LA FAMIGLIA DI ITALO ED EUROPA E IL SEGRETO DELLA SPESA CHE CI COSTA IL DOPPIO E CI RENDE COMPLICI

di Pasquale Di Matteo

C’è un odore particolare nelle case dove si vive di ricordi filtrati da vecchi rancori e vecchie paure. Odora di polvere, di caffè corretto per dimenticare il freddo e di silenzi troppo lunghi per non dover dare risposte che imbarazzerebbero.

Nella villetta dove Italo ed Europa crescono i loro figli, Marco e Fabio, le regole contano, si respirano nell’aria pesante dell’inflessibilità dei genitori. Le regole si rispettano. Sempre.

I ragazzi hanno imparato presto a leggere i piccoli movimenti del volto del padre, la rigidità nelle spalle della madre quando si siede a capotavola. La famiglia, dopotutto, è un ingranaggio delicato, soprattutto quando fuori, nel grande isolato commerciale del quartiere, si muovono gli zii. Quelli ricchi. Quelli che hanno fatto fortuna con le loro attività commerciali.

La geografia di quel quartiere è semplice, quasi elementare, anche se nasconde trappole.

C’è lo zio Chen, laggiù, dietro l’insegna al neon che frigge nella nebbia della sera. Un tipo strano. Lavora sempre, nel retrobottega, non si ferma mai, le sue mani si muovono veloci tra componenti elettronici e chip microscopici.

“Poco cervello, solo braccia”, ripete sempre Italo scrollando le spalle, mentre ordina comunque l’ultimo modello di schermo piatto dal suo magazzino.

Chen fa paura perché non parla la loro lingua, perché le sue finestre restano illuminate tutta la notte. Lo si osserva con quel sospetto misto a superiorità che si riserva a chi serve a tavola, ma non è invitato a sedersi.

Poi c’è Vlad. Vlad abita all’angolo opposto, dove il vento soffia più freddo e la terra è dura da coltivare. È uno sulle sue. Non offre mai da bere, non sorride, se non per una smorfia che somiglia più a un avvertimento. Vlad produce da sé ciò che vende, carbone, legna e bombole di gas, perciò li propone a prezzi stracciati.

Nessuno lo ama, ma tutti hanno bisogno del suo calore quando l’inverno picchia duro.

E poi, naturalmente, ci sono loro. I preferiti da sempre.

Zio John è quello che tutti fanno finta di rispettare perché, se non lo fai, la mattina dopo potresti trovarti con le gomme dell’auto tagliate o con il vialetto di casa bloccato dal suo immenso fuoristrada.

È sempre stato un prepotente. Fin da ragazzo, quando si prendeva i giochi degli altri e pretendeva pure un ringraziamento. Tratta tutti come se fossero dei ritardati mentali, ma ha il portafoglio gonfio e una parlantina che addolcisce anche il cemento.

Infine, Nathan. Lo zio intoccabile. Nathan non vende nulla di tangibile. Non ha bisogno di faticare dietro a un bancone perché c’è John che gli copre le spalle, che gli firma gli assegni e gli sussurra all’orecchio che lui è speciale. Nathan è l’angelo della famiglia. Anche quando le sue mani sono sporche di qualcosa di oscuro, a tavola si parla di lui come di un martire. Un santo che cammina tra i peccatori.

Questo è stato lo scenario per qualche tempo, ma, a un certo punto, qualcosa si è rotto e gli equilibri sono cambiati.

La tempesta scoppia in un martedì qualunque. Vlad ha deciso che il negozio di fiori accanto al suo, gestito da un vicino debole e indebitato, fa parte della sua proprietà. Ha spostato i paletti di ferro della recinzione di notte. Poi ci ha parcheggiato dentro il suo camion. Un abuso in piena regola, violento e senza giustificazioni.

La reazione di Europa è immediata. Sbatte i pugni sul tavolo della cucina, facendo tremare le tazze di porcellana sulla credenza.

«Con Vlad abbiamo chiuso!», grida, con gli occhi lucidi di una rabbia che sembra covare da anni. «Niente più gas, niente più carbone. Che muoia congelato nel suo squallido angolo».

Italo annuisce, rigido, mentre firma un assegno da mandare al fiorista derubato per comprare nuovi vasi e per resistere alla violenza di zio Vlad.

Marco e Fabio si fissano con occhi scettici.

Il freddo inizia a farsi sentire nelle loro camere da letto già la settimana successiva. Le bollette della spesa sono quadruplicate perché ora, per riscaldarsi, l’unica alternativa è comprare le bombole di zio John.

«Zio John ci sta dissanguando» fa notare Fabio una sera, stringendosi nel maglione di lana. «E poi ci tratta come pezzenti ogni volta che andiamo a ritirare il carico. Ci ride in faccia. Dice che dovremmo ringraziarlo per la sua generosità».

«Zitto», risponde Italo senza alzare gli occhi dal giornale. «John ci protegge. John è la democrazia del quartiere».

«Ha ragione papà!» afferma Marco. «Senza zio John, saremmo soli contro quel bullo di zio Vlad. Io preferisco pagare di più per la democrazia.»

La democrazia, sì. Quella parola che in casa loro ha sempre avuto il suono distorto di un nastro rotto.

Po è arrivato il boato nel cortile accanto. Il sabato sera in cui la terra ha tremato davvero.

Nathan, l’angelo intoccabile, ha deciso che non poteva più tollerare la vista delle case popolari che sorgevano intorno alla sua villa. Dice che lo guardavano male, che i loro figli facevano troppo rumore, che erano una minaccia alla sua pace dorata. Che un giorno avrebbero colpito la sua villa.

Così, con una metodica e spietata precisione, ha piazzato delle cariche di dinamite. Intere palazzine sono venute giù in un turbine di polvere grigia, mattoni e urla che sono rimaste sospese nell’aria per giorni.

Dal suo portico, zio John ha guardato la scena fumando un sigaro. Ha fatto un cenno di approvazione col capo. «Ha fatto bene, perdio! Aveva il diritto di difendere la sua vista sul giardino.»

Fabio corre in cucina, col respiro corto e le mani che gli tremavano per il freddo e per la paura. «Mamma, papà, avete visto cosa ha fatto Nathan? Ha cancellato un intero isolato! Dobbiamo fermarlo. Dobbiamo smettere di parlargli, dobbiamo togliergli i fondi, dobbiamo fare qualcosa per la povera gente rimasta sotto le macerie!»

Europa non si volta nemmeno dal lavandino. Continua a lavare i piatti con una flemma che fa accapponare la pelle. «La situazione è complessa, Fabio. Nathan ha le sue ragioni. Quei vicini erano una cattiva influenza. Non puoi capire i dettagli di certe dinamiche.»

«Ma anche zio Vlad sosteneva che i vicini…»

«Non dire cretinate! Zio Vlad è un violento e basta.» Marco ha emesso il suo giudizio, in difesa della madre. «A sostegno di zio Nathan, invece, ci sono dinamiche importanti da considerare.»    

«Dinamiche?! Se lo fa Vlad è un crimine, se lo fa Nathan è “complesso”? Ma vi sentite quando parlate?»

