KHARG, SIGONELLA E CHI PAGA IL CONTO DELL’ULTIMA FOLLIA NEL GOLFO

L’Italia ha detto no. Un rifiuto secco, filtrato dai corridoi di Palazzo Chigi e rimbalzato nelle cronache di queste ore, dopo che il governo ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti verso il Medio Oriente.

Non è un’esercitazione e non è un equivoco diplomatico, ma sembra il fantasma di Bettino Craxi che torna a camminare tra i vicoli di una politica estera che, per una volta, smette di fare la valletta di Washington per ricordarsi di esistere.

Trentanove anni dopo lo strappo del 1985, quando i Carabinieri e la Delta Force si puntarono i fucili addosso sulla pista dell’aeroporto siciliano, la storia sembra ripetersi.

Allora era il sequestro dell’Achille Lauro, oggi è l’odore acre di un’escalation con l’Iran che rischia di incenerire l’economia del mondo intero.

Claudio Martelli, che quella notte dell’85 era accanto a Craxi, lo dice senza giri di parole: “gli americani non hanno mai perdonato all’Italia l’autonomia strategica. Soprattutto non hanno perdonato il rifiuto di usare le basi italiane per bombardare la Libia di Gheddafi nell’86.”

Oggi, la richiesta di Donald Trump di trasformare la Sicilia nel trampolino di lancio per l’ennesima avventura nel deserto ha trovato un muro di gomma, condito dalle solite note felpate di Guido Crosetto sulla “lealtà atlantica”, ma pur sempre un muro.

IL DILEMMA DI KHARG

Mentre a Roma si parla di sovranità, nel Golfo Persico il Pentagono ha già puntato il dito sulla cartina geografica.

Il bersaglio ha un nome preciso: l’isola di Kharg, un frammento di terra al largo della costa iraniana che, da solo, gestisce il 90% dell’export petrolifero di Teheran. Se vuoi mettere l’Iran in ginocchio, non devi conquistare Teheran. Devi spegnere Kharg.

Gli analisti americani, quelli che mangiano pane e tattiche di guerra, hanno due opzioni sul tavolo: la prima è il blocco navale, un muro d’acciaio in mezzo al mare per impedire alle petroliere di uscire.

Peccato che per il Diritto internazionale e per la dottrina militare iraniana, un blocco navale sia un atto di guerra totale. Punto.

Anche se l’intera aggressione partita il 28 febbraio viola il Diritto internazionale, senza che USA e Israele se ne importino.

La seconda opzione è l’invasione militare, un piano in tre atti: bombardamento per “preparare il terreno”, assalto anfibio dei Marines e occupazione delle infrastrutture petrolifere.

Qui, però, la teoria dei think tank si scontra con la realtà dei fatti.

Il Generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni, uno che le mappe le sa leggere non per caricare video su YouTube, ma per mestiere, definisce l’operazione su Kharg come una “missione quasi suicida”.

Kharg è letteralmente attaccata alla costa iraniana, perciò, ogni soldato americano che mettesse piede sull’isola diventerebbe un bersaglio mobile per l’intero arsenale di droni e missili di Teheran.

Tuttavia, se conquistare l’isola è difficilissimo, mantenerla è un incubo. È una trappola topografica che gli Stati Uniti sembrano intenzionati a ignorare, trascinati dalla furia di una presidenza che ragiona come un adolescente che scaglia la rabbia sui social.

L’ISFAHAN-GATE E LE BOMBE CHE NON ESISTONO

Mentre si discute di Kharg, la guerra è già iniziata nei fatti, anche se la propaganda cerca di coprire i boati.

Il Wall Street Journal ha riportato indiscrezioni su un attacco devastante a un deposito di munizioni a Isfahan; gli americani avrebbero usato le “bunker buster”, bombe da 900 chili progettate per perforare la roccia e il cemento armato prima di esplodere.

Trump ha rilanciato video sui suoi canali che sembrano confermare l’operazione.

Il paradosso è che Washington sostiene che i colloqui con l’Iran siano “positivi e produttivi”, mentre Teheran nega persino che ci siano stati contatti diretti. E il video di Trump sembra dare ragione all’Iran.

È la regola non scritta della diplomazia da trincea: quando qualcuno insiste troppo nel dire che sta vincendo e che l’avversario è pronto a cedere, significa che sta barando, perché sta perdendo.

Gli Stati Uniti devono trasmettere un’idea di controllo totale per evitare proteste interne legate al prezzo della benzina, ma la realtà parla di decine di migliaia di soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata che si ammassano nel Golfo.

Non mandi i paracadutisti a fare un picnic. Li mandi perché sai che stai per attaccare.

LA MATEMATICA DEI TOMAHAWK E IL CONTO PER GLI ARABI

C’è poi un dato numerico che suona come un verdetto. Nelle prime quattro settimane di questo nuovo conflitto, gli Stati Uniti hanno già bruciato 850 missili Tomahawk.

Il Pentagono ne produce circa 100 all’anno. Fate voi il calcolo.

Le scorte in Medio Oriente sono a livelli pericolosamente bassi. La macchina da guerra americana sta consumando più di quanto possa produrre, perciò, possiamo dire che gli USA sono in difficoltà come mai nella loro storia.

Perciò, delle due una: o gli USA si ritirano e ammettono la sconfitta, oppure tentano il tutto per tutto.

Ed è qui che emerge il lato più sferzante della strategia trumpiana: la guerra si fa, ma la pagano gli altri.

Trump starebbe valutando di chiedere ai paesi arabi del Golfo di finanziare l’operazione militare contro l’Iran, in quello schema già applicato all’Europa con l’Ucraina.

I paesi del Golfo si trovano in una situazione grottesca: non hanno iniziato la guerra, si sono visti piovere addosso l’instabilità causata dagli attacchi americani e israeliani, e ora dovrebbero anche staccare l’assegno per continuare il massacro e l’aggressione contraria a ogni norma di Diritto internazionale.

Non si capisce se sia più idiota Trump, a questo punto, o i leader arabi che dovessero accettare.

È il principio di chi ha poca marmellata e la spalma sottile per far credere di averne molta, perché Washington non ha più le risorse per fare lo sceriffo/gangster globale da sola, quindi, cerca sponsor tra le sue vittime strategiche.

CITTÀ SOTTERRANEE E MISSIONI IMPOSSIBILI

Il fronte si sta allargando a macchia d’olio.

L’Iran non è la Libia di Gheddafi e non è l’Iraq di Saddam.

Teheran ha passato decenni a costruire “città sotterranee”, bunker inaccessibili dove custodisce l’uranio arricchito e i centri di comando.

L’idea di Trump di “recuperare” l’uranio iraniano è un’allucinazione operativa.

Come pensano di trasportare materiale radioattivo sensibile fuori da un territorio ostile, circondato da un milione di uomini tra esercito regolare e milizie sciite?

In Iraq, 200.000 miliziani sono già pronti all’azione. In Yemen, gli Houthi hanno ufficialmente dichiarato guerra a fianco di Teheran e sono pronti a chiudere anche lo stretto di Bab el Mandeb.

Israele, dal canto suo, è un Paese piccolo e vulnerabile.

Il Generale Boni osserva che le forze armate israeliane (IDF) sono vicine al “culmine operativo”, ovvero al punto di rottura. Le operazioni in Libano non procedono secondo i piani e la popolazione civile inizia a sentire il peso insopportabile di un conflitto che non ha una soluzione politica all’orizzonte.

Il grande inganno di questa escalation è far credere che esista una vittoria “chirurgica”.

Ma non esiste. Esiste solo una scelta tra un disastro economico causato dalla chiusura di Hormuz e un massacro militare sulle spiagge di Kharg.

Nel mezzo c’è l’Italia, che per una volta ha guardato le navi americane e ha deciso che il porto di Sigonella non è un albergo per bombardieri.

Anche se, a onor del vero, il no italiano è arrivato dopo che tanti aerei erano già in volo…

Ma se ogni mossa sul tavolo porta alla catastrofe, chi ha davvero interesse a non rovesciare il tavolo?

Forse solo chi, tra un tweet e un annuncio di pace, sta già contando i soldi dei finanziamenti arabi e i barili di petrolio che non arriveranno mai nelle nostre pompe di benzina.

Il dossier è aperto, ma le bombe bunker buster hanno già iniziato a scrivere la risposta.

In attesa della risposta iraniana, che potrebbe fare ancora più male degli schiaffi presi dagli americani in queste quattro settimane di aggressione.

PERCHÉ L’UNICO VERO VINCITORE IN IRAN È LA CINA

La guerra lampo degli USA è diventata una palude di fango e petrolio, un nuovo Vietnam.

Così, il Presidente che voleva il Nobel per la pace sta preparando l’invasione di terra, mentre il suo segretario al Tesoro, Scott Bessent, fa anticamera a Pechino sperando che Xi Jinping si degni di rispondere al telefono.

IL BLUFF DELLA GUERRA IN UN’ORA

“La guerra la sta vincendo la Cina”.

Non è il titolo radicale, ma la fredda constatazione che arriva dai terminali di Canton e Shanghai.

Mentre l’Asia barcolla, con le Filippine in stato di emergenza nazionale e la Thailandia che vede il prezzo del carburante schizzare del 18% in settantadue ore, Pechino osserva il traffico silenzioso dei suoi autobus elettrici, perché hanno investito dieci anni per non dipendere dai fossili del Golfo.

Hanno riserve strategiche per sei mesi, mentre l’Europa per novanta giorni. Poi, il buio.

Donald Trump ha dichiarato al Financial Times che il viaggio a Pechino è rimandato.

Ufficialmente deve restare a Washington come “Comandante in Capo”. In realtà, restare a casa serve a nascondere il fatto che non ha più carte da giocare.

L’operazione Epic Fury, lanciata a fine febbraio contro le basi iraniane, doveva essere un colpo chirurgico, invece, è stato un boomerang. L’Iran non ha risposto militarmente su scala globale, ma si è limitato a chiudere il rubinetto dove passa il 20% del petrolio mondiale. Una mossa da risk manager, non da fanatici religiosi.

Una mossa che è solo un avvertimento. Se la situazione si facesse davvero tragica, chiuderebbe Bab el Mandeb, trasformando l’Occidente nella nuova Africa.

LE SEI CAMBIALI DI TEHERAN

Trump parla di accordi con l’Iran, ma basta ascoltare per capire che l’accordo è un miraggio, probabilmente dettato dagli stessi amici immaginari che salutava Biden.

Teheran smentisce la Casa Bianca e mette sul tavolo sei punti che suonano come una resa incondizionata per Washington.

La suddivisione dello Stretto di Hormuz (come se fosse un condominio privato), il ritiro totale degli Stati Uniti da ogni base in Medio Oriente, risarcimenti miliardari per i danni subiti e l’estradizione dei media occidentali che hanno osato criticare l’Iran.

Estradare una testata giornalistica è un’assurdità giuridica che però serve a Teheran per dire al mondo: “Poiché stiamo prendendo a calci in culo gli americani, siamo noi a dettare le regole, anche quelle del vostro diritto”.

Dall’altra parte, il Pentagono valuta l’invasione via terra perché non ha più carte in mano se non la disperazione di mandare i Marines tra le montagne iraniane, sperando che non muoiano a migliaia.

L’EUROPA TRA IL GAS E IL BTP

Mentre a Washington giocano ai soldatini, Christine Lagarde ha smesso di sorridere.

Lo shock attuale è paragonabile a quello del 2022, ma con una differenza fondamentale: allora c’era una speranza di diversificazione, oggi c’è solo il vuoto.

La BCE si prepara ad alzare i tassi mentre il sistema del credito privato scricchiola. JPMorgan sta già rivedendo al ribasso il valore dei collaterali, perciò, tradotto dal banchierese, significa che le garanzie che le aziende offrono per avere prestiti non valgono più la carta su cui sono scritte.

