12 marzo, l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz; da quel momento, il 20% dell’offerta mondiale di petrolio è sparita dai terminali di carico. Un colpo duro, per l’economia globale, eppure, a guardare i mercati americani nelle settimane successive, si direbbe che la terra stia tremando sotto i piedi di qualcun altro.
Lo S&P 500 e il Nasdaq rimbalzano come se non ci fosse un domani, i guru del trading, quelli che sanno sempre cosa accadrà martedì prossimo alle tre del pomeriggio, inondano i social con il mantra di rito: “Il peggio è passato”.
Tuttavia, la realtà, che, come al solito, ha il pessimo vizio di non coincidere con le narrazioni di comodo, dice altro.
La benzina è schizzata al 35% in più rispetto a trenta giorni fa, i fertilizzanti hanno segnato un +56%, Il cherosene per gli aerei è raddoppiato e l’inflazione americana, quella che doveva essere “morta e sepolta” nelle proiezioni della Fed, è rimbalzata dal 2,4% al 3,3% in un solo mese.
È il salto più violento dall’ottobre 2021.
Qualcuno spieghi questa discrepanza, perché, mentre il cittadino medio paga il pieno il 35% in più e si prepara al rincaro dei generi alimentari, il mercato festeggia?
È l’evidenza del fatto che stiamo vivendo in una bolla dove la finanza ha deciso di ignorare la stagflazione, cercando di scappare in avanti, scommettendo sui rialzi.
IL GIOCO DEI RISARCIMENTI E IL SILENZIO DEI GOVERNI
Mentre a Washington si discute di come mascherare l’inutilità delle sanzioni, l’Iran, che ha subito i danni maggiori, non resta a guardare, infatti, Teheran ha avanzato una richiesta ufficiale: 270 miliardi di dollari di risarcimento.
Un conto salato, presentato a chi ha bombardato, a chi ha bloccato, a chi ha imposto embarghi senza mai fare i conti con la realtà delle forze in campo.
E qui il quadro si fa grottesco, perché… chi dovrebbe pagare?
Ovviamente, i governi che hanno alimentato il conflitto, Stati Uniti e Israele, ma è una domanda sospesa nell’aria rarefatta di quella diplomazia che era protagonista fino a qualche tempo fa, mentre le cancellerie europee, Italia compresa, balbettano.
La posizione ufficiale è il consueto “stiamo monitorando la situazione”, ma, sotto il tavolo, si fa la conta dei danni.
La Russia, nel frattempo, incassa. Il Cremlino ha quasi raddoppiato le entrate energetiche nel solo mese di marzo. Ovviamente, anche gli USA incassano di più dalla vendita di materie energetiche, ma i soldi spesi in Iran sono un salasso.
Le sanzioni americane all’Iran sono state tolte in parte, mai rimosse del tutto, per non far schizzare ulteriormente il prezzo del greggio in Occidente, mentre l’Europa, che ha deciso di colpirsi da sola, resta a guardare, pagando il conto energetico più salato del pianeta a causa della cecità e della pochezza dei propri leader, che ha detto di no a petrolio e gas della Russia, che costava fino a quattro volte meno e non era bloccato da nessuno.
LA FINTA PACE E L’IPOCRISIA DELLE CANCELLERIE
14 aprile. Parigi.
Macron e Starmer si collegano in videoconferenza con gli altri leader dei “paesi non belligeranti”.
L’ordine del giorno, almeno quello dichiarato, è la transizione energetica, un esercizio di retorica pura, degno delle migliori accademie, perché si discute di pannelli solari e pale eoliche per risparmiare e inquinare meno, quando lo stretto di Hormuz drena le risorse del mondo e Stati Uniti e Israele hanno causato disastri ambientali, bombardando raffinerie e pozzi petroliferi con migliaia di bombe.
Disastri ambientali mentre a noi chiedono di non circolare con l’auto vecchia di dieci anni, di essere green.
Il Papa chiede pace e il governo Meloni, che si professa solido baluardo di valori, reagisce con un’ipocrisia che tocca vertici nuovi, in nome dello schiaffo rimediato al referendum e degli ultimi sondaggi.
Si parla di pace, ma si tacciono le 42 vittime tra i manifestanti inermi in Iran, abbattuti nel silenzio complice di chi, per convenienza energetica, ha preferito girare la testa dall’altra parte.
Il paradosso non è un concetto astratto, ma il fatto nudo e crudo di ministri che siedono allo stesso tavolo con chi ha ordinato di sparare sulla folla, il tutto per la gloria di una transizione ecologica che, nei fatti, è solo un’altra forma di sottomissione energetica.
IL SOGNO DELLA CINA: IMPERO, NON REGNO
Mentre l’Occidente si perde in questo chiacchiericcio, Pechino non sta ferma.
