SINDROME DI SANSONE: ANCHE GLI ARTISTI ISRAELIANI CONTRO ISRAELE

di Pasquale Di Matteo

“Un elicottero Apache AH-64 americano precipita nelle acque calde e torbide vicino allo Stretto di Hormuz.”

Fine della storia ufficiale.

Un guasto tecnico, dicono. Un banale contrattempo meccanico rimbalza come scusa, senza alcun filtro sulle pagine della stampa mainstream.

Eppure, chiunque mastichi di guerra e geopolitica da più di un quarto d’ora sa che gli Apache non cadono per caso, soprattutto, non cadono per un guasto poche ore dopo un furioso scambio di artiglieria tra la Repubblica Islamica dell’Iran e lo Stato Ebraico.

La verità è che in Medio Oriente è in corso un’escalation di cui ci raccontano solo le briciole.

Mentre Washington minimizza per non dover ammettere di essere sotto attacco diretto, a noi tocca fare i conti con la realtà, una realtà che non si misura solo in tonnellate di esplosivo sganciate sul Libano, ma al distributore sotto casa nostra, dove il carburante sfiora i 2 euro al litro.

Perché, mentre i nostri tg discutono del nulla, gli Houthi hanno saldato una cintura di sicurezza che strozza il Mar Rosso da Bab el-Mandeb fino a Hormuz, un blocco navale in piena regola.

Ma non ditelo a Bruxelles.

L’Unione Europea, in un capolavoro di schizofrenia politica che rasenta il ridicolo, ha appena varato un pacchetto di sanzioni contro l’Iran per “minaccia alla libertà di navigazione”. Una tempestività commovente.

Peccato che la stessa Europa sia sorda, muta e cieca davanti a un alleato che bombarda, affama e sfolla civili un giorno sì e l’altro pure, dopo tre anni e mezzo di pulizia etnica a Gaza.

IL TEATRINO DELLE TREGUE E I TRENTASETTE ANNUNCI DI TRUMP

Donald Trump ha dichiarato l’accordo “imminente” per ben trentasette volte negli ultimi mesi. Trentasette. La CNN ha tenuto il conto.

La narrazione è sempre la stessa: l’Iran è in ginocchio, implora pietà, gli Stati Uniti hanno vinto.

Forse, il presidente a stelle e strisce sta giocando alla PlayStation un gioco di guerra e si riferirà a quello, perché la realtà dei fatti in Iran, nel mondo reale, dice che Teheran ha ancora il pieno controllo di Hormuz, oltre il 70% della capacità missilistica e un regime ancora più saldo di quanto non fosse prima del 28 febbraio.

Insomma, l’Iran sta facendo a stelle e strisce il deretano dell’ex impero d’America.

I fatti, quelli testardi e fastidiosi, dicono anche che l’Iran non rinuncia al suo programma nucleare e, soprattutto, minaccia di scatenare l’inferno se l’offensiva contro Hezbollah non si ferma.

Israele, dal canto suo, ha dichiarato una finta tregua per poi riprendere a scaricare bombe su Tiro e Nabatieh.

Entrambe le parti sanno che l’America vuole tirarsi fuori dal pantano mediorientale, ma mentre Washington cerca accordi sottobanco per cogestire le rotte navali con Teheran, a Tel Aviv si gioca una partita disperata per salvare la gran parte dei membri del governo israeliano dai giudici interni e internazionali.

IL FALLIMENTO DELLO STATO-NAZIONE E L’ILLUSIONE IMPERIALE

Per capire cosa sta succedendo, non basta la cronaca, ma serve conoscere la storia.

Il 7 ottobre ha ucciso il patto fondativo del sionismo moderno. L’idea di creare un rifugio sicuro per il popolo ebraico si è polverizzata nel sangue dei kibbutz e, ancora di più, nella guerra scatenata da Netanyahu un minuto dopo, che ha fatto precipitare ai minimi termini la reputazione di Israele a causa della mattanza e dei crimini compiuti a Gaza e ora in Libano e Cisgiordania.

Oggi, paradossalmente, lo Stato di Israele è il luogo più insicuro al mondo per un ebreo e, come ha raccontato la nota cantante israeliana, Noa, per la maggior parte del suo popolo, il governo Netanyahu è un incubo quotidiano.

È un quadro a tinte fosche quello tracciato dagli studi de “L’Aria che Tira” su La7, dove la narrazione di una nazione graniticamente compatta dietro la guerra contro Hezbollah è stata smontata pezzo per pezzo.

Noa ha raccontato come il fronte nord di Israele, costantemente bersagliato dai razzi delle milizie libanesi, sia una ferita aperta. Le popolazioni sfollate vivono in uno stato di terrore perenne, ma la prospettiva di una nuova, logorante invasione del Libano rievoca tra gli israeliani traumi storici mai del tutto superati.

“Non è una guerra popolare per niente, è terribile. Ogni giorno perdiamo un altro soldato”, ha spiegato la cantante.

Ma se la società civile è sfinita, perché le armi non tacciono?

La risposta è stata un durissimo atto d’accusa contro il vertice del governo israeliano.

“Benjamin Netanyahu è spregiudicato, un bugiardo, interessato unicamente alla propria sopravvivenza politica e giudiziaria. Siamo nelle mani di un pazzo che sta approfittando della guerra per rimanere al potere e restare fuori dalla prigione”

Un’accusa che riflette un malumore crescente all’interno di Israele, dove l’assenza di un limite ai mandati del premier – Netanyahu domina la scena da vent’anni – viene ora percepita come una contraddizione democratica.

Noa ha affermato che la via d’uscita, in questo scenario, non può essere affidata ai generali. La soluzione invocata è puramente diplomatica, “un patto su larga scala, orchestrato con il peso decisivo degli Stati Uniti, che obblighi tutti gli attori in campo – Israele, Hezbollah e il loro grande sponsor, l’Iran – a un immediato “cessate il fuoco” e alla fine delle reciproche minacce di annientamento.”

Il vero spartiacque, tuttavia, è politico e guarda all’autunno.

Le prossime elezioni vengono lette come un bivio esistenziale per lo Stato ebraico. “Una scelta storica: o moriamo o viviamo”, ha chiosato l’artista, dicendosi convinta che il popolo israeliano saprà fare un passo indietro dal baratro.

Noa ha la speranza che il sentimento di vergogna per le scelte passate di una parte dell’elettorato possa tradursi nella spallata decisiva all’era del criminale Netanyahu.

Se così non fosse, l’amara profezia è quella di un Paese destinato a sprofondare in un inesorabile buco nero.

D’altro canto, l’obiettivo di Netanyahu non è quello di difendere i confini, ma non averne affatto. L’ossessione è la ricerca della “sicurezza assoluta”, un concetto che in geopolitica si traduce in una sola parola: guerra infinita.

Non puoi essere sicuro finché hai dei vicini, ergo devi eliminare i vicini, secondo la filosofia del pazzo criminale al governo di Israele.

La dottrina militare israeliana, tuttavia, non è strutturata per l’occupazione imperiale. L’IDF (Israel Defense Forces) è un esercito formidabile nei raid chirurgici: entra, distrugge ed esce.

Ma tenere il territorio? Governare milioni di ostili?

È un pantano logistico e militare che Israele non ha i numeri per sostenere.

L’ESERCITO DEI RAID E IL FANTASMA DI HEGEL

Qui si innesta il cortocircuito più affascinante e macabro dell’intera vicenda. Come facevano notare lucidamente gli analisti di Limes, un Impero non si regge solo sui cingoli dei carri armati.

I Romani, i Britannici, perfino gli Ottomani, avevano un progetto di integrazione, o quantomeno di convivenza forzata con i popoli sottomessi. Sfruttavano, tassavano, ma governavano.

Israele no.

L’establishment israeliano, trainato da fanatici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, vuole la terra, ma rifiuta la popolazione. Vuole frammentare la Cisgiordania in isolotti iper-tecnologici, tollerando e armando il terrorismo dei coloni contro i civili palestinesi.

È l’incarnazione di quello che un giovanissimo Hegel scriveva a proposito di Abramo: “Volle non amare”.

Se il conquistato non è un suddito, ma una “bestia”, come spesso viene definito nella retorica interna della destra religiosa, non c’è spazio per un impero, ma solo per lo sterminio o per la pulizia etnica. Un deserto di macerie chiamato pace.

MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI

Ma l’impalcatura scricchiola e lo fa dall’interno.

Mentre si tenta l’espansione all’esterno, la società israeliana si balcanizza. Il 14% della popolazione è composto da ultra-ortodossi. Fanno figli, dettano legge in Parlamento, ma rifiutano di servire nell’esercito.

Considerano lo Stato sionista laico un abominio, eppure ne sfruttano i sussidi. Le truppe regolari sono logorate, l’economia sanguina, e il dissenso interno viene zittito a stento dalla retorica marziale.

Ill vero braccio di ferro non è tra Israele e Hamas, e nemmeno tra Israele e Hezbollah, ma tra Israele e gli Stati Uniti.

Washington ha esaurito la pazienza. L’America di Trump, al netto degli slogan, vuole svincolarsi dal disastro in Medio Oriente per potersi concentrare sulla Cina, che si sta prendendo il mondo a livello industriale, tecnologico e geopolitico.

Ma Netanyahu non può fermarsi, perché, se la guerra finisce, iniziano i processi. Se la guerra finisce, il governo cade. Se la guerra finisce, il fallimento del 7 ottobre andrà saldato politicamente.

E, finalmente, si farà luce anche su quel 7 ottobre, per capire come sia stato possibile che alcuni giornalisti sapessero ciò che il Mossad non era riuscito a sapere, facendosi cogliere impreparato.

Ecco perché non c’è nessuna tregua all’orizzonte. La leadership israeliana è scivolata in quella che potremmo chiamare la Sindrome di Sansone.

Sentendosi accerchiato, incapace di vincere militarmente sul lungo periodo e impossibilitato a cedere politicamente, il governo di Tel Aviv stringe le braccia attorno alle colonne del tempio mediorientale. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”.

Ed è esattamente quello che stanno facendo. Mentre a Bruxelles firmano sanzioni inutili, come quelle contro Mosca, e a Washington preparano l’ennesimo annuncio “al lupo, al upo”, le colonne del tempio stanno già venendo giù. E le macerie, statene certi, arriveranno fino a noi.

ALCUNE FONTI

A CREMONA L’ARTE CONTEMPORANEA SI INTERROGA SULLA VITA, LE EMOZIONI E LO SCORRERE DEL TEMPO

ALLA GALLERIA GABETTI UN VERNISSAGE DENSO DI SIGNIFICATI, GUIDATO DALLE PENETRANTI LETTURE DEL CRITICO D’ARTE PASQUALE DI MATTEO. UN VIAGGIO TRA ASTRATTISMO, PITTURA MATERICA, FOTOGRAFIA E RIFLESSIONE CONCETTUALE.

di Vincenza Mei

CREMONA – L’arte non è solo virtuosismo tecnico o sterile ricerca estetica, ma è soprattutto necessità, urgenza espressiva, testimonianza del passaggio umano nel grande flusso dell’esistenza. È questo il fil rouge che ha animato l’inaugurazione della mostra collettiva “Il Suono del Tempo”, ospitata negli eleganti spazi della Galleria Gabetti in Arte, in Piazza Stradivari.

