reti unificate. Ls solita solfa atlantista recitata da sacerdoti in giacca e cravatta che la guerra l’hanno vista soltanto sulle console dei figli o nei plastici degli studi televisivi.

“Pioggia di droni contro Mosca, 1.500 velivoli lanciati in ventiquattr’ore, svolta devastante!”

Questo è il tono dei titoli che girano, poi ti fermi, strofini gli occhi e leggi The Times, quotidiano britannico non proprio sospettabile di simpatie per il Cremlino, e scopri che i droni che dovrebbero ribaltare le sorti del conflitto non sono tutti frutto dell’industria bellica di Kiev, ma c’è anche roba fornita direttamente da Londra.

(Ricordiamo che, per la dottrina di Mosca, anche un solo velivolo della NATO sul territorio russo può essere interpretato come attacco della NATO alla Russia, rendendo tutti noi bersagli per ogni tipo di arma, comprese quelle atomiche).

E cosa sono andati a colpire, dopo cotanto spiegamento di tecnologia NATO?

Un gigantesco deposito merci di Wildberries, in pratica l’Amazon russa. Un magazzino di scarpe e frullatori per decantare una vittoria militare strepitosa, non c’è che dire.

Ma la propaganda ha le sue esigenze, perciò, quando sul campo di battaglia le cose vanno male, bisogna inventarsi la favola della “profondità strategica”.

Si cambia la mappa, non si mostra più il Donbass, altrimenti bisognerebbe raccontare delle città cadute in mano russa, e si mettono i puntini rossi sulle raffinerie e sui depositi civili in territorio russo.

Nel frattempo, a Kiev, la realtà picchia duro. Mentre i think-tank occidentali festeggiano i bombardamenti promozionali, Volodymyr Zelensky si ritrova con l’amministrazione dissestata, ministri dimissionari o “ad interim” e una petizione popolare interna che gli chiede conto dei continui rimpasti e dei fallimenti politici.

Ma di questo, nei nostri TG, nemmeno l’ombra. Sia mai che il pubblico si accorga che l’Ucraina è in condizioni disperate perché l’abbiamo illusa di poter vincere una guerra che qualunque analista degno di tal nome avrebbe definito impossibile da vincere già nel 2022.

Proprio come sosteneva il sottoscritto, mentre veniva sbeffeggiato al suono di “sanzioni dagli effetti dirompenti”, “Putin non vede il panettone” (2022), “la controffensiva cambierà le sorti della guerra” (2023), e senza dimenticare le supercazzole su pale, muli, microchip, assenza di calzini e altre sciocchezze.

Poi c’è il capitolo delle alleanze, dove l’ipocrisia tocca vette vertiginose, perché, quando la Corea del Nord fornisce proiettili d’artiglieria alla Russia, i nostri commentatori gridano allo scandalo, all’asse del male, alla violazione del diritto internazionale.

Il diritto internazionale? Quello violato agli USA in Venezuela, in Iran e in mezzo mondo? Quello violato da Israele a Gaza, nel Libano, in Cisgiordania?

Se però la NATO manda droni a lungo raggio, istruttori militari, dati satellitari per il puntamento e miliardi a fondo perduto, allora si chiama “difesa della democrazia” in quel cortocircuito che ha reso persino Orwell un dilettante.

D’altronde, sono gli stessi che ci hanno raccontato per trent’anni che la NATO non si sarebbe espansa a est, poi ci hanno venduto il “Partenariato per la Pace” del 1994 come una mano tesa a Yeltsin, quando gli archivi americani dimostrano che era solo un’anticamera per prendere tempo, addestrare gli eserciti dell’Est e renderli interoperabili in vista del grande salto.

Ci hanno detto che Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza Atlantica improvvisamente, spaventate dall’orso russo, nascondendo che partecipavano già dal 2018 alle più imponenti esercitazioni militari NATO nel Nord Europa.

Chiunque provi a ricordare questi fatti viene bollato come “agente del Cremlino”, persino il Prof. Barbero, delegittimato, insultato dal solito apparato di cantori a gettone.

Ma c’è un piccolo problema che i teorici della “guerra totale” non avevano calcolato: i cittadini. La gente comune. Quelli che la guerra dovrebbero andarla a combattere sul serio.

I numeri dell’ultimo rapporto Eurispes in Italia e le rilevazioni internazionali tracciano un quadro devastante per i signori del riarmo.

In Germania, la nazione che promette di ricostruire l’esercito più potente d’Europa a suon di miliardi, il Ministero della Difesa ha inviato circa 300.000 lettere a giovani ragazzi e ragazze per invitarli ad arruolarsi volontariamente.

Sapete quanti hanno risposto di sì con entusiasmo? 500. Non 500mila. Cinque volte cento. Metà di mille. Manca un mezzo Garibaldi, poi una scampagnata in Sicilia…

L’imponente risposta giovanile dello 0,16%. Nel Regno Unito, Paese storicamente patriottico, un sondaggio rivela che appena il 6% della popolazione si arruolerebbe come volontario nell’eventualità di un’invasione del proprio territorio. Il 6%.

E gli italiani, che secondo la vulgata di palazzo dovrebbero tremare per l’imminente arrivo dei carri armati russi a Trieste, la pensano in modo ben diverso.

Il 61,8% degli intervistati non crede affatto che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio a un attacco russo contro l’Europa. Il 44,2% considera i miliardi spesi in armi un puro spreco di denaro pubblico.

Soltanto un risicato 30% vorrebbe un aumento delle spese militari, e si tratta di un dato in crollo verticale di dieci punti rispetto alla scorsa rilevazione, segno evidente che anche i più addormentati stanno uscendo dal torpore del sonno.

E sulla leva obbligatoria, il 63% degli italiani risponde picche.

La verità è che i popoli europei non sono stupidi come la propaganda spera.

Chi vive nel mondo reale chiede un lavoro dignitoso, stipendi adeguati all’inflazione, un servizio sanitario che funzioni e scuole e città sicure per i propri figli, non il riarmo a debito col fondo SAFE o lo scostamento di bilancio per comprare caccia americani.

I governi lo sanno perfettamente. Sanno che la retorica della vittoria finale non incanta più nessuno e che la narrazione pacifista non si può sradicare a colpi di decreti fatti a mezzanotte nei mesi estivi, ecco perché cercano di muoversi nell’ombra, infilando le spese militari nei rivoli dei bilanci e promettendo che “le armi portano la pace”. Certo come no. Qualcuno ci crede. Si trova sempre. Ma sono sempre meno.

Se le élite atlantiste, i direttori di giornale e i politici di governo desiderano così ardentemente lo scontro con la Russia, facciano un gesto di coerenza: indossino l’elmetto, allaccino gli anfibi, lascino le loro comode poltrone e vadano personalmente in trincea, portandosi dietro figli, figlie e mogli, in pieno rispetto della parità di genere.

Noi, da qua, promettiamo di fare il tifo per loro. E se non torneranno, pazienza. Noi siamo solo poveri pacifisti che non comprendono. Perciò, ce ne faremo una ragione.

Ma finché resteranno nei loro salotti a fare i generali con la pelle degli altri, anche con le palle degli altri, sappiano che i cittadini hanno già votato con la propria coscienza: la loro guerra non la vuole nessuno.

Non vorremmo che tra un po’, se messi di fronte a un eventuale arruolamento forzato, i cittadini, dovendo combattere per forza, non decidano di scagliarsi contro chi li vuole in guerra a ogni costo.

Allora, chissà. La pace potrebbe essere invocata persino da chi oggi la vede come una strategia di Mosca.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Rispondi