In Italia, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parla di uno shock “devastante” e i numeri sono pugni nello stomaco: 15 miliardi di euro di rincari previsti su luce e gas per famiglie e imprese.

Il carrello della spesa è diventato un bene di lusso. L’inflazione non è più un numero da statistica, ma la ragione per cui nove milioni di italiani, pur avendo pianificato un viaggio per Pasqua, hanno deciso di restare entro i confini nazionali.

L’84% rimarrà in Italia, non per patriottismo, ma per paura. Paura di volare, paura dei costi, paura di non trovarsi l’accredito dello stipendio a fine mese perché l’azienda ha chiuso i battenti a causa dei costi energetici.

LA KILL LINE E IL SORRISO DI PECHINO

Intanto sul web cinese, per i blogger nazionalisti di Pechino, come Ren Yi (noto come Chairman Rabbit), gli Stati Uniti hanno superato la soglia di non ritorno.

Vedono l’America come un inferno capitalista distopico dove una bolletta non pagata o un licenziamento improvviso ti scaraventano in una tendopoli in meno di sessanta giorni.

Questa narrazione non è solo propaganda, ma è il carburante che permette a Xi Jinping di aspettare.

La Cina non ha fretta. Ogni settimana di ritardo nel summit con Trump è una settimana in cui il potere negoziale di Washington evapora sotto il sole del deserto iraniano.

Xi può permettersi il lusso della pazienza, apparendo come il leader stabile che difende il commercio globale mentre l’inquilino della Casa Bianca appare come il piromane che implora i vicini di aiutarlo a spegnere l’incendio che lui stesso ha appiccato.

Eppure, la finzione dell’indipendenza totale è, appunto, una finzione.

Mentre i caccia cinesi effettuano manovre di accerchiamento attorno a Taiwan, NVIDIA annuncia che riprenderà la produzione dei chip H200 specificamente per il mercato cinese. Il divorzio tra le due superpotenze è una sceneggiata per i telegiornali: nei magazzini tecnologici, il matrimonio d’interesse continua, anche se con il coltello sotto il cuscino.

IL TERMOMETRO DELL’ORO

Se volete sapere quanto è profonda la fossa in cui siamo caduti, smettete di guardare i sondaggi e guardate il prezzo dell’oro.

Non sale perché gli investitori sono irrazionali, ma perché è l’unico asset che non ha bisogno della promessa di un governo o di una banca centrale per valere qualcosa.

L’oro è il termometro della sfiducia sistemica. Quando JPMorgan si protegge, quando la BCE ripete gli errori del 2008 alzando i tassi nel momento peggiore, quando i BTP perdono terreno e le aziende minerarie aurifere come Newmont diventano i titoli più performanti dell’S&P 500, significa che la situazione è tragica.

A Seoul, il mercoledì non si guida se la targa finisce con il 3 o con l’8, per colpa del razionamento del carburante, l’ombra di un passato che credevamo sepolto e che invece è il presente in Estremo Oriente e il nostro futuro prossimo. Probabilmente, già dopo Pasqua.

Vendere nel panico non è una strategia, ma restare esposti senza assicurazioni sul portafoglio è un suicidio. Il problema è che l’assicurazione costa sempre più cara.

IL PARADOSSO IRRISOLTO

Restano i fatti nudi. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra per dimostrare di essere ancora i padroni del mondo e si sono ritrovati a chiedere alla Cina di ripulire il pasticcio.

L’Europa ha delegato la sua sicurezza a Washington e la sua energia al mercato, scoprendo che nessuno dei due è affidabile quando le mine iniziano a galleggiare a Hormuz.

Mentre i Marines caricano i fucili e i banchieri svalutano i debiti, una domanda resta sospesa sopra le macerie diplomatiche di questo marzo 2026: se la “Kill Line” è stata superata e gli USA si preparano a passare lo scettro a Pechino, chi sarà l’ultimo a spegnere la luce in un’Europa, che ha autonomia fino a poco prima dell’estate?

I 30 GIORNI PIÙ FALLIMENTARI DELLA STORIA D’AMERICA

Abbiamo già scritto ieri di come gli USA abbiano buttato via ben ottocentocinquanta missili Tomahawk sull’Iran in trenta giorni.

Un dato che non servirebbe a molto, se non fosse accostato a un altro numero, decisamente più imbarazzante per gli strateghi di Washington: cento, che è la capacità di produzione annua degli stessi missili nelle fabbriche americane.

Il calcolo è da ragioneria elementare, di quella che si impara prima di frequentare le accademie militari: in quattro settimane Donald Trump ha consumato otto anni e mezzo di scorte strategiche, in quello che è il più grande fallimento americano di sempre, perché l’Iran non aveva la bomba atomica, come conferma l’AIEA, il regime iraniano è tutt’altro che caduto e la popolazione iraniana non è insorta.

Ora, l’obiettivo americano è di riaprire lo stretto di Hormuz, quello che, prima dell’aggressione americana e israeliana, era già aperto.

Se non fosse drammatico per l’economia occidentale, ci sarebbe da ridere a crepapelle.

È passato un mese dall’inizio dell’aggressione contro Teheran. Doveva essere un’operazione chirurgica, un “lampo” destinato a decapitare il regime degli Ayatollah e a neutralizzare la minaccia missilistica, invece, i fatti sono rimasti sulla terra, mentre le chiacchiere sono volate via insieme ai miliardi di dollari letteralmente polverizzati.

Il regime è ancora lì. Il governo iraniano non ha mostrato alcun segno di cedimento strutturale e, nonostante i rapporti trionfalistici che filtrano dal Dipartimento della Difesa, le stime più prudenti dell’intelligence indicano che solo un terzo dell’arsenale noto di Teheran è stato effettivamente colpito. Il resto è nascosto nei tunnel, sotto montagne invalicabili, pronto a essere lanciato.

LA GUERRA CHE SI ALLARGA MENTRE I MAGAZZINI SI SVUOTANO

Mentre Marco Rubio annunciava che il conflitto sarebbe durato “diverse settimane” – spostando in avanti un ultimatum che inizialmente si misurava in ore – la realtà sul campo ha preso una piega ancora più drammatica.

Gli Houthi hanno smesso di essere un fastidio locale per diventare un alleato dell’Iran, lanciando missili verso Israele e minacciando di chiudere definitivamente lo Stretto di Hormuz e, ancora peggio, quello di Bab el Mandeb.

La logica del Pentagono è entrata in un corto circuito che nessun comunicato stampa può nascondere, perché le scorte sono così esigue che si sta discutendo di dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina.

È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica e, poiché i bombardamenti aerei non hanno ottenuto la resa sperata, ora si passa alla fase due: la carne da cannone.

Ventimila soldati, tra Marines, paracadutisti e fanteria, sono ammassati nel Golfo. Teheran risponde colpendo basi americane in Siria e Iraq, centrando una fabbrica strategica di materie prime per l’industria bellica statunitense e abbattendo un aereo sentinella, un asset fondamentale per il controllo dei droni. Se questo è il risultato di un mese di “supremazia tecnologica”, la parola “successo” va riscritta sul dizionario.

Perché tutto somiglia a una sconfitta tragicomica, una caricatura da serie Fantozzi.

IL SILENZIO ASSORDANTE DELLE BANCHE CENTRALI

Se a Washington si contano i missili, a Francoforte e New York si conta la paura. Il petrolio Brent ha sfondato quota 112 dollari al barile, nonostante le scorte strategiche a cui si è attinto per abbassare i prezzi.

Il gas e i fertilizzanti seguono a ruota.

Per l’Europa, che assiste al disastro con la solita passività di chi non ha una politica estera, ma solo una dipendenza atlantica, il conto è già arrivato.

È in questo scenario di “incertezza totale” che si inserisce la mossa – o meglio, la non-mossa – dei guardiani della moneta. Christine Lagarde e Jerome Powell sono rimasti immobili, lasciando i tassi invariati.

Le Banche Centrali sono paralizzate dal terrore di inviare il segnale sbagliato. Se alzi i tassi, ammetti che l’inflazione è fuori controllo a causa della guerra; se li abbassi, dichiari al mondo che sei terrorizzato dalla recessione imminente.

Così, BCE e FED hanno scelto di stare fermi mentre la casa brucia, sperando che l’incendio si estingua da solo prima di arrivare alle fondamenta dell’economia reale.

È la politica del “lavarsene le mani” in attesa di capire quanto durerà il massacro e quanto faranno male le conseguenze del disastro causato da Tel Aviv e Washington.

Ma i mercati non hanno la pazienza dei burocrati. L’aumento dei prezzi dell’energia sta già falciando il potere d’acquisto delle famiglie e il peggio deve ancora venire, perché, se gli Houthi dovessero davvero sigillare i passaggi marittimi, l’Occidente diventerebbe terzo mondo prima del prossimo inverno.

TRUMP E IL PARADOSSO DEL CONSENSO IN FRANTUMI

Gli USA sono una nazione spaccata in due, dove la logica ha ceduto il passo alla tifoseria. Donald Trump sta giocando una partita doppia e pericolosissima: da una parte, dichiara che “i negoziati stanno andando benissimo”, una frase che sembra rivolta al suo riflesso nello specchio, visto che Teheran ha smentito categoricamente ogni trattativa; dall’altra, firma gli ordini per l’invasione di terra.

Il paradosso è tutto interno alla sua base elettorale. Il mondo MAGA (Make America Great Again) è rimasto fedele al suo leader con una quota che sfiora il 90%, anche se nel 10% che gli ha voltato le spalle ci sono diversi esponenti di spicco e gli stessi sondaggi dicono che la maggioranza degli americani non giustifica l’intervento in Iran.

Come si tiene insieme la devozione a un capo con l’ostilità verso la sua politica? Con la narrazione del sabotaggio, messa in piedi dalla Comunicazione trumpiana.

Ogni fallimento, ogni coda chilometrica negli aeroporti, ogni centesimo in più pagato alla pompa di benzina viene venduto come colpa dei Democratici o di un Congresso ostruzionista.

Proprio gli aeroporti sono diventati lo specchio del disastro interno. Mentre i soldi fluiscono verso i missili Tomahawk, il personale aeroportuale americano resta senza fondi a causa di una rissa parlamentare sulle regole d’ingaggio degli agenti dell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione).

Trump ha mandato agenti dell’immigrazione a gestire i check-in e la sicurezza dei voli: un’idea che ha la stessa efficacia di cercare di spegnere un incendio inviando piromani.

La benzina è aumentata di un dollaro al gallone in poche settimane. Per un cittadino medio del Midwest, questo conta più delle mappe del Pentagono e delle fesserie raccontate dalla propaganda.

L’UNICO VINCITORE E IL CONTO CHE NON TORNA

In questo teatro dell’assurdo, c’è un solo attore che sta incassando risultati concreti: Israele.

Benjamin Netanyahu ha ottenuto quello che cercava da anni, ovvero l’impegno diretto e massiccio degli Stati Uniti contro il suo nemico esistenziale, mentre prosegue indisturbato l’invasione del sud del Libano, mentre l’Occidente parla di Diritto internazionale solo in Ucraina.

Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo solo l’isolamento diplomatico e l’erosione del proprio prestigio militare, oltre a un danno economico le cui proporzioni potrebbero essere catastrofiche.

Accade quando chi comanda è tenuto per i testicoli da qualche foto e video di festini con donne e bambini, realizzati dal progetto Epstein, con cui Israele può permettersi di infrangere norme del Diritto internazionale e oltre 70 risoluzioni dell’ONU.

