104,6 miliardi di euro è la cifra che l’Unione Europea ha garantito all’Ucraina sotto forma di prestiti per tenerla in vita artificialmente, a cui vanno aggiunti i 75,2 miliardi spesi in armi, i 17 in sostegno dei rifugiati e altre voci, per un totale di 200,6 miliardi.
Nel documento, si parla anche di “Chiamare la Russia a rispondere delle sue azioni” e si legge: “I crimini internazionali fondamentali e i crimini di atrocità costituiscono le violazioni più gravi del diritto internazionale e includono crimini contro l’umanità, crimini di guerra, genocidio e crimini di aggressione.”
(Fonte, in calce all’articolo)
Ciò che fa riflettere è che per Israele, che quei crimini li ha commessi all’ennesima potenza, non ci sono armi agli aggrediti, fonti per i rifugiati né politiche per chiamare il Paese a rispondere delle sue azioni, ma si arresta chi indossa la bandiera palestinese, come in Germania e in altre parti d’Europa.
E tutto ciò la dice lunga sul valore del Diritto internazionali e sulle reali ragioni che muovono l’Europa.
Intanto, i soldi dei contribuenti europei finanziano un malato terminale, mentre a Washington incassano i dividendi del gas naturale liquefatto che gli USA e i leader europei ci costringono ad acquistare, vietandoci di comprare da Mosca.
Perché la Russia è cattiva, ha violato il Diritto internazionale, appunto. E Mosca non è Tel Aviv, ma nemmeno Washington.
Perché che a violare il Diritto internazionale sono stati più volte anche Israele, a Gaza, in Libano, in Cisgiordania, e gli USA, in Venezuela e in Iran. Ma, in questi casi, nessun commercio interrotto, nessuna sanzione.
Oggi, a più di quattro anni dall’escalation della guerra in Ucraina, scoppiata nel 2014, deflagrata nell’invasione russa, la narrazione occidentale si schianta contro la realtà delle immagini satellitari.
L’Ucraina è priva delle sue regioni più ricche, ha perso quasi totalmente lo sbocco sul mare e la sua infrastruttura energetica è polverizzata. Insomma, l’Ucraina è fallita.
I leader europei continuano a recitare il mantra della resistenza a oltranza, mentre nelle strade di Kiev, i reclutatori caricano a forza sui furgoni i pochi uomini rimasti, perché non si sa più chi mandare al fronte.
La stampa mainstream ha passato stagioni intere ad annunciare la caduta imminente del Cremlino. Ci hanno raccontato di un esercito russo che combatteva con le pale; di soldati mandati al fronte a dorso di muli perché l’Ucraina aveva distrutto tutti i mezzi corazzati russi; di un Vladimir Putin malato terminale per ben quattro tipologie di cancro, rintanato in un bunker e sostituito da sosia.
Scrivevano che aveva tre anni di vita al massimo, ma ne sono passati quasi quattro da quelle sciocchezze.
Questi giornalisti del nulla hanno esaltato gli attacchi dei droni ucraini sulle raffinerie russe o qualche isolata caduta di velivoli in Romania come i segni di un ribaltamento imminente, tuttavia, la realtà, depurata dalla propaganda, dice che l’Ucraina è un Paese finito.
L’unica cosa di cui hanno scritto poco i nostri illustri eroi della propaganda mainstream è sul Nord Stream 2, dopo che è crollata la panzana della pista russa e le autorità tedesche hanno spiccato mandati d’arresto per i componenti del commando ucraino che ha compiuto il più devastante sabotaggio ai danni dell’Europa dalla Seconda Guerra mondiale.
Tuttavia, in questo caso, nessun terrore sui media, nessuna richiesta di attivazione dell’Art. 5, nessun pericolo per gli europei.
CRONACA DI UNO STATO DISARTICOLATO
Per capire il livello della mistificazione politica in corso, basta guardare una mappa aggiornata al 2026. Non ci sono proiezioni tattiche da analizzare, ma chilometri quadrati passati di mano e mai più tornati indietro.
Il Cremlino ha annesso e consolidato il controllo sul Donbass, su Lugansk, su Zaporizhzhia e su Kherson. Parliamo delle regioni industriali, agricole e strategiche di quella che un tempo era l’ex repubblica sovietica.
Lo Stato ucraino oggi è un guscio vuoto. Non possiede le condizioni materiali per garantire la propria esistenza futura.