Un titolo non casuale, profondamente radicato nel tessuto culturale della città che ha dato casa ai più grandi liutai della storia: il suono come rimando inequivocabile al violino e alla secolare tradizione liutaia cremonese, appunto, e il tempo incarnato dal Torrazzo, con i suoi 502 gradini e il suo monumentale orologio astronomico, come ha ricordato la curatrice, Prof.ssa Daniela Belloni.

A guidare il pubblico in questa esplorazione visiva ed emotiva è stato il critico d’arte internazionale Pasquale Di Matteo, vicedirettore di Tamago e rappresentante per l’Italia di un’importante società culturale giapponese: Reijinsha.

L’evento si è aperto con un rapido, ma significativo, accenno a un progetto editoriale curato dallo stesso Di Matteo, volto a promuovere gli artisti italiani nel mercato nipponico, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Nel caso specifico del libro, “ARTE GIAPPONESE. UN’ANALISI DA UN PUNTO DI VISTA ESTETICO”, Di Matteo presenta 69 artisti giapponesi selezionati per rappresentare il Giappone nel mercato italiano.

Il libro è pubblicato e disponibile ovunque online e ordinabile in qualsiasi libreria fisica.

Un ponte culturale che ribadisce come l’arte sia un linguaggio universale in grado di abbattere ogni barriera geografica.

Poi si è entrati nel vivo della mostra, con l’indagine accurata delle opere esposte, una polifonia di voci e di stili che ha visto protagonisti undici artisti provenienti da tutta Italia, e non solo.

Ad aprire la rassegna è stata Ketty La Rosa (Verona), poetessa prestata alla ritrattistica, che trasferisce sulla tela la stessa urgenza comunicativa dei suoi versi. La sua arte magnifica le icone della cultura italiana, da Morricone a Battiato, da Mina a Milva, fermandole nel tempo.

Per l’artista, la pittura è emozione prima che tecnica: un messaggio diretto che colpisce lo spettatore scavalcando i rigidi accademismi.

Un gradito “habitué” della galleria è Attilio Zanangeli (Piacenza), portatore di un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile. Con una tavolozza dominata dal rosso (sangue, terra, energia), dal blu (l’etereo, il cielo) e dall’oro (la luce, lo spirito, l’ascesi), Zanangeli dipinge figure filiformi, simili ad alberi che si ergono verso l’alto. Le sue non sono linee rette, ma curve e ramificazioni che simboleggiano il tortuoso – ma vitale – percorso dell’esistenza umana, tra ostacoli, cadute e inevitabili rinascite.

Dalla provincia di Monza e Brianza arriva Maria Chiara Rossetti, capace di sintesi cromatiche sorprendenti. La sua opera si divide in dicotomie potenti: il grigiore alienante della metropoli contrapposto al verde rigenerante della natura, ma anche omaggi diretti alla città ospitante, come nella tela in cui un violino stilizzato si fa letteralmente “voce”, accompagnato da un’altra tela in cui una cascata scorre come il flusso inarrestabile della vita.

Forte e materica è, invece, l’impronta di Laura Mancarella (Lodi), definita dal critico come l’erede del grande astrattismo milanese degli anni ’60 e ’70. Le sue opere, sviluppate quasi sempre in senso longitudinale, sono paesaggi dell’anima. Che si tratti di Milano o dell’amato Lago d’Endine, Mancarella filtra la realtà attraverso la nebbia delle proprie emozioni, utilizzando il colore a spessore e maestosi giochi di retroilluminazione.

Decisamente fuori dagli schemi è la proposta della bergamasca Greta Rota. La sua cifra stilistica attinge a piene mani da un’estetica Pop e dal design pubblicitario, con colori acidi e contrasti vibranti. I suoi soggetti, perlopiù animali (come l’iconica scimmietta), non sono semplici ritratti faunistici, ma metafore potenti di stati d’animo e attitudini umane, catturate in istantanee cariche di ironia e tensione psicologica. Di Matteo sottolinea la maniacalità con cui l’artista riempie gli spazi tra le linee con ghirigori, linee e tratti, miniature di disegni da perderci la vista.

Giocano “in casa” tre artisti cremonesi di grande spessore. La prima è Simona Sarao, definita un’artista “di necessità e non di velleità”. Astrattista coraggiosa, la Sarao trova l’ispirazione poetica in elementi apparentemente banali, come un muro scrostato di periferia, tramutandoli in paesaggi interiori. La sua è una pittura onesta, che non cerca di assecondare il gusto del pubblico, ma risponde unicamente a un’esigenza interiore che vuole esprimersi.

Il secondo cremonese è Enrico Peretto, ex imprenditore e artista dal piglio spiccatamente concettuale. Le sue opere sono “schiaffi” che costringono a pensare: come un ostacolista che cade ma non si arrende (metafora della resilienza), dalla spazzatura germoglia un fiore meccanizzato (simbolo di rinascita dal rifiuto). Peretto rompe la comfort zone dell’osservatore, chiedendo un’interazione mentale attiva che, di questi tempi, è già rivoluzionario di per sé.

Altro artista della provincia di Cremona è Alberto Costa, pittore che Di Matteo ha definito unico per la vivacità dei suoi colori, quasi carpiti a Van Gogh, e per la capacità di rivisitare il paesaggio attraverso i filtri della sua anima.

Particolarmente apprezzata dal critico è stata l’opera di Costa raffigurante una giovane donna immortalata in un’espressione assorta, per la delicatezza dei colori, in questo caso malinconici ed educati, quasi in forma di rispetto per i pensieri della protagonista dell’opera.

Spazio poi all’eleganza compositiva di Sabrina Ceruti (Magenta), la cui indagine è focalizzata sull’universo femminile. Le donne della Ceruti sono raccontate come diamanti dalle mille sfaccettature. Ogni cromia è una cicatrice, un vissuto, un pensiero. Che dipinga la maternità atavica o una ragazza moderna isolata nella musica delle sue cuffie, l’artista ci ricorda che nel “tempo dell’umanità” siamo tutti granelli, ma ognuno portatore di una storia unica e irripetibile.

Di altissima caratura tecnica è la presenza di Fania Sverdlik, artista di origini russe trapiantata a Cremona. Le sue nature morte sfuggono alla banalità della mera riproduzione fotografica, ergendosi a capolavori senza tempo. Il suo dominio della luce è magistrale: dal buio degli sfondi fa esplodere i bianchi dei vasi, e gioca con i riflessi, donando movimento ai fiori, in una narrazione pittorica raffinatissima.

Un esperimento di straordinaria sinergia è quello portato dal duo FaRg² (Mantova), formato da Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni.

Nati da un progetto benefico, i due fondono competenze opposte: Rinaldoni crea fondi astratti e magnetici attraverso la fluid painting, su cui Ghidini interviene dipingendo figure quasi sempre femminili, che strizzano l’occhio alle linee tribali, in un gioco di velature e trasparenze che ha già conquistato le gallerie newyorkesi, e non solo.

L’arte dei FaRg² si espande anche in una vivace linea di merchandising (scarpe, borse, ecc…), dimostrando un approccio contemporaneo.

A chiudere questa ricchissima panoramica è la fotografia di Enrico Maria Ranaldi (Viterbo). Ranaldi è il cacciatore dell’istante, il narratore del tempo che scorre. Esemplari le sue foto di un anziano ex ciclista, immortalato tra i suoi polverosi trofei mentre osserva in televisione il ciclismo moderno. Un contrasto struggente tra ciò che è stato e ciò che è, che ribadisce il messaggio centrale della mostra: l’arte è la traccia più pura che lasciamo nel nostro passaggio attraverso il suono inesorabile del tempo.

Non a caso, Pasquale Di Matteo ha ribadito più volte che la vita non è un intervallo tra le date di nascita e di morte, ma proprio le impronte che lasciamo in quell’intervallo.

La mostra resterà aperta al pubblico, presso la Galleria Gabetti, fino al 20 giugno, ma gli artisti che vorranno lasciare le opere, resteranno in esposizione per tutto il periodo estivo, offrendo ai visitatori l’opportunità di immergersi in un percorso espositivo che, come ha sottolineato Di Matteo, non richiede solo occhi per essere guardato, ma soprattutto un’anima disposta ad ascoltare e una mente ancora capace di pensare.

Per approfondimenti sulle opere e le critiche degli artisti, si può visionare la pagina web dedicata alla mostra: PAGINA “IL SUONO DEL TEMPO”

IL SONDAGGIO IN UCRAINA CHE SMASCHERA L’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Già lo scorso marzo, un sondaggio in Ucraina ha messo i leader europei e Zelensky con le spalle al muro, ma a leggere i giornaloni di casa nostra o ascoltando i tele-trombettieri con l’elmetto da salotto, le truppe di Kiev sono a un passo dalla Piazza Rossa. O quasi.

Nella narrazione lisergica dell’establishment atlantico, l’Ucraina vince, stravince e ribalta le sorti del conflitto un giorno sì e l’altro pure. I russi, invece, sono disperati, ridotti alla fame, costretti a combattere con le famose pale ottocentesche e a mendicare un pugno di riso e farina in Crimea, mentre i loro droni cadono qua e là come mosche stanche.

Peccato che la realtà, quella bestia ostinata che si rifiuta di obbedire alle veline della propaganda di Bruxelles e Washington, racconti una storia diametralmente opposta. Una storia che, guarda caso, presenta il conto direttamente nei nostri portafogli.

Se l’Ucraina sta vincendo in modo così schiacciante, per quale arcano mistero la NATO ci intima di sborsare altri 70 miliardi di euro? Per fare cosa che non stia già facendo?

Al più, ne servirebbero due o tre per le ultime settimane di guerra, prima che Kiev issi la propria bandiera sul Cremlino, visti i racconti di certuni.

Ma la risposta è un capolavoro, a metà strada tra burocrazia e comicità.

I falchi del Nord Europa e la Germania pretendono l’istituzione di una tassa fissa dello 0,25% del PIL per ogni Stato membro.

Un salasso perpetuo pari a centoquaranta miliardi all’anno, prelevati dalle tasche di cittadini europei, già prosciugati da un olocausto economico ed energetico innescato proprio da questa scellerata sudditanza.

Soldi freschi, freschissimi, da iniettare in quel buco nero che è la logistica bellica ucraina, utile a foraggiare le ville, gli stipendi e i cessi d’oro dell’oligarchia di Kiev, la quale internamente non produce nemmeno gli elastici per le fionde.