Intanto, l’Iran ha minacciato apertamente le università americane nel Golfo, promettendo di colpirle se Washington non fermerà i raid. È un segnale di escalation che punta dritto ai sentimenti dell’opinione pubblica occidentale. E anche all’opinione pubblica dei paesi arabi.

Nel frattempo, Mark Rutte, il Segretario Generale della NATO, parla di una “Coalizione di volenterosi” – un’espressione che evoca barzellette in Ucraina e i fantasmi della guerra in Iraq del 2003, con i suoi esiti catastrofici – per garantire la sicurezza della navigazione a Hormuz.

Peccato che lo faccia solo ora che il problema è già esploso e che le navi già bruciano. E quando intervenire per Hormuz potrebbe non servire a niente, se venisse chiuso anche Bab el Mandeb. O, magari, potrebbe servire a far piovere missili iraniani su Roma, Londra e Berlino. Mica male.

Abbiamo una superpotenza che consuma in un mese quello che produce in otto anni. Abbiamo banche centrali che non sanno se ridere o piangere e scelgono di restare ferme. Abbiamo un leader politico che annuncia vittorie mentre prepara l’invio di migliaia di bare.

“L’Iran è in ginocchio”, dicevano. “Il regime cadrà in tre giorni”, giuravano.

Dopo un mese, l’unica cosa che è caduta è la maschera sulla NON strategia americana.

Ma, se la produzione di missili è di cento all’anno e il consumo è di ottocento al mese, chi è che sta davvero finendo il tempo? Quale strategia sta davvero dando i suoi frutti: quella americana o quella dell’Iran?

Washington promette la pace attraverso la forza, ma, per ora, l’unica cosa che ha distribuito con generosità è il conto da pagare. E non ci sono agenti dell’ICE che possano gestire la fila di chi sta per chiedere spiegazioni.

Senza dimenticare che, una volta esauriti i missili, non ci sarà più la forza nemmeno per difendersi all’interno dei propri confini.

Altro che fare gli spavaldi in Medio Oriente.

L’ULTIMO MISSILE: COME L’IRAN STA IMPARTENDO LA SCONFITTA PEGGIORE DI SEMPRE A USA E ISRAELE

Ottocentocinquanta a dieci e fine della partita.

È la contabilità del suicidio strategico del Pentagono, che, in quattro settimane di operazioni nel Mar Rosso, ha visto evaporare oltre 850 missili Tomahawk. Nello stesso arco di tempo, l’industria bellica americana ne ha prodotti meno di dieci.

La capacità produttiva annua degli USA si ferma a 100 pezzi. Fate i conti: in un mese, Washington ha bruciato otto anni e mezzo di scorte.

Mentre i portavoce della propaganda americana raccontano di “obiettivi centrati” e “capacità neutralizzate”, i magazzini sono sempre più vuoti.

Il Pentagono è in allerta rossa e non cerca di nasconderlo. Anzi, ribadisce la cosa con sempre maggiore insistenza al suo presidente, che sembra sempre più distante dalla realtà, che è un pugno in faccia: la superpotenza è rimasta senza cartucce per dare la caccia a miliziani in sandali che nascondono i lanciatori tra le montagne dello Yemen.

IL BLUFF DI PASQUETTA: LA TRAPPOLA DEL 6 APRILE

“Aprite lo stretto o distruggeremo le vostre centrali elettriche”.

Donald Trump ha fissato l’ultimatum. Poi lo ha spostato. Poi lo ha rinviato ancora. Ormai, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti tra le orecchie ha capito che l’America non sa più che fare per evitare la più grande figuraccia della sua storia.

La data cerchiata in rosso adesso è il 6 aprile 2026, ore 20:00 Eastern Time. È il “Chicken Game”, la gara del pollo: due auto lanciate l’una contro l’altra a tutta velocità.

Il problema è che Teheran ha tolto il volante, mentre Washington continua a frenare e a dire che lo fa per strategia, come neanche il peggiore degli idioti potrebbe fare.

I media di stato iraniani lo chiamano “ritirata per paura”. Gli analisti seri lo chiamano “collasso della credibilità”.

Se fissi una linea rossa e permetti al nemico di usarla come corda per saltare, hai già perso. E l’Iran non ha solo ignorato l’ultimatum, ma ha alzato la posta.

Le condizioni di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz non sono una base negoziale, sono un diktat da vincitori: riparazioni di guerra, ritiro totale delle truppe americane dalla regione, sovranità assoluta sulle rotte marittime.

Non è diplomazia. È un’esecuzione.

E l’Iran può alzare la posta perché ha già vinto. Hormuz non è l’atto finale, ma solo l’inizio. È un avvertimento: “Con Hormuz state sperimentando cosa sia l’asfissia. Se ci costringerete a chiudere anche Bab el Mandeb, aumenterete esponenzialmente il numero dei funerali nelle vostre belle nazioni”.

CHI HA GUADAGNATO DAL SILENZIO?

Mentre i riservisti israeliani marciano verso un confine che si sposta ogni giorno più in là, qualcuno a Londra e Chicago ha brindato. Un’inchiesta del Financial Times ha scovato un’anomalia che puzza di bruciato lontano un miglio: il 23 marzo, esattamente quindici minuti prima che Trump annunciasse una pausa nelle operazioni militari, sul mercato dei futures sono state piazzate scommesse per 580 milioni di dollari sul calo del prezzo del petrolio.

Quindici minuti.

Qualcuno sapeva che i missili sarebbero rimasti nei silos. Qualcuno ha monetizzato l’indecisione americana mentre il Brent ballava sopra i 120 dollari.

È la dimostrazione lampante che la guerra non si combatte solo nei cieli sopra Teheran, ma anche nelle borse, dove informazioni segrete corrono più veloci dei droni Triton.

Chi ha avvisato i mercati? E soprattutto, perché la Casa Bianca ha avuto bisogno di quella pausa proprio mentre dichiarava di essere pronta al colpo finale?

SIGONELLA E IL PUPAZZO DI PEZZA: LA SOVRANITÀ SECONDO L’ITALIA

L’Italia recita la parte della comparsa. Siamo uno “Stato satellite”. Il drone Triton decollato da Sigonella per fotografare gli obiettivi iraniani è partito senza chiedere il permesso a nessuno.

Il governo Meloni, dipinto dai propri uffici stampa come il baluardo della dignità nazionale, ha assistito al decollo dal divano di casa, probabilmente avvisato ancora a cose fatte, come con l’aggressione all’Iran.

D’altronde, che il premier italiano sia da sempre un “pupazzo politico” della Casa Bianca lo sanno anche i sassi. Nella storia italiana soltanto due nomi si sono opposti a recitare il ruolo dello zerbino dell’America: Aldo Moro e Bettino Craxi. Il primo è stato l’unico politico importante a essere fatto fuori dalle BR, il secondo è stato l’unico politico di peso a pagare per Mani Pulite.

Vedi un po’ che sfortuna, eh…?

Così, con quei moniti ben presenti nella mente di chiunque arrivi a recitare il ruolo di zerbino dell’impero americano, l’Italia continua a non avere voce in capitolo sulle basi che ospita, ma pagherà il conto più salato di tutti.

Perché se Bab el-Mandeb chiude, – cosa assai probabile – il Canale di Suez diventa un parcheggio per yacht di lusso. Le merci per l’Italia dovranno circumnavigare l’Africa. Dieci giorni in più di navigazione, costi del carburante triplicati, porti come Trieste e Gioia Tauro condannati all’irrilevanza.

Il che si traduce inevitabilmente in razionamenti, balckout energetici, chiusure aziendali, casse integrazioni, licenziamenti. In pratica, la guerra contraria al Diritto internazionale di Israele e USA ci condanna a diventare una nazione da terzo mondo.

L’IRONIA DI MADRID E IL PEDAGGIO DI TEHERAN

Mentre Roma ha paura della “sfortuna” di Moro e di Craxi, Madrid alza la voce e mostra che avere attributi è ancora il miglior metro di giudizio per un politico.

Pedro Sánchez ha dichiarato “illegittima” la guerra a guida USA-Israele. – Cosa ovvia per chiunque conosca le norme del Diritto internazionale, d’altronde.

Risultato? Le navi spagnole attraversano Hormuz senza che un solo barchino iraniano si avvicini. Non è fortuna, è realismo geopolitico. È scelta da che parte stare. E la Spagna non ha scelto la parte sbagliata della storia.

Teheran ha iniziato a selezionare chi può passare e chi no. Francesi e giapponesi, per evitare il blocco, starebbero già pagando un “pedaggio” mascherato: circa un dollaro a barile versato a intermediari vicini al regime, mentre i giornalisti di casa nostra elogiano la Kallas, che non vuole il gas russo perché Putin ha aggredito l’Ucraina, in quello che ormai non è più soltanto un cortocircuito di logica, ma comincio a credere che qualcuno sia davvero un imbecille.

L’egemonia americana si è trasformata in una tassa sulla navigazione gestita dai suoi nemici. È la fine dell’ordine globale per come lo abbiamo conosciuto dal 1945.

E la realtà è diventata una barzelletta, perché gli americani, per spostare più in là il giorno in cui saranno costretti a ritirarsi dalla guerra, ora ci dicono che combattono per riaprire Hormuz, che è stato chiuso perché loro hanno iniziato la guerra.

Basterebbe già questo per rendere l’idea di quanto l’Occidente sia in mano a un manipolo di idioti.

LA TRAPPOLA DELLE MONTAGNE: PERCHÉ IL BOMBARDAMENTO È UN FALLIMENTO

L’idea che si possa risolvere tutto con un joystick è la vera strategia di quegli idioti al comando.

L’Iran ha speso gli ultimi cinquant’anni a scavare. Il 70% delle sue postazioni missilistiche è protetto da bunker sotterranei scavati nel granito delle montagne. Puoi lanciare tutti i Tomahawk che vuoi (ammesso di averli), ma colpirai solo roccia.

Un bambino lo capirebbe. Un idiota, come si evince, no.

L’unica opzione reale sarebbe un’invasione di terra.

Secondo le stime statunitensi, per avere il controllo di una popolazione servono 20 soldati ogni 1.000 civili. Perciò, per controllare la popolazione iraniana servirebbero almeno 1,76 milioni di soldati.

Ma questo calcolo è inservibile per l’Iran, perché in un territorio montuoso, non sai dove si nascondo i nemici, ecco perché diversi esperti di tattiche militari sostengono che servirebbero più di 10 milioni di soldati e chi ha il coraggio di proporre una tale crociata contro il Medio Oriente?

Washington sa che, solo per riaprire Bab el-Mandeb, nella concreta ipotesi che venga chiuso, servirebbero almeno 200.000 uomini solo nello Yemen.

Un nuovo Vietnam, ma con il deserto e i droni suicidi. Israele, dal canto suo, sta finendo l’ossigeno.

I missili Arrow 3 costano 3 milioni di dollari l’uno. L’Iran manda avanti sciami di droni da 20.000 dollari. È una guerra d’attrito economico dove il difensore si dissangua per intercettare spazzatura volante.

Teheran sa di aver già vinto. Manca solo la data certa della sua vittoria finale.

L’EFFETTO DOMINO: DAI FERTILIZZANTI AL CARRELLO DELLA SPESA

Bab el-Mandeb non è solo petrolio, naturalmente, ma il collo della bottiglia per il 50% delle esportazioni mondiali di urea e zolfo. Senza questi, i fertilizzanti spariscono. Senza fertilizzanti, i raccolti di mais e soia nel Midwest americano e nelle pianure europee crollano.

Goldman Sachs ha già alzato le probabilità di recessione negli USA al 25%.

Oxford Economics è più brutale: se il petrolio resta sopra i 140 dollari per due mesi, l’Eurozona entra in contrazione violenta. L’inflazione che abbiamo visto finora era solo l’antipasto. Il piatto principale è un mondo dove l’energia costa troppo per produrre cibo e il cibo costa troppo per essere comprato.

