Cento miliardi di dollari l’anno.
È la fattura che Volodymyr Zelensky presenta ai contribuenti occidentali per tenere in vita un Paese che, militarmente ed economicamente, ha smesso di reggersi in piedi da almeno ventiquattro mesi.
Intanto, lo stesso presidente ucraino prende carta e penna e pubblica una lettera indirizzata a Vladimir Putin, chiedendo un faccia a faccia diretto, in territorio neutro. Senza mediatori europei e, soprattutto, senza gli Stati Uniti di Donald Trump.
L’Ucraina brucia tra i 45 e i 50 miliardi di dollari all’anno solo per produrre droni da lanciare in profondità nel territorio russo, colpendo raffinerie a centinaia di chilometri dal fronte. Il resto del budget, quello per pagare pensioni, medici, impiegati statali e soldati, lo mette l’Europa.
Lo mettiamo noi, attraverso il sistema dei prestiti internazionali che fa storcere il naso ai ministeri del Tesoro di mezza Unione. E dopo aver pagato il conto, l’Europa riceve il benservito: Kiev non vuole Bruxelles al tavolo delle trattative.
D’altronde, persino Zelensky sa che l’Unione Europea è parte in causa, un bancomat che ha fornito armi e sussidi, non un arbitro imparziale. E ha già visto gli europei nelle trattative del 2022.
LA RICONQUISTA DEL NULLA
Mentre Zelensky chiede aiuto direttamente a Putin, i bollettini di Kiev continuano a ripetere che la Russia è in ginocchio, che le sanzioni funzionano, che Mosca perde trentamila uomini al mese, uomini che, se la matematica non è un’opinione, dovrebbe aver esaurito completamente almeno dallo scorso marzo.
Poi si leggono i dati dell’Institute for the Study of War, rilanciati dall’Afp e si scopre che, nel mese di maggio, l’esercito ucraino ha riconquistato 282 chilometri quadrati di territorio. Duecentottantadue. Praticamente l’estensione di Orvieto.
E lo ha fatto in zone dove le truppe russe rimangono ampiamente infiltrate, pronte a riprendersi i metri di terra bruciata alla prima rotazione di truppe, quindi, senza un controllo reale del territorio.
Zelensky lamenta che le armi europee non arrivano, o arrivano troppo lentamente. Chiede nuovi sistemi Patriot, ma l’Occidente ha svuotato i magazzini. I missili non arrivano perché non ci sono. La capacità produttiva è satura e fagocitata in larga parte dal disastro mediorientale, dove l’ennesima tregua farsa è già saltata.
Israele se ne infischia degli accordi, perciò Hezbollah risponde col fuoco, e nel mezzo ci muore un soldato dei caschi blu dell’Onu.
Fosse stata la Russia, apriti o cielo!
Ma Israele è il marchese del Grillo della geopolitica.
Washington deve guardare a due fronti contemporaneamente, e la Camera americana che ha votato sì agli aiuti per Kiev, ha messo i paletti sulle operazioni contro l’Iran, perché le risorse sono finite.
E sulle risorse dovrà esprimersi ancora il Senato.
IL GELO DI MOSCA E L’ENTUSIASMO DI TRUMP
La risposta di Vladimir Putin non è stata un rifiuto plateale, ma una condizione inaccettabile: se vogliamo parlare, vieni a Mosca.
Il Cremlino sa di avere il tempo dalla sua parte e discute solo sulla base dei punti già fissati con l’amministrazione Trump: riconoscimento delle annessioni territoriali e controllo sul Donbass.
Dal canto suo, Donald Trump non nasconde la soddisfazione. Dalla Casa Bianca definisce “fantastica” l’idea di un incontro tra i due leader, perché un eventuale accordo porterebbe alla fine della guerra in Ucraina e sgancerebbe l’America dal pantano europeo.
E Trump ha già fatto capire più volte che l’Ucraina, per Washington, è un asset tossico in via di dismissione.
L’Europa, invece di elaborare una strategia autonoma, balbetta.
In Montenegro, si è tenuto un vertice per discutere l’allargamento dell’Unione ai Balcani Occidentali. Un modo per far vedere che Bruxelles esiste e si espande.
Emmanuel Macron e la Germania dettano la linea, ma Giorgia Meloni non è salita nemmeno sull’aereo per raggiungerli, ufficialmente trattenuta a Reggio Calabria per la festa dell’Arma dei Carabinieri.
La presidenza del Consiglio ha preferito una parata interna al tavolo dove si ridisegnano i confini dell’influenza europea, come se Trump fosse rimasto a una parata in una contea sperduta, mentre altrove ridisegnavano l’assetto federale degli USA. Un vuoto che certifica l’irrilevanza di Roma sulle grandi partite continentali.
IL DRONE RUMENO E L’AMNESIA POLACCA
Mentre la diplomazia annaspa, la guerra rischia quotidianamente di tracimare. Nel porto di Costanza, in Romania, un drone ucraino è esploso, devastando le infrastrutture.
L’ambasciata russa punta il dito contro Kiev: un drone ucraino fuori controllo. Kiev accusa Mosca di averlo deviato di proposito.
Poiché ucraino, stavolta nessuno invoca l’Articolo 5, ma il nervosismo è palpabile a Varsavia.
Il ministro della Difesa polacco ha chiesto formalmente a Washington l’apertura di una base militare statunitense in Polonia. I polacchi comprano l’ombrello americano, terrorizzati dall’idea di essere i prossimi.
Anche se non si capisce i prossimi di cosa, visto che Mosca sarebbe al tappeto, senza più uomini e con le sanzioni a stritolarne l’economia, tanto chee l’Ucraina starebbe vincendo la guerra, a detta dei grandi quotidiani di casa nostra.
Eppure, proprio tra Varsavia e Kiev si è consumato di recente l’ennesimo scontro: Zelensky ha recentemente intitolato un’unità militare agli “Eroi dell’UPA”, l’Esercito Insurrezionale Ucraino del nazista Stepan Bandera.
Si tratta dell’unità responsabile dei massacri di Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui vennero trucidati centomila civili polacchi.
L’alleato ucraino, tenuto in vita anche dalle armi polacche, sputa sulla memoria storica di Varsavia e il ministro degli Esteri polacco è stato costretto a minacciare di bloccare il percorso di adesione di Kiev all’Unione Europea se la questione non verrà risolta.
LE TRATTATIVE SOTTOBANCO
Mentre Zelensky tuona contro le condizioni inaccettabili di Mosca, i negoziati avvengono. Sono avvenuti in Alaska, con i delegati di Trump e avvengono a porte chiuse.
Il blocco occidentale è paralizzato. Paga una guerra che non può vincere, sostiene un alleato che lo insulta e lo attacca, tra sabotaggi, come il Nord Stream, e droni, così, finge di indignarsi per le provocazioni russe, ma prega che non scappi mai il colpo di troppo.
Zelensky chiede missili Patriot, ma l’industria bellica americana non riesce a produrli nei tempi e nei volumi richiesti e ne abbiamo bruciati troppi, tra Kiev e il deserto mediorientale.
L’Ucraina oggi è un buco nero finanziario tenuto insieme dalla retorica e dalla propaganda.
Cento miliardi all’anno per mantenere lo stallo.
Putin lo sa e aspetta, Trump calcola, l’Europa paga.
I leader europei parlano di sostegno incrollabile, ma i bilanci parlano di un fallimento a rate.
E tante elezioni si avvicinano.
Gli europei voteranno per chi urla “urla all’invasore russo o per chi vuole staccare la spina per finanziare prima Sanità, ricerca, istruzione e welfare?

