«Non ho mai chiesto di annullare il concerto di Enrico Ruggeri, non ho mai messo in discussione il suo valore artistico né il suo diritto di esprimere opinioni». Maria Cristina Baggi, capogruppo del Partito Democratico a Codogno, tenta la ritirata strategica dopo il disastro di comunicazione per sé e per il suo partito.
Nel frattempo, il suo partito ha appena sollevato un polverone politico chiedendo conto all’amministrazione della presenza del cantautore alla Notte Bianca del 4 luglio.
L’imputazione non riguarda la scaletta prevista, il cachet o questioni di ordine pubblico. Riguarda la fedina sanitaria dell’artista e le sue opinioni.
Sì, perché, proprio come durante l’era Covid, per certuni, avere opinioni diverse è un reato. Proprio come durante il fascismo.
Codogno è il chilometro zero della pandemia in Italia. La lapide del paziente uno.
Per il fronte progressista locale, ospitare un musicista che tra il 2020 e il 2022 ha criticato vaccini, mascherine e l’impianto del Green Pass, definendo la narrazione pandemica “indotta e pilotata”, equivale a profanare un sacrario.
Peccato che, nel frattempo, si sia scoperto che il green pass era solo discriminazione, senza alcuna base scientifica a supporto, e che dietro le mascherine vi sia stato un giro di soldi e di scandali a dir poco orribile. Peccato che gli stessi vertici di Pfizer abbiano ammesso, di fronte al Parlamento europeo, che non esisteva alcuna prova della validità dei vaccini.
Evidentemente, Maria Cristina Baggi e il PD sono stati distratti, in questi anni.
Il sindaco di centrodestra, Francesco Passerini, tiene il punto. Ribatte che la musica non si piega alle censure preventive.
Ruggeri, intanto, osserva il becero teatrino che puzza di fascismo dal suo profilo social e chiude la pratica con la freddezza di uno screenshot: «Tranquilli, io non faccio comizi».
Come a dire, “non mi abbasso al vostro livello.”
L’episodio potrebbe esaurirsi qui, derubricato a scaramuccia di provincia, invece è il sintomo di una patologia nazionale che oggi, 2 giugno, giorno in cui la macchina dello Stato mobilita tricolori e fanfare per ricordare la sconfitta storica della dittatura, mostra la sua faccia più feroce e drammatica.
IL MANGANELLO ETICO E IL DOPPIO STANDARD
Il fascismo storico è morto. Il fascismo metodologico, invece, gode di ottima salute.
Ha dismesso le camicie nere per indossare i panni sterili del rigore morale e del politicamente corretto e questo nuovo autoritarismo non ha bisogno di milizie fisiche, poiché usa armi molto più affilate: la gogna pubblica, l’esclusione sociale, la profilazione ideologica.
Con Povia, come con Ruggeri, come Hitler con l’arte degenerata.
È un sistema becero, cattivo, che non punisce il reato, ma il dissenso. Non reprime l’azione, ma il dubbio. Perché chi dubita, chi ha senso critico e cultura oltre la media, fa paura a ogni regime.
E quando a dubitare è un artista che ha un seguito, la storia ci insegna che i dittatori hanno sempre paura, perciò cercano sempre la repressione.
Enrico Ruggeri viene messo all’indice non per quello che farà sul palco, ovviamente, ma viene giudicato indegno per non essersi allineato quando il governo pretendeva obbedienza cieca.
È la cancellazione preventiva applicata all’emergenza sanitaria.
Fabio Bozzi, capogruppo di Fratelli d’Italia, ha fatto notare l’ovvio: i palchi dei concerti del Primo Maggio o dei festival estivi pullulano di artisti dichiaratamente di sinistra che trasformano le esibizioni in comizi fluviali di un’ora.
Nessuno chiede la loro censura o di non esprimere le loro opinioni. E giustamente! Perché, in una democrazia vera, la libertà di pensiero è sacrosanta e inviolabile.
Ruggeri, che vuole solo suonare i suoi pezzi storici, diventa un bersaglio perché ha osato deviare dal binario unico del pensiero consentito, anziché farsi pubblicità come Fedez e tanti altri, diventando megafoni del pensiero unico.
L’ILLUSIONE DEL CERTIFICATO VERDE E LA SCIENZA CHE SI SMENTISCE
Non sfugge nemmeno come l’apparato censorio che a Codogno chiede la testa dell’eretico si fondai su un totem ormai completamente sgretolato dai fatti.
Per due anni, l’Italia è stata il laboratorio occidentale dell’apartheid di Stato. Milioni di cittadini sospesi dal lavoro. Privati dello stipendio. Cacciati dai bar, dagli autobus, dalle piazze, dallo sport.
Tutto giustificato da un teorema martellato a reti unificate: il Green Pass garantisce luoghi sicuri, chi non si vaccina è un untore. Il presidente del Consiglio Mario Draghi lo ha trasformato in dogma di Stato il 22 luglio 2021, in diretta televisiva: «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire».
Era falso. Oggi è certificato che era falso.