A questo esproprio di massa di soldi europei si oppongono in pochi. Tra questi, incredibile a dirsi, il nostro ministro Giorgetti, il quale ha osato pestare i piedi: come si fa a strozzare ulteriormente le famiglie europee, già piegate dall’inflazione e dalle bollette impazzite, per finanziare l’invio infinito di armi?

E in una guerra che persino qualche giornalista con il poster di Zelensky in camera comincia a definire impossibile da vincere, come raccontavamo ieri, malgrado la massa del mainstream indossi ancora l’elmetto.

Ma nel club dei sonnambuli di Bruxelles, il realismo è considerato alto tradimento e ragionare con lucidità porta dritti all’appellativo di putiniano.

Per giustificare l’ingiustificabile, la propaganda ha dovuto fare gli straordinari.

Gli analisti da tastiera, copiaincollando i report di istituti come l’ISW (l’Institute for the Study of War), hanno coniato una neolingua orwelliana: se i russi avanzano inesorabilmente nel Donetsk, sfondando le difese e arrivando a soli 11 chilometri da Kramatorsk, per i gazzettieri occidentali si tratta di “infiltrazioni isolate e non confermate”; se, invece, Kiev bombarda un paio di depositi logistici perdendo intere brigate, è la “svolta decisiva del conflitto”.

La verità sul campo è che la cintura fortificata di Sloviansk e Kostantynivka sta cedendo sotto il maglio di un esercito russo che, evidentemente, non combatte solo a mani nude come vorrebbero farci credere né a dorso di muli. E non ha nemmeno perso 1,2 milioni di uomini dall’inizio del conflitto.

Ma il picco della tragicomica fantozziana si è raggiunto a Londra, dove Zelensky si è seduto a un tavolo con i leader di Regno Unito, Francia e Germania, i tre capi di governo con meno consensi elettorali dalla caduta dell’Impero Romano a oggi, uniti in un vertice per redigere il salvifico “Piano di Pace in 5 punti”.

Punto uno: cessate il fuoco.

Punto due: si parte dall’attuale linea di contatto. Fermi tutti! Fino a ieri ci spiegavano che bisognava armare Kiev fino all’ultimo respiro per respingere il mostro russo oltre i confini del 1991, invece, di punto in bianco, le “grandi riconquiste” spariscono dai radar e si accetta di congelare il fronte con le truppe di Mosca ben salde sui territori occupati.

In pratica, hanno stilato un piano di pace con la Russia, dettando le condizioni alla Russia, decidendo come dovrà comportarsi la Russia… e senza invitare la Russia.

Hanno apparecchiato la trattativa perfetta, quella in cui negozi con i tuoi amici e ti dai ragione da solo. È la diplomazia dell’autismo.

A Putin non è stata inviata mezza bozza, mezza proposta. Un dettaglio trascurabile, direte voi, tanto è un dittatore.

E a chi volete che importi che sia leader della più grande superpotenza nucleare al mondo e che, nonostante stia conducendo una guerra contro mezzi, soldi, armi e sanzioni NATO dal 2022, sia ancora in piedi?

Intanto, per non farsi mancare nulla, il piano prevede lo schieramento di truppe NATO in Ucraina come “garanzia di sicurezza” e il mantenimento del sequestro dei fondi russi.

Ovviamente, una provocazione su tutta la linea, travestita da ramoscello d’ulivo.

In mezzo a questo circo di comicità, a nessuno sembra interessare una beata fava del popolo ucraino.

L’Ukrainska Pravda, non esattamente un organo della Pravda moscovita, ha pubblicato un sondaggio che non ammette repliche.

Il 61% degli ucraini è favorevole a un cessate il fuoco sull’attuale linea del fronte, pur di far cessare il massacro.

Gli ucraini sono disposti a darla vinta a Mosca, purché non debbano più perdere altri giovani.

Sono stremati. Non vogliono più morire in una guerra impossibile da vincere e tenuta in vita artificialmente dai salotti di Washington e dai leader di Bruxelles.

Ma ai teorici dell’esportazione della democrazia, della volontà popolare non frega assolutamente nulla, come abbiamo intuito negli ultimi decenni.

Loro devono alimentare il complesso militar-industriale, devono mantenere in piedi la farsa e lo fanno con un doppio standard che ormai fa sorridere per non piangere.

Cade un drone in Romania? In tre millisecondi netti, l’Alleanza Atlantica dichiara l’origine russa del velivolo, invocando scenari apocalittici. Con buona pace dei nostri inquirenti, che ancora non hanno capito una mazza del delitto di Garlasco.

Cade un drone identico in Moldavia, che però al momento non serve alla narrazione bellicista? Silenzio di tomba, perché c’è il sospetto che sia ucraino.

“Aspettiamo le indagini”, dicono le facce di bronzo. Indagini che dureranno ere geologiche, come nel caso del NordStream 2, quando i mandati d’arresto nei confronti degli attentatori ucraini sono arrivati solo dopo diversi mesi dal danneggiamento dell’impianto vitale per l’Europa.

L’Europa ha scelto di immolarsi politicamente ed economicamente sull’altare di un imperialismo di ritorno, finanziando a debito un buco nero militare, pur di non ammettere la sconfitta, disposta a mandare al macero fino all’ultimo ucraino.

E, se serve, fino all’ultimo euro delle nostre tasche.

TRUMP, TRA I RICATTI DEL MOSSAD E MIGLIAIA DI MILARDI DI DEBITI

di Pasquale Di Matteo

Mille miliardi di dollari all’anno.

È questa la cifra che il Tesoro degli Stati Uniti stacca ogni dodici mesi al solo scopo di pagare gli interessi sul proprio debito, una somma che ha polverizzato persino l’intero budget del Pentagono.

E, mentre Washington firma assegni a vuoto per sostenere l’apparato militare più costoso del pianeta, il suo alleato più intimo, quello che giura eterna fedeltà in favore di telecamera, le piazza le cimici nello Studio Ovale per sabotarne la politica estera.

I documenti della Defense Intelligence Agency (DIA) trapelati tramite NBC non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche e spiegano che il Mossad ha attivamente spiato i funzionari dell’amministrazione Trump.

Witcoff, inviato speciale e negoziatore supremo; Colby, alto funzionario della Difesa; DiMino, Vice assistente del Segretario alla Guerra per il Medio Oriente.

La missione dell’intelligence di Tel Aviv non era proteggere l’America dal terrorismo, ma mappare in anticipo le intenzioni della Casa Bianca per far saltare sistematicamente ogni singolo tentativo di de-escalation con Teheran.

L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è il rovesciamento totale del regime iraniano e, per ottenerlo, Israele ha bisogno della potenza di fuoco americana, perciò, se Washington esita, la si forza.

Ogni volta che i negoziatori statunitensi si sono seduti a un tavolo per abbozzare una tregua, è partito un attacco missilistico israeliano non autorizzato per incenerire il compromesso.

Israele agisce nella totale immunità, coperto dal veto statunitense all’Onu e finanziato dai contribuenti americani. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) bombardano il sud del Libano e uccidono tre soldati dell’esercito regolare libanese, un contingente che non è in guerra con Tel Aviv e che, al contrario, rappresenta l’unico interlocutore istituzionale per la pace.

La giustificazione fornita ai media è che il veicolo “si muoveva in modo sospetto”. La stessa formula magica, il “movimento sospetto”, viene usata in Cisgiordania per archiviare la morte di un bimbo palestinese di sette mesi, ucciso a sangue freddo da un soldato israeliano.

Ma l’assoggettamento geopolitico degli Stati Uniti è solo la facciata esterna di un edificio che sta crollando dalle fondamenta, poiché la debolezza di Washington in politica estera è direttamente proporzionale alla sua bancarotta interna.

I trentanovemila miliardi di dollari di debito pubblico americano sono una menzogna contabile per difetto. La voragine reale si calcola aggiungendo le promesse di spesa previdenziale e sanitaria già approvate per legge, come Social Security e Medicare, per le quali il governo non ha accantonato un solo centesimo.

Inserendo queste voci, il buco fiscale degli Stati Uniti oscilla tra i sessantamila e gli ottantamila miliardi di dollari. Un numero che non appartiene più all’economia, ma all’astronomia e la sua copertura alla fantascienza.

La politica americana, da destra a sinistra, ha deciso di ignorare il problema, perché ridurre il deficit reale significa scegliere tra due opzioni che equivalgono al suicidio elettorale garantito: tagliare le pensioni e l’assistenza medica agli anziani, o raddoppiare le tasse.

Nessuno lo farà.

Le sparate dell’amministrazione Trump sulla creazione di un dipartimento per l’efficienza governativa servono a intrattenere le platee televisive.

Puoi tagliare tutte le auto blu e le consulenze ministeriali che vuoi, ma non scalfisci nemmeno lo zero virgola uno per cento di un bilancio divorato da spese strutturali fisse e dagli interessi passivi.

Per decenni, gli Stati Uniti hanno coperto questo deficit stampando moneta, quando il mondo aveva bisogno di dollari per commerciare e l’America glieli forniva esportando il proprio debito.

Il giocattolo ha funzionato finché la fiducia globale nel biglietto verde è rimasta intatta, tuttavia, oggi quella fiducia è incrinata. La militarizzazione del dollaro, usato come arma sanzionatoria per strozzare le economie sgradite, ha insegnato al resto del mondo a fare a meno del biglietto verde.

Pechino, Mosca, Nuova Delhi, ma anche alleati storici o paesi non allineati in Africa e Sudamerica, hanno iniziato una silenziosa e inesorabile de-dollarizzazione.

Nessun crollo improvviso sui mercati, ma una manovra a tenaglia: le banche centrali estere comprano oro a ritmi mai visti dalla fine di Bretton Woods e stringono accordi bilaterali per scambiare merci nelle valute locali. Il dollaro non è più l’unico rifugio sicuro.

Senza i compratori stranieri pronti ad assorbire l’oceano di titoli di Stato emessi mensilmente dal Tesoro, il meccanismo si inceppa.

La Federal Reserve non può più permettersi di stampare trilioni per comprare il debito del proprio governo senza innescare un’iperinflazione devastante.

I rendimenti dei Treasury a lunga scadenza restano artificialmente alti perché gli investitori, fiutando l’insolvenza strutturale, pretendono un premio al rischio maggiore, alimentando una spirale della morte del debito sovrano: lo Stato si indebita per pagare gli interessi sui debiti precedenti, emettendo nuovi titoli che costano sempre di più, mentre la base dei compratori si assottiglia.

Un morto che stringe sempre più la corda intorno al suo stesso collo.

Washington non ha i soldi per mantenere il proprio welfare interno, non ha la forza finanziaria per dettare legge sui mercati globali e non ha la forza politica per imporre la linea ai propri protettorati militari.

Finanzia armi e diplomazia per un alleato mediorientale che la ripaga hackerando le comunicazioni della presidenza e trascinandola verso il baratro di una guerra regionale su larga scala con l’Iran.