Italo si alza in piedi, lasciando strisciare la sedia sul pavimento in uno stridio simile a un gesso sulla lavagna. Il suo volto è una maschera indecifrabile per Fabio. «Nelle nostre stanze non si giudicano gli amici di vecchia data. Ricordati sempre chi ti dà da vivere. Fabio, fila in camera tua, che è meglio.»

Ma la verità ha le gambe lunghe e corre veloce, anche quando si cerca di azzopparla.

Pochi mesi dopo, zio John decide di allargare il suo impero personale. Non gli basta più vendere a prezzi esorbitanti. Vuole il controllo totale. Così, prende di mira due negozi storici della via principale.

Al primo si presenta con due dei suoi scagnozzi migliori. Spiega al proprietario, con quel sorriso largo e falso che usa per i selfie di famiglia, che da quel giorno in poi la gestione passerà nelle sue mani. «O firmi l’atto di vendita per un dollaro, o questo bel negozio potrebbe accidentalmente prendere fuoco», gli sussurra, accarezzando il bancone con un anello pesante. Il proprietario, terrorizzato, firma e scappa, con una valigia preparata in tutta fretta.

Il negoziante si nasconde in una capanna e da lì comincia a tirare sassate contro le attività di John, che gli fa mitragliare la capanna.

Nel secondo negozio, John va persino oltre. Fa rapire il titolare nel cuore della notte, lo chiude in un seminterrato e mette alla cassa uno dei suoi dipendenti più fedeli, un uomo senza spina dorsale che risponde solo ai suoi ordini. Da quel momento, ogni singolo centesimo incassato da quel negozio finirà direttamente nelle tasche capienti di John.

Fabio e Marco assistono a tutto. Vedono la prepotenza travestita da ordine pubblico, la rapina spacciata per riorganizzazione aziendale.

«Ora basta» dice Marco durante la cena, posando le posate sul piatto vuoto. «Dobbiamo diseredare John. Dobbiamo smettere di comprare da lui. Se abbiamo isolato Vlad per molto meno, dobbiamo farlo anche con John. E anche con Nathan, che continua a essere finanziato da lui e gettare bombe sui vicini. È giustizia elementare. È l’unica cosa coerente da fare».

Il silenzio che segue è così denso che si potrebbe tagliare con il coltello del pane.

Europa posa la forchetta. Guarda Fabio on una freddezza che non appartiene a una madre, ma a un giudice che ha già emesso la sentenza prima di ascoltare i testimoni.

«Tu non sai di cosa stai parlando». dice con voce bassa, quasi un sussurro che striscia sul pavimento come una biscia. John è la nostra sicurezza. Senza di lui saremmo soli in questo quartiere di lupi. John è nostro amico.»

«Ma ruba! Distrugge! Umilia le persone!» grida Fabio, con le lacrime agli occhi per la frustrazione di non essere ascoltato.

«Vlad è il male» taglia corto Italo, con una durezza che non ammette repliche, la stessa che si usa per chiudere una bara. «Solo Vlad. Mettiti questo in testa se vuoi continuare a mangiare a questa tavola.»

«Ben detto, papà!» Marco osserva il padre come se indossasse un mantello da supereroe. Fabio resta in silenzio, con gli occhi sul suo piatto.

Fuori dalla finestra, le luci del negozio di John brillano, arroganti nel cielo scuro, mentre l’ombra di Nathan si allunga sulle rovine ancora fumanti del vicinato. E in quella casa, che un tempo si diceva libera, l’unica cosa rimasta è il freddo di una verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce.

SE NON ODI I RUSSI, NON ALLENI LA NAZIONALE? MALDINI E LEONARDO SCAPPANO DAL CIRCO AZZURRO

di Pasquale Di Matteo

È durata quanto un gatto sulla A1, sedici giorni.

Tanto è bastato a due vincenti nati, due persone serie come Paolo Maldini e Leonardo, per capire che l’aria di Club Italia è irrespirabile per chiunque abbia l’abitudine di camminare a schiena dritta e di pensare con la propria testa.

I due dirigenti si sono sfilati il camice e hanno abbandonato il reparto di terapia intensiva del nostro calcio, lasciando i primari con le loro tessere di partito in tasca a litigare sulle cartelle cliniche.

Così, l’ennesimo tentativo di rifondazione è naufragato appena lasciato il porto.

L’ANNUNCIO DI LAVORO PERFETTO: REQUISITI PER LA PANCHINA AZZURRA

Se oggi la Federazione dovesse pubblicare un annuncio per la ricerca del nuovo Commissario Tecnico, il testo sarebbe più o meno questo:

“Cercasi CT disperatamente. Non si richiede competenza tattica, né fame di vittorie. Il candidato ideale non deve avere spirito di iniziativa, ma deve possedere una spiccata attitudine alla sottomissione, non deve mettere in discussione lo status quo, non sollevare dubbi su terapie geniche di sorta, e deve guardarsi bene dal disturbare i manovratori della politica nostrana ed europea. Skill indispensabile: un odio viscerale, pubblico e certificato contro il nemico russo, brutto, sporco e cattivo.”

Sì, perché l’imperdonabile peccato di Andrea Pirlo, il candidato forte di Maldini e Leonardo, non è stato quello di avere un’idea di calcio forse acerba e di non aver vinto ancora nulla in panchina. Il suo vero crimine è geopolitico: aver partecipato a un evento a Mosca e avere un contratto di sponsorizzazione con Fonbet, colosso russo delle scommesse.

Così, il clero della morale pubblica si è stracciato le vesti, manco Pirlo avesse chiesto di giocare un mondiale in un Paese autoritario come il Qatar o tra le rovine di Gaza, dove sarebbe stato difficile far finta di non vedere il nostro doppio standard.

IL DOPPIO STANDARD DI UN SISTEMA IPOCRITA

La purezza d’animo dei nostri dirigenti è commovente, se non fosse ridicola.

Andrea Pirlo viene messo all’indice per una sponsorizzazione legata al betting in terra russa, mentre la FIFA stringe accordi miliardari con colossi statali del petrolio e partner di scommesse senza che nessuno batta ciglio nei piani alti di Zurigo.

In Italia, la Lazio scende in campo con lo sponsor Polymarket, piattaforma di scommesse crypto, la Roma pubblicizza la Riyadh Season e il Paris Saint-Germain fa da vetrina alle campagne del Qatar.

I politici nostrani non si vergognano di affermare che il Diritto internazionale vale solo fino a un certo punto, quando si tratta di chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie di fronte ai crimini di Israele a Gaza, in Libano e in Cisgiordania, e di fronte alle aggressioni americane all’Iran, contrarie a ogni forma di diritto e trattati internazionali.

Ma il problema etico, l’unico vero scandalo nazionale in grado di paralizzare la scelta del CT azzurro, è il contratto di Pirlo.

Un cortocircuito comunicativo e politico che dimostra una cosa sola: il calcio, da noi, non è più uno sport, ma una succursale del teatrino politico.

ALTRE NAZIONALI CI METTONO ORE, DA NOI DECIDE IL CODACONS

Mentre le federazioni estere, quando si trovano senza guida tecnica, impiegano quarantotto ore per firmare un contratto e presentare il nuovo allenatore ai media, vedi Jürgen Klopp alla Germania, in Italia la questione diventa un affare di Stato.