Non è una tesi complottista, ma quanto messo a verbale da Janine Small, presidente della divisione mercati internazionali di Pfizer, nell’ottobre 2022, al Parlamento Europeo, quando un eurodeputato le ha chiesto se il vaccino fosse mai stato testato per prevenire la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato.
Small ha sorriso, prima di rispondere «No. Non c’era il tempo per testarlo.»
Non esisteva alcun dato, né uno studio, che dicesse che il vaccino fermasse il contagio. I vertici dell’azienda farmaceutica lo hanno ammesso candidamente.
Le istituzioni europee hanno incassato la dichiarazione in un silenzio tombale. Eppure, su quella falsità scientifica, il governo italiano ha costruito, votato e applicato uno strumento di coercizione sociale e politica che ha distrutto carriere, famiglie e legami sociali.
Evidentemente, qualche politico non ha avuto alcuna notizia dal 2022 a oggi ed è rimasto con lo smartphone in mano, pronto a mostrare il greenpass come qualcosa di cui andare orgogliosi.
LA COMMISSIONE DELLE VERITÀ TACIUTE
I dettagli di quell’operazione politica emergono oggi dai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Tra ostruzionismi disperati e aule semivuote, i documenti interni del Ministero della Salute, di AIFA e del Comitato Tecnico Scientifico stanno venendo a galla.
Le carte mostrano una gestione in cui la decisione di palazzo anticipava e piegava l’evidenza clinica. Mostrano direttive che ignoravano o minimizzavano le segnalazioni sugli effetti avversi dei vaccini per non intaccare la campagna di massa.
Il dissenso di medici e ricercatori veniva sistematicamente silenziato, punito con radiazioni dagli ordini professionali.
La verità blindata dell’emergenza è collassata sotto il peso dei suoi stessi atti burocratici.
Eppure, a Codogno, il Partito Democratico esige ancora “coerenza”. Rispetto per la memoria. Ma rispetto per chi?!
Per un paradigma che ha mentito sui presupposti fondamentali delle proprie imposizioni?!
Tutto mentre ancora non si ha il coraggio di guardare in faccia chi ha subito danni dal vaccino.
Chiedono il silenzio di Ruggeri perché l’artista ricorda loro ciò che hanno sostenuto, votato e preteso. La sua presenza è uno specchio che riflette l’autoritarismo latente di chi si crede virtuoso.
Chi non si è piegato al ricatto del lasciapassare, chi non ha mostrato il QR code ideologico richiesto dal ministero, resta un paria da bandire dalle feste cittadine.
Ecco, alla domanda “l’Italia corre un rischio fascista?”, la risposta è sì, certamente! E quanto accaduto a Ruggeri in queste ore ne è la prova.
LA REPUBBLICA DELLE PURGHE
I caccia sfrecciano sui Fori Imperiali sputando fumo verde, bianco e rosso. Le massime cariche dello Stato stringono mani e depongono corone d’alloro per ricordare a favor di telecamera che l’Italia ha ripudiato la dittatura.
Ma la realtà a livello del suolo viaggia su un binario opposto. L’alleato istituzionale giura fedeltà ai principi costituzionali, eppure, nel frattempo, gli arma il nemico, istituendo commissioni di purezza morale nei comuni di provincia.
Il sindacato FISI si è dovuto scomodare per inviare una lettera aperta al Comune di Codogno, ricordando che un cittadino non dovrebbe essere discriminato per aver esercitato il ragionamento critico.
Il fatto stesso che nel 2026 un sindacato debba spiegare a un partito politico le basi della democrazia liberale restituisce la misura esatta del disastro e anche il livello culturale di quel partito.
La democrazia decantata oggi tollera che un partito chieda di impedire a un lavoratore dello spettacolo di esibirsi non per incapacità manifesta, ma per le opinioni personali espresse anni prima, proprio come nelle più becere dittature.
L’ossessione per il controllo non è svanita con la revoca dello stato d’emergenza. Si è semplicemente trincerata nella prassi amministrativa quotidiana, dove ogni pretesto è utile per annientare la voce divergente.
Il 4 luglio Enrico Ruggeri salirà su quel palco in piazza. Prenderà il microfono e suonerà le sue canzoni.
Chi ha tentato di impedirglielo in nome del rispetto delle vittime rimarrà a casa a masticare fiele, illudendosi di difendere il passato mentre calpesta i diritti del presente e dimostra solo stupidità fascista.
I vertici di Pfizer hanno ammesso che i presupposti delle restrizioni erano illusioni politiche e che non vi fosse nessuna prova scientifica a supporto; i documenti governativi mostrano una scienza asservita alla convenienza ministeriale e le parate militari sfilano tra gli applausi celebrando una libertà riconquistata ottant’anni fa, che, nei fatti, non esiste.
E allora chi è davvero l’eversore pericoloso per questa Repubblica? Chi è davvero il fascista?
Il cantautore che pone domande e usa lo spirito critico, o il politico che tenta di impedirgli di cantare perché teme che possa esprimere la sua opinione?
Ci si augura che dalla segreteria del PD nazionale possano prendere le distanze da questi comportamenti censori, che nulla hanno a che fare con la democrazia e la libertà di opinione di una sana democrazia e di chi nel proprio nome ha l’aggettivo democratico.