In sintesi: involuzione. Torneremo al dopoguerra, con un calesse e una carriola in garage, altro che auto nuova, condizionatori, vacanze e tutto ciò che ci distingueva dal terzo mondo.

L’ORA DELLA RESA MASCHERATA

Gli USA e Israele non dichiareranno mai la sconfitta in una conferenza stampa. Non ci sarà una firma su un documento di resa. Washington non vince una guerra dal lontano 1945, ma, da allora, non ha mai ammesso nessuna sconfitta, a cominciare dal Vietnam fino all’Afghanistan.

Perciò, ci sarà un “Accordo di Pace Regionale”.

Ci sarà una narrazione che parlerà di “stabilità ritrovata” e “successo della diplomazia”. Ma tra le righe leggeremo la realtà: il ritiro delle truppe0, la fine delle sanzioni a Teheran e il riconoscimento implicito che le rotte globali sono ora sotto la tutela iraniana.

La Terza Guerra Mondiale è iniziata sul piano del commercio e della logistica, e l’Occidente l’ha approcciata con la boria di chi credeva di essere invincibile come nella propaganda hollywoodiana, invece, si è ritrovato con i magazzini vuoti e i mercati truccati.

Allora, chi ha mentito? Chi ha detto che sarebbe stata una guerra breve? Chi ha giurato che le scorte erano infinite?

I documenti sono lì, nei registri della logistica militare e nei grafici dei flussi di greggio. L’ultimo missile Tomahawk non colpirà un bunker a Teheran, ma il sistema finanziario occidentale, che ha scoperto di essere molto più fragile della roccia iraniana.

Resta l’immagine delle navi americane che restano a distanza di sicurezza dallo stretto, mentre le petroliere spagnole passano indisturbate salutando la costa.

La bandiera a stelle e strisce non garantisce più la libertà dei mari. Garantisce solo che il prezzo della benzina salirà ancora domani mattina.

E noi, a Sigonella, continuiamo a guardare i droni degli altri decollare sopra le nostre teste, sperando che non sia l’ultimo volo prima del buio, mentre i giornalisti ci dicono che Kallas e von der Leyen hanno la schiena dritta contro Putin, perché il suo gas non lo vogliono poiché la Russia viola il Diritto internazionale.

Perché non è affatto detto che i politici abbiano l’esclusiva dell’imbecillità.

L’UCRAINA HA PERSO LA GUERRA NEL 2022. E NOI ABBIAMO PAGATO IL FUNERALE

Quattordici milioni.

È la cifra, arrotondata per difetto, degli ucraini che dal febbraio 2022 hanno smesso di abitare la propria casa.

Sette milioni sono finiti all’estero, gli altri si nascondono dai miliziani, che vogliono spedirli a morire al fronte, in un Paese che si sta rimpicciolendo non solo sulle mappe militari, ma nelle anagrafi.

Una buona parte dei giovani è fuggita all’estero. – alla faccia della propaganda occidentale, che sostiene la favola degli ucraini che vogliono difendere la patria – un’altra parte è stata massacrata al fronte o resa invalida.

Il tasso di maternità è crollato sotto lo 0,7 e questo dato, in un mondo che ragiona per algoritmi, dice una cosa sola: l’Ucraina, biologicamente, ha smesso di esistere nel prossimo futuro.

IL CENSIMENTO DELLE OMBRE

Mentre a Bruxelles e Washington si discute di proiettili da 155 mm, la realtà sul campo scavalca la propaganda, perché le donne ucraine, quelle giovani, quelle che dovrebbero garantire il ricambio generazionale, sono fuggite a Berlino, Varsavia, Milano. E la gran parte si è portata dietro i mariti.

Hanno imparato la lingua, hanno iscritto i figli a scuola, hanno trovato un lavoro.

Non torneranno. Non in un Paese dove l’età media al fronte sfiora i 45 anni e dove mutilati e invalidi si contano a centinaia di migliaia.

La guerra non sta solo distruggendo i battaglioni al fronte, ma sta sterilizzando il futuro dell’Ucraina.

Un territorio senza abitanti non è uno Stato, infatti l’Ucraina sta diventando un parco giochi per le multinazionali della ricostruzione o, più semplicemente, un cimitero a cielo aperto recintato dal filo spinato.

L’AFFARE BLACKROCK: CHI POSSIEDE LA TERRA?

Nel 2021, sotto pressione del Fondo Monetario Internazionale, Kiev ha approvato una riforma agraria che ha aperto il mercato delle “terre nere”, le più fertili del pianeta.

Oggi, i nomi che contano non sono solo quelli dei generali, ma quelli dei fondi d’investimento. Larry Fink, il numero uno di BlackRock, ha già firmato accordi per l’”Ukraine Economic Reconstruction Fund”.

Il meccanismo è elementare: si inviano armi per distruggere, si prestano soldi per non far crollare lo Stato, si incassano asset strategici quando il debito diventa impagabile.

È un po’ come andare in banca per investire, solo elevato a livello geopolitico: le opportunità d’investimento sono le guerre, gli asset su cui investire sono le ricchezze di un Paese e il prezzo da pagare sono i sotterfugi per far scoppiare la guerra e le armi per distruggere più che si può, poi si passa a raccogliere gli interessi maturati. L’unica controindicazione è la morte di milioni di innocenti, ma è un prezzo che gli algoritmi e la propaganda occidentale ha sempre definito “danni collaterali”.

L’Ucraina era già stata venduta pezzo per pezzo prima che i russi piantassero una bandiera in un nuovo villaggio del Donbass, prima che un terzo del Paese venisse distrutto, che oltre un terzo della popolazione evaporasse, perché ucciso al fronte o fuggito all’estero.

E chi pagherà il conto di questo disastro, che si poteva evitare con gli accordi del 2022?

Beh, non certo i banchieri di Wall Street.

L’EUROPA DEGLI UTILI IDIOTI

A Berlino, l’industria boccheggia, i licenziamenti raggiungono livelli mai visti e interessano industrie che non avevano mai conosciuto nemmeno la cassa integrazione.

Il gas russo, quello che costava poco e faceva correre le turbine tedesche, è un ricordo oscurato dai detriti del Nord Stream, il condotto sabotato dall’Ucraina, come stabilito dalla magistratura tedesca, che ha spiccato mandati d’arresto per diversi ucraini autori del più feroce attentato alla sovranità europea e su cui è calato un silenzio che puzza di complicità.

Avete presente quelle storie di servizi segreti che fanno cose per spingere governi a farne altre?

L’Unione Europea si è ridotta a fare il passacarte del Dipartimento di Stato americano, così abbiamo barattato l’autonomia energetica e politica con un vassallaggio che ci vede finanziare una guerra a oltranza senza avere un piano per la pace, né una strategia per il dopo.

Washington cerca di indebolire la Russia, usando il sangue ucraino e il portafoglio europeo, in quella che è una triangolazione perfetta: l’industria bellica americana macina profitti, l’Europa si deindustrializza, perde competitività e spende trilioni di dollari per acquistare armi dall’America che poi regala all’Ucraina, e Kiev diventa una terra di nessuno, un cuscinetto spopolato che non serve più a nessuno, se non come monito e come dividendi per chi la guerra l’ha creata, l’ha voluta portare avanti, sabotando qualsiasi tentativo di pace, e ora si frega le mani, gustando l’odore dei soldi per la ricostruzione.

IL BLUFF DELLE SANZIONI E IL NUOVO MONDO

Vladimir Putin non è caduto.

Lo so, i media italiani parlavano di 1000 russi morti al giorno, (oltre 1,3 milioni dal 2022 a oggi). Raccontavano di rublo carta straccia, soldati armati solo di pale dell’800, a dorso di muli, senza divise e senza calzini.

Già, di panzane ne hanno scritte talmente tante che farsi vedere in giro con una copia di quei quotidiani è come avere un cartello appeso al collo con su scritto “CREDO AGLI ASINI CHE VOLANO”.

L’economia russa non è tornata all’età della pietra, come profetizzato dai nostri illustri giornalisti iscritti all’albo.

Al contrario, proprio come scrivevamo noi semplici blogger su Tamago, Mosca ha girato le spalle all’Occidente e ha trovato la fila alla porta: Cina, India, Brasile, l’intero blocco BRICS, sempre più folto e sempre più ricco.

Il petrolio e il gas che rifiutiamo noi vengono raffinati altrove e ci vengono rivenduti a prezzo maggiorato. Perché “credere agli asini che volano” è nel DNA di molti, soprattutto ai piani alti.

Ma mentre i leader europei e i loro scendiletto della propaganda ci propinano sciocchezze sulla nostra presunta superiorità morale, il baricentro del mondo si è spostato.

L’isolamento della Russia e il profetizzato tramonto di Putin sono un’illusione ottica per consumatori dei quotidiani di cui sopra e talk show che ospitano i loro direttori.

Al di fuori della dimensione parallela in cui vivono costoro, la realtà conferma che l’Occidente si è isolato da solo, chiudendosi in un fortino che ha mura sempre più fragili e riserve sempre più scarse.

E ora, dopo il definitivo disastro di Netanyahu in Medio Oriente, supportato dal fedele chihuahua collocato alla Casa Bianca, si profilano giornate a piedi e blackout programmati per milioni di europei, per provare almeno a tenere aperti gli ospedali e qualche grande industria.

Ovviamente, i quotidiani di cui sopra ridono e sostengono che l’Iran sia al tappeto, distrutto e… “pale, muli, micochip”… di cazzate ne hanno scritte talmente tante che, evidentemente, non è solo propaganda, ma proprio deformazione professionale.

Perciò, fieri di essere “semplici blogger”.

L’ULTIMA BUGIA

La retorica della “vittoria finale dell’Ucraina” e del ritorno ai confini del 1991 è il sedativo che somministriamo a un malato terminale per non farlo urlare per il dolore.

I generali ucraini sanno benissimo che i numeri non quadrano: mancano uomini, mancano munizioni, manca il tempo e non ci sono più giovani da sacrificare per allungare la guerra di qualche altro mese.

La guerra per procura ha esaurito le scorte: di uomini e di soldi da un pezzo. E ora, con il disastro in Iran, anche di armi.

Ciò che resterà dell’Ucraina, quando il fumo si diraderà e le telecamere si sposteranno sempre più in Iran o in chissà quale altro “fondo di investimento geopolitico”, sarà un Paese smembrato, con il debito impagabile che mangia le pensioni e i giovani sotto terra o in esilio.

Vorrei porre solo una domanda a quelli che, dal 2022, ci danno dei putiniani, dei vili codardi e tutta la serie di stronzate partorite dalle loro menti piene soltanto di retorica: ne è valsa la pena?

Quanti milioni di ucraini sarebbero ancora nel Paese se gli accordi del 2022 non fossero stati sabotati?

Quanti milioni di ucraini sarebbero ancora con le loro famiglie in perfetta salute e non nei cimiteri o mutilati?

L’Ucraina è stata solo il sacrificio necessario per testare la tenuta dei nuovi blocchi contrapposti, un esperimento geopolitico riuscito a metà, sulla pelle di chi è stato indottrinato a credere di difendere la propria libertà.

Il documento di resa non avrà la firma di Zelensky o di chi per Kiev, ma quella dei bilanci delle multinazionali e dei certificati di morte di una generazione che è l’ultima di ucraini.

L’Ucraina non sta perdendo la guerra, perché, come scriviamo dal 2022, quella guerra era già persa il primo giorno.

Risero tutti. Soprattutto i direttori i cui lettori credono ancora agli asini che volano.

