Nel 1656, a Stoccolma, una moneta di rame pesava diciannove chili.
E con quel peso, serviva per comprare trenta chili di burro.
Se la moneta cadeva in mare, affondava e spariva, come la fiducia dei risparmiatori di oggi, tre secoli e mezzo dopo, quando un gruppo di uomini in giacca scura ha deciso di stampare 14.000 miliardi di dollari dal nulla.
Johan Palmstruch convinse il Re di Svezia di avere l’idea del secolo: sostituì il rame pesante con la carta, inventando il primo certificato di deposito europeo.
“Questo pezzo di carta vale cento monete di rame, custodite nel nostro caveau”, garantiva.
Una promessa.
Ma Palmstruch stampò più certificati di quanto rame avesse davvero nei depositi, così, quando i depositanti bussarono alla porta chiedendo il loro metallo, non ne trovarono abbastanza. La carta valeva zero.
E la storia si ripete oggi, cambia solo la valuta e la velocità delle stampanti che hanno a disposizione le nostre banche centrali.
LA GRANDE ILLUSIONE DEL CREDITO
Oggi, il meccanismo è lo stesso, solo più sofisticato. La Federal Reserve, la BCE, la Banca del Giappone: un blocco monolitico di istituzioni che si definiscono serie, custodi della stabilità dei prezzi e dell’occupazione.
Ma i dati ci dicono che il quantitative easing post-2008 non ha curato l’economia, l’ha drogata, ha allargato il fossato tra chi possiede azioni, immobili, obbligazioni, e chi sopravvive con uno stipendio che ogni anno compra meno di quello precedente.
Così, mentre le banche centrali inondano i mercati di liquidità, il fronte del Medio Oriente ci sbatte in faccia la realtà di una politica internazionale che non si gioca più sui tavoli delle riforme, ma sui campi di battaglia.
Come si faceva fino a un secolo fa, solo con armi tecnologiche e leve finanziarie globali al posto dei cannoni e della cavalleria.
Quando Donald Trump urla ai quattro venti che “la guerra è finita”, mente; non perché sia ignaro, ma perché la sua narrazione deve alimentare l’elettorato e non raccontare la verità.
Le fonti ufficiali libanesi, consultate nelle ultime ore, confermano che i contatti diplomatici sbandierati da Washington sono un miraggio, un po’ come quelli millantati tre settimane fa con Teheran e cominciati solo dopo che il regime iraniano ha minacciato di radere al suolo basi americane, pozzi petroliferi e sistemi di desalinizzazione in tutto il Medio Oriente, in risposta a “un’intera civiltà morirà stanotte”.
La guerra è brutta, ma è funzionale: serve a tenere in piedi un sistema che, senza il flusso costante di forniture militari e tensioni geopolitiche, crollerebbe su se stesso come il castello di carta di Johan Palmstruch.
IL CROLLO DI WALL STREET E IL FALLIMENTO DELLA LOGICA
Ottobre 1929.
Gli uomini che gestivano il denaro del mondo, Benjamin Strong, Montagu Norman, Hjalmar Schacht, Émile Moreau, erano prigionieri del dogma del Gold Standard.
L’oro era la loro religione, il rapporto fisso la loro bibbia.
Quando il mercato crollò, strinsero la cinghia, alzarono i tassi, riducendo la liquidità, e lasciarono fallire le banche, cioè fecero l’unica cosa che non dovevano fare.
Non per cattiveria, ma per un’ottusa fedeltà al dogma.
La Danaat Bank, la terza banca tedesca, saltò nel 1931. Hans Luther, capo della Reichsbank, fuggì da Berlino a Londra, poi a Parigi, chiedendo prestiti.
I francesi glieli concessero, ma a patto di smantellare l’economia tedesca. E fu da quel vuoto economico, da quella disoccupazione che bruciò i risparmi di una vita, che il Nazismo attinse la sua forza elettorale.
Non a caso, dal 1928 al 1933, il partito di Hitler passò da 12 a 107 seggi.
Chi oggi guarda ai grafici della disoccupazione in Grecia, Spagna o Italia con indifferenza, dimentica che l’inflazione e la miseria non sono numeri su pezzi di carta o sugli schermi, ma sono il catalizzatore di un risentimento che non ha mai smesso di covare sotto la cenere.
