SINDROME DI SANSONE: ANCHE GLI ARTISTI ISRAELIANI CONTRO ISRAELE

di Pasquale Di Matteo

“Un elicottero Apache AH-64 americano precipita nelle acque calde e torbide vicino allo Stretto di Hormuz.”

Fine della storia ufficiale.

Un guasto tecnico, dicono. Un banale contrattempo meccanico rimbalza come scusa, senza alcun filtro sulle pagine della stampa mainstream.

Eppure, chiunque mastichi di guerra e geopolitica da più di un quarto d’ora sa che gli Apache non cadono per caso, soprattutto, non cadono per un guasto poche ore dopo un furioso scambio di artiglieria tra la Repubblica Islamica dell’Iran e lo Stato Ebraico.

La verità è che in Medio Oriente è in corso un’escalation di cui ci raccontano solo le briciole.

Mentre Washington minimizza per non dover ammettere di essere sotto attacco diretto, a noi tocca fare i conti con la realtà, una realtà che non si misura solo in tonnellate di esplosivo sganciate sul Libano, ma al distributore sotto casa nostra, dove il carburante sfiora i 2 euro al litro.

Perché, mentre i nostri tg discutono del nulla, gli Houthi hanno saldato una cintura di sicurezza che strozza il Mar Rosso da Bab el-Mandeb fino a Hormuz, un blocco navale in piena regola.

Ma non ditelo a Bruxelles.

L’Unione Europea, in un capolavoro di schizofrenia politica che rasenta il ridicolo, ha appena varato un pacchetto di sanzioni contro l’Iran per “minaccia alla libertà di navigazione”. Una tempestività commovente.

Peccato che la stessa Europa sia sorda, muta e cieca davanti a un alleato che bombarda, affama e sfolla civili un giorno sì e l’altro pure, dopo tre anni e mezzo di pulizia etnica a Gaza.

IL TEATRINO DELLE TREGUE E I TRENTASETTE ANNUNCI DI TRUMP

Donald Trump ha dichiarato l’accordo “imminente” per ben trentasette volte negli ultimi mesi. Trentasette. La CNN ha tenuto il conto.

La narrazione è sempre la stessa: l’Iran è in ginocchio, implora pietà, gli Stati Uniti hanno vinto.

Forse, il presidente a stelle e strisce sta giocando alla PlayStation un gioco di guerra e si riferirà a quello, perché la realtà dei fatti in Iran, nel mondo reale, dice che Teheran ha ancora il pieno controllo di Hormuz, oltre il 70% della capacità missilistica e un regime ancora più saldo di quanto non fosse prima del 28 febbraio.

Insomma, l’Iran sta facendo a stelle e strisce il deretano dell’ex impero d’America.

I fatti, quelli testardi e fastidiosi, dicono anche che l’Iran non rinuncia al suo programma nucleare e, soprattutto, minaccia di scatenare l’inferno se l’offensiva contro Hezbollah non si ferma.

Israele, dal canto suo, ha dichiarato una finta tregua per poi riprendere a scaricare bombe su Tiro e Nabatieh.

Entrambe le parti sanno che l’America vuole tirarsi fuori dal pantano mediorientale, ma mentre Washington cerca accordi sottobanco per cogestire le rotte navali con Teheran, a Tel Aviv si gioca una partita disperata per salvare la gran parte dei membri del governo israeliano dai giudici interni e internazionali.

IL FALLIMENTO DELLO STATO-NAZIONE E L’ILLUSIONE IMPERIALE

Per capire cosa sta succedendo, non basta la cronaca, ma serve conoscere la storia.

Il 7 ottobre ha ucciso il patto fondativo del sionismo moderno. L’idea di creare un rifugio sicuro per il popolo ebraico si è polverizzata nel sangue dei kibbutz e, ancora di più, nella guerra scatenata da Netanyahu un minuto dopo, che ha fatto precipitare ai minimi termini la reputazione di Israele a causa della mattanza e dei crimini compiuti a Gaza e ora in Libano e Cisgiordania.

Oggi, paradossalmente, lo Stato di Israele è il luogo più insicuro al mondo per un ebreo e, come ha raccontato la nota cantante israeliana, Noa, per la maggior parte del suo popolo, il governo Netanyahu è un incubo quotidiano.

È un quadro a tinte fosche quello tracciato dagli studi de “L’Aria che Tira” su La7, dove la narrazione di una nazione graniticamente compatta dietro la guerra contro Hezbollah è stata smontata pezzo per pezzo.

Noa ha raccontato come il fronte nord di Israele, costantemente bersagliato dai razzi delle milizie libanesi, sia una ferita aperta. Le popolazioni sfollate vivono in uno stato di terrore perenne, ma la prospettiva di una nuova, logorante invasione del Libano rievoca tra gli israeliani traumi storici mai del tutto superati.

“Non è una guerra popolare per niente, è terribile. Ogni giorno perdiamo un altro soldato”, ha spiegato la cantante.

Ma se la società civile è sfinita, perché le armi non tacciono?

La risposta è stata un durissimo atto d’accusa contro il vertice del governo israeliano.

