Il 7 aprile 2026, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è andata in scena una dimostrazione di potere che la cronaca ha preferito ridurre a una banale lite diplomatica.
La risoluzione sul blocco dello Stretto di Hormuz, proposta dal Bahrein e spinta con urgenza da Washington, è naufragata perché Cina e Russia hanno opposto il veto.
Undici voti a favore, due contrari, due astenuti.
La narrazione occidentale ha titolato: “Cina e Russia scelgono l’Iran”, con una semplificazione che nasconde la partita a scacchi che si sta giocando con le navi, con i prezzi del greggio e con la scommessa sul destino del dollaro.
Le immagini satellitari e i report di intelligence rivelano una realtà ben più cinica, poiché, mentre nei corridoi di Islamabad si sprecavano sorrisi e strette di mano per calendarizzare un secondo round di colloqui tra USA e Iran, in mare la musica era diversa.
La Yekta 11, nave di bandiera iraniana, incrociava le acque di Hormuz sotto l’occhio vigile delle unità della Marina statunitense. Washington minacciava la distruzione immediata di ogni imbarcazione che avesse osato sfidare il blocco imposto nelle ore precedenti.
E stavolta, la minaccia non era rivolta ai trafficanti di droga, ma al cuore dell’economia di Teheran.
Donald Trump, dalla Casa Bianca, garantiva che le imbarcazioni iraniane sarebbero state annientate se avessero violato la linea rossa, vantandosi contemporaneamente di non aver colpito le navi d’attacco rapido perché non considerate una minaccia imminente.
Un gioco di prestigio giocato sulle parole, che nascondeva un’incapacità operativa: il blocco navale, nella pratica, è un colabrodo, perciò, Pechino, che acquista circa l’80% del suo petrolio dal Golfo, ha osservato, valutato e agito, infischiandosene della Marina americana.
Le prime navi a forzare beatamente il blocco americano sono state le petroliere “Rich Starry” ed “Elpis”.
Entrambe sono sanzionate dagli USA per legami commerciali con l’Iran; la “Rich Starry” è di proprietà cinese, bandiera Malawi, in rotta verso la Cina da Sharjah (Emirati), mentre “Elpis” è registrata alle Comore e ha salpato da Bushehr (Iran).
Al momento in cui scrivo, risulta che ben 4 navi cinesi abbiano superato indisturbate lo stretto di Hormuz, dimostrando che il blocco americano vale quanto il broncio di un bambino e che la storia delle mine è una balla.
IL PREZZO DEL PETROLIO E IL DECLINO DEL DOLLARO
L’analista Michael Pregent, ex ufficiale dell’intelligence, ha messo a nudo la contraddizione: se la Cina è il primo acquirente di greggio iraniano, perché bloccare una risoluzione che avrebbe garantito la libertà di transito nel collo di bottiglia più critico del pianeta?
La risposta non è nella logica del breve periodo, ma in quella del potere strutturale.
Pechino, infatti, sta accelerando la de-dollarizzazione dei mercati. Ogni settimana di blocco, ogni picco nel prezzo del barile, ogni tensione che costringe i mercati a cercare alternative, indebolisce l’architettura finanziaria americana basata sul petrodollaro.
Dal 1973, il mondo paga l’energia in dollari, un privilegio che permette agli Stati Uniti di stampare moneta, accumulare debiti ciclopici e finanziare il proprio impero militare senza pagare il conto reale.
Ma se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, se il flusso del greggio dai paesi del Golfo rallenta, il riciclo dei petrodollari verso Wall Street e i centri dati dell’AI americana si inceppa.
Cina e Russia lo sanno perfettamente, infatti, il veto all’ONU non è stato un gesto di protezione verso gli ayatollah, ma un atto di sabotaggio deliberato contro l’ordine finanziario centrato su Washington.
LA FINE DELLA LIBERTÀ AMERICANA
Per trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti hanno operato in un vuoto di potere.
Potevano decidere di invadere, sanzionare o bombardare, ottenendo regolarmente la copertura legale dell’ONU, o fregandosene se non arrivava.
La Russia era irrilevante e la Cina ancora troppo cauta. Quell’era è sepolta.
Quando, oggi, Pechino alza la mano per bloccare una risoluzione che definisce “umanitaria”. ovvero mantenere aperte le rotte commerciali. sta lanciando un messaggio preciso al Sud Globale: l’unilateralismo americano non è più legge.
Arash Azizi, ricercatore alla Boston University, sottolinea come la frustrazione iraniana per le sanzioni e la guerra di logoramento abbia spinto Teheran a cercare risposte al di là di quelle diplomatiche, risposte di fatto.
