Masha, lo chef e la mangiatoia: il circo di Kiev tra bustarelle, film di Hollywood e sanzioni da barzelletta
di Pasquale Di Matteo
L’Ucraina è un Paese in guerra, con le truppe al fronte che scarseggiano persino di acqua e razioni di rancio.
Un Paese finanziato con centinaia di miliardi di euro usciti direttamente dalle tasche dei contribuenti europei, altrimenti non potrebbe più pagare nemmeno gli stipendi alla sua pubblica amministrazione e le pensioni, pure aumentate negli ultimi mesi, per tenere buono il popolo.
E cosa fa il suo illuminato Presidente, Volodymyr Zelensky, mentre la Russia avanza, al di là della nostra propaganda, che canta vittoria da quattro anni e mezzo?
Firma un decreto presidenziale per sanzionare ufficialmente una minaccia letale alla sicurezza nazionale. Non contro i servizi segreti russi o i missili ipersonici, ma contro la terribile Masha e il suo fedele compagno peloso.
È la tragica realtà di Kiev. La popolarissima serie animata per bambini Masha e Orso, prima nelle classifiche di gradimento dei bambini ucraini fino a ieri, è stata solennemente bollata come strumento di propaganda ibrida del Cremlino.
Piaceva molto anche a mio figlio; vuoi vedere che…
Questo cartone animato, secondo il grande statista di Kiev, sarebbe un’arma di distrazione di massa mimetizzata tra le treccine di una bambina e le avventure di un orso pasticcione. Roba che persino la censura sovietica ai tempi della Guerra Fredda avrebbe trovato grottesca.
Certo è che, quando il consenso interno crolla sotto il peso di scandali finanziari che farebbero impallidire i nostri migliori professionisti di Tangentopoli, anche un cartone animato può diventare il nemico pubblico numero uno. Ci si inventa qualsiasi panzana, purché i riflettori vengano spostati dal vero marciume.
IL SABOTATORE VA AD HOLLYWOOD
Ma Masha e l’Orso non è l’unica storiella da tv.
Ricordate il gigantesco attentato subacqueo che nel 2022 ha fatto saltare in aria i tubi del gas nel Mar Baltico, mandando in tilt l’economia energetica della Germania e dell’intera Europa?
Ebbene, nei giorni scorsi la polizia croata ha finalmente arrestato a Pola un certo Volodymyr Zhuravlev, subacqueo professionista ucraino ricercato da mesi dalla magistratura tedesca con un mandato di cattura europeo.
Non si nascondeva in un covo segreto e non combatteva neppure in una trincea del Donbass.
Lo hanno ammanettato mentre lavorava tranquillamente come consulente tecnico sul set di un kolossal di Hollywood intitolato Snake Island. Un film diretto da Doug Liman e interpretato da star del calibro di Sean Penn e Adrien Brody.
Il tema del film? Il sabotaggio del Nord Stream.
Capito il livello in cui siamo precipitati?
L’uomo accusato di aver piazzato l’esplosivo sul fondo del mare, su cui spiccava un mandato di cattura internazionale, veniva pagato dai produttori americani per spiegare agli attori come ha fatto a far saltare in aria l’impianto energetico europeo.
Una barzelletta. Siamo in una commedia surreale dove la realtà supera la finzione più sfacciata.
Con tanto di ciliegina sulla torta offerta dal premier polacco Donald Tusk, il quale tempo fa aveva candidamente archiviato la faccenda spiegando che il problema del Nord Stream non era il fatto che fosse stato distrutto, ma che fosse stato costruito.
Perché a Hollywood fu girato anche Scemo e più Scemo, vuoi mettere?
OPERAZIONE “FORREST GUMP”. LE MANI DI KIEV SULL’ANTICORRUZIONE
Ma mentre ad Hollywood si girano film d’azione, a Kiev va in scena il genere poliziesco.
L’ultima bomba giudiziaria si chiama Operazione Forrest Gump, condotta dagli investigatori dell’ufficio anticorruzione NABU e della procura specializzata SAPO. Un nome un po’ ironico per raccontare una corsa a perdifiato dentro la mangiatoia del potere ucraino.