Oggi, l’America somiglia alla Francia di Luigi XVI, che diede il colpo di grazia all’enorme debito del regno entrando a gamba tesa nella guerra tra le colonie americane e l’Inghilterra. Mossa che condusse alla Rivoluzione francese.

Nessun impero crolla per colpa di un’invasione improvvisa.

Nel caso degli USA, muore pagando a rate il proprio sicario, con una moneta che il resto del mondo ha già cominciato a rifiutare.

Non manca molto all’emissione della prima fattura che resterà insoluta.

LA RITIRATA DEI GIORNALISTI CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“A Kiev sanno benissimo di non poter vincere sul campo”.

La frase è stata scritta da uno di quei direttori dei principali quotidiani italiani che, per quattro anni, hanno spiegato ai lettori che l’esercito russo era alla frutta, perché perdeva mille uomini al giorno, aveva esaurito i mezzi corazzati ed era ridotto a combattere a dorso di mulo brandendo pale dell’Ottocento.

Oggi, senza nemmeno l’ombra di una smentita o mezza riga di scuse per aver intossicato l’opinione pubblica con analisi e racconti che il tempo ha certificato come panzane, la vittoria militare dell’Ucraina viene derubricata a miraggio, a cosa impossibile.

Chi faceva notare questa ovvietà due anni fa veniva marchiato a fuoco come putiniano, disfattista, traditore dell’Occidente. Oggi, invece, è il nuovo dogma degli editorialisti in ritirata.

Per mascherare il disastro sul campo, e la scellerata sequela di supercazzole spacciate per notizie, le redazioni si aggrappano a una narrazione bipolare: leggendo l’articolo in cui mi sono imbattuto, metà serve a smentire silenziosamente le balle raccontate nei quattro anni precedenti, l’altra metà a ribadire che bisogna continuare a inviare armi e soldi.

Tanto a morire sono i figli degli ucraini, mica quelli dei giornalisti e dei leader europei.

IL FANTASMA DI ISTANBUL E LE MEMORIE CORTE

Il capolavoro del “revisionismo quotidiano” parte dalla diplomazia. Leggiamo che la recente lettera di Volodymyr Zelensky inviata a Vladimir Putin “poteva essere un punto di partenza”, una “palla da cogliere al balzo”, e ci si stupisce che il Cremlino continui a chiudere la porta.

Il problema è che i fatti, ostinatamente ignorati, dicono altro, poiché i famosi piani di pace di Kiev non sono documenti negoziali, ma richieste di resa incondizionata a una potenza nucleare che detiene l’iniziativa militare: Kiev chiede il ritiro immediato ai confini del 1991, Crimea compresa, pagamento dei danni di guerra e consegna dei vertici politici e militari russi al Tribunale penale internazionale dell’Aia.

È come se il Giappone, nell’agosto del 1945, avesse offerto la pace agli Stati Uniti a patto di ricevere in regalo le isole Hawaii e un cambio di governo a Washington.

L’unica, vera palla da cogliere al balzo era sul tavolo a Istanbul, nella primavera del 2022, quando i russi si stavano ritirando dai dintorni di Kiev in segno di distensione e le bozze dell’accordo erano pronte e i negoziatori ucraini e russi avevano trovato la quadra sulla neutralità.

Poi è atterrato Boris Johnson, che ha convinto Zelensky a stracciare i documenti.

L’Occidente avrebbe garantito fiumi di denaro, armi e coperture per sconfiggere Mosca. Il risultato di quella brillante mossa strategica, oggi confermata da diplomatici turchi, israeliani e persino da ex consiglieri ucraini, si conta in centinaia di migliaia di giovani morti nelle trincee, un terzo della popolazione fuggita all’estero e uno Stato tenuto artificialmente in vita dalle tasse dei cittadini europei.

I nostri giornalisti, però, preferiscono indignarsi per la porta chiusa di Putin oggi, fingendo di non ricordare chi ha murato l’ingresso due anni fa.

KOSTYANTYNIVKA E LA TECNICA DELLA DISTRAZIONE DI MASSA

La città strategica di Kostyantynivka è sotto assedio. Le forze russe stanno chiudendo una tenaglia nel Donbass, tagliando le vie di rifornimento e inghiottendo chilometri quadrati.

Crolla Pokrovsk, crollano gli snodi vitali, ma nei telegiornali italiani, Kostyantynivka non esiste.

Nemmeno l’Institute for the Study of War (ISW), solitamente prodigio nel magnificare ogni singolo passo ripreso dagli ucraini, riesce a nascondere il collasso, pur edulcorandolo.

Per le nostre firme di punta, le truppe russe che spezzano la spina dorsale della difesa ucraina ottengono “successi militari tattici e del tutto interlocutori”, utili solo per la “vuota propaganda”.

Al contrario, l’Ucraina viene esaltata per aver “imparato come nessuno al mondo a condurre questa guerra”.

Si sposta l’attenzione dai campi di battaglia ai titoli dei giornali.

Nelle ultime ore, Kiev ha lanciato oltre 140 droni sulle regioni di San Pietroburgo e Leningrado che hanno colpito un terminal petrolifero, causato la chiusura temporanea di un aeroporto, interrotto i servizi internet mobili in alcuni distretti.

Un attacco in profondità, innegabile, ma militarmente irrilevante per le sorti del fronte. Al più, è l’equivalente di un attentato. È una pura operazione di distrazione di massa che serve a fornire ai media occidentali materiale per titolare sulla “vulnerabilità russa” e nascondere il fango, il sangue e la ritirata a Kostyantynivka.

La reazione russa, puntuale e brutale, ha visto lo sciame di quasi 300 droni colpire le infrastrutture a Kiev, Donetsk e Kherson nelle ore immediatamente successive.

Di questi contrattacchi a tappeto, che smantellano pezzo per pezzo la rete elettrica ucraina, si parla poco o nulla, perché bisogna alimentare la favola delle truppe di Zelensky che si infiltrano a Kharkiv o Kupyansk, infiltrazioni che, a una verifica incrociata sui bollettini militari, non esistono.

Se le truppe russe avanzano, non viene detto. Se le truppe ucraine non avanzano, si usa il termine “infiltrazione” per suggerire un movimento invisibile.

I MORTI VIVENTI DELL’EUROPA E LA FUGA A LONDRA

Ammesso il disastro militare, la retorica giornalistica cerca rifugio nella politica internazionale, infatti, i leader europei vengono dipinti come statisti intenti a “ricoprire un ruolo attivo nella ricerca di una via d’uscita”. Basta guardare i protagonisti per capire la portata della farsa.

Macron, Merz e Starmer si sono incontrati senza gli Stati Uniti, per discutere le sorti dell’Ucraina. Un vertice tra fantasmi.

Macron ha un governo appeso a un filo, blindato in casa dopo aver preso schiaffi elettorali da destra e sinistra; Merz governa una Germania in recessione, terrorizzato dall’ascesa prepotente dell’AfD alle elezioni regionali; Starmer è crollato nei consensi in patria a tempo di record.

Fino a un mese fa, questi tre leader speculavano sull’invio di truppe Nato sul terreno e autorizzavano l’uso di missili a lungo raggio contro il territorio russo, giocando alla Terza Guerra Mondiale sulla pelle degli altri.

Oggi, con Washington che stacca la spina perché Donald Trump è concentrato sull’Iran e sulle dinamiche interne americane, i tre finti statisti cercano disperatamente di negoziare tra di loro.

Non con la Russia. Tra di loro.

Per poter produrre un comunicato stampa che salvi la faccia davanti agli elettori incattiviti dall’inflazione e dalle bollette.

In questo quadro da reparto di Psichiatria, si inserisce il posizionamento del governo italiano.

Giorgia Meloni sta disertando metodicamente gli incontri con l’asse franco-tedesco. Non è andata alla riunione sui Balcani, non è andata a Londra.

I giornali la accusano di isolazionismo, ma la realtà geopolitica suggerisce un’altra lettura: Palazzo Chigi ha fiutato l’aria.

Restare incollati a Macron e Merz significa affondare con loro. Meloni ha capito la stragrande maggioranza degli italiani non vuole più alimentare una guerra che un mattatoio per gli ucraini perciò cerca di smarcarsi, cerca di lanciare segnali oltreoceano, rifiutando di farsi trascinare nel precipizio dai vecchi leader europei ridotti a morti che camminano.

L’ONORE DI CHI MANDA GLI ALTRI A MORIRE

L’architettura della propaganda si chiude sempre con un appello ai sentimenti alti.

Dopo aver certificato che la vittoria ucraina è impossibile, che il risultato è uno “stallo spaventoso e angosciante” e che gli alleati americani si stanno defilando, l’editoriale di turno intima al governo italiano di mantenere la “ferma postura al fianco di Kiev” perché è un “dato di onore che non possiamo sprecare”.

Eccolo, il nocciolo della questione.

Sappiamo che la strategia ha fallito, sappiamo che i russi avanzano. Sappiamo che l’Ucraina ha finito gli uomini ed è costretta a prelevare i civili per strada con la coscrizione forzata. Sappiamo, grazie alle indagini tedesche accuratamente silenziate dalla nostra stampa, che a far saltare i gasdotti del Nord Stream 2 è stato un commando ucraino, un atto di terrorismo contro un’infrastruttura europea.

Eppure, secondo questi giornalisti, dobbiamo continuare a finanziare la carneficina emettendo debito. Non per vincere, cosa ormai esclusa anche da costoro. Nemmeno per la democrazia. Ma per l’onore.

L’onore di non ammettere di aver sbagliato l’analisi fin dal primo giorno. L’onore di chi firma articoli infuocati da una scrivania a Milano o di Roma, mandando a morire ventenni nel fango di Kostyantynivka, convinti di leggere un libro che raccontava una storia parallela alla realtà.

Chi pagherà il conto della ricostruzione di un Paese distrutto e il costo sociale di una generazione ucraina annientata?

E, soprattutto, dov’era questo senso dell’onore quando a Istanbul c’era la possibilità di firmare la pace prima che la guerra divorasse il futuro dell’Europa?

CENTO MILIARDI PER COMPRARE IL NULLA. IL CONTO DELLA SERVA E LA RESA DI KIEV

di Pasquale Di Matteo

Cento miliardi di dollari l’anno.

È la fattura che Volodymyr Zelensky presenta ai contribuenti occidentali per tenere in vita un Paese che, militarmente ed economicamente, ha smesso di reggersi in piedi da almeno ventiquattro mesi.

Intanto, lo stesso presidente ucraino prende carta e penna e pubblica una lettera indirizzata a Vladimir Putin, chiedendo un faccia a faccia diretto, in territorio neutro. Senza mediatori europei e, soprattutto, senza gli Stati Uniti di Donald Trump.

L’Ucraina brucia tra i 45 e i 50 miliardi di dollari all’anno solo per produrre droni da lanciare in profondità nel territorio russo, colpendo raffinerie a centinaia di chilometri dal fronte. Il resto del budget, quello per pagare pensioni, medici, impiegati statali e soldati, lo mette l’Europa.