IL CONTEGGIO DEI DANNI: MISSILI, POLITICA E PAZIENZA
Gli Stati Uniti stanno esaurendo i missili intercettori, il sostegno interno alla strategia di Trump è ai minimi storici, inchiodato al 40% e la pazienza economica sta svanendo.
Ogni giorno di petrolio a prezzi gonfiati erode i profitti delle aziende americane e il potere d’acquisto dei cittadini. A Washington si sperava di chiudere la partita in fretta, costringendo l’Iran al collasso attraverso un blocco che doveva apparire come una mera operazione di polizia marittima.
La realtà è che Teheran, nonostante le sanzioni che ne hanno devastato l’economia e la corruzione endemica, ha continuato a esportare.
La Cina ha costruito vie alternative, corridoi energetici terrestri che passano per il Pakistan e la Russia, aggirando il rischio navale. Hanno diversificato le forniture, accumulato riserve strategiche e investito in rinnovabili per ridurre, un chilo di carbone alla volta, la dipendenza dal greggio che passa per Hormuz.
Washington, al contrario, ha puntato tutto sulla supremazia navale, un’arma che oggi risulta sempre meno rilevante di fronte alla capacità di un avversario di sostenere la pressione economica.
IL SILENZIO SULLE LINEE ROSSE
Durante le trattative, il regime di Teheran ha fatto una richiesta precisa: la cessazione dell’arricchimento dell’uranio in cambio della fine delle ostilità. Un’offerta che l’amministrazione Trump ha accantonato, preferendo il terreno dello scontro.
La domanda da porsi, lontano dai proclami ufficiali, è semplice: chi sta davvero subendo il logoramento?
L’Iran, con la sua popolazione, che ha vissuto decenni sotto il tallone della repressione, ha sviluppato un’incredibile soglia di tolleranza al dolore.
La Cina, invece, ha scelto di stare a guardare mentre l’alleato iraniano, che lei considera un utile fornitore di energia a basso costo, dissangua politicamente ed economicamente gli Stati Uniti, in quella che è una strategia spietata.
Senza sparare un colpo, senza perdere un soldo in investimenti militari diretti, Pechino sta mettendo gli Stati Uniti di fronte alle proprie debolezze.
NETANYAHU E IL RISCHIO DI UN ACCORDO
Mentre i due schieramenti si studiano, il premier israeliano Netanyahu vede nel conflitto iraniano la sua ultima boa di salvataggio. La guerra ha ricompattato una società divisa, mettendo a tacere, almeno per ora, le inchieste giudiziarie che lo avrebbero portato fuori dal governo.
Se il conflitto si chiudesse con un accordo duraturo tra Washington e Teheran, la sua posizione precipiterebbe. Ecco perché, lontano dai microfoni, ogni tentativo di mediazione viene sabotato con chirurgica precisione.
Quando il vicepresidente Vance è atterrato a Islamabad per il primo round di colloqui, la Marina americana ha spostato due navi nel Golfo per operazioni di sminamento.
Un segnale, un avvertimento, perché Hormuz non ha bisogno di essere sminato, visto che navi cinesi, giapponesi, iraniane e di altre nazioni non ostili a Teheran hanno continuato a passare anche dopo il blocco iraniano.
I negoziatori iraniani, di fronte a tale pressione, si sono chiusi in un mutismo strategico, una tattica di sopravvivenza, perché sanno che la pazienza di Washington è a termine.
CHI HA VINTO DAVVERO IL 7 APRILE?
I leader europei, terrorizzati dall’aumento dei prezzi dell’energia, premono per una de-escalation che l’amministrazione americana non può concedere senza apparire debole e sconfitta anche agli occhi dei tifosi incalliti, i fan dei film di Hollywood, dove i marines sono tutti Rambo e gli altri tutti delle pippe.
È un circolo vizioso, perché il veto cinese non è stato un errore, ma il momento in cui Pechino ha tolto la maschera e ha detto all’America che non ha più il diritto di agire come poliziotto globale impunito.
L’era della libertà d’azione americana è finita.
Non perché non abbiano più missili, ma perché non hanno più la credibilità per usarli e l’economia per giustificarne il costo.
Il mondo si è accorto che l’America può essere bloccata, che due lettere, “NO”, poste da un ambasciatore a New York possono mandare in crisi una portaerei nel Golfo.
Resta da capire se Washington, di fronte a questo nuovo scenario, sia capace di adattarsi o se preferirà continuare a colpire l’acqua sperando di affondare un nemico che, nel frattempo, ha già costruito un ponte altrove.
Allora, chi ha mentito quando ha detto che questo blocco avrebbe riportato ordine nel Golfo?
E chi, tra i due attori principali, sta realmente pagando il prezzo di una stabilità che non esiste più?
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