L’economia di Kiev è in coma profondo, tenuta attaccata alle macchine unicamente dai bonifici occidentali e dal Fondo Monetario Internazionale.
Se domani mattina, l’Europa e gli Stati Uniti chiudessero i rubinetti del credito, Kiev imploderebbe prima di sera. E questo dimostra che l’Ucraina non esiste più come nazione, ma è solo un artificio tenuto in piedi con i soldi dei contribuenti europei, e in parte americani.
E, nonostante questo salasso per le nostre famiglie e per le nostre imprese, un terzo del fabbisogno statale resta comunque scoperto.
Non stiamo parlando di una nazione in grado di ricostruirsi al termine delle ostilità, ma di un territorio smembrato la cui sussistenza dipenderà per decenni dai contribuenti europei, che saranno costretti a pagare per l’incompetenza dei loro leader, quelli che giuravano che sarebbe stata questione di pochi mesi, perché già il primo pacchetto di sanzioni aveva avuto effetti dirompenti.
Lo giurava Mario Draghi, una delle sue solite supercazzole, al pari del “il greenpass serve per garantirci di trovarci in luoghi sicuri”.
Scegliete voi quale delle due sia la supercazzola del secolo.
LA TRAPPOLA DEL GIUGNO 2023
Il peccato originale, il momento in cui l’Occidente ha deciso di sacrificare definitivamente Kiev sull’altare di una strategia impossibile, è databile all’estate 2023, quella della famosa controffensiva.
I documenti ufficiali della NATO e le dichiarazioni dei vertici statunitensi ed europei, da Joe Biden a Jens Stoltenberg, passando per i governi italiani a trazione Draghi prima, e Meloni poi, parlavano chiaro: l’obiettivo non era difendere la popolazione ucraina, ma era sconfiggere militarmente la Russia sul campo di battaglia, per costringere Mosca a una resa senza condizioni.
Infatti, l’Europa non ha mai voluto parlare di trattativa, ma solo di ritiro incondizionato di Mosca.
Per farlo, la NATO ha svuotato i propri arsenali, ha consegnato a Kiev tutto l’armamento disponibile, illudendo la dirigenza ucraina di poter sfondare le linee fortificate russe, ma il risultato è stato un massacro.
L’esercito ucraino si è schiantato contro le difese nemiche, perdendo la guerra.
Al termine di quella disfatta, l’allora capo delle forze armate, Valerij Zaluzhny, fu costretto a chiedere 600.000 nuovi uomini per rimpiazzare le perdite. Più di mezzo milione di soldati bruciati in pochi mesi per inseguire una chimera atlantica.
Da quel momento, la NATO non ha più avuto armi in numero sufficiente per tentare una seconda sortita di quelle proporzioni.
Hanno mandato la fanteria ucraina al macello, hanno esaurito i proiettili, e poi hanno finto che la guerra fosse ancora in bilico.
Il bello, o la tragedia, è che tutto questo era evitabile.
Nel febbraio del 2022, e nei mesi immediatamente successivi, si era aperta una finestra per il dialogo. Si poteva chiudere il conflitto con concessioni territoriali dolorose, ma che avrebbero preservato l’integrità del grosso dello Stato ucraino e salvato quasi un milione di giovani vite ucraine, civili e militari e si sarebbe evitata la bancarotta e che più di un terzo degli abitanti del Paese fuggissero all’estero.
Invece, l’Europa ha scelto la via del muro contro muro. I leader occidentali hanno deliberatamente rifiutato ogni soluzione diplomatica, inebriati dall’idea di un collasso del regime di Putin, che era solo una panzana della propaganda.
IL SUICIDIO ECONOMICO EUROPEO
Mentre Kiev mandava al fronte i suoi giovani a morire e chiudeva i confini per impedire la fuga dei coscritti, l’Europa metteva in atto il più grande autolesionismo economico dal dopoguerra. Le sanzioni contro Mosca dovevano piegare l’economia russa in poche settimane, ma i fatti e il tempo hanno dimostrato un quadro opposto.
La Russia ha semplicemente spostato il suo asse commerciale: vende più gas e più petrolio alla Cina, all’India e ad altri paesi nel mondo, a prezzi maggiorati.
Il rublo, che i bollettini occidentali davano per spacciato a ottobre 2022, tiene ancora a giugno 2026 e l’inflazione russa rallenta, mentre il PIL di Mosca supera abbondantemente quello di gran parte dei paesi europei.
