Ormai, i giornalisti del mainstream sono diventati comici di un grande teatro di burattini che ogni mattina apre i battenti sui nostri telegiornali, nei talk show patinati del formato casalingo e sui giornaloni nazionali con il pallottoliere truccato.
La trama è sempre la stessa, ripetuta fino all’ipnosi collettiva e dice che la Russia è alle corde. Anzi, no, di più, perché la Russia è implosa, non ha più missili, smantella i frigoriferi per rubare i microchip, arruola le truppe sulle montagne russe dei lunapark e, ciliegina sulla torta, elemosina qualche tanica di benzina all’India perché le sue raffinerie sono andate in fumo.
Bellissimo. Un film da Oscar. Un po’ come la gigionata di Begnini per vincere l’Oscar con il suo pur bellissimo “La Vita è Bella”.
Poi però spegni la televisione, sali in macchina, ti fermi al distributore e la favola si scioglie sulla colonnina del self-service: due euro al litro. Spesso anche di più.
Perché ci raccontano balle. Semplicissime, colossali, granitiche balle.
Mentre i cantori del pensiero unico vi spiegano che lo zar di Mosca sta per capitolare sotto i colpi di qualche drone di compensato, – ma non doveva morire un paio d’anni fa per ben quattro tipologie di cancro? – provate a fare un salto indietro nel tempo, precisamente al 2005.
Vent’anni fa, un litro di verde lo pagavate poco più di 1,20 euro e il diesel viaggiava comodamente attorno a 1,11 euro. Oggi, fare un pieno da 15 litri su una moto o su una utilitaria significa vedersi prosciugare una trentina di euro senza manco rendersene conto.
Fatevi due conti in tasca, dati alla mano, senza ideologie: parliamo di un aumento netto del 66,7%.
E i vostri stipendi? Aumentati anche quelli del 66,7%?
Ovviamente no.
Chi nel 2005 portava a casa 1.300 euro al mese, oggi, per mantenere esattamente lo stesso identico tenore di vita, dovrebbe incassarne almeno 2.170. Eppure, la busta paga media degli italiani è rimasta inchiodata lì, congelata nel tempo, mummificata. I più fortunati, possono vantare fino a 200 euro in più.
Con la piccola differenza che, nel frattempo, vi chiedono 250 euro per ricollaudare una targa che si è scolorita al sole, vi aumentano l’assicurazione, vi piazzano il bollo pure sull’aria che respirate e, se avete un problema di salute, aspettate otto mesi con il Servizio Sanitario Nazionale sborsate 150 euro da un privato.
Però ehi, consola sapere che la Russia è in ginocchio, vero?
La verità è che ci stanno raccontando una guerra parallela, una guerra di slogan che esiste solo nelle redazioni dei gazzettieri di regime, mentre quella vera segue binari ben diversi e spaventosamente tragici.
Vi dicono che le forze armate russe sono un’armata Brancaleone, ma, nel frattempo, i report di portali militari come Defense Express confermano che l’industria bellica di Mosca non solo non si è affatto fermata, ma ha sospeso la produzione dei droni di terza generazione per concentrarsi direttamente sulla quarta: droni a reazione, più veloci, più devastanti, capaci di toccare i 500 chilometri orari e con testate belliche raddoppiate.
Mentre l’opinione pubblica europea viene nutrita con le panzane del trionfalismo da quattro anni e mezzo, Mosca ha sostituito Sergei Shoigu con Andrei Belousov.
Non un generale pluridecorato, ma un economista. Un manager di Stato freddo, calcolatore, piazzato lì per un motivo ben preciso: convertire l’economia russa in una macchina da guerra a lungo termine, integrare la logistica, rinnovare la catena di montaggio militare e preparare il Paese a uno scontro di logoramento che potrebbe durare parecchi anni. Non solo in Ucraina, ma lungo un arco di crisi che si estende dal Baltico al Caucaso.
Invece di prenderne atto con pragmatismo e cercare una via d’uscita diplomatica che eviti la carneficina, in Occidente si preferisce giocare alla roulette russa con il rischio nucleare.
Un rischio che fino a ieri veniva derubricato a mera propaganda da bar e che oggi è diventato dottrina ufficiale. Il Cremlino ha aggiornato le sue regole d’ingaggio: da adesso, un attacco da parte di uno Stato non nucleare, come l’Ucraina, sostenuto però da potenze atomiche come USA, Francia e Gran Bretagna, viene considerato un attacco congiunto.
Il trattato New START sui limiti alle testate nucleari è scaduto e nessuno si è sognato di rinnovarlo. Il baratro non è mai stato così vicino, ma a Bruxelles e nelle capitali europee preferiscono discutere se sia il caso di escludere d’autorità i partiti scomodi o se sia più utile consigliare ai cittadini di andare al lavoro in bicicletta. D’altronde, sono sempre gli stessi dei tappi delle bottigliette che non si staccano.
Certo, la bicicletta è una magnifica idea per chi vive in cima a una collina, ha 60 anni e deve farsi 20 chilometri sotto la pioggia, oppure vive in paesello della pianura padana, dove il supermercato più vicino è a quindici chilometri e i negozi sotto casa hanno prezzi per manager e industriali.
Peché no, il cavallo, come il contadino finito sui giornali la settimana scorsa, acclamato quasi come un eroe ecologico per non doverlo presentare per ciò che è, cioè il simbolo della disperazione di un ceto medio ridotto sul lastrico.
Il cortocircuito morale e logico della narrativa occidentale ha raggiunto vertici grotteschi.
Quando un missile colpisce un palazzo a Kiev, si grida al crimine di guerra. Quando gli attacchi ucraini colpiscono depositi commerciali civili in Russia, come i magazzini di e-commerce di Wildberries, gli stessi tromboni televisivi esultano parlando di “colpo maestro all’economia dello Zar”.
Due pesi, due misure. L’ipocrisia elevata a sistema politico e a nuova normalità.
Intanto il mondo reale cambia pelle.
La Russia, anziché finire isolata dal resto del pianeta come vi avevano promesso quattro anni fa in tv, si è semplicemente girata dall’altra parte. Sta nascendo sotto i nostri occhi un ordine multipolare solido e potente: l’asse tra Mosca, Pechino, Teheran, Pyongyang, con la Turchia che gioca su più tavoli e i colossi arabi che stringono accordi finanziari al di fuori del circuito del dollaro.
L’unico continente che si è isolato da solo, tagliando i ponti con le materie prime a basso costo e svuotando i propri arsenali senza uno straccio di visione strategica, è proprio l’Europa.
Vi raccontano che dobbiamo resistere, che dobbiamo stringere la cinghia ancora un po’ perché “la vittoria è dietro l’angolo”, ma somiglia alla panzana “ancora quindici giorni” di Contiana memoria. E dietro quell’angolo non c’è nessuna vittoria miracolosa, ma ci sono solo bollette più care, inflazione galleggiante, la sanità pubblica che crolla e una classe politica incapace, che spende 800 miliardi in riarmo per nascondere il fallimento totale delle proprie scelte.
Continuate pure a credere alle favole sulle taniche di benzina indiane e sulla Russia pronta a crollare.
L’unica cosa che sta davvero crollando, giorno dopo giorno, è il vostro conto in banca.