Lo mettiamo noi, attraverso il sistema dei prestiti internazionali che fa storcere il naso ai ministeri del Tesoro di mezza Unione. E dopo aver pagato il conto, l’Europa riceve il benservito: Kiev non vuole Bruxelles al tavolo delle trattative.

D’altronde, persino Zelensky sa che l’Unione Europea è parte in causa, un bancomat che ha fornito armi e sussidi, non un arbitro imparziale. E ha già visto gli europei nelle trattative del 2022.

LA RICONQUISTA DEL NULLA

Mentre Zelensky chiede aiuto direttamente a Putin, i bollettini di Kiev continuano a ripetere che la Russia è in ginocchio, che le sanzioni funzionano, che Mosca perde trentamila uomini al mese, uomini che, se la matematica non è un’opinione, dovrebbe aver esaurito completamente almeno dallo scorso marzo.

Poi si leggono i dati dell’Institute for the Study of War, rilanciati dall’Afp e si scopre che, nel mese di maggio, l’esercito ucraino ha riconquistato 282 chilometri quadrati di territorio. Duecentottantadue. Praticamente l’estensione di Orvieto.

E lo ha fatto in zone dove le truppe russe rimangono ampiamente infiltrate, pronte a riprendersi i metri di terra bruciata alla prima rotazione di truppe, quindi, senza un controllo reale del territorio.

Zelensky lamenta che le armi europee non arrivano, o arrivano troppo lentamente. Chiede nuovi sistemi Patriot, ma l’Occidente ha svuotato i magazzini. I missili non arrivano perché non ci sono. La capacità produttiva è satura e fagocitata in larga parte dal disastro mediorientale, dove l’ennesima tregua farsa è già saltata.

Israele se ne infischia degli accordi, perciò Hezbollah risponde col fuoco, e nel mezzo ci muore un soldato dei caschi blu dell’Onu.

Fosse stata la Russia, apriti o cielo!

Ma Israele è il marchese del Grillo della geopolitica.

Washington deve guardare a due fronti contemporaneamente, e la Camera americana che ha votato sì agli aiuti per Kiev, ha messo i paletti sulle operazioni contro l’Iran, perché le risorse sono finite.

E sulle risorse dovrà esprimersi ancora il Senato.

IL GELO DI MOSCA E L’ENTUSIASMO DI TRUMP

La risposta di Vladimir Putin non è stata un rifiuto plateale, ma una condizione inaccettabile: se vogliamo parlare, vieni a Mosca.

Il Cremlino sa di avere il tempo dalla sua parte e discute solo sulla base dei punti già fissati con l’amministrazione Trump: riconoscimento delle annessioni territoriali e controllo sul Donbass.

Dal canto suo, Donald Trump non nasconde la soddisfazione. Dalla Casa Bianca definisce “fantastica” l’idea di un incontro tra i due leader, perché un eventuale accordo porterebbe alla fine della guerra in Ucraina e sgancerebbe l’America dal pantano europeo.

E Trump ha già fatto capire più volte che l’Ucraina, per Washington, è un asset tossico in via di dismissione.

L’Europa, invece di elaborare una strategia autonoma, balbetta.

In Montenegro, si è tenuto un vertice per discutere l’allargamento dell’Unione ai Balcani Occidentali. Un modo per far vedere che Bruxelles esiste e si espande.

Emmanuel Macron e la Germania dettano la linea, ma Giorgia Meloni non è salita nemmeno sull’aereo per raggiungerli, ufficialmente trattenuta a Reggio Calabria per la festa dell’Arma dei Carabinieri.

La presidenza del Consiglio ha preferito una parata interna al tavolo dove si ridisegnano i confini dell’influenza europea, come se Trump fosse rimasto a una parata in una contea sperduta, mentre altrove ridisegnavano l’assetto federale degli USA. Un vuoto che certifica l’irrilevanza di Roma sulle grandi partite continentali.

IL DRONE RUMENO E L’AMNESIA POLACCA

Mentre la diplomazia annaspa, la guerra rischia quotidianamente di tracimare. Nel porto di Costanza, in Romania, un drone ucraino è esploso, devastando le infrastrutture.

L’ambasciata russa punta il dito contro Kiev: un drone ucraino fuori controllo. Kiev accusa Mosca di averlo deviato di proposito.

Poiché ucraino, stavolta nessuno invoca l’Articolo 5, ma il nervosismo è palpabile a Varsavia.

Il ministro della Difesa polacco ha chiesto formalmente a Washington l’apertura di una base militare statunitense in Polonia. I polacchi comprano l’ombrello americano, terrorizzati dall’idea di essere i prossimi.

Anche se non si capisce i prossimi di cosa, visto che Mosca sarebbe al tappeto, senza più uomini e con le sanzioni a stritolarne l’economia, tanto chee l’Ucraina starebbe vincendo la guerra, a detta dei grandi quotidiani di casa nostra.

Eppure, proprio tra Varsavia e Kiev si è consumato di recente l’ennesimo scontro: Zelensky ha recentemente intitolato un’unità militare agli “Eroi dell’UPA”, l’Esercito Insurrezionale Ucraino del nazista Stepan Bandera.

Si tratta dell’unità responsabile dei massacri di Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui vennero trucidati centomila civili polacchi.

L’alleato ucraino, tenuto in vita anche dalle armi polacche, sputa sulla memoria storica di Varsavia e il ministro degli Esteri polacco è stato costretto a minacciare di bloccare il percorso di adesione di Kiev all’Unione Europea se la questione non verrà risolta.

LE TRATTATIVE SOTTOBANCO

Mentre Zelensky tuona contro le condizioni inaccettabili di Mosca, i negoziati avvengono. Sono avvenuti in Alaska, con i delegati di Trump e avvengono a porte chiuse.

Il blocco occidentale è paralizzato. Paga una guerra che non può vincere, sostiene un alleato che lo insulta e lo attacca, tra sabotaggi, come il Nord Stream, e droni, così, finge di indignarsi per le provocazioni russe, ma prega che non scappi mai il colpo di troppo.

Zelensky chiede missili Patriot, ma l’industria bellica americana non riesce a produrli nei tempi e nei volumi richiesti e ne abbiamo bruciati troppi, tra Kiev e il deserto mediorientale.

L’Ucraina oggi è un buco nero finanziario tenuto insieme dalla retorica e dalla propaganda.

Cento miliardi all’anno per mantenere lo stallo.

Putin lo sa e aspetta, Trump calcola, l’Europa paga.

I leader europei parlano di sostegno incrollabile, ma i bilanci parlano di un fallimento a rate.

E tante elezioni si avvicinano.

Gli europei voteranno per chi urla “urla all’invasore russo o per chi vuole staccare la spina per finanziare prima Sanità, ricerca, istruzione e welfare?

KIEV HA FINITO GLI UOMINI E L’EUROPA POTREBBE MANDARE INDIETRO I RIFUGIATI IN GRADO DI IMBRACCIARE UN FUCILE

di Pasquale Di Matteo

L’Ucraina sta vincendo la guerra in modo così travolgente che a Bruxelles studiano le carte per revocare l’asilo politico agli ucraini e rispedirli a morire in trincea, poiché le truppe di Kiev avanzano con tale furia verso est che al governo Zelensky mancano letteralmente i corpi da infilare nelle divise.

La narrazione blindata delle cancellerie occidentali, quella servita a reti unificate dai bollettini Nato e dalle fake news del mainstream, si sta schiantando contro un documento interno del Consiglio dell’Unione Europea, visionato e pubblicato in esclusiva dalla testata Euractiv il primo giugno 2026, poi ripreso, tra gli altri, da InsideOver.

Il testo non lascia scampo alle interpretazioni. I ministri europei, gli stessi che da quattro anni si commuovono davanti alle bandiere gialloblù e promettono sostegno incrollabile fino alla vittoria finale, stanno valutando l’ipotesi di escludere dalla Direttiva sulla Protezione Temporanea (TPD) gli uomini ucraini idonei alla coscrizione militare.

Fino a ieri erano profughi da accogliere con le coperte termiche nelle stazioni ferroviarie. Tra poco tempo, potrebbero diventare disertori, carne da cannone mancante all’appello, risorse biologiche da restituire al tritacarne del Donbass.

LA SOLIDARIETÀ HA LA DATA DI SCADENZA

Il piano discusso al vertice del Consiglio Giustizia e Affari Interni dell’UE è il termometro perfetto del collasso ucraino.

Nelle ultime settimane, si legge nelle carte di Bruxelles, si registra una percentuale in costante crescita di uomini in età da coscrizione tra i nuovi arrivi dall’Ucraina, perché la gente scappa. E scappa perché il fronte non tiene, scappa perché l’età per il reclutamento è stata abbassata, scappa perché in patria non esiste più un rifugio sicuro dai reclutatori militari che rastrellano le strade.

E l’Europa, la culla del diritto internazionale e dell’accoglienza incondizionata, cosa decide di fare? Valuta di chiudere le porte a chi fugge da morte certa, allineandosi alle necessità del governo di Kiev.

Il passaggio più agghiacciante del documento di Euractiv è la giustificazione politica della misura. Limitare l’accesso alla protezione per gli uomini abili all’uso delle armi andrebbe fatto “anche nell’interesse dell’Ucraina”.

È il capolavoro semantico del burocrate europeo: ti nego il diritto d’asilo, ti metto su un treno per il confine polacco e ti consegno alla polizia militare del tuo Paese, ma lo faccio per il tuo bene. Lo faccio per sostenere la resistenza militare e, con insuperabile macabro ottimismo, per garantirti di poter partecipare alla futura ricostruzione della nazione.

Sempre che tu riesca a sopravvivere.

ZELENSKY È ALLA FRUTTA

Se il fronte tenesse, se la controffensiva fosse stata l’epica marcia trionfale verso la Crimea promessa nei talk show, l’Ucraina non avrebbe bisogno di mendicare ai partner europei il rimpatrio forzato dei propri cittadini.

La verità è che la realtà sul campo è fatta di ospedali da campo straripanti e cimiteri che si allargano a vista d’occhio. Il governo di Kiev ha già varato leggi draconiane sulla mobilitazione, calpestando senza troppi complimenti quei diritti civili che la guerra avrebbe dovuto difendere.

Ha sospeso l’erogazione dei servizi consolari all’estero per i cittadini maschi. Hai il passaporto scaduto a Berlino o a Varsavia? Non te lo rinnoviamo. Devi tornare a casa, presentarti all’ufficio di reclutamento, farti schedare e prendere un fucile in mano.

La mossa in discussione a Bruxelles funge da braccio armato esterno per Zelensky, così, le istituzioni europee si trasformano, di fatto, in una gigantesca polizia militare sussidiaria per conto terzi.

