LA RITIRATA DEI GIORNALISTI CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“A Kiev sanno benissimo di non poter vincere sul campo”.

La frase è stata scritta da uno di quei direttori dei principali quotidiani italiani che, per quattro anni, hanno spiegato ai lettori che l’esercito russo era alla frutta, perché perdeva mille uomini al giorno, aveva esaurito i mezzi corazzati ed era ridotto a combattere a dorso di mulo brandendo pale dell’Ottocento.

Oggi, senza nemmeno l’ombra di una smentita o mezza riga di scuse per aver intossicato l’opinione pubblica con analisi e racconti che il tempo ha certificato come panzane, la vittoria militare dell’Ucraina viene derubricata a miraggio, a cosa impossibile.

Chi faceva notare questa ovvietà due anni fa veniva marchiato a fuoco come putiniano, disfattista, traditore dell’Occidente. Oggi, invece, è il nuovo dogma degli editorialisti in ritirata.

Per mascherare il disastro sul campo, e la scellerata sequela di supercazzole spacciate per notizie, le redazioni si aggrappano a una narrazione bipolare: leggendo l’articolo in cui mi sono imbattuto, metà serve a smentire silenziosamente le balle raccontate nei quattro anni precedenti, l’altra metà a ribadire che bisogna continuare a inviare armi e soldi.

Tanto a morire sono i figli degli ucraini, mica quelli dei giornalisti e dei leader europei.

IL FANTASMA DI ISTANBUL E LE MEMORIE CORTE

Il capolavoro del “revisionismo quotidiano” parte dalla diplomazia. Leggiamo che la recente lettera di Volodymyr Zelensky inviata a Vladimir Putin “poteva essere un punto di partenza”, una “palla da cogliere al balzo”, e ci si stupisce che il Cremlino continui a chiudere la porta.

Il problema è che i fatti, ostinatamente ignorati, dicono altro, poiché i famosi piani di pace di Kiev non sono documenti negoziali, ma richieste di resa incondizionata a una potenza nucleare che detiene l’iniziativa militare: Kiev chiede il ritiro immediato ai confini del 1991, Crimea compresa, pagamento dei danni di guerra e consegna dei vertici politici e militari russi al Tribunale penale internazionale dell’Aia.

È come se il Giappone, nell’agosto del 1945, avesse offerto la pace agli Stati Uniti a patto di ricevere in regalo le isole Hawaii e un cambio di governo a Washington.

L’unica, vera palla da cogliere al balzo era sul tavolo a Istanbul, nella primavera del 2022, quando i russi si stavano ritirando dai dintorni di Kiev in segno di distensione e le bozze dell’accordo erano pronte e i negoziatori ucraini e russi avevano trovato la quadra sulla neutralità.

Poi è atterrato Boris Johnson, che ha convinto Zelensky a stracciare i documenti.

L’Occidente avrebbe garantito fiumi di denaro, armi e coperture per sconfiggere Mosca. Il risultato di quella brillante mossa strategica, oggi confermata da diplomatici turchi, israeliani e persino da ex consiglieri ucraini, si conta in centinaia di migliaia di giovani morti nelle trincee, un terzo della popolazione fuggita all’estero e uno Stato tenuto artificialmente in vita dalle tasse dei cittadini europei.

I nostri giornalisti, però, preferiscono indignarsi per la porta chiusa di Putin oggi, fingendo di non ricordare chi ha murato l’ingresso due anni fa.

KOSTYANTYNIVKA E LA TECNICA DELLA DISTRAZIONE DI MASSA

La città strategica di Kostyantynivka è sotto assedio. Le forze russe stanno chiudendo una tenaglia nel Donbass, tagliando le vie di rifornimento e inghiottendo chilometri quadrati.

Crolla Pokrovsk, crollano gli snodi vitali, ma nei telegiornali italiani, Kostyantynivka non esiste.

Nemmeno l’Institute for the Study of War (ISW), solitamente prodigio nel magnificare ogni singolo passo ripreso dagli ucraini, riesce a nascondere il collasso, pur edulcorandolo.

Per le nostre firme di punta, le truppe russe che spezzano la spina dorsale della difesa ucraina ottengono “successi militari tattici e del tutto interlocutori”, utili solo per la “vuota propaganda”.

Al contrario, l’Ucraina viene esaltata per aver “imparato come nessuno al mondo a condurre questa guerra”.

Si sposta l’attenzione dai campi di battaglia ai titoli dei giornali.

Nelle ultime ore, Kiev ha lanciato oltre 140 droni sulle regioni di San Pietroburgo e Leningrado che hanno colpito un terminal petrolifero, causato la chiusura temporanea di un aeroporto, interrotto i servizi internet mobili in alcuni distretti.