Per scegliere chi deve schierare undici ragazzi su un prato verde dobbiamo attendere il verdetto di Carlo Calenda e della sua crociata antirussa, le diffide del Codacons che minaccia ricorsi al TAR del Lazio per violazione del Decreto Dignità, le patenti di presentabilità firmate dal partito di turno e le riunioni fiume dei vari consigli d’amministrazione.

Fino a sentire il parere di chi ha pulito i cessi a Coverciano, perché non si sa mai, metti che abbia qualcosa da ridire sull’etica, sul Diritto internazionale o sui diritti umani. Ma sempre contro la Russia, ovviamente. Qualora nominasse Tel Aviv o Washington, sarebbe solo rumore di fondo.

Questo teatrino, che va avanti da decenni, ha sistematicamente ucciso il calcio italiano. E anche il sistema Paese, del resto. Perché abbiamo sostituito la meritocrazia con la lottizzazione e la competenza con l’ideologia.

Senza dimenticare che in Italia sono tutti CT, anche chi, al più, ha sollevato la coppa dell’Acli al torneo estivo. Basta entrare in qualunque bar e scegliere a caso.

Poi, certo, ci sarebbe anche da ricordare l’art 21 C., per cui anche un CT, ma non vorremmo scomodare il circo guerrafondaio di quest’era orweliana.

Perciò ci resta il risultato, che è sotto gli occhi di tutti: stadi fatiscenti, riforme strutturali costantemente rimandate, tre mondiali guardati dal divano di casa e una Nazionale ridotta a un ammasso di macerie, con tre o quattro giocatori di caratura internazionale e il resto pescati dalla metà classifica della Serie A, perché i club che contano non puntano sui giovani, ma sugli stranieri.

Perché un nome esotico fa vendere più magliette di un diciottenne con un cognome normale, come Rossi, Bianchi, Russo.

Consoliamoci.

Non saremo più campioni del mondo per chissà quanto, ma facciamo ancora molto rima con “campioni”, con un’altra parola che definisce perfettamente chi si ostina a seguire questo circo di perdenti.

In tutto questo marasma, l’unica nota di dignità è rappresentata dal passo indietro di Paolo Maldini e Leonardo. Persone serie, abituate a vincere sul campo e nella vita, che hanno capito di essere state usate come figurine per dare un volto pulito e vincente a un sistema marcio e disastroso.

Hanno fatto benissimo ad andarsene.

Lasciare il Titanic prima che coli a picco non è codardia, ma legittima difesa contro la mediocrità.

Perché Maldini e Leonardo sono vincenti, persone da albergo di lusso, da multinazionale che voglia tornare grande; non puoi pretendere che restino in una topaia di perdenti che non vogliono diventare neppure un due stelle o che restino ai vertici di una fabbrichetta a conduzione familiare, dove il figlio del titolare, col diploma tecnico, pretende di essere amministratore delegato in virtù del suo legame con i piani alti.

LA CINA CONTROSANZIONA L’EUROPA E IL FUTURO SI FA SEMPRE PIÙ NERO

di Pasquale Di Matteo

Ci risiamo.

L’ennesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo, per chi volesse tenere il conto di questo delirio, è stato approvato a Bruxelles con il consueto rullo di tamburi, i soliti brindisi di autocompiacimento e quella retorica bellicista che ormai incanta sempre meno persone.

Resta solo da capire se avrà gli stessi “effetti dirompenti” decantati da Draghi, parlando del primo pacchetto del 2022.

In soldoni, funzionerà questo nuovo pacchetto di sanzioni? Ovviamente no.

Perché i medici sono gli stessi del primo pacchetto. E quando un medico è incapace, il paziente ha due scelte: o cambia medico o muore. Il paziente siamo noi e abbiamo lo stesso medico del 2022. Perciò, comincerei a grattarmi in luoghi intimi…

Perché la situazione non è grave, ma peggio.

Da un lato, ci sono i nostri statisti da salotto che urlano alla fermezza inflessibile contro l’invasore russo; dall’altro, gli stessi rigoristi fanno la fila dietro le quinte per implorare la loro personale fetta di eccezione. Le chiamano “deroghe”, che è il termine diplomatico per dire ipocrisia.

La Grecia, per dire, non può proprio fare a meno di commerciare il gpl russo; l’Italia e la Francia, preoccupatissime per le sorti del turismo di lusso, hanno preteso che non si toccassero i visti per i cittadini russi.

La Germania ha dovuto proteggere lo stoccaggio del pesce.

Tutti rigorosi con la tasca degli altri, insomma. Ma ancora nulla sugli altri aggrediti e aggressori: Gaza, Libano e Iran, da un lato, e Israele e Usa dall’altro. Perché il Diritto internazionale vale, ma solo quando non è una seccatura per i nostri amici, come si evince.

Nel frattempo, mentre noi giochiamo a fare i duri nei comunicati stampa, un recente studio rivela che i porti della Georgia hanno tranquillamente piazzato in Europa carburante raffinato contenente petrolio russo per la modica cifra di 1,2 miliardi di euro.

Lo hanno fatto sfruttando le colossali falle normative delle nostre sanzioni. Ma noi, dall’alto del nostro tempio morale, facciamo finta di non vedere.

Poi, puntuale come una tassa, arriva la realtà. E stavolta parla cinese.

Pechino, stanca delle nostre pagliacciate geopolitiche e delle sanzioni europee che hanno osato colpire le sue aziende che hanno rapporti con la Russia, ha deciso di applicare la legge del taglione.

Niente più esportazioni di beni a duplice uso (dual-use) verso 14 entità europee, tra cui una italiana.

Tradotto per i non addetti ai lavori: stop a microchip, tecnologia avanzata, componenti elettroniche essenziali per la difesa e l’industria ad alta tecnologia.

Tra i soggetti colpiti dalle sanzioni cinesi figura anche il gruppo italiano Lafert, i cui dipendenti potranno ringraziare il governo italiano e l’Europa.

Al di là degli effetti immediati sulle commesse delle aziende sanzionate, in ottica futura, invece, visto che dipendiamo dalla Cina, con che cosa pensiamo di fabbricare le armi per il tanto sbandierato riarmo europeo se le materie prime e i componenti li importiamo da chi abbiamo deciso di sanzionare?

Forse pensiamo di produrre droni e sistemi di puntamento usando la corteccia degli alberi o crediamo ancora alla fuffa dei giornalai della propaganda, che narravano di microchip smontati dai tiralatte ucraini?

Tutta la tecnologia di cui ci vantiamo, compresi gli smartphone da cui i nostri politici twittano il loro meglio, o il peggio, è fatta con componentistica asiatica. Ora la Cina ci taglia quei componenti. Ci scrolla come fossimo forfora sulle spalle.

E noi rimaniamo lì, con le nostre sanzioni da quattro soldi in mano e la bolletta energetica triplicata per le tasche degli europei, soprattutto per quelli il cui potere d’acquisto è crollato negli ultimi decenni, come gli italiani.

In tutto questo, la pasionaria delle sanzioni, Kaja Kallas, continua a ripetere che questo è “il più grande e devastante pacchetto di sanzioni degli ultimi quattro anni”.

Lo aveva detto anche presentando il precedente.

Sembra lo spot dell’ultimo modello di iPhone: ogni anno esce quello definitivo, quello che risolverà tutto, salvo poi scoprire che fa esattamente le stesse cose di quello precedente, solo che costa di più.

