IL SONDAGGIO IN UCRAINA CHE SMASCHERA L’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Già lo scorso marzo, un sondaggio in Ucraina ha messo i leader europei e Zelensky con le spalle al muro, ma a leggere i giornaloni di casa nostra o ascoltando i tele-trombettieri con l’elmetto da salotto, le truppe di Kiev sono a un passo dalla Piazza Rossa. O quasi.

Nella narrazione lisergica dell’establishment atlantico, l’Ucraina vince, stravince e ribalta le sorti del conflitto un giorno sì e l’altro pure. I russi, invece, sono disperati, ridotti alla fame, costretti a combattere con le famose pale ottocentesche e a mendicare un pugno di riso e farina in Crimea, mentre i loro droni cadono qua e là come mosche stanche.

Peccato che la realtà, quella bestia ostinata che si rifiuta di obbedire alle veline della propaganda di Bruxelles e Washington, racconti una storia diametralmente opposta. Una storia che, guarda caso, presenta il conto direttamente nei nostri portafogli.

Se l’Ucraina sta vincendo in modo così schiacciante, per quale arcano mistero la NATO ci intima di sborsare altri 70 miliardi di euro? Per fare cosa che non stia già facendo?

Al più, ne servirebbero due o tre per le ultime settimane di guerra, prima che Kiev issi la propria bandiera sul Cremlino, visti i racconti di certuni.

Ma la risposta è un capolavoro, a metà strada tra burocrazia e comicità.

I falchi del Nord Europa e la Germania pretendono l’istituzione di una tassa fissa dello 0,25% del PIL per ogni Stato membro.

Un salasso perpetuo pari a centoquaranta miliardi all’anno, prelevati dalle tasche di cittadini europei, già prosciugati da un olocausto economico ed energetico innescato proprio da questa scellerata sudditanza.

Soldi freschi, freschissimi, da iniettare in quel buco nero che è la logistica bellica ucraina, utile a foraggiare le ville, gli stipendi e i cessi d’oro dell’oligarchia di Kiev, la quale internamente non produce nemmeno gli elastici per le fionde.

A questo esproprio di massa di soldi europei si oppongono in pochi. Tra questi, incredibile a dirsi, il nostro ministro Giorgetti, il quale ha osato pestare i piedi: come si fa a strozzare ulteriormente le famiglie europee, già piegate dall’inflazione e dalle bollette impazzite, per finanziare l’invio infinito di armi?

E in una guerra che persino qualche giornalista con il poster di Zelensky in camera comincia a definire impossibile da vincere, come raccontavamo ieri, malgrado la massa del mainstream indossi ancora l’elmetto.

Ma nel club dei sonnambuli di Bruxelles, il realismo è considerato alto tradimento e ragionare con lucidità porta dritti all’appellativo di putiniano.

Per giustificare l’ingiustificabile, la propaganda ha dovuto fare gli straordinari.

Gli analisti da tastiera, copiaincollando i report di istituti come l’ISW (l’Institute for the Study of War), hanno coniato una neolingua orwelliana: se i russi avanzano inesorabilmente nel Donetsk, sfondando le difese e arrivando a soli 11 chilometri da Kramatorsk, per i gazzettieri occidentali si tratta di “infiltrazioni isolate e non confermate”; se, invece, Kiev bombarda un paio di depositi logistici perdendo intere brigate, è la “svolta decisiva del conflitto”.

La verità sul campo è che la cintura fortificata di Sloviansk e Kostantynivka sta cedendo sotto il maglio di un esercito russo che, evidentemente, non combatte solo a mani nude come vorrebbero farci credere né a dorso di muli. E non ha nemmeno perso 1,2 milioni di uomini dall’inizio del conflitto.

Ma il picco della tragicomica fantozziana si è raggiunto a Londra, dove Zelensky si è seduto a un tavolo con i leader di Regno Unito, Francia e Germania, i tre capi di governo con meno consensi elettorali dalla caduta dell’Impero Romano a oggi, uniti in un vertice per redigere il salvifico “Piano di Pace in 5 punti”.

Punto uno: cessate il fuoco.

Punto due: si parte dall’attuale linea di contatto. Fermi tutti! Fino a ieri ci spiegavano che bisognava armare Kiev fino all’ultimo respiro per respingere il mostro russo oltre i confini del 1991, invece, di punto in bianco, le “grandi riconquiste” spariscono dai radar e si accetta di congelare il fronte con le truppe di Mosca ben salde sui territori occupati.

In pratica, hanno stilato un piano di pace con la Russia, dettando le condizioni alla Russia, decidendo come dovrà comportarsi la Russia… e senza invitare la Russia.

Hanno apparecchiato la trattativa perfetta, quella in cui negozi con i tuoi amici e ti dai ragione da solo. È la diplomazia dell’autismo.

A Putin non è stata inviata mezza bozza, mezza proposta. Un dettaglio trascurabile, direte voi, tanto è un dittatore.

E a chi volete che importi che sia leader della più grande superpotenza nucleare al mondo e che, nonostante stia conducendo una guerra contro mezzi, soldi, armi e sanzioni NATO dal 2022, sia ancora in piedi?

Intanto, per non farsi mancare nulla, il piano prevede lo schieramento di truppe NATO in Ucraina come “garanzia di sicurezza” e il mantenimento del sequestro dei fondi russi.

Ovviamente, una provocazione su tutta la linea, travestita da ramoscello d’ulivo.

In mezzo a questo circo di comicità, a nessuno sembra interessare una beata fava del popolo ucraino.

L’Ukrainska Pravda, non esattamente un organo della Pravda moscovita, ha pubblicato un sondaggio che non ammette repliche.

Il 61% degli ucraini è favorevole a un cessate il fuoco sull’attuale linea del fronte, pur di far cessare il massacro.

Gli ucraini sono disposti a darla vinta a Mosca, purché non debbano più perdere altri giovani.

Sono stremati. Non vogliono più morire in una guerra impossibile da vincere e tenuta in vita artificialmente dai salotti di Washington e dai leader di Bruxelles.

Ma ai teorici dell’esportazione della democrazia, della volontà popolare non frega assolutamente nulla, come abbiamo intuito negli ultimi decenni.

Loro devono alimentare il complesso militar-industriale, devono mantenere in piedi la farsa e lo fanno con un doppio standard che ormai fa sorridere per non piangere.

Cade un drone in Romania? In tre millisecondi netti, l’Alleanza Atlantica dichiara l’origine russa del velivolo, invocando scenari apocalittici. Con buona pace dei nostri inquirenti, che ancora non hanno capito una mazza del delitto di Garlasco.

Cade un drone identico in Moldavia, che però al momento non serve alla narrazione bellicista? Silenzio di tomba, perché c’è il sospetto che sia ucraino.

“Aspettiamo le indagini”, dicono le facce di bronzo. Indagini che dureranno ere geologiche, come nel caso del NordStream 2, quando i mandati d’arresto nei confronti degli attentatori ucraini sono arrivati solo dopo diversi mesi dal danneggiamento dell’impianto vitale per l’Europa.

L’Europa ha scelto di immolarsi politicamente ed economicamente sull’altare di un imperialismo di ritorno, finanziando a debito un buco nero militare, pur di non ammettere la sconfitta, disposta a mandare al macero fino all’ultimo ucraino.

E, se serve, fino all’ultimo euro delle nostre tasche.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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