La polvere che si è alzata sopra il compound di Teheran non ha affatto il sapore di libertà decantato dal presidente americano, ma sa di cemento polverizzato, carne bruciata e di quel sapore metallico che lascia in gola la voglia di vendetta, di scatenare il terrore ovunque nel mondo.
Mentre i radar di Sigonella tracciano traiettorie invisibili nei cieli del Mediterraneo, l’Occidente si specchia nelle sue contraddizioni, sorridendo a un’immagine che non esiste più.
Ali Khamenei sarebbe morto e, con lui, è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto internazionale che avevamo finto di rispettare per ottant’anni.
Le agenzie di stampa battono ritmi frenetici, parlando di “chirurgia militare” e “attacco preventivo”, ma, sotto le macerie di una scuola di Teheran, diverse bambine non hanno trovato la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria.
Il paradosso è lancinante, poiché si bombarda per togliere il velo alle donne, ma le si restituisce alla terra, chiuse in un sudario di macerie.
Le cancellerie europee applaudono, o meglio, recitano il copione scritto a Mar-a-Lago e Tel Aviv, con quella bava alla bocca tipica di chi sa di non contare nulla, ma vuole apparire dalla parte dei vincitori.
Perché l’Europa è solo una comparsa che ha smarrito le battute e non trova più il copione.
Mentre Madrid, con un sussulto di dignità, sbatte la porta in faccia ai rifornitori americani, l’Italia si riscopre nuda, vuota, insignificante come non mai.
Il nostro Ministro della Difesa è rimasto intrappolato nelle sabbie dorate di Dubai, un turista di lusso in un mondo che brucia, ignorato dagli stessi alleati che chiamiamo “fratelli”, ben lontano dall’essere un ponte tra Trump e l’UE; siamo lo zerbino su cui i giganti si puliscono gli stivali prima di entrare nella stanza dei bottoni. Il “Board of Peace” è un club di guardoni paganti, dove Tajani osserva il disastro finanziando e restando nella propria irrilevanza.
Trump, al guinzaglio di Netanyahu, è ostaggio del criminale di Tel Aviv (criminale per la più alta Corte del Diritto internazionale), tant’è che lo stesso Rubio ha ammesso che gli USA sono stati costretti a partecipare all’aggressione dell’Iran da parte di Israele, che si dimostra vera e unica mente di questo attacco.
E Israele dimostra anche come non sia affatto possibile che quanto avvenuto il 7 ottobre 2023 fosse sfuggito al Mossad, visto il piano e l’organizzazione messi in atto nell’azione che ha portato alla decapitazione del regime iraniano.
Netanyahu e Trump, però, condividono l’ossigeno del nemico, perché, senza un mostro da sbattere in prima pagina, le loro crepe interne diventerebbero voragini.
La guerra non è l’ultima ratio, ma una distrazione suprema. Serve a silenziare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a nascondere i processi e la vicenda dei file Epstein, nonché le crisi economiche, messi sotto il tappeto rosso del patriottismo muscolare.
Se oggi è lecito polverizzare un capo di Stato sovrano perché “se lo meritava”, chi fermerà Pechino quando deciderà che Taiwan ha bisogno della stessa “cura”? O quando Putin volesse fare altrettanto con qualcun altro?
Il diritto internazionale non è un menu alla carta. O è universale o è un paravento per bulli nucleari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, non si vede perché non dovrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino o altri.
Piangiamo per l’Ucraina aggredita, ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da dementi.
Sanzioniamo il tiranno di Mosca, ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti.
In questa schizofrenia etica, in cui il più intelligente sembra Fantozzi alla riscossa, l’Italia si mette l’elmetto della massima allerta, presidiando ventinovemila obiettivi sensibili con la paura di chi sa di aver delegato la propria sicurezza a chi non ha nemmeno la cortesia di avvisarci prima di scatenare l’inferno.
Da oggi, tutto è a rischio: centri abitati vicino alle basi americane, treni, stazioni, centri commerciali, teatri, piazze…
Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta, dietro la trincea “beh, se lo fate voi occidentali…”
Partorisce veleno. Un veleno che scorrerà nelle vene del mondo per i prossimi decenni.
Abbiamo stabilito che la forza bruta è l’unico linguaggio comprensibile, cancellando tribunali e diplomazia con un colpo di spugna zeppa di napalm, spiegando agli altri che dovranno usare la forza per parlare con noi.
Mentre Big Mama e migliaia di connazionali restano bloccati sotto il sibilo dei missili nel Golfo, la politica romana continua a recitare la farsa del “ruolo centrale”, ma la verità ha la voce del silenzio dei telefoni che non hanno squillato a Palazzo Chigi prima dell’attacco.
Siamo spettatori paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto più semplice, e pericoloso, per cui chi ha armi migliori, e il dito sul grilletto, scrive la storia; tutti gli altri, noi compresi, aspettano solo di sapere se saranno i prossimi a finire sui necrologi o lo zerbino su cui i tiranni si puliranno gli scarponi.
Nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo “Terza” non renderebbe l’idea della sua dimensione reale.
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