A furia di sanzioni “devastanti”, l’unica cosa che è stata devastata finora è la competitività delle imprese europee e la fiducia nell’Europa da parte dei suoi cittadini, poiché, mentre la nave imbarca acqua, i capitani si divertono a spostare le sdraio sul ponte.

In Germania, intanto, salta il ministro della Salute, cambia il capo della Cancelleria federale, si sostituisce il segretario generale della CDU, salta persino il ministro dei Trasporti. Tutti segnali inequivocabili di un governo in bilico e di una popolazione tedesca pronta ad affossarlo alle prime elezioni, votando in massa per l’estrema destra.

Chi sta vincendo la partita non cambia continuamente i pezzi sulla scacchiera; se lo fai, significa che sei alla disperata ricerca di una mossa per evitare lo scacco matto.

E in Italia?

Noi abbiamo il governo “più stabile e longevo della storia repubblicana”. Una stabilità talmente granitica che, invece di occuparsi di stipendi da fame, sanità al collasso, transizione industriale e criminalità in aumento, passa le giornate a modificare la legge elettorale per blindare le proprie poltrone.

Lo chiamano “Stabilicum”, termine coniato in falso latino, l’ennesima formula magica per far credere ai cittadini che il problema dell’Italia sia la governabilità e non l’assoluta mancanza di visione sia di chi ci governa sia di chi sta all’opposizione, totalmente assuefatti ai capricci di Bruxelles e di Washington.

Cambiano i simboli, si ribaltano i copioni della sceneggiata sulla sovranità della repubblica, ma l’agenda politica non cambia.

La verità è che la stabilità che cercano non è quella del Paese, ma quella della loro permanenza in Parlamento e della permanenza di un sistema che piaccia a Bruxelles e a Washington.

Se proprio dovete tradire le promesse elettorali, almeno fatelo per fare il bene degli italiani, non per garantirvi altri dieci anni di stipendio pubblico mentre aumentano la povertà e l’insicurezza, sia interna sia dall’esterno, per colpa di politiche da 1984 di Orwell.

Ma forse, a forza di guardare il mondo attraverso le lente deformata della propaganda, hanno davvero finito per credere che il boomerang, una volta lanciato, non torni mai indietro e che le nostre sanzioni siano davvero devastanti.

In un meme che girava qualche tempo fa sui social, si diceva che Fantozzi cominciasse ad avere qualche dubbio alla settantesima volta. Noi siamo al ventunesimo pacchetto.

Speriamo che nella classe politica italiana ci sia almeno qualcuno un po’ più sveglio di Fantozzi, perché temo che non ci sia modo di restare vivi fino a settanta.

Io non vedo nessuno. Voi?

PETROLIO OLTRE I 100 DOLLARI. IL GIOCO SPORCO DEI DOPPI STANDARD CHE I MEDIA NON VI RACCONTANO

di Pasquale Di Matteo

L’intelligence americana cade improvvisamente dal pero. Gli analisti della CIA, dai loro uffici climatizzati a Langley, fanno sapere di aver avviato indagini serratissime per verificare il sospetto che la Russia starebbe aiutando l’Iran.

Quella che i nostri media davano sconfitta dall’Ucraina già nel 2023, in seguito alla grande controffensiva di maggio. Dopo averla data già per spacciata l’anno prima, per le nostre sanzioni dagli effetti devastanti.

La stessa data per spacciata il mese scorso.

Ebbene, la Russia starebbe aiutando l’Iran. Ohibò, qualcuno avvisi questi signori che hanno appena scoperto l’acqua calda.

Teheran vende droni a Mosca per la guerra in Ucraina, le due capitali si scambiano dati satellitari e intelligence militare da anni, ma per i report di Washington questa è ancora una notizia da trattare con la prudenza delle grandi rivelazioni d’intelligence.

E qui già si spiegano tante cose… ma tant’è.

Nel frattempo, mentre a Washington si compilano dossier inutili e si ragiona sulle ovvietà, nello Stretto di Bab el Mandeb si consuma quel dramma per cui noi di Tamago mettevamo in guardia già lo scorso maggio.

L’Arabia Saudita pensava di aver trovato la furbata del secolo: per aggirare lo Stretto di Hormuz, reso impraticabile dalle continue scaramucce tra Teheran e le navi occidentali, Riad ha investito miliardi in un oleodotto trans-peninsulare, con lo scopo di portare il petrolio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per poi spedirlo in Europa e in Asia senza dover chiedere il permesso agli ayatollah.

Una strategia intelligente, quasi perfetta sulla carta.

Peccato che i ribelli Houthi dello Yemen, una milizia sciita armata e finanziata dall’Iran, abbiano preso di mira le petroliere saudite Seila e Laila, colpendo duro e costringendo una decina di altre navi a fare retromarcia.

Il messaggio inviato a Riad è stato recepito forte e chiaro: non c’è via di fuga. Se l’Iran è sotto assedio, lo sarà anche il petrolio dei suoi storici rivali.

Ed è qui che crolla il castello di carte dell’economia globale.

Perché Bab-el-Mandeb non è solo un nome difficile da pronunciare per i telegiornali della sera, ma è quel collo di bottiglia che regola il transito del 40% del commercio marittimo italiano.

Quando quel passaggio si stringe, le navi cargo e le superpetroliere sono costrette a circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di viaggio di settimane e facendo saltare i bilanci delle compagnie assicurative.

Ecco perché il prezzo del petrolio è schizzato istantaneamente sopra i 100 dollari al barile.

Mentre il cittadino europeo si prepara a subire l’ennesima ondata di rincari mascherata da “crisi imprevedibile”, la politica internazionale continua a usare due pesi e due misure.

Siamo sommersi da dichiarazioni di condanna per l’alleanza tra Mosca e Teheran. Ci viene spiegato che chiunque offra supporto a paesi sotto sanzione è, di fatto, complice di crimini internazionali.

Eppure, gli stessi governi europei continuano a mantenere saldi rapporti commerciali, diplomatici e militari con Israele, mentre quest’ultimo bombarda Gaza, invade la Siria e colpisce il Libano.

In quel caso, si capisce, non siamo complici. Lì si tratta di “diplomazia necessaria”, di “scambi strategici” che non meritano sanzioni, e guai a chi prova a mettere in discussione i contratti di fornitura.

Perché l’Europa è una tecnocrazia retta da un consiglio d’amministrazione che deve costruire il nemico russo per sviluppare l’industria bellica.

Poi c’è Trump, che, dalla sua piattaforma Truth, ha promesso che, in caso di nuovi attacchi alle petroliere saudite, scatenerà contro l’Iran una forza militare “mai vista prima”. La stessa promessa di circa quattro mesi fa.

Ha persino aggiunto un tocco di spregiudicatezza finanziaria, spiegando che i danni subiti dagli alleati sauditi verranno risarciti confiscando direttamente i fondi iraniani congelati dagli Stati Uniti.

Benjamin Netanyahu, dal canto suo, non aspetta altro che questa scintilla per poter finalmente legittimare una guerra su larga scala nella regione, guerra che Israele cerca da sempre.

La realtà che emerge da questa crisi è che non esiste un mercato libero del petrolio, così come non esiste una legalità internazionale uguale per tutti. Esiste solo una gigantesca scacchiera dove le pedine si muovono al ritmo degli interessi energetici e della propaganda.