Gli analisti di Limes ricordano che la Cina non cerca spazio, ma controllo di parte del pianeta.
Il concetto di Zhongguo, l’Impero del Centro, è il filo rosso che lega ogni mossa di Xi Jinping.
Non si tratta di un’ambizione territoriale qualunque, ma dell’idea di un mondo che orbita attorno a Pechino.
La Belt and Road Initiative non è un piano di investimenti, ma un’ipoteca sul futuro, così come le infrastrutture cinesi in Africa e in Asia non sono aiuti, bensì basi, porti, controllo delle vie del mare e della terra, costruito con la precisione di un orologiaio.
E la Cina ha imparato dagli errori altrui. Si è inserita nel vuoto lasciato dall’incapacità americana di gestire le crisi; mentre Washington si impantana in Medio Oriente, Pechino si muove nel silenzio, investendo in tecnologia, in intelligenza artificiale, in robotica.
Xi sa che il tempo gioca a favore di chi non spreca risorse in guerre inutili.
Eppure anche la Cina ha il suo tallone d’Achille, in quanto non ha più giovani, non ha più forza lavoro, e la sua economia interna scricchiola sotto il peso di una demografia che si è rovesciata rispetto agli anni Novanta del secolo scorso.
Tuttavia, oggi si inserisce come superpotenza economica, militare e anche diplomatica nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti.
Il presidente Xi Jinping ha annunciato al mondo che la Cina vuole scendere in campo con “un ruolo costruttivo” per la stabilità in Medio Oriente.
Lo ha detto a margine della visita a Pechino del principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a cui Xi ha presentato un piano in quattro punti per la pace e la stabilità: rispetto della coesistenza pacifica, coordinamento tra sviluppo e sicurezza, rispetto della sovranità nazionale e del Diritto internazionale.
Sugli ultimi due punti, è difficile che gli USA, che hanno sistematicamente violato la sovranità nazionale e violentato ogni norma del Diritto internazionale, possano scendere a compromessi.
La Cina è anche co-autrice del piano in cinque punti che ha portato alla fragile tregua di due settimane e agli incontri tra le delegazioni iraniane e americane.
IL FALLIMENTO DEL MODELLO E IL PESO DEL DEBITO
Torniamo ai numeri, quelli che non hanno opinioni.
Il prezzo del greggio, il costo delle utilità, il debito che non si ripaga da solo…
L’inflazione americana corre al 3,3% e chi ha investito in obbligazioni a lungo termine sta perdendo ricchezza ogni giorno, mentre i media parlano di una crescita che non esiste.
Le banche centrali hanno le mani legate, perché il mercato non risponde più alle loro direttive, perciò, la stagflazione sembra destinata a diventare la nuova realtà.
CHI PAGHERÀ IL CONTO FINALE?
Il punto è proprio questo: la guerra, quella in Iran, quella in Ucraina, quella in ogni angolo dove si gioca il potere, non è mai finita. È stata solo spostata, per ora, dalle bombe ai blocchi.
Il problema è che il costo è stato scaricato sul consumatore.
Le compagnie petrolifere registrano utili record, le banche si tengono strette i depositi, e i governi, che si dicono pronti alla “transizione”, continuano ad aumentare le tasse per coprire i buchi di bilancio.
Qualcuno ha detto che “il peggio è passato”.
Forse, per chi detiene il controllo dei dati, forse per chi ha già spostato il capitale in asset che godono dell’inflazione.
Ma per chi lavora, per chi ha un mutuo, per chi deve fare il pieno per andare in fabbrica, la realtà è che la crisi è solo all’inizio e i suoi veri effetti si vedranno solo da maggio/giugno.
Siamo in una trappola, perché, se la guerra continua, l’energia resta cara, i prezzi salgono e la crescita resta un miraggio. Tuttavia, anche se la guerra finisse domani, i costi di riparazione e la distruzione delle infrastrutture peseranno come pietre per anni.
E chi ha mentito? Chi ci ha raccontato che tutto era sotto controllo? Che sarebbe durata due settimane, massimo quattro, perché l’Iran era distrutto dopo 48 ore di bombardamenti?
Nessuno ne parla, intanto, la marea continua a salire ed è proprio il caso di dire che siamo quasi con l’acqua alla gola, anche se tanti se ne renderanno conto solo quando saranno costretti a non usare l’auto la domenica e, forse, anche qualche altro giorno alla settimana.
Con l’incognita di come sarà il mondo quando il blocco di Hormuz finirà: saremo ancora in piedi? E, soprattutto, mentre la marea sta sommergendo il mondo intero, chi è che si scoprirà più ricco di ieri?
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