“Benjamin Netanyahu è spregiudicato, un bugiardo, interessato unicamente alla propria sopravvivenza politica e giudiziaria. Siamo nelle mani di un pazzo che sta approfittando della guerra per rimanere al potere e restare fuori dalla prigione”

Un’accusa che riflette un malumore crescente all’interno di Israele, dove l’assenza di un limite ai mandati del premier – Netanyahu domina la scena da vent’anni – viene ora percepita come una contraddizione democratica.

Noa ha affermato che la via d’uscita, in questo scenario, non può essere affidata ai generali. La soluzione invocata è puramente diplomatica, “un patto su larga scala, orchestrato con il peso decisivo degli Stati Uniti, che obblighi tutti gli attori in campo – Israele, Hezbollah e il loro grande sponsor, l’Iran – a un immediato “cessate il fuoco” e alla fine delle reciproche minacce di annientamento.”

Il vero spartiacque, tuttavia, è politico e guarda all’autunno.

Le prossime elezioni vengono lette come un bivio esistenziale per lo Stato ebraico. “Una scelta storica: o moriamo o viviamo”, ha chiosato l’artista, dicendosi convinta che il popolo israeliano saprà fare un passo indietro dal baratro.

Noa ha la speranza che il sentimento di vergogna per le scelte passate di una parte dell’elettorato possa tradursi nella spallata decisiva all’era del criminale Netanyahu.

Se così non fosse, l’amara profezia è quella di un Paese destinato a sprofondare in un inesorabile buco nero.

D’altro canto, l’obiettivo di Netanyahu non è quello di difendere i confini, ma non averne affatto. L’ossessione è la ricerca della “sicurezza assoluta”, un concetto che in geopolitica si traduce in una sola parola: guerra infinita.

Non puoi essere sicuro finché hai dei vicini, ergo devi eliminare i vicini, secondo la filosofia del pazzo criminale al governo di Israele.

La dottrina militare israeliana, tuttavia, non è strutturata per l’occupazione imperiale. L’IDF (Israel Defense Forces) è un esercito formidabile nei raid chirurgici: entra, distrugge ed esce.

Ma tenere il territorio? Governare milioni di ostili?

È un pantano logistico e militare che Israele non ha i numeri per sostenere.

L’ESERCITO DEI RAID E IL FANTASMA DI HEGEL

Qui si innesta il cortocircuito più affascinante e macabro dell’intera vicenda. Come facevano notare lucidamente gli analisti di Limes, un Impero non si regge solo sui cingoli dei carri armati.

I Romani, i Britannici, perfino gli Ottomani, avevano un progetto di integrazione, o quantomeno di convivenza forzata con i popoli sottomessi. Sfruttavano, tassavano, ma governavano.

Israele no.

L’establishment israeliano, trainato da fanatici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, vuole la terra, ma rifiuta la popolazione. Vuole frammentare la Cisgiordania in isolotti iper-tecnologici, tollerando e armando il terrorismo dei coloni contro i civili palestinesi.

È l’incarnazione di quello che un giovanissimo Hegel scriveva a proposito di Abramo: “Volle non amare”.

Se il conquistato non è un suddito, ma una “bestia”, come spesso viene definito nella retorica interna della destra religiosa, non c’è spazio per un impero, ma solo per lo sterminio o per la pulizia etnica. Un deserto di macerie chiamato pace.

MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI

Ma l’impalcatura scricchiola e lo fa dall’interno.

Mentre si tenta l’espansione all’esterno, la società israeliana si balcanizza. Il 14% della popolazione è composto da ultra-ortodossi. Fanno figli, dettano legge in Parlamento, ma rifiutano di servire nell’esercito.

Considerano lo Stato sionista laico un abominio, eppure ne sfruttano i sussidi. Le truppe regolari sono logorate, l’economia sanguina, e il dissenso interno viene zittito a stento dalla retorica marziale.

Ill vero braccio di ferro non è tra Israele e Hamas, e nemmeno tra Israele e Hezbollah, ma tra Israele e gli Stati Uniti.

Washington ha esaurito la pazienza. L’America di Trump, al netto degli slogan, vuole svincolarsi dal disastro in Medio Oriente per potersi concentrare sulla Cina, che si sta prendendo il mondo a livello industriale, tecnologico e geopolitico.

Ma Netanyahu non può fermarsi, perché, se la guerra finisce, iniziano i processi. Se la guerra finisce, il governo cade. Se la guerra finisce, il fallimento del 7 ottobre andrà saldato politicamente.

E, finalmente, si farà luce anche su quel 7 ottobre, per capire come sia stato possibile che alcuni giornalisti sapessero ciò che il Mossad non era riuscito a sapere, facendosi cogliere impreparato.

Ecco perché non c’è nessuna tregua all’orizzonte. La leadership israeliana è scivolata in quella che potremmo chiamare la Sindrome di Sansone.

Sentendosi accerchiato, incapace di vincere militarmente sul lungo periodo e impossibilitato a cedere politicamente, il governo di Tel Aviv stringe le braccia attorno alle colonne del tempio mediorientale. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”.

Ed è esattamente quello che stanno facendo. Mentre a Bruxelles firmano sanzioni inutili, come quelle contro Mosca, e a Washington preparano l’ennesimo annuncio “al lupo, al upo”, le colonne del tempio stanno già venendo giù. E le macerie, statene certi, arriveranno fino a noi.

ALCUNE FONTI

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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