E mentre i leader mondiali giocano a fare i duri nei loro post sui social, noi continuiamo a pagare il prezzo delle loro ipocrisie.

I TUOI SOLDI NON SONO TUOI. ECCO COME LE BANCHE POSSONO DECRETARE LA TUA MORTE CIVILE (E PERCHÉ NESSUNO NE PARLA)

di Pasquale Di Matteo

È un nuovo tribunale delle idee.

Vi svegliate una mattina e scoprire che la vostra carta di credito è un pezzo di plastica che non funziona. Il vostro bancomat respinge la tessera con un freddo messaggio sullo schermo.

Provate ad accedere all’applicazione sul telefono, ma le credenziali risultano invalidate.

Non potete fare la spesa. L’affitto o il mutuo non verranno pagati. Lo stipendio continua a essere accreditato sul vostro conto, ma fluttua in un limbo digitale a cui non avete più diritto di accedere.

E tutto ciò, senza che voi abbiate commesso alcun reato, senza che un giudice abbia stabilito qualche forma di pignoramento.

Non c’è alcun provvedimento della magistratura contro di voi, nessuna indagine della Guardia di Finanza. Semplicemente, un algoritmo o un consiglio di amministrazione privato ha deciso che il vostro profilo non è più gradito.

Stia pensando che è impossibile?

Ti sbagli. Benvenuto nella modernità della scomunica finanziaria.

Un tempo si finiva all’indice dei libri proibiti, o con una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla pelle o, nei casi peggiori, al confino. Oggi, invece, basta un clic per essere cancellati dal consorzio umano.

Un caso noto è accaduto a Torino.

Un cittadino si è ritrovato con i conti correnti bloccati da un istituto di credito a causa delle sue idee, delle sue posizioni politiche non allineate ai pensieri unici dominanti.

L’uomo ha deciso di difendersi e si è rivolto al Tribunale di Torino, sperando che la Costituzione o il buon senso lo tutelassero, ma la risposta dei giudici piemontesi è stata una doccia gelata: la scelta della banca è legittima, poiché la decisione di un ente privato, al proprio interno, è insindacabile, anche se priva di motivazione.

La logica del tribunale è formalmente ineccepibile all’interno di un sistema neoliberista. La banca è un’impresa privata. In quanto tale, gode della libertà contrattuale di scegliere con chi fare affari e con chi no. Se non le piaci, ha il diritto di darti il benservito.

Tuttavia, è evidente un cortocircuito logico enorme, poiché, se da un lato lo Stato ti obbliga a passare attraverso le forche caudine del sistema bancario per compiere qualsiasi azione quotidiana, ma dall’altro consente alle banche di escluderti a loro totale discrezione, tu diventi uno schiavo e perdi la tua libertà.

Puoi dire e fare solo all’interno di ciò che piace alla tua banca.

Lo Stato vieta l’uso del contante sopra certe soglie, impone la tracciabilità assoluta, vi costringe a ricevere lo stipendio o la pensione esclusivamente su un conto corrente e a pagare tasse, bollette e balzelli tramite canali telematici.

Lo Stato, insomma, dichiara che senza una banca non potete esistere come soggetti giuridici ed economici. Tuttavia, se la banca vi chiude il conto, lo stesso Stato si gira dall’altra parte, nascondendosi dietro il dogma della “libertà d’impresa”.

Siamo di fronte a una vera e propria privatizzazione del diritto di cittadinanza.

La vicenda di Torino è quella capitata a Francesco Toscano, fondatore di Visione TV. Nel 2022, Toscano pubblica un libro contenente un saggio del presidente russo Vladimir Putin.

Un’operazione editoriale che nell’Occidente liberale dovrebbe essere protetta dal principio cardine della libertà di stampa, come sancisce la nostra stessa Costituzione.

Invece, Toscano viene convocato dal direttore della sua filiale bancaria per un insolito “colloquio chiarificatore” sulle sue posizioni geopolitiche. Pochi mesi dopo, il suo conto viene chiuso.

Di fatto, la banca non si limita più a custodire il denaro o a erogare credito, ma diventa custode dell’ortodossia ideologica, una sorta di ufficio politico d’indagine sul pensiero dei propri correntisti.

Il silenzio della sinistra intellettuale e dei paladini dei diritti civili su questa vicenda è assordante, poiché sono i più attenti a usare parole come “inclusione” e “democrazia”, ma sembra accettino supinamente che un individuo venga spogliato della possibilità di sopravvivere dignitosamente solo perché esprime opinioni sgradite al sistema.

È il capolavoro del moderno controllo sociale, dove non serve più incarcerare i dissidenti politici o trascinarli in tribunale, creando scomodi martiri dell’opinione pubblica, ma è molto più pulito, efficiente e silenzioso togliere loro l’ossigeno finanziario.

Senza denaro tracciabile, un dissidente diventa un fantasma. Non può viaggiare, non può fare la spesa, non può finanziare le proprie attività, non può pagare nemmeno un legale per fare far valere i propri diritti.

Viene ridotto all’impotenza senza che sia stata versata una sola goccia di sangue, senza violenza fisica, nell’indifferenza generale.

Il controllo non si esercita più con le guardie armate sulle torrette, ma attraverso il tracciamento millimetrico di ogni centesimo speso. E se il direttore di una banca ha idee politiche diverse, può bloccarti tutti i conti. E se altri istituti sono guidati da persone che la pensano diversamente, possono non aprirteli, impedendoti ogni possibilità di vivere.

Chi controlla i soldi controlla la vita.

La transizione verso una società priva di contante non è mossa da un afflato filantropico di lotta all’evasione fiscale, ma dal desiderio di possedere l’interruttore generale della vostra esistenza. È un controllo sociale di fatto.

Se il denaro è interamente digitale e gestito da oligopoli finanziari privati protetti dallo Stato, la vostra libertà dura finché dura il vostro conformismo. Finché non trovate un direttore di filiale che non sopporta le vostre idee.

Se decidiamo che avere un conto corrente è un obbligo di legge per poter vivere, allora la fornitura dei servizi bancari di base dovrebbe essere considerata un servizio pubblico essenziale e universale, altrimenti il sistema diventa coercitivo.

La banca non può avere il diritto di discriminare o di esercitare un potere di recesso arbitrario e non motivato da cause serie e legali. Altrimenti, la democrazia formale diventa un guscio vuoto, una messinscena per sudditi illusi di essere liberi solo perché possono scegliere tra diverse marche di smartphone, solo perché la più parlano di arbitri o di reality, mentre il loro diritto di esistere dipende dal benestare di un algoritmo finanziario e dai giudizi di un direttore di filiale.

IL DOSSIER CHE KIEV VOLEVA CENSURARE. TORTURE E ABUSI NEL 425° REGGIMENTO D’ASSALTO

di Pasquale Di Matteo

Da quattro anni e mezzo ci narrano la guerra in Ucraina come un film di Hollywood, dove i cattivi sono cinici e violenti, mentre i buoni sono eroi e misericordiosi.

È la favola della democrazia immacolata che combatte contro la barbarie, quella del bene assoluto senza macchie che resiste al male assoluto senza sfumature.

Poi, però, i fatti si ostinano a fare il loro mestiere. I documenti scovati da chi fa ancora inchieste squarciano la propaganda, così, la realtà arriva alla porta delle nostre coscienze di contribuenti occidentali.

