Mille miliardi di dollari all’anno.
È questa la cifra che il Tesoro degli Stati Uniti stacca ogni dodici mesi al solo scopo di pagare gli interessi sul proprio debito, una somma che ha polverizzato persino l’intero budget del Pentagono.
E, mentre Washington firma assegni a vuoto per sostenere l’apparato militare più costoso del pianeta, il suo alleato più intimo, quello che giura eterna fedeltà in favore di telecamera, le piazza le cimici nello Studio Ovale per sabotarne la politica estera.
I documenti della Defense Intelligence Agency (DIA) trapelati tramite NBC non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche e spiegano che il Mossad ha attivamente spiato i funzionari dell’amministrazione Trump.
Witcoff, inviato speciale e negoziatore supremo; Colby, alto funzionario della Difesa; DiMino, Vice assistente del Segretario alla Guerra per il Medio Oriente.
La missione dell’intelligence di Tel Aviv non era proteggere l’America dal terrorismo, ma mappare in anticipo le intenzioni della Casa Bianca per far saltare sistematicamente ogni singolo tentativo di de-escalation con Teheran.
L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è il rovesciamento totale del regime iraniano e, per ottenerlo, Israele ha bisogno della potenza di fuoco americana, perciò, se Washington esita, la si forza.
Ogni volta che i negoziatori statunitensi si sono seduti a un tavolo per abbozzare una tregua, è partito un attacco missilistico israeliano non autorizzato per incenerire il compromesso.
Israele agisce nella totale immunità, coperto dal veto statunitense all’Onu e finanziato dai contribuenti americani. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) bombardano il sud del Libano e uccidono tre soldati dell’esercito regolare libanese, un contingente che non è in guerra con Tel Aviv e che, al contrario, rappresenta l’unico interlocutore istituzionale per la pace.
La giustificazione fornita ai media è che il veicolo “si muoveva in modo sospetto”. La stessa formula magica, il “movimento sospetto”, viene usata in Cisgiordania per archiviare la morte di un bimbo palestinese di sette mesi, ucciso a sangue freddo da un soldato israeliano.
Ma l’assoggettamento geopolitico degli Stati Uniti è solo la facciata esterna di un edificio che sta crollando dalle fondamenta, poiché la debolezza di Washington in politica estera è direttamente proporzionale alla sua bancarotta interna.
I trentanovemila miliardi di dollari di debito pubblico americano sono una menzogna contabile per difetto. La voragine reale si calcola aggiungendo le promesse di spesa previdenziale e sanitaria già approvate per legge, come Social Security e Medicare, per le quali il governo non ha accantonato un solo centesimo.
Inserendo queste voci, il buco fiscale degli Stati Uniti oscilla tra i sessantamila e gli ottantamila miliardi di dollari. Un numero che non appartiene più all’economia, ma all’astronomia e la sua copertura alla fantascienza.
La politica americana, da destra a sinistra, ha deciso di ignorare il problema, perché ridurre il deficit reale significa scegliere tra due opzioni che equivalgono al suicidio elettorale garantito: tagliare le pensioni e l’assistenza medica agli anziani, o raddoppiare le tasse.
Nessuno lo farà.
Le sparate dell’amministrazione Trump sulla creazione di un dipartimento per l’efficienza governativa servono a intrattenere le platee televisive.
Puoi tagliare tutte le auto blu e le consulenze ministeriali che vuoi, ma non scalfisci nemmeno lo zero virgola uno per cento di un bilancio divorato da spese strutturali fisse e dagli interessi passivi.
Per decenni, gli Stati Uniti hanno coperto questo deficit stampando moneta, quando il mondo aveva bisogno di dollari per commerciare e l’America glieli forniva esportando il proprio debito.
Il giocattolo ha funzionato finché la fiducia globale nel biglietto verde è rimasta intatta, tuttavia, oggi quella fiducia è incrinata. La militarizzazione del dollaro, usato come arma sanzionatoria per strozzare le economie sgradite, ha insegnato al resto del mondo a fare a meno del biglietto verde.
Pechino, Mosca, Nuova Delhi, ma anche alleati storici o paesi non allineati in Africa e Sudamerica, hanno iniziato una silenziosa e inesorabile de-dollarizzazione.
Nessun crollo improvviso sui mercati, ma una manovra a tenaglia: le banche centrali estere comprano oro a ritmi mai visti dalla fine di Bretton Woods e stringono accordi bilaterali per scambiare merci nelle valute locali. Il dollaro non è più l’unico rifugio sicuro.
Senza i compratori stranieri pronti ad assorbire l’oceano di titoli di Stato emessi mensilmente dal Tesoro, il meccanismo si inceppa.
La Federal Reserve non può più permettersi di stampare trilioni per comprare il debito del proprio governo senza innescare un’iperinflazione devastante.
I rendimenti dei Treasury a lunga scadenza restano artificialmente alti perché gli investitori, fiutando l’insolvenza strutturale, pretendono un premio al rischio maggiore, alimentando una spirale della morte del debito sovrano: lo Stato si indebita per pagare gli interessi sui debiti precedenti, emettendo nuovi titoli che costano sempre di più, mentre la base dei compratori si assottiglia.
Un morto che stringe sempre più la corda intorno al suo stesso collo.
Washington non ha i soldi per mantenere il proprio welfare interno, non ha la forza finanziaria per dettare legge sui mercati globali e non ha la forza politica per imporre la linea ai propri protettorati militari.
Finanzia armi e diplomazia per un alleato mediorientale che la ripaga hackerando le comunicazioni della presidenza e trascinandola verso il baratro di una guerra regionale su larga scala con l’Iran.
Oggi, l’America somiglia alla Francia di Luigi XVI, che diede il colpo di grazia all’enorme debito del regno entrando a gamba tesa nella guerra tra le colonie americane e l’Inghilterra. Mossa che condusse alla Rivoluzione francese.
Nessun impero crolla per colpa di un’invasione improvvisa.
Nel caso degli USA, muore pagando a rate il proprio sicario, con una moneta che il resto del mondo ha già cominciato a rifiutare.
Non manca molto all’emissione della prima fattura che resterà insoluta.

