“SEI PAZZO, SENZA DI ME SARESTI IN GALERA”, PAROLA DI DONALD TRUMP

di Pasquale Di Matteo

“Sei pazzo, senza di me saresti in galera. Per colpa tua, oggi tutti odiano Israele.”

Donald Trump usa il linguaggio del Bronx. Lo urla al telefono a Benjamin Netanyahu mentre i caccia con la stella di David bucano il cielo sopra Beirut.

Il paradosso è che Donald giura di aver siglato la pace, ma, nel frattempo, l’altro bombarda i sobborghi perché con la pace finirebbe la sua stagione politica. E, probabilmente, anche la sua libertà.

La cosa strana è che, dopo mesi, Trump torna a fare la cosa giusta e a esprimere un pensiero sacrosanto.

Israele non è mai stato così odiato nel mondo ed è passato da vittima a carnefice, facendo ai palestinesi quanto subito da Hitler nel secolo scorso. Anzi, di peggio, visto che la storia e la conoscenza del passato non ammettono l’ignoranza. Perciò, sapere e perseguire comunque politiche genocide è una volontà folle e criminale.

E tale percezione è tutta colpa dei crimini commessi dal governo di Netanyahu e dai paesi occidentali silenti e complici.

IL CESSATE IL FUOCO CON SEI CADAVERI SUL TAVOLO

Trump annuncia la tregua e assicura che Beirut non verrà toccata, tuttavia, i dati dicono altro, perché ci sono stati sei morti in poche ore tra Nabatieh, Shukin e Kafr Tibnit.

Inoltre, il governo israeliano ha ordinato i bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut quasi in concomitanza con la sbandierata tregua di Trump.

Non è un errore di coordinamento, ma un messaggio preciso di Netanyahu: il cessate il fuoco è un vestito che indosso per le telecamere di Washington, ma sotto porto l’uniforme da combattimento.

Ormai, chiunque abbia competenze e titoli in Geopolitica, e non ragioni per sentito dire o per pavoneggiarsi sui social, sa bene che Netanyahu può solo sperare in una guerra perenne in Medio Oriente, altrimenti la sua vita politica finisce e i tribunali gli saltano al collo.

Infatti, sarebbe difficile spiegare i tanti danni subiti in patria, i morti, nonché i soldi spesi e, soprattutto, l’immagine della nazione precipitata ai minimi termini, senza una qualche vittoria da sbandierare come controprartita.

Non a caso, si moltiplicano le manifestazione di israeliani contrari al loro stesso governo, sia in patria sia all’estero.

D’altronde, l’Iran è ancora in piedi, con il totale controllo dello stretto di Hormuz e una consapevolezza missilistica granitica rispetto a quella che aveva a febbraio, forte di aver messo in scacco gli americani e bucato più volte il sistema di protezione missilistica israeliano, che era considerato inviolabile.

Su diversi membri del governo di Tel Aviv pendono mandati di cattura internazionale e diverse nazioni hanno interrotto i rapporti diplomatici e commerciali, chiedendo di imporre sanzioni a causa delle continue violazioni del Diritto internazionale e dei crimini contro l’umanità.

IL BLUFF DEL “PAZZO”

Ma quella di Trump sarà una mossa dettata da un barlume di lucidità mentale o è solo strategia?

Le fonti di Axios riferiscono che Trump ha definito Netanyahu “pazzo”, ma se dai del pazzo a chi stai armando e finanziando, il problema non è la sanità mentale di chi riceve le bombe, ma la complicità di chi tiene il portafogli aperto.

Trump recita la parte dello sceriffo furioso che ha perso il controllo della sua stella, ma il flusso di armamenti non si è interrotto per un solo secondo. Né si è interrotto da alcuni altri paesi occidentali, tra cui il nostro.

Chiamarlo “pazzo” è l’espediente retorico per lavarsi le mani del sangue libanese davanti agli elettori arabo-americani del Michigan, in previsione delle elezioni di metà mandato, in cui Trump sembra destinato a una sconfitta eclatante.

Ed è anche un tentativo disperato di evitare che l’Iran abbandoni il tavolo delle trattative, perché gli USA non possono più permettersi di restare impantanati in Medio Oriente, mostrando alla Cina tutta la fragilità politica e militare di Washington.

IL NULLA VESTITO DA TRICOLORE

Infine, l’errore dell’Europa, e dell’Italia in particolare.

Ci dicono che abbiamo un “ruolo internazionale”, poi Israele bombarda a pochi metri dai nostri soldati Unifil, tortura cittadini italiani della flottiglia, e noi rispondiamo con “condanne a denti stretti” mentre continuiamo a fatturare con Tel Aviv.

Tutto mentre invochiamo la Terza Guerra mondiale per un drone in Romania, gridando all’attacco russo prim’ancora che le autorità rumene stabiliscano che il drone era stato deviato dalla contraerea ucraina.

E tutto mentre partecipiamo attivamente ai venti pacchetti di sanzioni a Mosca in difesa di quel Diritto internazionale che la Russia ha solo sgualcito, mentre Israele lo ha appallottolato e ci è passato sopra con i piedi.

Perché, nella realtà dei fatti, siamo complici e impotenti di fronte al potere finanziario e dell’intelligence di Israele, con cui abbiamo stretto accordi anche per la nostra sicurezza sul Web.

Allora, Trump e Netanyahu stanno recitando?

Trump finge di comandare e Netanyahu finge di ascoltare, ma la verità è che, stando ai fatti, l’uomo forte è il criminale di Tel Aviv, visto che può fare qualunque cosa impunemente, senza rischiare neppure un misero pacchetto di sanzioni.

Forse, è per questo che sfoga la sua frustrazione contro gli innocenti, poiché, per molto meno, Putin ha già collezionato venti pacchetti di sanzioni.

Perciò, resta la barzelletta di una telefonata dove entrambi urlano, ma nessuno dei due riaggancia, perché, alla fine, la “macchina” deve continuare a correre.

Perché entrambi sono nella melma fino al naso: Trump, ha bisogno di non soccombere a novembre e di evitare come la peste ulteriori diffusioni dei file Epstein; Netanyahu deve evitare i giudici, sia quelli internazionali sia quelli interni, altrimenti la sua carriera e la sua vita da uomo libero finiscono.

Inoltre, entrambi sono alle prese con l’opinione pubblica interna, sempre più contraria alle loro politiche disperate, quanto folli.

Non ci resta che ridere, nell’apprendere che un bue ha dato del cornuto all’asino. O piangere, visto che abbiamo avuto la sciagurata coincidenza di vivere nella stessa era di questi pazzi e dei loro tifosi.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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