Questa volta la porta è quella del 425° Reggimento d’assalto ucraino. E quello che c’è dietro non è un film di guerra, ma un incubo a gestione interna.

A scoperchiare il tombino non è stata la propaganda del Cremlino, bensì un’inchiesta dettagliata di Babel, autorevole testata investigativa ucraina, perciò al di sopra di ogni sospetto.

I giornalisti ucraini hanno raccolto le deposizioni di oltre trenta testimoni tra reclute, familiari e personale medico. Il quadro che ne emerge descrive una vera e propria macelleria interna.

Pestaggi sistematici, torture fisiche medievali, umiliazioni psicologiche programmatiche, reclute rastrellate per le strade con la forza, trasformate in carne da macello prima di vedere il fronte, detenute in condizioni che nulla hanno da invidiare ai vecchi campi di punizione sovietici.

IL GIALLO DELLE POLMONITI CON LE OSSA ROTTE

Si narra anche di una recluta come tante, un ragazzo qualunque finito nell’ingranaggio stritolatore della mobilitazione forzata di nome Semenov.

Il ragazzo era riuscito a scappare dal reggimento e a raggiungere un ospedale con le ossa delle mani frantumate. I segni sul corpo parlavano la lingua di una violenza bestiale.

Pochi giorni dopo il ricovero, il suo cuore ha smesso di battere. Causa ufficiale del decesso scritta sul certificato di morte? Polmonite.

Certo. Una polmonite fulminante, di quelle che stranamente ti colpiscono solo dopo che ti hanno ridotto a un cumulo di cartilagini rotte. E non si tratterebbe di un caso isolato.

Negli ultimi sei mesi, all’interno del 425° Reggimento, si sono registrati ben 25 decessi sospetti, tutti liquidati dalla catena di comando con diagnosi cliniche sbrigative: arresti cardiaci improvvisi, polmoniti, cardiomiopatie.

Eppure, le famiglie che hanno ricevuto indietro le salme dei propri figli hanno denunciato la presenza di lividi profondi, tumefazioni e traumi incompatibili con qualsiasi morte naturale.

Secondo alcune testimonianze, un altro soldato, reo forse di aver mostrato esitazione, sarebbe stato legato a un quad e trascinato nel fango come un sacco di rifiuti.

Provate a immaginare la scena.

Sentite il rumore del motore che va su di giri, lo strappo della corda, la pelle che si consuma sull’asfalto e sulla terra battuta, le urla soffocate dal fango che entra in bocca e dal motore.

Questo è il trattamento riservato a chi dovrebbe andare a morire per la “libertà”?

Ma la vera perversione logica e militare è nei sistemi di sicurezza interni.

Come fanno gli ucraini a impedire che giovani terrorizzati e torturati tentino la fuga? La soluzione della catena di comando del reggimento è di una semplicità agghiacciante: minare il perimetro della base.

Avete capito bene. Campi minati non per difendersi dal nemico russo, ma per impedire ai propri soldati di scappare. E se qualcuno riesce miracolosamente a evitare le mine e a scavalcare la recinzione, ci sono le guardie armate sul perimetro, con l’ordine tassativo di sparare alle spalle del fuggitivo. Sparare sul proprio connazionale.

Chiunque provi a denunciare questa barbarie viene trattato da traditore della patria. Infatti, i giornalisti di Babel che hanno firmato l’inchiesta hanno subito minacce pesantissime, i loro computer sono stati hackerati e sono finiti nel mirino di pesanti attacchi informatici coordinati.

Perché, evidentemente, la verità deve essere seppellita sotto il tappeto, specialmente quando ci sono in ballo i miliardi di aiuti inviati dall’Europa e dagli Stati Uniti.

LA BARBARIE NEL SILENZIO OCCIDENTALE

E i nostri governi?

Fischiano e guardano altrove. Anzi, fanno di peggio. Per aiutare Kiev a rimpolpare le fila di un esercito ormai decimato e demotivato, diversi Stati europei stanno modificando le norme sull’accoglienza, negando o complicando il rinnovo dei permessi di soggiorno e dello status di rifugiato ai giovani ucraini in età di leva.

In pratica, li stiamo rispedendo indietro con la forza delle carte bollate. Dritti verso i centri di reclutamento, verso i campi minati del 425° Reggimento.

Mentre continuiamo a riempirci la bocca di parole nobili sulla democrazia, finanziamo, armiamo e legittimiamo un sistema che divora i propri figli all’ombra del silenzio della stampa occidentale.

Forse sarebbe il caso di iniziare a chiedere conto di come vengono utilizzati i nostri soldi, prima che l’ipocrisia diventi, definitivamente, l’unica legge sovrana, l’unica normalità.

SBRICIOLATO IL FANGO DI STATO. IL CORRIERE CONDANNATO PER I “PUTINIANI”. ECCO QUANTO COSTA LA CACCIA ALLE STREGHE

di Pasquale Di Matteo

Una volta c’era il giornalismo d’inchiesta. C’erano Biagi, Bocca, Fava, Spampinato…  

Oggi, invece, ci sono quelli che si inventano balle per colpire chiunque non si allinei ai pensieri unici. Allora nascono i novax, i putiniani, e si inventano persino liste di persone che sarebbero finanziate da Mosca per non dire quello che è il verbo.

La formula magica, brevettata nei laboratori del conformismo nostrano a partire dal fatidico febbraio 2022, è semplicissima: “putiniano”. Non importa se sei un professore universitario, un analista geopolitico stimato all’estero o semplicemente un cittadino che prova orrore davanti alla carneficina di una guerra inutile, se non a uccidere ulteriori ucraini e a devastare ancora di più quel Paese.

Se osi dire che l’invio indiscriminato di armi non porterà alla vittoria, ma al massacro di un’intera generazione di giovani ucraini, il sistema deve stritolarti, ti deve togliere la parola, la cattedra, la dignità.

Perché, quando il sistema sa che non ha argomentazioni come le tue, ha solo l’arma della diffamazione e del discredito per competere.

Ma a volte, la verità rimette le cose a posto. Ed è quanto ha sancito il Tribunale di Milano.

ORA, INVENTARSI I PUTINIANI SI PAGA IN CONTANTI

La prima sezione civile del Tribunale di Milano ha condannato RCS Mediagroup (l’editore del Corriere della Sera), il suo direttore Luciano Fontana e le giornaliste Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini a risarcire il professor Alessandro Orsini con 27.500 euro, più circa 5.000 euro di spese legali per un articolo pubblicato in prima pagina il 5 giugno 2022.

Molti di voi lo ricorderanno. Si trattava di un pezzo dal titolo roboante: “La rete di Putin in Italia: chi sono influencer e opinionisti che fanno propaganda per Mosca”.

In cima a quella lista di proscrizione, con tanto di fotografia segnaletica a uso del pubblico pagante del Corriere, c’era proprio Alessandro Orsini.

L’articolo inventava una clamorosa balla spacciandola per notizia: l’esistenza di un’indagine riservata dei nostri Servizi Segreti e del Copasir volta a stanare la “quinta colonna” russa infiltrata nei media italiani.