Ma ora l’Ucraina è finita. E noi siamo gli spettatori paganti che applaudono mentre cala il sipario sulle macerie di quel che ne resta.

Avremmo potuto scrivere anche noi panzane per avere tanti lettori fieri e tronfi di credere ai muli, alle pale e alle altre panzane, ma abbiamo preferito raccontare la verità. E il tempo ha confermato ogni nostra previsione.

Vedi tu, a volte… anche il tempo, in fondo, deve essere un po’ putiniano, eh…?!

Ma ti lascio una domanda: quanto dovrebbero pagare i direttori di quei quotidiani per aver illuso le persone, raccontando panzane?

Spara una cifra. Almeno quella, non fa danni e non uccide nessuno.

L’OPERAZIONE CHE STA AFFONDANDO L’OCCIDENTE

Diecimila soldati.

Non è un’esercitazione e non è una proiezione statistica del Pentagono, ma il numero degli scarponi che l’amministrazione Trump si prepara a scaricare sul suolo mediorientale mentre, ufficialmente, racconta ai cronisti di Washington che “i negoziati con Teheran procedono a gonfie vele”.

Diecimila soldati che si aggiungerebbero ai cinquemila Marines già schierati e ai paracadutisti lanciati nelle ultime quarantotto ore.

Mentre Donald Trump insulta gli alleati della NATO definendoli “codardi” e accusa l’Europa di restare a guardare il blocco dello Stretto di Hormuz, i fatti dicono che gli Stati Uniti non stanno cercando la pace, ma preparano l’invasione per il controllo delle infrastrutture energetiche iraniane.

L’obiettivo non è affatto la democrazia, il nucleare, liberare la popolazione o altre scemenze, ma il controllo del rubinetto.

IL MODELLO VENEZUELA APPLICATO AI PASDARAN

La strategia ha un precedente che si chiama Venezuela, una tattica consolidata: prima lo definisci “regime terrorista”, lo isoli, minacci fuoco e fiamme, imponi embarghi; poi, quando le aziende americane ottengono le concessioni e il flusso dell’oro nero riprende sotto egida statunitense, il “dittatore” torna a essere un “interlocutore”, il regime diventa un “governo di transizione” e la pace è fatta.

Trump lo ha ammesso durante l’ultima conferenza stampa, quando ha detto “Assumere il controllo del petrolio iraniano è un’opzione concreta”.

La traduzione per chi non mastica il linguaggio della Casa Bianca è semplice: la guerra contro l’Iran non serve a eliminare una minaccia atomica, ma a nazionalizzare de facto le risorse di Teheran per calmierare il prezzo del barile sotto i 100 dollari.

Trump è ossessionato da quattro numeri: il prezzo del petrolio, il rendimento dei Treasury a 10 anni, l’indice VIX – il termometro della paura dei mercati – e l’andamento della NYSE.

Teheran lo ha capito, infatti, i generali iraniani non stanno combattendo una guerra di trincea, ma stanno modulando una crisi geo-economica: lasciano passare le navi cinesi, russe e indiane, mentre bloccano quelle del blocco NATO.

Creano un cuneo tra gli alleati, e funziona.

WALL STREET HA IL FIATO CORTO

Il sistema finanziario moderno si regge sul flusso costante di capitali che dai paesi del Golfo si riversa nei mercati internazionali. È il “Petrocapitale” grazie ai “petrodollari”.

Solo gli Emirati Arabi Uniti gestivano, nel 2025, asset per 1,4 trilioni di dollari. Soldi che finiscono in Tesla, in BlackRock, nel mercato immobiliare di New York e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale della Silicon Valley.

Il ricatto iraniano è chirurgico, intelligente, meditato: se Hormuz chiude, i monarchi del Golfo non incassano più, quindi, sono costretti a smettere di investire in Occidente.

Se smettono di investire, devono iniziare a drenare i capitali già depositati nelle banche americane ed europee per finanziare la propria sopravvivenza e i propri apparati militari, con il risultato di favorire una siccità creditizia – il cosiddetto credit crunch – che porterebbe l’economia globale a uno shock peggiore di quello pandemico del 2020.

L’inflazione al 10% che abbiamo visto mesi fa sarebbe solo un antipasto.

Trump sa che se i paesi del Golfo chiudono i rubinetti del credito, Wall Street crolla in dieci minuti.

Ecco perché ha fretta. Ecco perché le spara grosse e parla di “regali” iraniani, come il transito concesso a dieci petroliere, per nascondere che l’unica cosa che sta trattando è la propria sopravvivenza finanziaria.

LA RIBELLIONE DI MADRID E IL SILENZIO DI BERLINO

L’Unione Europea si è spaccata. Ammesso che sia mai esistita come entità unica.

Da una parte Pedro Sánchez, il premier spagnolo che ha deciso di fare il giornalista onesto tra i politici rassegnati. Ha definito “illegale” l’operazione americana, negando l’uso delle basi di Rota e Morón de la Frontera per azioni offensive, inoltre ha costretto i caccia statunitensi a traslocare nella base di Ramstein, in Germania.

Trump ha reagito come un bullo di periferia – unica politica in cui sembra eccellere – minacciando di tagliare ogni commercio con la Spagna e di imporre dazi punitivi, senza prendere in considerazione nemmeno le sentenze contrarie della sua stessa Corte Suprema. Elemento che dimostra cosa sia oggi la tanto decantata democrazia americana.

Dall’altra parte del tavolo, c’è il silenzio.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è rimasto seduto nello Studio Ovale a guardare Trump che insultava l’Europa, senza proferire parola in difesa del collega spagnolo. L’obiettivo di Washington è cristallino: isolare i singoli stati, instaurare rapporti bilaterali e polverizzare l’unità dell’UE.

E mentre l’Europa discute di sovranità, accade l’impensabile: il 24 marzo 2026, la Commissione Europea ha eliminato dal calendario il divieto permanente di importazione di petrolio russo.

Un’umiliazione diplomatica senza precedenti, per cui l’intera commissione europea e i leader più belligeranti dovrebbero dimettersi in massa senza nemmeno prendersi la briga di dare preavviso.

Combattiamo l’Iran per conto degli USA, ma torniamo a comprare da Putin perché, altrimenti, non sappiamo come scaldarci.

A Bruxelles, anche la follia russofoba è un lusso che non possono più permettersi.

LA MENZOGNA DEL NUCLEARE E IL SABOTAGGIO DEL 2015

C’è poi il capitolo della retorica bellicista, alimentata con cura da Benjamin Netanyahu e rilanciata a reti unificate da Palazzo Chigi, soprattutto dopo che, dal 2023, abbiamo dato le chiavi della nostra sicurezza Web a Tel Aviv.

Giorgia Meloni è andata in Parlamento a spiegare che “è meglio una guerra oggi che la bomba iraniana domani”.

Una frase che suona bene nei titoli dei telegiornali, ma che cozza violentemente contro i verbali dell’AIEA, una frase che denota la malafede o l’ignoranza dei nostri vertici politici e anche il totale distacco da ogni norma e regola del Diritto internazionale, buono solo se e quando gli USA ci ordinano di menzionarlo.

I documenti parlano chiaro: tra il 2016 e il 2018, l’Iran stava rispettando ogni virgola del JCPOA, l’accordo firmato da Obama. L’arricchimento dell’uranio era sotto controllo, le scorte erano limitate, le ispezioni erano costanti. Il problema non era l’Iran che costruiva la bomba, ma era che l’Iran, senza sanzioni, stava diventando troppo ricco e troppo influente nella regione.

Netanyahu non teme l’atomica di Teheran, perché Israele ne possiede tra le 70 e le 90, anche se non lo ammette e non consente alcun tipo di ispezione, – alla faccia della trasparenza e della democrazia, – ma teme un Iran capace di finanziare la resistenza palestinese e di armare i suoi nemici ai confini.

Trump e Netanyahu hanno fatto di tutto perché Teheran ricominciasse ad arricchire l’uranio. Hanno rotto gli accordi nel 2018 per creare il problema e ora usano quel problema come pretesto per la soluzione finale.

Hanno assassinato il generale Soleimani nel 2020 pensando di decapitare il nemico, ignorando che le strutture statali iraniane non sono bande di briganti, ma apparati complessi. Se fai fuori un capo, ne spunta uno più radicale e più capace.

È l’ABC della storia militare, ma, a quanto pare, al Dipartimento della Difesa – ora ribattezzato “Dipartimento della Guerra” in pieno stile Mission Impossible – preferiscono i fumetti.

OPERAZIONE KHARG: L’OBIETTIVO È LA TERRA

Le indiscrezioni che filtrano dal Pentagono, riportate in parte dal Wall Street Journal e confermate da fonti investigative indipendenti, puntano all’isola di Kharg, dove si decide la partita.

Kharg è il terminale dove passa la quasi totalità dell’export petrolifero iraniano. Gli Stati Uniti stanno ammassando truppe di terra per un’azione di forza che permetta di sequestrare o distruggere la capacità di vendita di Teheran.

Il problema è che l’Iran non è l’Iraq del 2003. Ha una potenza militare diversa e, soprattutto, un territorio differente, che rendono impossibile un’invasione senza un costo di vite umane immane che gli USA non sono in grado di sopportare.

Gli alleati locali degli USA lo sanno. I Curdi, usati per decenni come carne da cannone, stavolta hanno detto “Fatevela voi la guerra”, perché hanno capito che Washington protegge Israele, ma lascia morire gli altri quando non servono più.

L’AMBIGUITÀ COME ARMA DI SOPRAVVIVENZA

Siamo arrivati al punto in cui la diplomazia non è più l’alternativa alla forza, ma un ingranaggio del piano d’attacco. Trump usa i rinvii degli ultimatum, da 48 ore a 5 giorni, ora a 10 giorni, non per dare spazio alla pace, ma per permettere alle navi da guerra di posizionarsi.

È la “strategia Napoleone”: cominciamo, poi si vede. Solo che Trump non è Napoleone e il 2026 non è il 1805. E, visto il disastro di Napoleone e la differenza di caratura tra i due, c’è di che cominciare a provare terrore.

Israele e Stati Uniti possiedono l’arma nucleare, ma non possiedono la “diplomazia nucleare”.

La usano come minaccia esistenziale, ma non sanno come gestire un avversario che ha deciso di resistere accettando il carico della distruzione, arrivando anche alla morte pur di portarsi dietro quanti più nemici possibile.

L’Iran ha capito che se esce in piedi da questa guerra, avrà la strada spianata verso l’atomica e un ruolo di primo piano in Medio Oriente.

Perché, nel 2026, se hai la bomba, come la Corea del Nord, nessuno ti tocca. Al contrario, se rinunci alla bomba e ti fidi dell’Occidente, come ha fatto Gheddafi o come stava facendo Teheran nel 2015, finisci raso al suolo.

Allora, chi sta davvero mentendo?

Trump, che parla di pace mentre conta i soldati? Netanyahu, che parla di difesa mentre punta a ridurre il Medio Oriente in tribù? O l’Europa, che giura fedeltà all’alleato americano mentre cerca sottobanco il petrolio di Putin per non affondare?

Le petroliere continuano a galleggiare immobili davanti allo Stretto di Hormuz. L’elio per i nostri ospedali e i fertilizzanti per i nostri campi sono bloccati lì.

Gli orologi di Washington corrono veloci, ma il tempo appartiene a chi resta. E l’Iran, da Ciro il Grande in poi, ha imparato ad aspettare, perciò, può prendersi tutto il tempo che gli serve, mentre l’Occidente soffoca e l’era del petrodollaro muore.

Il Pentagono ha ordinato altre diecimila divise.

Ma cosa accadrebbe se quei soldati si accorgessero per tempo di essere mandati a morire per proteggere un asset di Wall Street?