IL PARADOSSO DELLE BANCHE CENTRALI
Maggio 2007.
Ben Bernanke, l’allora presidente della Fed, davanti a una platea di economisti, dichiarava che le ricadute dei mutui subprime sul resto dell’economia sarebbero state trascurabili.
Quattro mesi dopo, invece, il sistema è esploso.
Gli uomini alla guida delle banche centrali non hanno visto la crisi o, peggio, l’hanno ignorata per non ammettere che il sistema era al collasso.
La risposta è stata un’iniezione massiccia di liquidità, una soluzione che ha salvato il sistema dal collasso immediato, ma che ha posto le basi per la bomba a orologeria che maneggiamo oggi.
Guido Mantega, ministro delle finanze brasiliano, fu uno dei pochi a chiamare le cose con il loro nome: “Questa è una guerra valutaria”.
Quando la Fed stampa, il dollaro si indebolisce, le valute emergenti si rafforzano, le loro esportazioni diventano care, le industrie locali falliscono.
Non è un effetto collaterale, ma il risultato strutturale di un sistema dove chi ha la macchina per stampare la valuta di riserva mondiale decide il le condizioni del resto del pianeta.
LA CINA E IL MITO DELL’INVULNERABILITÀ
La Cina ha osservato tutto questo in silenzio. E ha agito, poiché ha compreso che non poteva dipendere dal dollaro per sempre, così, ha iniziato ad abbandonare quote del debito americano e ad accumulare oro, spingendo anche per l’internazionalizzazione dello Yuan.
Quando il Financial Times riporta che la crescita cinese ha superato le previsioni occidentali nonostante le tensioni geopolitiche, non è un caso fortunato, ma il frutto di una diversificazione delle fonti energetiche e di una politica industriale che, piaccia o meno, ha costruito una base solida.
Gli analisti occidentali, prigionieri della propria narrazione, continuavano a gridare al “crollo imminente”, invece, la realtà è che il colosso asiatico si è mosso mentre l’Occidente era impegnato a discutere dei massimi sistemi e a ignorare i segnali di un sistema che scricchiola sotto il peso di un debito insostenibile.
DOVE SIAMO DAVVERO?
Oggi il sistema economico mondiale è un aereo che vola con il pilota automatico, ma senza la possibilità di bypassarlo e tornare al manuale.
Il “calabrone” dell’euro, come lo chiamava Mario Draghi, non dovrebbe volare. Una moneta unica senza unione fiscale, senza trasferimenti di ricchezza, senza mobilità del lavoro, è un’anomalia statistica destinata al fallimento. Eppure, vola. Ma vola consumando il carburante della fiducia.
Quando la Fed o la BCE decidono i tassi, non lo fanno senza conseguenze, ma decidendo chi deve pagare il conto della prossima crisi.
Il punto è che il conto è già arrivato, ma continuiamo a nasconderlo sotto la tovaglia. Gli investitori guardano ai rendimenti dei BTP come a un numero neutro, senza capire che quel numero è il termometro di una febbre che brucia la pensione di chi lavora.
Non c’è trucco e non c’è inganno: c’è solo un debito che cresce più veloce della ricchezza prodotta.
E allora, chi è davvero al comando?
Se molti economisti ai vertici, già dal 2011, ammettevano candidamente che il quantitative easing non aveva prodotto gli effetti sperati, significa che il sistema è in balia delle correnti. Gli stati sovrani si indebitano, le banche centrali comprano il debito per tenere i tassi bassi, il mercato si convince che il rischio sia sparito. Solo che il rischio non sparisce mai, cambia solo forma.
Ormai, sembra chiaro come le banche centrali non abbiano un piano B. Non possono vendere i titoli accumulati senza far crollare il mercato, non possono alzare i tassi senza mandare in bancarotta gli Stati. Sono incastrate nel loro stesso meccanismo.
La lezione di Palmstruch, quella della Germania di Weimar, quella del 1929 e del 2008, è sempre la stessa: la fiducia è il bene più raro. Proprio per questo, una volta finita, non esiste macchina che possa stamparla.
Allora, siamo davvero sicuri che la prossima volta, quando la musica si fermerà e le sedie non basteranno per tutti, qualcuno correrà a salvarci?
O faremo come i risparmiatori di Stoccolma di qualche secolo fa, tutti in fila davanti a un caveau vuoto?