Il meccanismo in esame, per ora, non prevede la retroattività, pertanto, l’esclusione colpirebbe solo le nuove richieste di asilo, lasciando intatti i diritti di chi è già protetto, ma è il principio che scardina l’intera impalcatura etica dell’intervento europeo.

La protezione temporanea, varata nel 2022 con un’unanimità commossa per chi fuggiva dai carri armati russi, scadrà nel marzo 2027.

La Commissione Europea e gli Stati membri stanno pianificando una transizione coordinata verso status legali ordinari, come permessi di lavoro o di studio. All’interno di questa riorganizzazione amministrativa, si è infilato il bisturi per separare chi ha diritto a una vita in Europa da chi ha il dovere di morire nel fango di Kharkiv.

Come se esistesse un dovere di morire…

IL SILENZIO DEI BUONI

Mentre nei corridoi del Consiglio Giustizia e Affari Interni si discute su come smaltire il problema, la politica tace. Tacciono i paladini dei diritti umani, tacciono le ONG, tace quella fetta di stampa che ha trasformato il conflitto in una saga Marvel dove i buoni non muoiono mai e i cattivi arretrano sempre.

L’Europa ha esaurito l’equipaggiamento, i proiettili d’artiglieria scarseggiano, i sistemi di difesa aerea sono stati donati con il contagocce e arrivano in ritardo. Non potendo più inviare armi decisive per ribaltare l’inerzia del conflitto, Bruxelles offre all’alleato l’unica merce di scambio rimasta a costo zero per i bilanci statali; gli stessi ucraini.

La decisione non è ancora ufficiale, le consultazioni politiche sono appena iniziate e sondano il terreno scivoloso della fattibilità legale.

Esiste il rischio di ricorsi monumentali alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, esistono le Costituzioni nazionali che impediscono l’espulsione verso Paesi in stato di guerra attiva, eppure, il semplice fatto che l’opzione sia sul tavolo dei ministri, messa nero su bianco su una nota da discutere, dimostra l’avvenuto salto di qualità.

Non si combatte più per difendere la democrazia, si combatte per raschiare il fondo del barile di una nazione esangue e l’Europa si prepara a certificare la propria impotenza, incapace di imporre una trattativa diplomatica, altrettanto incapace di garantire una vittoria militare sul campo, perciò, si affida all’ultima manovra cinica a disposizione.

I ministri siederanno attorno al tavolo ovale a Bruxelles, sorseggeranno acqua minerale in bicchieri di cristallo, esprimeranno condanna contro l’aggressione russa, poi potrebbero firmare le scartoffie per togliere la protezione a un ventenne scappato da Odessa, spiegandogli che lo stanno rimandando al massacro nell’esclusivo interesse del suo Paese.

FONTI

https://www.euractiv.com/news/exclusive-eu-weighs-excluding-military-age-ukrainian-men-from-extended-protection-scheme/

https://it.insideover.com/guerra/a-kiev-servono-soldati-la-ue-valuta-di-escludere-gli-ucraini-idonei-alla-leva-dalla-protezione-temporanea.html

https://www.kyivpost.com/post/77365

https://brusselssignal.eu/2026/06/pressure-grows-to-strip-conscription-age-ukrainian-men-of-eu-protection/

IL FALLIMENTO DELL’UCRAINA È IL FALLIMENTO DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

104,6 miliardi di euro è la cifra che l’Unione Europea ha garantito all’Ucraina sotto forma di prestiti per tenerla in vita artificialmente, a cui vanno aggiunti i 75,2 miliardi spesi in armi, i 17 in sostegno dei rifugiati e altre voci, per un totale di 200,6 miliardi.

Nel documento, si parla anche di “Chiamare la Russia a rispondere delle sue azioni” e si legge: “I crimini internazionali fondamentali e i crimini di atrocità costituiscono le violazioni più gravi del diritto internazionale e includono crimini contro l’umanità, crimini di guerra, genocidio e crimini di aggressione.”

(Fonte, in calce all’articolo)

Ciò che fa riflettere è che per Israele, che quei crimini li ha commessi all’ennesima potenza, non ci sono armi agli aggrediti, fonti per i rifugiati né politiche per chiamare il Paese a rispondere delle sue azioni, ma si arresta chi indossa la bandiera palestinese, come in Germania e in altre parti d’Europa.

E tutto ciò la dice lunga sul valore del Diritto internazionali e sulle reali ragioni che muovono l’Europa.

Intanto, i soldi dei contribuenti europei finanziano un malato terminale, mentre a Washington incassano i dividendi del gas naturale liquefatto che gli USA e i leader europei ci costringono ad acquistare, vietandoci di comprare da Mosca.

Perché la Russia è cattiva, ha violato il Diritto internazionale, appunto. E Mosca non è Tel Aviv, ma nemmeno Washington.

Perché che a violare il Diritto internazionale sono stati più volte anche Israele, a Gaza, in Libano, in Cisgiordania, e gli USA, in Venezuela e in Iran. Ma, in questi casi, nessun commercio interrotto, nessuna sanzione.

Oggi, a più di quattro anni dall’escalation della guerra in Ucraina, scoppiata nel 2014, deflagrata nell’invasione russa, la narrazione occidentale si schianta contro la realtà delle immagini satellitari.

L’Ucraina è priva delle sue regioni più ricche, ha perso quasi totalmente lo sbocco sul mare e la sua infrastruttura energetica è polverizzata. Insomma, l’Ucraina è fallita.

I leader europei continuano a recitare il mantra della resistenza a oltranza, mentre nelle strade di Kiev, i reclutatori caricano a forza sui furgoni i pochi uomini rimasti, perché non si sa più chi mandare al fronte.

La stampa mainstream ha passato stagioni intere ad annunciare la caduta imminente del Cremlino. Ci hanno raccontato di un esercito russo che combatteva con le pale; di soldati mandati al fronte a dorso di muli perché l’Ucraina aveva distrutto tutti i mezzi corazzati russi; di un Vladimir Putin malato terminale per ben quattro tipologie di cancro, rintanato in un bunker e sostituito da sosia.

Scrivevano che aveva tre anni di vita al massimo, ma ne sono passati quasi quattro da quelle sciocchezze.

Questi giornalisti del nulla hanno esaltato gli attacchi dei droni ucraini sulle raffinerie russe o qualche isolata caduta di velivoli in Romania come i segni di un ribaltamento imminente, tuttavia, la realtà, depurata dalla propaganda, dice che l’Ucraina è un Paese finito.

L’unica cosa di cui hanno scritto poco i nostri illustri eroi della propaganda mainstream è sul Nord Stream 2, dopo che è crollata la panzana della pista russa e le autorità tedesche hanno spiccato mandati d’arresto per i componenti del commando ucraino che ha compiuto il più devastante sabotaggio ai danni dell’Europa dalla Seconda Guerra mondiale.

Tuttavia, in questo caso, nessun terrore sui media, nessuna richiesta di attivazione dell’Art. 5, nessun pericolo per gli europei.

CRONACA DI UNO STATO DISARTICOLATO

Per capire il livello della mistificazione politica in corso, basta guardare una mappa aggiornata al 2026. Non ci sono proiezioni tattiche da analizzare, ma chilometri quadrati passati di mano e mai più tornati indietro.

Il Cremlino ha annesso e consolidato il controllo sul Donbass, su Lugansk, su Zaporizhzhia e su Kherson. Parliamo delle regioni industriali, agricole e strategiche di quella che un tempo era l’ex repubblica sovietica.

Lo Stato ucraino oggi è un guscio vuoto. Non possiede le condizioni materiali per garantire la propria esistenza futura.

L’economia di Kiev è in coma profondo, tenuta attaccata alle macchine unicamente dai bonifici occidentali e dal Fondo Monetario Internazionale.

Se domani mattina, l’Europa e gli Stati Uniti chiudessero i rubinetti del credito, Kiev imploderebbe prima di sera. E questo dimostra che l’Ucraina non esiste più come nazione, ma è solo un artificio tenuto in piedi con i soldi dei contribuenti europei, e in parte americani.

E, nonostante questo salasso per le nostre famiglie e per le nostre imprese, un terzo del fabbisogno statale resta comunque scoperto.

Non stiamo parlando di una nazione in grado di ricostruirsi al termine delle ostilità, ma di un territorio smembrato la cui sussistenza dipenderà per decenni dai contribuenti europei, che saranno costretti a pagare per l’incompetenza dei loro leader, quelli che giuravano che sarebbe stata questione di pochi mesi, perché già il primo pacchetto di sanzioni aveva avuto effetti dirompenti.

Lo giurava Mario Draghi, una delle sue solite supercazzole, al pari del “il greenpass serve per garantirci di trovarci in luoghi sicuri”.

Scegliete voi quale delle due sia la supercazzola del secolo.

LA TRAPPOLA DEL GIUGNO 2023

Il peccato originale, il momento in cui l’Occidente ha deciso di sacrificare definitivamente Kiev sull’altare di una strategia impossibile, è databile all’estate 2023, quella della famosa controffensiva.

I documenti ufficiali della NATO e le dichiarazioni dei vertici statunitensi ed europei, da Joe Biden a Jens Stoltenberg, passando per i governi italiani a trazione Draghi prima, e Meloni poi, parlavano chiaro: l’obiettivo non era difendere la popolazione ucraina, ma era sconfiggere militarmente la Russia sul campo di battaglia, per costringere Mosca a una resa senza condizioni.

Infatti, l’Europa non ha mai voluto parlare di trattativa, ma solo di ritiro incondizionato di Mosca.

Per farlo, la NATO ha svuotato i propri arsenali, ha consegnato a Kiev tutto l’armamento disponibile, illudendo la dirigenza ucraina di poter sfondare le linee fortificate russe, ma il risultato è stato un massacro.

L’esercito ucraino si è schiantato contro le difese nemiche, perdendo la guerra.

Al termine di quella disfatta, l’allora capo delle forze armate, Valerij Zaluzhny, fu costretto a chiedere 600.000 nuovi uomini per rimpiazzare le perdite. Più di mezzo milione di soldati bruciati in pochi mesi per inseguire una chimera atlantica.

Da quel momento, la NATO non ha più avuto armi in numero sufficiente per tentare una seconda sortita di quelle proporzioni.

Hanno mandato la fanteria ucraina al macello, hanno esaurito i proiettili, e poi hanno finto che la guerra fosse ancora in bilico.

Il bello, o la tragedia, è che tutto questo era evitabile.

Nel febbraio del 2022, e nei mesi immediatamente successivi, si era aperta una finestra per il dialogo. Si poteva chiudere il conflitto con concessioni territoriali dolorose, ma che avrebbero preservato l’integrità del grosso dello Stato ucraino e salvato quasi un milione di giovani vite ucraine, civili e militari e si sarebbe evitata la bancarotta e che più di un terzo degli abitanti del Paese fuggissero all’estero.

Invece, l’Europa ha scelto la via del muro contro muro. I leader occidentali hanno deliberatamente rifiutato ogni soluzione diplomatica, inebriati dall’idea di un collasso del regime di Putin, che era solo una panzana della propaganda.