IL GRANDE BLUFF. PERCHÉ MENTRE TRUMP ANNUNCIA LA PACE ARRIVANO I PARACADUTISTI.

Il New York Times sbatte in prima pagina la bozza del piano americano in quindici punti per spegnere l’incendio in Medio Oriente.

Donald Trump lo rivendica sui social come un trionfo personale, parlando di colloqui “molto positivi” e di una tregua imminente. Due ore dopo, un dispaccio del Pentagono ordina a 2.000 soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata di imbarcarsi per il Golfo. (Altre fonti parlano di 3500 o addirittura 7000).

La pace ha una strana foggia, di questi tempi: indossa anfibi, carica i fucili d’assalto e si prepara a lanciarsi dietro le linee nemiche, mentre i politici non mancano di parlare di “guerra per la pace”, il più grande ossimoro della Storia.

Tuttavia, a Teheran non hanno nemmeno fatto finta di crederci.

Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, smentisce qualsiasi tavolo negoziale e ha smentito la cosa fin dal primo post di Trump sulla questione.

Inoltee, non si limita alle parole. Il Majlis, l’assemblea consultiva islamica, ha in calendario l’approvazione di una legge formale per istituire un “pedaggio” obbligatorio nello Stretto di Hormuz. L’anticipazione brucia sui terminali delle agenzie internazionali.

Non è più la guerriglia asimmetrica, non sono più i sequestri a campione dei Pasdaran. È un tariffario di Stato. Due milioni di dollari a petroliera per avere il permesso di attraversare un braccio di mare grande quanto la provincia di Lecce. L’estorsione che diventa legge.

Ennesimo grande risultato della guerra di Israele e USA all’Iran. Dei geni, non c’è che dire.

LA TENAGLIA SUL MAR ROSSO E IL SANGUE IN DIRETTA

Ma chi pensa che la ritorsione iraniana finisca a Hormuz non ha letto i dispacci delle ultime ore.

La minaccia ha appena cambiato scala. Infatti, i vertici militari di Teheran hanno allargato il mirino a Bab el-Mandeb e all’intero bacino del Mar Rosso.

Il blocco non è più un imbuto locale, ma una tenaglia progettata per strangolare chirurgicamente l’intera catena di approvvigionamento mondiale.

Le compagnie di assicurazione marittima, da Londra a Dubai, non aspettano i comunicati della Casa Bianca: hanno già alzato i premi al 10% del valore del carico. Un rating di rischio mai visto in venticinque anni.

Una situazione che scatenerà aumenti di prezzi a valanga in Occidente.

E basta scorrere le dirette dei notiziari per capire quanto il piano in 15 punti di Washington sia carta straccia.

Le telecamere documentano una guerra totale, senza pause: sirene antimissile a Tel Aviv, raid pesanti su Isfahan, infrastrutture in fiamme a Dubai.

Eppure, Trump, incastrato nel suo mondo parallelo, distante anni luce dalla realtà, continua a vendere un nemico in ginocchio, a raccontare che la campagna militare “Epic Fury” ha spazzato via il potenziale balistico degli Ayatollah.

E “sti cazzi”, verrebbe da dire. Immagina se non l’aveva spazzato via!

I NUMERI DI BATTISTI CONTRO LE ILLUSIONI DI WASHINGTON

Ma la propaganda fa un gioco che non i dati e la realtà ha poco a che fare.

Il generale Giorgio Battisti lo dice chiaro e tondi: l’Iran dispone ancora di un arsenale di almeno 3.000 missili cruise. Altro che al tappeto!

Non sono i vecchi vettori che l’Iron Dome israeliano intercetta come mosche. I cruise volano a pelo d’acqua, eludono i radar convenzionali e non hanno bisogno di complessi silos di lancio per partire. Basta un camion nascosto in un tunnel.

Un nemico sconfitto non impone tasse di transito e non ricatta il mercato mondiale dell’energia e non rispedisce al mittente i quindici punti di chi sta vincendo la guerra. Un nemico sconfitto chiede di trattare per non morire.

L’Iran, invece, non tratta e rispedisce al mittente i quindici punti, aggiungendo i suoi sei punti per smettere di bombardare Israele e le basi americane in Medio Oriente, nonché i paesi limitrofi che appoggiano l’aggressione contraria al Diritto internazionale perpetrata da Washington e Tel Aviv.

L’amministrazione americana crede di poter dettare le regole in quindici punti: stop all’arricchimento dell’uranio, fine del supporto alle milizie proxy (Hezbollah, Houthi, Hamas), smantellamento immediato dei siti nucleari di Natanz e Fordow.

L’Iran risponde con sei condizioni che suonano come uno sberleffo, ma danno l’idea di quanto l’Iran sia tutt’altro che sconfitto: chiusura di tutte le basi militari americane nel Golfo, ritiro totale, risarcimenti miliardari per i bombardamenti subiti e giurisdizione esclusiva iraniana su Hormuz. Un dialogo tra sordi, amplificato dal frastuono delle esplosioni. Un dialogo tra due contendenti di cui non si vede neppure lontanamente uno stanco e sconfitto.

O forse…?

IL VUOTO DI POTERE E IL CALCOLO DI ISRAELE

Il vero dramma di Washington è non avere più un interlocutore.

Il vuoto di potere a Teheran, causato dall’offensiva e dalla decapitazione di chi comandava a Teheran, non sta portando a un tavolo di pace, ma a una pericolosa frammentazione.

Era un caos previsto da diversi analisti: noi di Tamago ne scriviamo da settimane, ma, evidentemente, a Washington nutrono una particolare idiosincrasia nei confronti della Geopolitica e della Storia, come si evince.

Le milizie sciite irachene, i sopravvissuti di Hezbollah in Libano e le cellule Houthi nello Yemen operano in modo disordinato e, proprio per questo, ancora più letale.

Benjamin Netanyahu ha capito l’antifona.

Mentre il suo “amico” Trump parla di tregua, l’esercito israeliano avanza nel sud del Libano con l’obiettivo chiarissimo di creare una fascia di sicurezza di 30 chilometri fino al fiume Litani. Un’annessione militare di fatto.

E, anche qui, alla faccia del Diritto internazionale.

Per Israele non c’è nessuna pace da firmare, ma solo il piano di costruire una potenza in Medio Oriente, quel grande Israele che l’esercito di Tel Aviv porta anche già disegnato sulle mostrine.

L’OMBRA DI PECHINO E L’EGEMONIA SCADUTA

In tutto questo, Pechino fa i conti.

Il ministro degli esteri cinese ha alzato il telefono per chiamare la sua controparte iraniana. La Cina acquista il 90% del greggio di Teheran.

Usa la crisi per logorare gli Stati Uniti, ma non può tollerare che il prezzo dell’energia strangoli la sua industria. L’invito cinese a “privilegiare il dialogo” non è diplomazia, ma la minaccia silenziosa del creditore al suo debitore.

Ma la sconfitta vera, per Washington, non si misura in missili o barili, bensì a Riad e ad Abu Dhabi.

I paesi del Golfo, storici alleati americani, hanno espulso i diplomatici iraniani, ma non lo hanno fatto per fedeltà agli Stati Uniti.

Lo hanno fatto per paura.

Sanno che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce, in piedi dal 1945, è scaduta. Gli americani non sono riusciti a tenere aperto un braccio di mare vitale contro un regime che, per loro stessa ammissione, è persino teoricamente distrutto.

E mentre i porti russi sul Baltico vengono presi di mira da un’Ucraina alla canna del gas, l’impennata del greggio finanzia la macchina bellica di Vladimir Putin come mai prima d’ora.

Trump ha in mano la bozza di un trattato che nessuno a Teheran ha intenzione di firmare. Una mera operazione di propaganda per non ammettere il disastro più grande dell’ultimo secolo e mezzo.

Il parlamento iraniano sta per votare la legge sul pedaggio e i paracadutisti dell’82esima Divisione sono a bordo dei C-17, pronti al lancio, come un’intera scatola di stuzzicadenti da spargere sulla spiaggia del litorale romagnolo.

Gli USA non sono mai stati così deboli dalla loro fondazione.

Il resto… sono solo chiacchiere da bar.

IL PANTANO MEDIORIENTALE DI DONALD TRUMP. I NEGOZIATI FANTASMA E IL BRENT A 102 DOLLARI

Donald Trump annuncia un accordo in quindici punti. Parla di colloqui “produttivi”, di un Iran in ginocchio che implora la pace, di una tregua imminente, ma Teheran risponde con un post secco su X: “Fake news”.

Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, bolla le dichiarazioni della Casa Bianca come spazzatura propagandistica prodotta al solo scopo di manipolare i mercati finanziari.

La verità è chiusa nei terminali delle borse, dove il Brent è tornato sopra i 100 dollari, stabilizzandosi a 102.

I mercati non credono a Trump, non credono alla sua vittoria lampo né alla sua capacità di riaprire lo stretto di Hormuz con un tweet o con un colpo di teatro.

Siamo alla quarta settimana di una guerra che doveva durare tre giorni, invece, abbiamo visto il mitico scudo israeliano, l’invincibile Iron Dome; i missili iraniani a grappolo hanno colpito Tel Aviv con almeno quattro impatti confermati, nonostante la censura di ferro imposta dal governo di Netanyahu.

Mentre i media occidentali si nutrono delle veline del Pentagono, i fatti dicono altro: gli Stati Uniti e Israele si sono infilati in un pantano strategico dal quale non riescono a uscire, se non allargando il conflitto a macchia d’olio.

IL GRANDE TRUCCO DI NETANYAHU: COSTRUIRE LA MINACCIA

Per capire come siamo arrivati qui, bisogna smontare la fiaba della “minaccia nucleare imminente”.

Tra il 2016 e il 2018, i rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) parlavano chiaro: Teheran rispettava ogni virgola dell’accordo siglato da Obama: limiti all’arricchimento, scorte sotto controllo, ispezioni invasive. Tutto funzionava.

Poi è arrivato il 9 maggio 2018. Trump, spinto da Netanyahu, straccia l’accordo e scatena il disastro.

Non è stata una scelta geopolitica, ma un favore personale.

Netanyahu ha sostenuto Trump contro Hillary Clinton e il presidente americano ha restituito il favore: Gerusalemme capitale, annessione delle alture del Golan e l’uscita dal patto nucleare.

Il premier israeliano aveva bisogno che l’Iran ricominciasse ad arricchire l’uranio, aveva bisogno di un casus belli, perciò, ha lavorato scientemente per trasformare un partner negoziale in un paria nucleare, costringendo Teheran a riprendere il programma atomico per non finire stritolata dalle sanzioni.

Obiettivo raggiunto: oggi Netanyahu ha la sua guerra, ma non sa come vincerla.

IL GUINZAGLIO DI NETANYAHU E I FILE EPSTEIN

C’è una domanda che agita i corridoi di Washington e che i grandi giornali preferiscono ignorare: quanto è lungo il guinzaglio che lega Trump a Netanyahu?

Se il presidente americano si muove per pura distrazione di massa, per coprire i suoi guai interni, può fermarsi in qualunque momento. Ma se fosse sotto ricatto?

Le voci su cosa il Mossad possa aver raccolto nei file Epstein non sono più solo complottismo da bar, ma analisi di intelligence che filtrano tra gli addetti ai lavori. Se Israele possiede materiale compromettente sul “bullo” biondo, allora la fine del conflitto non si decide nello Studio Ovale, ma nel bunker di Netanyahu.

Trump si ritrova a essere la marionetta di un leader straniero che punta alla deportazione totale della popolazione di Gaza e all’annessione della Cisgiordania, obiettivi che non coincidono con gli interessi nazionali americani, ma che Trump è costretto a sposare per non trovarsi qualche procuratore alla porta.