Un attacco in profondità, innegabile, ma militarmente irrilevante per le sorti del fronte. Al più, è l’equivalente di un attentato. È una pura operazione di distrazione di massa che serve a fornire ai media occidentali materiale per titolare sulla “vulnerabilità russa” e nascondere il fango, il sangue e la ritirata a Kostyantynivka.

La reazione russa, puntuale e brutale, ha visto lo sciame di quasi 300 droni colpire le infrastrutture a Kiev, Donetsk e Kherson nelle ore immediatamente successive.

Di questi contrattacchi a tappeto, che smantellano pezzo per pezzo la rete elettrica ucraina, si parla poco o nulla, perché bisogna alimentare la favola delle truppe di Zelensky che si infiltrano a Kharkiv o Kupyansk, infiltrazioni che, a una verifica incrociata sui bollettini militari, non esistono.

Se le truppe russe avanzano, non viene detto. Se le truppe ucraine non avanzano, si usa il termine “infiltrazione” per suggerire un movimento invisibile.

I MORTI VIVENTI DELL’EUROPA E LA FUGA A LONDRA

Ammesso il disastro militare, la retorica giornalistica cerca rifugio nella politica internazionale, infatti, i leader europei vengono dipinti come statisti intenti a “ricoprire un ruolo attivo nella ricerca di una via d’uscita”. Basta guardare i protagonisti per capire la portata della farsa.

Macron, Merz e Starmer si sono incontrati senza gli Stati Uniti, per discutere le sorti dell’Ucraina. Un vertice tra fantasmi.

Macron ha un governo appeso a un filo, blindato in casa dopo aver preso schiaffi elettorali da destra e sinistra; Merz governa una Germania in recessione, terrorizzato dall’ascesa prepotente dell’AfD alle elezioni regionali; Starmer è crollato nei consensi in patria a tempo di record.

Fino a un mese fa, questi tre leader speculavano sull’invio di truppe Nato sul terreno e autorizzavano l’uso di missili a lungo raggio contro il territorio russo, giocando alla Terza Guerra Mondiale sulla pelle degli altri.

Oggi, con Washington che stacca la spina perché Donald Trump è concentrato sull’Iran e sulle dinamiche interne americane, i tre finti statisti cercano disperatamente di negoziare tra di loro.

Non con la Russia. Tra di loro.

Per poter produrre un comunicato stampa che salvi la faccia davanti agli elettori incattiviti dall’inflazione e dalle bollette.

In questo quadro da reparto di Psichiatria, si inserisce il posizionamento del governo italiano.

Giorgia Meloni sta disertando metodicamente gli incontri con l’asse franco-tedesco. Non è andata alla riunione sui Balcani, non è andata a Londra.

I giornali la accusano di isolazionismo, ma la realtà geopolitica suggerisce un’altra lettura: Palazzo Chigi ha fiutato l’aria.

Restare incollati a Macron e Merz significa affondare con loro. Meloni ha capito la stragrande maggioranza degli italiani non vuole più alimentare una guerra che un mattatoio per gli ucraini perciò cerca di smarcarsi, cerca di lanciare segnali oltreoceano, rifiutando di farsi trascinare nel precipizio dai vecchi leader europei ridotti a morti che camminano.

L’ONORE DI CHI MANDA GLI ALTRI A MORIRE

L’architettura della propaganda si chiude sempre con un appello ai sentimenti alti.

Dopo aver certificato che la vittoria ucraina è impossibile, che il risultato è uno “stallo spaventoso e angosciante” e che gli alleati americani si stanno defilando, l’editoriale di turno intima al governo italiano di mantenere la “ferma postura al fianco di Kiev” perché è un “dato di onore che non possiamo sprecare”.

Eccolo, il nocciolo della questione.

Sappiamo che la strategia ha fallito, sappiamo che i russi avanzano. Sappiamo che l’Ucraina ha finito gli uomini ed è costretta a prelevare i civili per strada con la coscrizione forzata. Sappiamo, grazie alle indagini tedesche accuratamente silenziate dalla nostra stampa, che a far saltare i gasdotti del Nord Stream 2 è stato un commando ucraino, un atto di terrorismo contro un’infrastruttura europea.

Eppure, secondo questi giornalisti, dobbiamo continuare a finanziare la carneficina emettendo debito. Non per vincere, cosa ormai esclusa anche da costoro. Nemmeno per la democrazia. Ma per l’onore.

L’onore di non ammettere di aver sbagliato l’analisi fin dal primo giorno. L’onore di chi firma articoli infuocati da una scrivania a Milano o di Roma, mandando a morire ventenni nel fango di Kostyantynivka, convinti di leggere un libro che raccontava una storia parallela alla realtà.

Chi pagherà il conto della ricostruzione di un Paese distrutto e il costo sociale di una generazione ucraina annientata?

E, soprattutto, dov’era questo senso dell’onore quando a Istanbul c’era la possibilità di firmare la pace prima che la guerra divorasse il futuro dell’Europa?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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