Il blitz è arrivato dritto al cuore della presidenza, travolgendo Iryna Mudra, vicecapo dello staff di Zelensky ed ex viceministra della Giustizia. La donna che per mesi ha girato per l’Europa spiegando come confiscare i beni russi per riparare i danni di guerra, è finita licenziata in tronco dopo che la sua abitazione è stata perquisita dagli inquirenti.
L’accusa è di aver fatto parte di un’organizzazione criminale dedita al riciclaggio di denaro sporco. Si parla di tre milioni di euro fatti transitare attraverso una banca statale per pagare la cauzione dell’ex ministro dell’Energia Halushchenko, arrestato nell’ambito di un altro filone di mazzette legato al colosso Energoatom.
In una conversazione registrata dagli inquirenti, si sente la funzionaria presidenziale spiegare con disarmante pragmatismo la filosofia del clan: “La corruzione non bisogna combatterla, bisogna controllarla”.
Ed ecco come intendevano “controllarla”. Non fermando le mazzette, ovviamente, ma piazzando uomini di paglia all’interno degli stessi organismi di controllo nati su pressione degli americani.
Che novità, eh?
“Domani ci sono le elezioni per il consiglio civico della NABU”, si legge nei verbali delle intercettazioni. “Lì c’è la nostra Inna, c’è Anya… Dobbiamo bombardare le chat e raccogliere voti per il nostro candidato”. Infiltrare i controllori per garantire la continuità della rapina. Semplice, pulito, spietato.
La rete criminale non si limitava alle classiche bustarelle sull’energia o sugli appalti delle armi, ma usavano veri e propri hacker per penetrare nei registri catastali e digitali dello Stato.
In pochi minuti, attraverso la falsificazione informatica dei titoli di proprietà, la titolarità di interi palazzi d’epoca nel centro storico di Kiev veniva trasferita a prestanome.
Quando i legittimi proprietari provavano a ricorrere ai tribunali, la macchina giudiziaria compiacente insabbiava le denunce per anni, lasciando che i predoni di regime consolidassero il bottino.
Di fronte a questo abisso, il governo ha persino provato a far passare una legge d’urgenza per mettere direttamente sotto il proprio controllo politico le agenzie anticorruzione indipendenti, in modo che non rompessero troppe uova nel paniere. Volevano decidere loro chi indagare e chi assolvere.
Soltanto le proteste di piazza e la reazione furibonda dei finanziatori esteri hanno costretto Zelensky a un temporaneo e imbarazzato passo indietro.
IL TERRORE DELLE URNE
In tutto questo quadriennio di orrori e saccheggi, sapete qual è la parola che fa più paura a Kiev?
Non è “sconfitta”. Non è “resa”.
È “elezioni”.
È bastato che l’ex ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, azzardasse la timida proposta di valutare il voto popolare per restituire legittimità alle istituzioni, perché l’intero apparato politico-mediatico gli si scagliasse contro.
Epurato in quarantotto ore. Fatto fuori dal dibattito pubblico. Marchiato a fuoco come irresponsabile, disertore o disfattista.
Perché la narrativa ufficiale deve rimanere una sola: il popolo è compatto dietro il suo leader e la democrazia può attendere. Già, perché rischiare di far votare i cittadini quando si può continuare a gestire un Paese in stato d’emergenza permanente, blindando poltrone, coprendo scandali ed esigendo assegni in bianco dall’Europa?
D’altronde, gli europei continuano a tagliarsi la spesa pubblica, la sanità e le pensioni per inviare armi e miliardi a un governo che sanziona Masha e Orso per coprire il proprio fallimento.
Un circo tragico in cui i sabotatori finiscono ad Hollywood, i vicecapi di gabinetto spiegano che le tangenti si gestiscono e non si combattono, e ai cittadini ucraini viene persino negato il diritto fondamentale di scegliere da chi farsi governare, mentre un presidente che nega le elezioni cerca i loro figli per mandarli a morire al fronte.
Tutto mentre politucoli e analisti europei da quattro soldi ci spiegano che la guerra è pace e la diplomazia e la storia sono favoreggiamento con il nemico.
Una farsa che costerà cara a tutti noi. Ma finché il sipario resta alzato e i soldi arrivano, lo spettacolo deve continuare.