IL SUICIDIO ECONOMICO EUROPEO

Mentre Kiev mandava al fronte i suoi giovani a morire e chiudeva i confini per impedire la fuga dei coscritti, l’Europa metteva in atto il più grande autolesionismo economico dal dopoguerra. Le sanzioni contro Mosca dovevano piegare l’economia russa in poche settimane, ma i fatti e il tempo hanno dimostrato un quadro opposto.

La Russia ha semplicemente spostato il suo asse commerciale: vende più gas e più petrolio alla Cina, all’India e ad altri paesi nel mondo, a prezzi maggiorati.

Il rublo, che i bollettini occidentali davano per spacciato a ottobre 2022, tiene ancora a giugno 2026 e l’inflazione russa rallenta, mentre il PIL di Mosca supera abbondantemente quello di gran parte dei paesi europei.

Certamente, l’economia russa non va a gonfie vele, ma se all’Europa fossero state applicate le stesse sanzioni, elemosineremmo cibo, in mutande, già da mesi.

D’altro canto, l’Europa ha rinunciato all’energia russa a basso costo per obbedienza atlantica e le famiglie e le imprese vivono una crisi molto dura, esacerbata dalla sconfitta disastrosa che gli USA hanno rimediato in Iran, con il pieno controllo dello stretto di Hormuz caduto nelle mani di Teheran.

Ci siamo staccati dal gasdotto di Mosca per andare a comprare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi, che paghiamo uno sproposito in più rispetto a prima.

I risultati sono sotto gli occhi dei cittadini: inflazione persistente, bollette schizzate alle stelle, tassi di interesse strozzati dalla Banca Centrale Europea per cercare di frenare l’emorragia. La crescita del PIL nel vecchio continente raschia lo zero.

Per difenderci dalla minaccia fantasma di un’invasione russa dell’Europa, ci stiamo indebitando in modo irrecuperabile, dirottando miliardi verso un riarmo forzato e togliendo fondi a sanità, scuole e welfare.

Tutto per la minaccia di un’invasione da parte di una nazione il cui esercito, per i giornalisti della propaganda, avrebbe perso la guerra in Ucraina, con la moneta carta straccia, senza più mezzi corazzati né munizioni e senza più uomini. Insomma, il festival di Scemo e più Scemo.

Poi scegliete voi se sia più scemo chi scrive queste supercazzole o chi le prende per vere.

LA CORTINA FUMOGENA

Per giustificare questo disastro su tutta la linea, la classe dirigente occidentale ha bisogno di anestetizzare l’opinione pubblica, o, almeno, la parte più cerebralmente debole.

E lo fa inondando i media di fake news.

Se l’esercito ucraino lancia un attacco con i droni, comprati e forniti con i nostri soldi e i nostri componenti, contro un paio di raffinerie russe, i telegiornali parlano di offensiva devastante, ma se un drone russo deviato dalla contraerea ucraina cade in Romania, si invoca l’articolo 5 della NATO urlando all’attacco contro l’Europa.

Nel frattempo, si nasconde la realtà del fronte, con soldati russi e ucraini uccisi a decine di migliaia in una guerra di logoramento senza senso, civili massacrati, ospedali che non funzionano più. Una guerra nata nel 2014, dall’avidità NATO e l’arroganza a stelle e strisce.

I senatori, i ministri, gli opinionisti televisivi in servizio permanente effettivo giurano che le cose “vanno relativamente bene”, che “l’Ucraina tiene duro”, che “Putin è con le spalle al muro”.

Ma, dopo quattro anni, anche “Mr. più Scemo del villaggio” comincia a nutrire qualche dubbio.

Mentono sapendo di mentire, perché sanno perfettamente che il Paese che dicono di voler difendere non ha più l’accesso al mare, non ha più industrie e non ha più un’autonomia finanziaria, solo che ammetterlo significherebbe certificare il fallimento dell’intera strategia NATO ed europea degli ultimi anni.

Significherebbe dover spiegare ai cittadini europei perché pagare le bollette di più e perché vedersi tagliata la spesa pubblica per finanziare una guerra già persa in partenza e che noi di Tamago definivamo impossibile da vincere già nel 2022, mentre i “grandi giornalisti del mainstream” ci davano dei ciarlatani e vi raccontavano le fake news sulle pale, sulle varie forme di cancro di Putin e tutta la serie di panzane che sono riusciti a inventarsi.

La resistenza ucraina è diventata una finzione retorica, utile solo per firmare nuovi contratti per la fornitura di armi e giustificare l’inflazione interna.

A Washington incassano, vendendo gas e armamenti. A Kiev contano i morti e pregano per il prossimo prestito. In Europa, i governi classificano i documenti sulle vere condizioni del fronte e continuano a sorridere davanti alle telecamere, per non dover ammettere il disastro.

Intanto, sperano che i tifosi del festival delle supercazzole siano sempre in numero maggiore di quelli che, a poco a poco, cominciano a porsi domande e ad usare il cervello.

FONTE SPESA EUROPEA PER L’UCRAINA

https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-solidarity-ukraine/

“SEI PAZZO, SENZA DI ME SARESTI IN GALERA”, PAROLA DI DONALD TRUMP

di Pasquale Di Matteo

“Sei pazzo, senza di me saresti in galera. Per colpa tua, oggi tutti odiano Israele.”

Donald Trump usa il linguaggio del Bronx. Lo urla al telefono a Benjamin Netanyahu mentre i caccia con la stella di David bucano il cielo sopra Beirut.

Il paradosso è che Donald giura di aver siglato la pace, ma, nel frattempo, l’altro bombarda i sobborghi perché con la pace finirebbe la sua stagione politica. E, probabilmente, anche la sua libertà.

La cosa strana è che, dopo mesi, Trump torna a fare la cosa giusta e a esprimere un pensiero sacrosanto.

Israele non è mai stato così odiato nel mondo ed è passato da vittima a carnefice, facendo ai palestinesi quanto subito da Hitler nel secolo scorso. Anzi, di peggio, visto che la storia e la conoscenza del passato non ammettono l’ignoranza. Perciò, sapere e perseguire comunque politiche genocide è una volontà folle e criminale.

E tale percezione è tutta colpa dei crimini commessi dal governo di Netanyahu e dai paesi occidentali silenti e complici.

IL CESSATE IL FUOCO CON SEI CADAVERI SUL TAVOLO

Trump annuncia la tregua e assicura che Beirut non verrà toccata, tuttavia, i dati dicono altro, perché ci sono stati sei morti in poche ore tra Nabatieh, Shukin e Kafr Tibnit.

Inoltre, il governo israeliano ha ordinato i bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut quasi in concomitanza con la sbandierata tregua di Trump.

Non è un errore di coordinamento, ma un messaggio preciso di Netanyahu: il cessate il fuoco è un vestito che indosso per le telecamere di Washington, ma sotto porto l’uniforme da combattimento.

Ormai, chiunque abbia competenze e titoli in Geopolitica, e non ragioni per sentito dire o per pavoneggiarsi sui social, sa bene che Netanyahu può solo sperare in una guerra perenne in Medio Oriente, altrimenti la sua vita politica finisce e i tribunali gli saltano al collo.

Infatti, sarebbe difficile spiegare i tanti danni subiti in patria, i morti, nonché i soldi spesi e, soprattutto, l’immagine della nazione precipitata ai minimi termini, senza una qualche vittoria da sbandierare come controprartita.

Non a caso, si moltiplicano le manifestazione di israeliani contrari al loro stesso governo, sia in patria sia all’estero.

D’altronde, l’Iran è ancora in piedi, con il totale controllo dello stretto di Hormuz e una consapevolezza missilistica granitica rispetto a quella che aveva a febbraio, forte di aver messo in scacco gli americani e bucato più volte il sistema di protezione missilistica israeliano, che era considerato inviolabile.

Su diversi membri del governo di Tel Aviv pendono mandati di cattura internazionale e diverse nazioni hanno interrotto i rapporti diplomatici e commerciali, chiedendo di imporre sanzioni a causa delle continue violazioni del Diritto internazionale e dei crimini contro l’umanità.

IL BLUFF DEL “PAZZO”

Ma quella di Trump sarà una mossa dettata da un barlume di lucidità mentale o è solo strategia?

Le fonti di Axios riferiscono che Trump ha definito Netanyahu “pazzo”, ma se dai del pazzo a chi stai armando e finanziando, il problema non è la sanità mentale di chi riceve le bombe, ma la complicità di chi tiene il portafogli aperto.

Trump recita la parte dello sceriffo furioso che ha perso il controllo della sua stella, ma il flusso di armamenti non si è interrotto per un solo secondo. Né si è interrotto da alcuni altri paesi occidentali, tra cui il nostro.

Chiamarlo “pazzo” è l’espediente retorico per lavarsi le mani del sangue libanese davanti agli elettori arabo-americani del Michigan, in previsione delle elezioni di metà mandato, in cui Trump sembra destinato a una sconfitta eclatante.

Ed è anche un tentativo disperato di evitare che l’Iran abbandoni il tavolo delle trattative, perché gli USA non possono più permettersi di restare impantanati in Medio Oriente, mostrando alla Cina tutta la fragilità politica e militare di Washington.

IL NULLA VESTITO DA TRICOLORE

Infine, l’errore dell’Europa, e dell’Italia in particolare.

Ci dicono che abbiamo un “ruolo internazionale”, poi Israele bombarda a pochi metri dai nostri soldati Unifil, tortura cittadini italiani della flottiglia, e noi rispondiamo con “condanne a denti stretti” mentre continuiamo a fatturare con Tel Aviv.

Tutto mentre invochiamo la Terza Guerra mondiale per un drone in Romania, gridando all’attacco russo prim’ancora che le autorità rumene stabiliscano che il drone era stato deviato dalla contraerea ucraina.

E tutto mentre partecipiamo attivamente ai venti pacchetti di sanzioni a Mosca in difesa di quel Diritto internazionale che la Russia ha solo sgualcito, mentre Israele lo ha appallottolato e ci è passato sopra con i piedi.

Perché, nella realtà dei fatti, siamo complici e impotenti di fronte al potere finanziario e dell’intelligence di Israele, con cui abbiamo stretto accordi anche per la nostra sicurezza sul Web.

Allora, Trump e Netanyahu stanno recitando?

Trump finge di comandare e Netanyahu finge di ascoltare, ma la verità è che, stando ai fatti, l’uomo forte è il criminale di Tel Aviv, visto che può fare qualunque cosa impunemente, senza rischiare neppure un misero pacchetto di sanzioni.

Forse, è per questo che sfoga la sua frustrazione contro gli innocenti, poiché, per molto meno, Putin ha già collezionato venti pacchetti di sanzioni.

Perciò, resta la barzelletta di una telefonata dove entrambi urlano, ma nessuno dei due riaggancia, perché, alla fine, la “macchina” deve continuare a correre.