Il Tribunale di Milano ha stabilito che quella famosa “rete” non è mai esistita. Servizi e Copasir non ne sapevano nulla, tanto che l’allora presidente del comitato, Adolfo Urso, e l’autorità delegata alla sicurezza, Franco Gabrielli, dovettero correre ai ripari smentendo categoricamente l’esistenza di dossier o schedature formali.

Ma alla macchina del fango interessava insinuare il dubbio nella popolazione e la missione era stata compiuta. Perché, se non getti fango su un professore universitario, su un esperto di Geopolitica, ti è impossibile reggere il confronto con le argomentazioni.

E quando la macchina parte, non guarda in faccia a nessuno e gli allocchi credono e dicono “sì, ma è finanziato da Mosca per dire ciò che dice.”

Il giudice civile di Milano lo ha messo nero su bianco: l’utilizzo di fonti confidenziali non esime il giornalista dall’obbligo di verificare la verità dei fatti. Accostare il nome di un docente a una fantomatica rete di spie o propagandisti al soldo di una potenza straniera, basandosi sul nulla cosmico, è diffamazione pura.

IL PREZZO UMANO DEL DISSENSO

Ma chi risarcisce l’isolamento, gli sguardi storti dei colleghi, l’angoscia di essere additato come un traditore della patria solo per aver fatto il proprio lavoro di analista e per aver continuato a dire che la Russia non sarebbe mai stata sconfitta dall’Ucraina, mentre chi lo accusava parlava di pale, microchip, muli e controffensive risolutive?

E no, non è vera nemmeno la balla secondo cui Orsini avrebbe toppato perché sosteneva che Mosca avrebbe vinto in due settimane.

Perché, è vero che il professore fece quell’affermazione, ma i suoi delatori dimenticano di specificare che lo fece a ridosso dell’ingresso dell’esercito russo in Ucraina, quando lo scontro era Russia contro Ucraina, cioè prima che la NATO inviasse armi, soldi, utilizzo dei satelliti e tecnici per usare le armi più sofisticate.

In uno scontro Mosca contro Kiev, le due settimane profetizzate da Orsini sarebbero state anche troppe. Un po’ come vedere Real Madrid contro Albinoleffe. Cosa ben diversa è se l’Albinoleffe può schierare la rosa del PSG.

Sta di fatto che Orsini, in quei mesi del 2022, ha subito un vero e proprio linciaggio professionale.

La Luiss, l’università dove insegnava e di cui dirigeva l’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, si è affrettata a dissociarsi dalle sue parole e a revocargli l’incarico di direttore, pur dovendolo mantenere come professore associato, poiché le sue competenze accademiche erano, e sono, indiscutibili. A differenza di quelle di chi lo attaccava.

La Rai, terrorizzata dalle pressioni politiche dei partiti con l’elmetto, gli ha stracciato sotto il naso un contratto da 2.000 euro a puntata per la trasmissione Cartabianca. Anche la sua collaborazione con Il Messaggero si è interrotta bruscamente, evidentemente per lo stesso motivo.

La colpa imperdonabile di Orsini era aver azzeccato, una dopo l’altra, tutte le analisi militari e geopolitiche sulla guerra russo-ucraina, aver spiegato, dati alla mano, che la Russia non sarebbe crollata sotto il peso delle sanzioni, che l’esercito di Mosca non era finito e che la controffensiva ucraina si sarebbe scontrata con un muro.

Cose che oggi sono verità conclamate dai fatti e che ammettono persino i generali del Pentagono, ma che nel 2022 era severamente vietato pronunciare in televisione o sui giornali.

L’esperienza di Orsini, fortunatamente approdato a scrivere su Il Fatto Quotidiano, non è un caso isolato, ma dimostra quanto ho spiegato nel mio libro LA FABBRICA DELLA PAURA, è il metodo standard applicato a chiunque non si pieghi alla narrazione del pensiero unico, in questo caso, della “vittoria inevitabile”.

I MOCCIOSI DELLA GEOPOLITICA E IL DOGMA DEL RIARMO

Ancora oggi, se provi a spiegare che i piani di riarmo europei a trazione polacco-baltica sono un enorme spreco di denaro pubblico, visto che i paesi europei spendono già in Difesa il triplo della Russia e che Mosca non ha né l’interesse né la forza militare per attaccare la Nato, vieni immediatamente bollato come “filorusso” o “putiniano”.

È capitato a Giuseppe Conte, è capitato a storici direttori come Lucio Caracciolo, ad analisti come Gianandrea Gaiani, al professor Alessandro Barbero, persino a economisti e banchieri non certo sospettabili di simpatie bolsceviche.

Sembra di assistere ai capricci di bambini viziati che sbattono i piedi per terra perché la realtà non si adegua ai loro desideri, allora anche papà e mamma sono cattivi perché spiegano loro la verità delle cose.

Saremmo tutti felici se l’Ucraina potesse vivere in pace, libera e sovrana all’interno dei suoi confini, ma la realtà ci dice che la Russia controlla ampie porzioni di territorio e sta assediando le ultime roccaforti del Donbass.

Ci dice che la NATO ha continuato ad allargarsi a Est, anche di fronte ai ripetuti avvertimenti di Mosca.

Ci evidenzia che accettare il piano di pace del 2022 avrebbe evitato migliaia di morti ucraine e avrebbe permesso all’Ucraina di non finire in bancarotta e di non veder fuggire un terzo della popolazione in età da lavoro.

La verità ci dice anche che Zelensky, che nega le elezioni e, di fatto, ha imposto una dittatura, sostituisce ministri e generali a ciclo continuo per mascherare i disastri al fronte, mentre i media nostrani continuano a vendere la favola di una vittoria dietro l’angolo, pur di prolungare un massacro che distrugge l’Ucraina e dissangua l’Europa.

Chi racconta questa triste verità viene criminalizzato. Chi invoca la diplomazia, il negoziato e la fine delle ostilità viene inserito in liste di proscrizione da chi ha smesso di fare giornalismo e ha scelto di diventare megafono del potere.

La sentenza del Tribunale di Milano contro il Corriere della Sera è una boccata d’ossigeno per la democrazia, perché ricorda a tutti che la diffamazione ha un costo e che la dignità di chi difende la pace non può essere calpestata impunemente per compiacere i signori della guerra.

Perciò, diffidate anche di quei politici che parlano di “putiniani” e di fantomatiche “liste di Mosca”, di quelli che girano anche nelle università per tentare di indottrinare i giovani a un’idea di Europa guerrafondaia contro il mostro russo.

La prossima volta che sentirete dare del “putiniano” a qualcuno che chiede semplicemente di far tacere le armi, ricordatevi di questa sentenza. E sorridete, pensando a quanti soldi dovranno ancora sborsare i “giornaloni” con l’elmetto per pagare le loro balle.

E se voleste dare del “putiniano” a qualcuno, preparatevi a una causa legale e a sborsare qualche soldo.

Finalmente.

PETROLIERE IN FIAMME E PROMESSE TRADITE. IL CAPOLAVORO CHE SVUOTA LE TASCHE DEGLI ITALIANI

di Pasquale Di Matteo

Altri soldati americani torneranno a casa in una bara avvolta nella bandiera a stelle e strisce.

E pensare che l’inquilino ossigenato della Casa Bianca aveva giurato su tutto ciò che gli è caro che mai, per nessun motivo, avrebbe trascinato l’America in una nuova avventura mediorientale. Anzi, giurava di chiudere ogni guerra all’estero, perché l’America veniva prima.