Un “sovranista” che bacia la pantofola a un governo straniero mentre i suoi soldati tornano a casa nelle bare.

I GENERALI DELL’APOCALISSE E LA GUERRA SANTA DEL PENTAGONO

Mentre gli analisti da talk-show parlano di petrolio e rotte commerciali, nel ventre profondo della difesa americana si muove qualcosa di molto più inquietante.

L’Ispettorato Generale del Pentagono ha prodotto rapporti che descrivono una realtà da brividi: la presenza di ufficiali di alto e medio rango che agiscono in base a convinzioni messianiche.

Non ragionano per equilibri di potenza, ma per profezie bibliche. Vedono nello scontro con l’Iran l’evento catalizzatore per la “seconda venuta di Cristo”.

Per questi settori, la guerra in Medio Oriente non deve finire con una tregua, ma con l’Apocalisse. Quando la componente religiosa fanatica entra nella sala dei bottoni della più grande potenza militare del mondo, la diplomazia diventa un orpello inutile.

Trump, che ha vinto le elezioni promettendo di “costruire la casa a casa nostra”, si ritrova, al contrario, ostaggio di apparati che vogliono incendiare il mondo per accelerare il giudizio universale.

L’ISOLAMENTO DELL’IRAN E IL BLOCCO DEL GOLFO

Dall’altra parte della barricata, il regime di Teheran sta vivendo un mutamento storico. Se un tempo poteva contare sulla solidarietà automatica del mondo islamico contro l’Occidente, oggi quella solidarietà è evaporata, perché gli attacchi iraniani alle infrastrutture civili e agli impianti di desalinizzazione hanno terrorizzato i vicini.

Paesi come l’Oman, storicamente la “Svizzera del Medio Oriente”, o il Qatar, che ospita gli uffici di Hamas, si sono seduti allo stesso tavolo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in un blocco unico per contenere l’Iran a ogni costo.

Washington è riuscita in quello che sembrava impossibile: compattare le famiglie del Golfo in una partnership d’acciaio contro Teheran.

È un successo diplomatico? No, è una coalizione della paura.

Questi paesi sanno che Trump è imprevedibile e che Netanyahu è spietato, ma temono i missili iraniani ancora di più, quindi, si tratta di un’alleanza tattica, non di valori, che potrebbe sciogliersi al primo errore di calcolo americano.

SIGONELLA E IL SILENZIO ASSORDANTE DI ROMA

E l’Italia?

Il nostro Paese partecipa alla festa come lo scudiero distratto che non osa fare domande. Un drone Triton è decollato dalla base di Sigonella per fotografare i siti strategici iraniani e passare le coordinate ai piloti americani e israeliani. È accaduto senza che il governo italiano esprimesse un parere, o forse senza che nemmeno venisse consultato.

Il governo Meloni, che si proclama orgogliosamente sovranista, si comporta come la prefettura di una provincia dell’impero. Rinnoviamo la cooperazione militare con Israele mentre i missili cadono sulle centrali elettriche iraniane.

Non ci chiediamo quali saranno le ripercussioni sui nostri soldati schierati nell’area e non ci chiediamo perché dobbiamo pagare la benzina a prezzi folli per una guerra decisa altrove.

Ursula von der Leyen condanna l’aggredito e premia l’aggressore, invertendo i ruoli in una retorica speculare che non fa gli interessi dell’Europa, ma solo quelli di Washington.

Infine, compriamo il gas dagli americani, che con quei soldi finanziano una guerra che distrugge la nostra stabilità energetica.

E questo è il paradosso dell’Europa.

IL DISASTRO UMANITARIO E IL “MITO DELLA FORZA”

Quando Trump minaccia di bombardare le centrali elettriche iraniane, non sta colpendo il regime, ma i neonati nelle incubatrici degli ospedali di Teheran, le persone umili e deboli del popolo iraniano.

Senza corrente, le terapie intensive diventano obitori, il sangue per le trasfusioni va a male, i farmaci si deteriorano.

Questo è il volto della “maieutica unilaterale” di cui parlano alcuni analisti: l’illusione che a forza di bombe si possa estrarre un desiderio di democrazia occidentale da un popolo che stiamo massacrando.

La destra internazionale coltiva il mito della forza brutale, ma la forza, in questa guerra, ha prodotto solo un aumento dei costi e una cronica instabilità.

Trump ha dovuto persino ritirare le sanzioni sul petrolio russo e iraniano per evitare che il prezzo alla pompa facesse esplodere le proteste negli Stati Uniti, in una contraddizione vivente per cui dichiari guerra al nemico, ma hai bisogno che lui venda il suo petrolio per non affogare i tuoi elettori.

LA FINE DELLE ILLUSIONI

Non ci sono vincitori, per ora.

C’è solo un groviglio di bugie e di interessi privati che pesano sulle spalle dei civili. Da una parte un presidente americano che inventa negoziati per calmare le borse, dall’altra un premier israeliano che alimenta il fuoco per sfuggire ai processi e alle proprie responsabilità storiche.

In mezzo, un’Europa che ha smesso di pensare e un’Italia che ha smesso di esistere come soggetto politico autonomo.

Trump ha promesso di “chiudere la partita iraniana” in cinque giorni. Ne sono passati trenta e l’unica cosa che si è chiusa è la nostra speranza di una pace ragionevole.

Se gli obiettivi della guerra non sono chiari nemmeno a chi la guida, come si può sperare in una via d’uscita?

Forse la risposta non è nella geopolitica, ma nell’immagine di quel drone che si alza da Sigonella nel silenzio di Roma.

Ma, in ultim’analisi, siamo pronti a morire per una guerra che non capiamo, guidati da leader che mentono sapendo di mentire?

IL POTERE DEGLI OROLOGI O GLI OROLOGI DEL POTERE?

di Danilo Preto

Sembra un ossimoro, indipendentemente da come la si voglia leggere.  Se qualcuno ha avuto la possibilità di leggere le mie poche righe su Khamenei, Arafat, Saddam Hussein, Fidel Castro, Che Guevara, si sarà accorto che almeno qualcosa li accumunava.

Strano a dirsi ma sono proprio gli orologi di marca, specialmente il Rolex, che segnano le ore, il ritmo e l’indicazione del potere dei quattro, su cinque. Sembra si salvi solo Khamenei solito usare orologi di basso pregio e di marche economiche come imposto dalle sue usanze religiose. Almeno in pubblico.

I Rolex sono tracciati: sono infatti dotati di numeri di serie unici che permettono di identificarli ma non contengono dispositivi GPS per la localizzazione in tempo reale.

Ogni orologio, quindi, presenta un numero di serie unico, inciso sull’anello interno sotto il vetro a 06:00 nei modelli moderni o alle anse nei modelli più vecchi. Si identifica così la tracciabilità del primo cliente.

E c’è una certificazione, come viene definita, di secondo polso. Rolex ha un programma che certifica l’autenticità e la provenienza degli orologi di secondo polso sottoponendoli a controlli rigorosi.

Ma c’è il Rolex dei capi cioè il Rolex day-date che è universalmente noto come l’orologio dei presidenti e dei leader mondiali.

Nasce nel 1956 ed è stato il primo cronografo da polso a indicare per intero sia la data che il giorno della settimana sul quadrante. Il day date è prodotto esclusivamente in metalli preziosi come l’oro giallo 18 carati ed è disponibile in 26 lingue diverse.

I leader che lo hanno indossato sono presidenti US Lindon Johnson, Donald Trump, John Fitzgerald Kennedy che si sussurra gli fosse stato regalato da Marilyn Monroe.

Ma anche figure mitiche come Martin Luther King lo indossava spesso durante i suoi discorsi incluso il celebre “I have a dream”. Per Fidel Castro, mi sono dimenticato, che oltre al day-date indossava anche un Submariner allo stesso polso.

Il Rolex Datejust e stato indossato da Wiston Churchill, Papa Giovanni Paolo II. mentre il Daytona è stato indossato dall’ex presidente francese Nicolas Sarkozy.

Di Che Guevara, ad esempio, si sa che durante la sua cattura in Bolivia indossasse un Rolex GMT Master mentre un altro Rolex è stato rinvenuto nelle tasche dei suoi pantaloni. Questa è storia.

Non l’abbiamo mai toccata una questione africana, datata o meno che sia. Infatti, non fa eccezione Mu’ammar Gheddafi, il leader libico che era solito regalare Patek Philippe personalizzati ai suoi collaboratori mentre lui prediligeva il Rolex Daytona o il Datejust.

Ma anche Robert Mugabe dello Zimbabwe, che era noto per uno stile di vita sontuoso, è stato spesso segnalato per il possesso di orologi di alta gamma come simbolo del suo potere decennale.

In Guinea Equatoriale, Teodoro “Teodorìn” Obiang è famoso per una collezione smisurata. Nel 2018 le autorità brasiliane gli hanno sequestrato orologi di lusso per un valore stimato in 15 milioni di dollari ma è stato anche fissato con modelli rarissimi come il Chopard L.U.C. Tourbillon tempestato di diamanti con un valore di circa 625.000 dollari e molti modelli Richard Mille.

William Ruto in Kenya è stato fotografato con un Rolex Cosmograph dei toner in oro giallo del valore di circa 60.000 dollari e anche lui con un Rolex GMT Master. Mswati III , Re di eSwatini, possiede una delle collezioni più stravaganti al mondo con 12 pezzi firmati Jacob & Co per un valore totale di circa 17 milioni di dollari mentre Nelson Mandela. ricordato per la sua sobrietà, possedeva un Patek Philippe Calatrava 5115 che è oggi parte di una mostra itinerante sulla sua vita.

Non è certo colpa della Rolex, ma un Rolex Oyster Perpetual, è emerso nelle cronache recenti, come nel caso di Matteo Messina Denaro, che ne regalò uno al proprio “figlioccio” per la cresima.

Ma cosa rappresenta un orologio: non è solo uno strumento per misurare il tempo, ma un potente simbolo di autorità, status sociale e controllo, appunto, se si ricorda bene nel medioevo il controllo del tempo pubblico attraverso le torri civiche ha segnato il prezzo il passaggio del potere della Chiesa alle autorità comunali.

Incarna controllo disciplina cioè l’ordine contrapposto al caos, è uno status symbol perché indossare un orologio di lusso comuni che è successo ricchezza e la partenza appartenenza ad uno cerchia esclusiva punto ma rappresenta anche un strumento diplomatico perché marchi come appunto il Rolex sono storicamente usati come dono di Stato tra leader mondiali e sultani e diventano così vettori diplomatici.

Ricordiamoci gli orologi di Vladimir Putin, che è noto per la sua collezione di alta orologeria tra cui Patek Philippe, di Joe Biden che indossa anch’egli un Rolex Datejust, di Emmanuel Macron, che ovviamente usa marchi francesi come Bell & Ross, o Kim Jong-un, che alterna Movado a IWC Portofino.

Forse stupirà ricordare che anche i Papi recenti hanno avuto le loro icone al polso anche se non certo di lusso.

Ma anche il Dalai Lama è un grande collezionista di orologi: per lui un Daydate con quadrante in pietra e altre referenze Rolex, fino a un Patek Philippe da polso e da tasca.

Anche Kiril, capo della Chiesa ortodossa, indossa un discusso brighe 5707 deve di usare ma anche il Mahatma Gandhi era solito utilizzare un segnatempo da tasca: uno Zenith Type 20 con funzione sveglia. Fu rubato, poi restituito e dopo la morte del maestro, venduto all’asta, con altri oggetti personali, per 1,8 milioni di dollari.

Osama Bin Laden invece ha reso celebre uno degli orologi più economici sul mercato indossandolo per gran parte della latitanza: era il Casio F- 91 W che veniva utilizzato anche in circuiti esplosivi. Mentre XiJimping presidente della Repubblica popolare cinese è solito indossare un omega Constellation.