Perché entrambi sono nella melma fino al naso: Trump, ha bisogno di non soccombere a novembre e di evitare come la peste ulteriori diffusioni dei file Epstein; Netanyahu deve evitare i giudici, sia quelli internazionali sia quelli interni, altrimenti la sua carriera e la sua vita da uomo libero finiscono.

Inoltre, entrambi sono alle prese con l’opinione pubblica interna, sempre più contraria alle loro politiche disperate, quanto folli.

Non ci resta che ridere, nell’apprendere che un bue ha dato del cornuto all’asino. O piangere, visto che abbiamo avuto la sciagurata coincidenza di vivere nella stessa era di questi pazzi e dei loro tifosi.

FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA. IL NUOVO FASCISMO CONTRO RUGGERI

di Pasquale Di Matteo

«Non ho mai chiesto di annullare il concerto di Enrico Ruggeri, non ho mai messo in discussione il suo valore artistico né il suo diritto di esprimere opinioni». Maria Cristina Baggi, capogruppo del Partito Democratico a Codogno, tenta la ritirata strategica dopo il disastro di comunicazione per sé e per il suo partito.

Nel frattempo, il suo partito ha appena sollevato un polverone politico chiedendo conto all’amministrazione della presenza del cantautore alla Notte Bianca del 4 luglio.

L’imputazione non riguarda la scaletta prevista, il cachet o questioni di ordine pubblico. Riguarda la fedina sanitaria dell’artista e le sue opinioni.

Sì, perché, proprio come durante l’era Covid, per certuni, avere opinioni diverse è un reato. Proprio come durante il fascismo.

Codogno è il chilometro zero della pandemia in Italia. La lapide del paziente uno.

Per il fronte progressista locale, ospitare un musicista che tra il 2020 e il 2022 ha criticato vaccini, mascherine e l’impianto del Green Pass, definendo la narrazione pandemica “indotta e pilotata”, equivale a profanare un sacrario.

Peccato che, nel frattempo, si sia scoperto che il green pass era solo discriminazione, senza alcuna base scientifica a supporto, e che dietro le mascherine vi sia stato un giro di soldi e di scandali a dir poco orribile. Peccato che gli stessi vertici di Pfizer abbiano ammesso, di fronte al Parlamento europeo, che non esisteva alcuna prova della validità dei vaccini.

Evidentemente, Maria Cristina Baggi e il PD sono stati distratti, in questi anni.

Il sindaco di centrodestra, Francesco Passerini, tiene il punto. Ribatte che la musica non si piega alle censure preventive.

Ruggeri, intanto, osserva il becero teatrino che puzza di fascismo dal suo profilo social e chiude la pratica con la freddezza di uno screenshot: «Tranquilli, io non faccio comizi».

Come a dire, “non mi abbasso al vostro livello.”

L’episodio potrebbe esaurirsi qui, derubricato a scaramuccia di provincia, invece è il sintomo di una patologia nazionale che oggi, 2 giugno, giorno in cui la macchina dello Stato mobilita tricolori e fanfare per ricordare la sconfitta storica della dittatura, mostra la sua faccia più feroce e drammatica.

IL MANGANELLO ETICO E IL DOPPIO STANDARD

Il fascismo storico è morto. Il fascismo metodologico, invece, gode di ottima salute.

Ha dismesso le camicie nere per indossare i panni sterili del rigore morale e del politicamente corretto e questo nuovo autoritarismo non ha bisogno di milizie fisiche, poiché usa armi molto più affilate: la gogna pubblica, l’esclusione sociale, la profilazione ideologica.

Con Povia, come con Ruggeri, come Hitler con l’arte degenerata.

È un sistema becero, cattivo, che non punisce il reato, ma il dissenso. Non reprime l’azione, ma il dubbio. Perché chi dubita, chi ha senso critico e cultura oltre la media, fa paura a ogni regime.

E quando a dubitare è un artista che ha un seguito, la storia ci insegna che i dittatori hanno sempre paura, perciò cercano sempre la repressione.

Enrico Ruggeri viene messo all’indice non per quello che farà sul palco, ovviamente, ma viene giudicato indegno per non essersi allineato quando il governo pretendeva obbedienza cieca.

È la cancellazione preventiva applicata all’emergenza sanitaria.

Fabio Bozzi, capogruppo di Fratelli d’Italia, ha fatto notare l’ovvio: i palchi dei concerti del Primo Maggio o dei festival estivi pullulano di artisti dichiaratamente di sinistra che trasformano le esibizioni in comizi fluviali di un’ora.

Nessuno chiede la loro censura o di non esprimere le loro opinioni. E giustamente! Perché, in una democrazia vera, la libertà di pensiero è sacrosanta e inviolabile.

Ruggeri, che vuole solo suonare i suoi pezzi storici, diventa un bersaglio perché ha osato deviare dal binario unico del pensiero consentito, anziché farsi pubblicità come Fedez e tanti altri, diventando megafoni del pensiero unico.

L’ILLUSIONE DEL CERTIFICATO VERDE E LA SCIENZA CHE SI SMENTISCE

Non sfugge nemmeno come l’apparato censorio che a Codogno chiede la testa dell’eretico si fondai su un totem ormai completamente sgretolato dai fatti.

Per due anni, l’Italia è stata il laboratorio occidentale dell’apartheid di Stato. Milioni di cittadini sospesi dal lavoro. Privati dello stipendio. Cacciati dai bar, dagli autobus, dalle piazze, dallo sport.

Tutto giustificato da un teorema martellato a reti unificate: il Green Pass garantisce luoghi sicuri, chi non si vaccina è un untore. Il presidente del Consiglio Mario Draghi lo ha trasformato in dogma di Stato il 22 luglio 2021, in diretta televisiva: «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire».

Era falso. Oggi è certificato che era falso.

Non è una tesi complottista, ma quanto messo a verbale da Janine Small, presidente della divisione mercati internazionali di Pfizer, nell’ottobre 2022, al Parlamento Europeo, quando un eurodeputato le ha chiesto se il vaccino fosse mai stato testato per prevenire la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato.

Small ha sorriso, prima di rispondere «No. Non c’era il tempo per testarlo.»

Non esisteva alcun dato, né uno studio, che dicesse che il vaccino fermasse il contagio. I vertici dell’azienda farmaceutica lo hanno ammesso candidamente.

Le istituzioni europee hanno incassato la dichiarazione in un silenzio tombale. Eppure, su quella falsità scientifica, il governo italiano ha costruito, votato e applicato uno strumento di coercizione sociale e politica che ha distrutto carriere, famiglie e legami sociali.

Evidentemente, qualche politico non ha avuto alcuna notizia dal 2022 a oggi ed è rimasto con lo smartphone in mano, pronto a mostrare il greenpass come qualcosa di cui andare orgogliosi.

LA COMMISSIONE DELLE VERITÀ TACIUTE

I dettagli di quell’operazione politica emergono oggi dai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Tra ostruzionismi disperati e aule semivuote, i documenti interni del Ministero della Salute, di AIFA e del Comitato Tecnico Scientifico stanno venendo a galla.

Le carte mostrano una gestione in cui la decisione di palazzo anticipava e piegava l’evidenza clinica. Mostrano direttive che ignoravano o minimizzavano le segnalazioni sugli effetti avversi dei vaccini per non intaccare la campagna di massa.

Il dissenso di medici e ricercatori veniva sistematicamente silenziato, punito con radiazioni dagli ordini professionali.

La verità blindata dell’emergenza è collassata sotto il peso dei suoi stessi atti burocratici.

Eppure, a Codogno, il Partito Democratico esige ancora “coerenza”. Rispetto per la memoria. Ma rispetto per chi?!

Per un paradigma che ha mentito sui presupposti fondamentali delle proprie imposizioni?!

Tutto mentre ancora non si ha il coraggio di guardare in faccia chi ha subito danni dal vaccino.

Chiedono il silenzio di Ruggeri perché l’artista ricorda loro ciò che hanno sostenuto, votato e preteso. La sua presenza è uno specchio che riflette l’autoritarismo latente di chi si crede virtuoso.

Chi non si è piegato al ricatto del lasciapassare, chi non ha mostrato il QR code ideologico richiesto dal ministero, resta un paria da bandire dalle feste cittadine.

Ecco, alla domanda “l’Italia corre un rischio fascista?”, la risposta è sì, certamente! E quanto accaduto a Ruggeri in queste ore ne è la prova.

LA REPUBBLICA DELLE PURGHE

I caccia sfrecciano sui Fori Imperiali sputando fumo verde, bianco e rosso. Le massime cariche dello Stato stringono mani e depongono corone d’alloro per ricordare a favor di telecamera che l’Italia ha ripudiato la dittatura.

Ma la realtà a livello del suolo viaggia su un binario opposto. L’alleato istituzionale giura fedeltà ai principi costituzionali, eppure, nel frattempo, gli arma il nemico, istituendo commissioni di purezza morale nei comuni di provincia.

Il sindacato FISI si è dovuto scomodare per inviare una lettera aperta al Comune di Codogno, ricordando che un cittadino non dovrebbe essere discriminato per aver esercitato il ragionamento critico.

Il fatto stesso che nel 2026 un sindacato debba spiegare a un partito politico le basi della democrazia liberale restituisce la misura esatta del disastro e anche il livello culturale di quel partito.

La democrazia decantata oggi tollera che un partito chieda di impedire a un lavoratore dello spettacolo di esibirsi non per incapacità manifesta, ma per le opinioni personali espresse anni prima, proprio come nelle più becere dittature.

L’ossessione per il controllo non è svanita con la revoca dello stato d’emergenza. Si è semplicemente trincerata nella prassi amministrativa quotidiana, dove ogni pretesto è utile per annientare la voce divergente.

Il 4 luglio Enrico Ruggeri salirà su quel palco in piazza. Prenderà il microfono e suonerà le sue canzoni.

Chi ha tentato di impedirglielo in nome del rispetto delle vittime rimarrà a casa a masticare fiele, illudendosi di difendere il passato mentre calpesta i diritti del presente e dimostra solo stupidità fascista.

I vertici di Pfizer hanno ammesso che i presupposti delle restrizioni erano illusioni politiche e che non vi fosse nessuna prova scientifica a supporto; i documenti governativi mostrano una scienza asservita alla convenienza ministeriale e le parate militari sfilano tra gli applausi celebrando una libertà riconquistata ottant’anni fa, che, nei fatti, non esiste.

E allora chi è davvero l’eversore pericoloso per questa Repubblica? Chi è davvero il fascista?

Il cantautore che pone domande e usa lo spirito critico, o il politico che tenta di impedirgli di cantare perché teme che possa esprimere la sua opinione?

Ci si augura che dalla segreteria del PD nazionale possano prendere le distanze da questi comportamenti censori, che nulla hanno a che fare con la democrazia e la libertà di opinione di una sana democrazia e di chi nel proprio nome ha l’aggettivo democratico.