Certamente, l’economia russa non va a gonfie vele, ma se all’Europa fossero state applicate le stesse sanzioni, elemosineremmo cibo, in mutande, già da mesi.
D’altro canto, l’Europa ha rinunciato all’energia russa a basso costo per obbedienza atlantica e le famiglie e le imprese vivono una crisi molto dura, esacerbata dalla sconfitta disastrosa che gli USA hanno rimediato in Iran, con il pieno controllo dello stretto di Hormuz caduto nelle mani di Teheran.
Ci siamo staccati dal gasdotto di Mosca per andare a comprare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi, che paghiamo uno sproposito in più rispetto a prima.
I risultati sono sotto gli occhi dei cittadini: inflazione persistente, bollette schizzate alle stelle, tassi di interesse strozzati dalla Banca Centrale Europea per cercare di frenare l’emorragia. La crescita del PIL nel vecchio continente raschia lo zero.
Per difenderci dalla minaccia fantasma di un’invasione russa dell’Europa, ci stiamo indebitando in modo irrecuperabile, dirottando miliardi verso un riarmo forzato e togliendo fondi a sanità, scuole e welfare.
Tutto per la minaccia di un’invasione da parte di una nazione il cui esercito, per i giornalisti della propaganda, avrebbe perso la guerra in Ucraina, con la moneta carta straccia, senza più mezzi corazzati né munizioni e senza più uomini. Insomma, il festival di Scemo e più Scemo.
Poi scegliete voi se sia più scemo chi scrive queste supercazzole o chi le prende per vere.
LA CORTINA FUMOGENA
Per giustificare questo disastro su tutta la linea, la classe dirigente occidentale ha bisogno di anestetizzare l’opinione pubblica, o, almeno, la parte più cerebralmente debole.
E lo fa inondando i media di fake news.
Se l’esercito ucraino lancia un attacco con i droni, comprati e forniti con i nostri soldi e i nostri componenti, contro un paio di raffinerie russe, i telegiornali parlano di offensiva devastante, ma se un drone russo deviato dalla contraerea ucraina cade in Romania, si invoca l’articolo 5 della NATO urlando all’attacco contro l’Europa.
Nel frattempo, si nasconde la realtà del fronte, con soldati russi e ucraini uccisi a decine di migliaia in una guerra di logoramento senza senso, civili massacrati, ospedali che non funzionano più. Una guerra nata nel 2014, dall’avidità NATO e l’arroganza a stelle e strisce.
I senatori, i ministri, gli opinionisti televisivi in servizio permanente effettivo giurano che le cose “vanno relativamente bene”, che “l’Ucraina tiene duro”, che “Putin è con le spalle al muro”.
Ma, dopo quattro anni, anche “Mr. più Scemo del villaggio” comincia a nutrire qualche dubbio.
Mentono sapendo di mentire, perché sanno perfettamente che il Paese che dicono di voler difendere non ha più l’accesso al mare, non ha più industrie e non ha più un’autonomia finanziaria, solo che ammetterlo significherebbe certificare il fallimento dell’intera strategia NATO ed europea degli ultimi anni.
Significherebbe dover spiegare ai cittadini europei perché pagare le bollette di più e perché vedersi tagliata la spesa pubblica per finanziare una guerra già persa in partenza e che noi di Tamago definivamo impossibile da vincere già nel 2022, mentre i “grandi giornalisti del mainstream” ci davano dei ciarlatani e vi raccontavano le fake news sulle pale, sulle varie forme di cancro di Putin e tutta la serie di panzane che sono riusciti a inventarsi.
La resistenza ucraina è diventata una finzione retorica, utile solo per firmare nuovi contratti per la fornitura di armi e giustificare l’inflazione interna.
A Washington incassano, vendendo gas e armamenti. A Kiev contano i morti e pregano per il prossimo prestito. In Europa, i governi classificano i documenti sulle vere condizioni del fronte e continuano a sorridere davanti alle telecamere, per non dover ammettere il disastro.
Intanto, sperano che i tifosi del festival delle supercazzole siano sempre in numero maggiore di quelli che, a poco a poco, cominciano a porsi domande e ad usare il cervello.
FONTE SPESA EUROPEA PER L’UCRAINA
https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-solidarity-ukraine/