E mi fermo qui!

Insomma, dai Papi, dai più grandi Capi di Stato, dai rivoluzionari, dai Rais di ogni paese e religione, dai malavitosi, dagli arricchiti, da chi insomma vuol far colpo sugli altri o perché è effettivamente già ricco o in carriera o è già in carica, ci si può aspettare di trovare un modello anche per voi.

Da un Casio a un Rolex, la scelta è ampia. Quello che è certo che l’orologio da polso non è solo un segnatempo ma è un indice di ricchezza, vicinanza, capacità direzionali, autoritarismo, imperialismo….

E voi gli Swatch dove li collocate?

Il modello più democratico e più iconico del 900. Chi non ne ha mai posseduto uno o ne ha regalato uno visto il costo che era accessibile a tutti?

Voi avete scelto, in base alle vostre capacità, volontà di emergere, di dominare il mondo o di presentarvi come futuri messia per comandare le masse o per convincere la vostra fidanzata, amante, compagnia, al maschile o al femminile che sia.

Sarete l’unica via verso l’infinita bellezza e l’infinito potere. Chi vi fermerà più! Fino al prossimo colpo di Stato, alla prossima fidanzata o al prossimo lui/lei.

TRUMP E IL BLUFF DEI NEGOZIATI PER COPRIRE IL DISASTRO

Prima le parole da spaccone “Quarantotto ore oppure distruggo tutte le centrali elettriche iraniane.”

Questo era l’ultimatum lanciato da Donald Trump, con la solita grazia di un elefante in una cristalleria, per costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz.

La scadenza era fissata lunedì 23 marzo, alle 20:00 italiane.

La borsa di Parigi sprofondava a -2%, il petrolio superava i 110 dollari, il mondo tratteneva il fiato aspettando le bombe americane e i missili di Teheran, che – tutt’altro che spaventata – aveva replicato che avrebbe distrutto a sua volta impianti di desalinizzazione, centrali elettriche e impianti di gas e petrolio in tutto il Medio Oriente.

Invece, a poche ore dal termine, è arrivata la farsa.

Con un post sui social, il Presidente degli Stati Uniti ha cancellato l’apocalisse con un colpo di spugna: “Ottime conversazioni, negoziati produttivi, rinvio dell’attacco di cinque giorni”.

Il petrolio è tornato sotto i cento dollari. I mercati hanno brindato.

Ma c’è un piccolo dettaglio nella narrazione della Casa Bianca: l’Iran non ne sa nulla. I Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, hanno risposto in diretta: “Trump mente perché ha paura.”

Donald Trump è ufficialmente impantanato.

Si è infilato in un vicolo cieco dal quale non sa più come uscire senza perdere la faccia o far saltare in aria l’economia mondiale a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, dove rischia di trovarsi l’interno parlamento contro.

Il piano del “regime change” lampo è fallito. L’idea che Teheran si piegasse sotto il peso delle sanzioni e dei primi bombardamenti del 28 febbraio si è rivelata una balla spaziale venduta dai falchi di Washington.

IL FALLIMENTO DEL REGIME CHANGE E LA BUGIA DELL’ATOMICA

La giustificazione ufficiale dell’aggressione era il programma nucleare. “Stanno costruendo la bomba”, strillavano i neocons.

Peccato che i verbali dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dicessero l’esatto contrario.

Anche durante gli ultimi giorni, i vertici di AIEA hanno confermato la totale assenza di attività per la costruzione di armi nucleari in Iran. Non solo: perfino pezzi dell’amministrazione Trump hanno ammesso che la minaccia atomica era un pretesto costruito a tavolino.

Qualcuno si è dimesso, altri si muovono con imbarazzo per quello che sembra ormai il copione delle balle già usate per aggredire l’Iraq di Saddam Hussein.

L’Iran, però, non è l’Iraq di vent’anni fa e la dimostrazione è arrivata con una gittata missilistica che ha gelato il Pentagono: quattromila chilometri. Sono quelli percorsi dai missili iraniani per colpire la base americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.

Un attacco dimostrativo, con solo due missili, un attacco chirurgico, che ha recapitato un messaggio chiarissimo a Washington e all’interna NATO: se possiamo colpire un atollo sperduto nel nulla a questa distanza, possiamo colpire Parigi, Londra, Roma e ogni singola base USA in Europa.

La superiorità tecnologica americana si è infranta contro la realtà di un nemico che ha imparato a colpire oltre l’orizzonte e, con una sola azione dimostrativa, ha polverizzato l’arroganza e la presunzione veicolati da settant’anni di propaganda hollywoodiana.

L’ULTIMATUM DIVENTATO FARSA

Perché Trump ha spostato la scadenza da 48 ore a 5 giorni?

La risposta ufficiale parla di un accordo in 15 punti. Si sussurra che l’interlocutore segreto sia Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento iraniano, uno dei pochi veterani ancora in piedi dopo le prime ondate di attacchi.

Ma è una ricostruzione che fa acqua da tutte le parti.

Da Teheran, il portavoce del governo ha negato persino di aver risposto al telefono.

La verità è più sporca. Trump ha scoperto che la minaccia di radere al suolo le centrali elettriche iraniane, quelle che permettono a 93 milioni di persone di avere luce e riscaldamento, è un’arma a doppio taglio, perché il popolo iraniano si sentirebbe tradito da chi giurava di correre in suo aiuto, mentre gli chiedeva di scendere in piazza.

Inoltre, Teheran non si è minimamente spaventata. Anzi, ha risposto con una controminaccia che ha fatto sbiancare i regnanti del Golfo, perché l’Iran ha giurato la distruzione sistematica degli impianti di desalinizzazione dell’acqua in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giordania e Bahrein.

Se Trump stacca la luce agli iraniani, l’Iran toglie l’acqua a 100 milioni di arabi, oltre a distruggere le basi americani, e tutti gli impianti di petrolio e gas nella regione.

È il “Modello Vietnam” applicato ai deserti, per cui non occorre vincere le battaglie campali, basta infliggere un costo politico e umanitario insostenibile all’aggressore finché questi non è costretto a dichiarare vittoria in maniera propagandistica e scappare per non prenderne ancora.

I mercati finanziari, che Trump usa come termometro della sua popolarità, lo sanno. Ogni volta che il Presidente alza i toni, Wall Street trema. Ogni volta che si inventa un negoziato inesistente, le borse respirano.

Ormai, quella degli USA è una gestione della crisi da televendita, dove il prodotto è una pace che non esiste e la moneta è il tempo guadagnato dal presidente a stelle e strisce, Wanna Marchi.

IL MISTERO DI STOCCARDA: CHI TRASMETTE IN FARSI?

Nel mezzo di questa sceneggiata da quattro soldi, è saltato fuori che un gruppo di radioamatori esperti in triangolazioni ha individuato la sorgente di un misterioso codice numerico trasmesso in lingua farsi via radio: non viene da Teheran e nemmeno dalle montagne del Kurdistan.

Il segnale parte da una base militare statunitense a Stoccarda, in Germania.

Perché una base USA trasmette messaggi in codice in lingua persiana sulle frequenze dell’intelligence iraniana? Siamo di fronte a un’operazione di false flag o è il tentativo disperato di coordinare una quinta colonna interna che però non ha mai dato segni di vita?

Il contrasto è stridente: da una parte Trump che millanta colloqui di pace, dall’altra le sue basi che trasmettono ordini cifrati nel linguaggio del nemico.

È il caos assoluto o una strategia del disordine che è sfuggita di mano ai suoi stessi creatori.

LA PISTA TURCA E IL RUOLO DI HAKAN FIDAN

Se un filo di dialogo esiste davvero, non passa per Washington.

Le tracce portano ad Ankara. Hakan Fidan, oggi Ministro degli Esteri turco, ma per anni eminenza grigia dei servizi segreti (il MIT), è l’uomo che si sta muovendo nell’ombra.

La Turchia ha tutto da perdere da un conflitto prolungato, perché confina con l’Iran, teme un esodo di milioni di profughi e dipende dai corridoi energetici.

Le registrazioni trapelate da ambienti diplomatici turchi rivelano che Fidan starebbe cercando di imbastire una triangolazione tra Teheran, il Qatar e la Casa Bianca, ma, anche qui, la discrepanza è totale.

Mentre Fidan lavora per evitare il disastro, gli alleati regionali di Trump, a partire da Israele, spingono per il colpo finale; Benjamin Netanyahu non vuole negoziati. Israele cerca la disintegrazione dello Stato iraniano.

In pratica, la superpotenza americana è diventata l’ostaggio di una potenza regionale che la trascina in una guerra che Washington non può permettersi e che non sa come chiudere né come fuggire, se non con il colpo di teatro messo in piedi da chi gestisce la comunicazione di Trump.

L’ECCEZIONE DI OFER MOSKOWITZ E IL “FUOCO AMICO”

A dimostrare quanto la narrazione ufficiale sia inquinata dalla menzogna, c’è il caso di Ofer Moskowitz.

Per giorni è stato presentato come il martire della brutalità di Hezbollah, ucciso al confine tra Israele e Libano da un missile nemico, un simbolo usato per giustificare l’escalation.

Ma ecco che ieri, nel silenzio quasi generale dei grandi network, l’esercito israeliano ha dovuto ammettere la verità: Moskowitz è stato ucciso dal “fuoco amico” di un reparto d’artiglieria israeliano che ha sbagliato traiettoria.

Hezbollah non c’entrava nulla.

Perciò, se mentono su un morto al confine, perché dovremmo credere ai “negoziati produttivi” annunciati da un Presidente che ha fatto della post-verità il suo marchio di fabbrica?

IL CONTO ALLA ROVESCIA VERSO IL NULLA

Ora il nuovo orologio segna cinque giorni. È il tempo necessario, secondo il New York Times, per far arrivare nell’area un contingente di Marines specializzato negli sbarchi.

Trump non ha rinviato l’attacco per la pace, ma lo ha fatto perché i suoi generali gli hanno spiegato che, con le forze attualmente in campo, lo Stretto di Hormuz resterebbe chiuso per mesi, affondando definitivamente l’economia globale.

Trump ha scelto la via di mezzo: il bluff.

Si è inventato una trattativa per calmare il prezzo della benzina alle pompe americane e per evitare che il mondo scoprisse che Washington è sotto scacco. Ma l’Iran non ha nessuna intenzione di recitare la parte del comprimario nel reality show della Casa Bianca.

Teheran ha capito che Trump ha paura della reazione dei mercati e continuerà a premere su quel nervo scoperto.

Cinque giorni. Poi Trump dovrà decidere: ammettere che i negoziati erano un’invenzione e lanciare bombe che faranno esplodere il prezzo del petrolio e saltare in aria l’intera economia occidentale, oppure inventarsi un altro rinvio, un altro colloquio fantasma con un altro interlocutore inesistente.

Nel frattempo, i Marines navigano verso il Golfo e gli impianti di desalinizzazione sauditi restano nel mirino dei missili iraniani.

Chi sta davvero vincendo questa partita?

Un Presidente che sposta le scadenze su un social network o un regime che, pur sotto le bombe, ha dimostrato di poter minacciare l’accesso all’acqua potabile di metà Medio Oriente e di tenere l’intero Occidente in scacco con Hormuz?

L’ultimatum è scaduto e Hormuz è ancora chiusa. Tutto il resto è aria fritta.

Chi ha mentito finora ha i giorni contati, ma il problema è che a contare non sono più gli orologi di Washington, ma i serbatoi di petrolio che si svuotano e le riserve d’acqua che iniziano a scarseggiare.

Quale sarà il prossimo colpo di teatro del Wanna Marchi della Casa Bianca?