“I nostri ragazzi non torneranno più indietro nelle bare”, diceva.

I media nostrani vi raccontano che gli Stati Uniti hanno tutto sotto controllo, che l’Iran è all’angolo, che i raid stanno “portando risultati”, ma a pagare il conto di questo disastro geopolitico siamo noi, ogni volta che facciamo benzina o saldiamo una bolletta.

IL PIZZO DEL GUARDIANO: LA TARIFFA DI PROTEZIONE DI DONALD TRUMP

La scorsa settimana, Trump ha deciso di superare perfino se stesso. Con un post su Truth ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà aperto “con o senza l’Iran”.

Solo che, per garantire la “sicurezza” del transito dalle mine e dai droni di Teheran, gli Stati Uniti, autoproclamatisi per l’occasione “Guardiani dello Stretto di Hormuz”, pretendevano una tassa di rimborso, un pedaggio, un’aliquota fissa del 20% su tutto il valore del carico trasportato.

Chiamatelo pedaggio, chiamatela tariffa di sicurezza, ma assomiglia in tutto e per tutto alla richiesta del pizzo. Solo che a chiederlo non è Don Vito Corleone né Joe Adonis, ma il Presidente degli Stati Uniti d’America. Il metodo è assai simile.

Facciamo due calcoli, giusto per capire la portata del delirio di Trump.

Una petroliera carica in partenza dal Golfo ha un valore complessivo che oscilla attorno a 250 milioni di dollari, tra lo scafo da 120 milioni e il carico di greggio da 130 milioni, e, con l’applicazione della “tariffa Trump” del 20%, l’armatore dovrebbe sborsare la bellezza di 26 milioni di dollari a viaggio alle casse di Washington.

Al confronto, la tassa di transito richiesta dall’Iran nei primi giorni di blocco, pari a circa due milioni di dollari, quindi un dollaro al barile, sembrava quasi una mancia lasciata al bar.

Naturalmente, accortosi della colossale follia che rischiava di far fallire l’intera marina mercantile del mondo in ventiquattro ore, il miliardario newyorkese ha fatto la sua tipica retromarcia acrobatica.

Così, con un secondo post, ha cancellato il pedaggio del 20% come fosse stato uno scherzo e lo ha sostituito con una richiesta più diplomatica, ma altrettanto coercitiva: i paesi arabi del Golfo dovranno “compensare” gli USA effettuando investimenti miliardari e commesse commerciali direttamente sul territorio americano. L’importante è che i soldi arrivino a Washington. In un modo o nell’altro. È il metodo di Corleone di cui parlavamo poc’anzi perché agli USA servono soldi e disperatamente, come si evince.

LA BEFFA DI TEHERAN E LA TRAPPOLA DELLE ROTTE MARITTIME

L’Iran non si è fatto sfuggire l’occasione per ridicolizzare ancora una volta gli USA.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha risposto su X con un’ironia tagliente che fotografa perfettamente lo stallo.

“Il Presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro e protetto per le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz dovrebbe essere ricompensato per questo servizio. L’Iran è sempre stato il GUARDIANO dello Stretto e lo rimarrà PER SEMPRE. Il 20% è ovviamente troppo. Saremo equi.”

Dietro l’ironia c’è una cruda realtà geografica che i generali del Pentagono fanno finta di non vedere: gli Stati Uniti non possono garantire la sicurezza di quel braccio di mare semplicemente perché non si trovano lì.

L’Iran, invece, sì.

Durante i periodi di pace, le navi civili transitavano nella zona centrale dello Stretto, lambendo le coste dell’Oman. Oggi, con lo stretto minato e i droni kamikaze che ronzano nei cieli, Teheran ha imposto come rotta un corridoio obbligato che passa molto più a nord, nelle sue acque territoriali, esattamente tra l’isola di Qeshm e l’isola di Larak. Un tratto di mare privo di mine, ma totalmente controllato dai Pasdaran.

Gli Stati Uniti, per reazione orgogliosa, hanno chiesto alle navi mercantili di ignorare i richiami iraniani, di spegnere i transponder marittimi (AIS) e di navigare rasente le coste omanite, ma le navi che hanno seguito le direttive americane sono state puntualmente intercettate, colpite o sequestrate.

Nessun armatore sano di mente oggi vuole rischiare una nave da 250 milioni di dollari per fare un favore alla Casa Bianca, specialmente quando un drone iraniano da ventimila dollari è in grado di provocare danni da decine di milioni. Ecco perché il traffico marittimo è fermo.

IL CONTAGIO DEL GOLFO

Il fallimento di Trump, con la sua strategia fatta di minacci e bombardamenti, ha innescato un effetto domino devastante in tutta la regione. La guerra non è più confinata allo stretto e i Pasdaran rispondono con attacchi continui contro basi militari statunitensi in Kuwait e in Bahrein, dove la popolazione di Manama convive da giorni con il fragore delle esplosioni.

Nello Yemen si è aperto un nuovo fronte di questa guerra totale. L’Arabia Saudita, su esplicita richiesta del governo yemenita in esilio ad Aden, ha bombardato la pista d’atterraggio dell’aeroporto della capitale Sana’a, controllata dagli Houthi, per colpire ribelli proveniente da Teheran.

Gli Houthi hanno riposto sequestrando un aereo della Croce Rossa Internazionale nello scalo costiero di Hodeida e prendendo in ostaggio i piloti.

Intanto, i paesi arabi del Golfo si stanno adoperando per aggirare Hormuz.

L’Arabia Saudita sta sfruttando più che può l’oleodotto che taglia la penisola arabica fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso; gli Emirati Arabi Uniti stanno accelerando la costruzione e il potenziamento dei porti situati al di fuori dello stretto, come Fujairah, Khor Fakkan e Dibba, investendo miliardi in ferrovie e strade per collegarli alla costa interna, ma la transizione dal gigantesco polo logistico di Jebel Ali (Dubai) non si improvvisa in poche settimane.

L’Iraq guarda a nord, dove sta potenziando la capacità dell’oleodotto che collega i giacimenti di Kirkuk al porto turco di Ceyhan.

Tuttavia, ognuna di queste soluzioni alternative richiede anni di lavori infrastrutturali, quindi, nel breve termine, l’unica realtà è che il rubinetto dell’energia mondiale resta nelle mani di Teheran e dei droni Houthi.

E CHI PAGA IL CONTO DI QUESTO DISASTRO?

Mentre i signori della guerra a Washington e Teheran giocano la loro partita a scacchi sulla pelle dei marinai, e la dirigenza politica israeliana brinda segretamente alla ripresa delle ostilità che allenta la pressione internazionale sui fronti di Gaza e del Libano, le conseguenze di questa follia arrivano dritte nei nostri supermercati.

Il petrolio vola oltre i 90 dollari al barile, l’inflazione energetica, che sembrava parzialmente domata a maggio, ha subito un’impennata drammatica a giugno, sfiorando la doppia cifra (+9,2%), così, l’indice dei prezzi dei beni alimentari corre ancora più veloce.

A pagare il prezzo più alto di questa esibizione di muscoli sono, come sempre, le famiglie a basso reddito, quelle per cui un aumento della bolletta o del costo della spesa non è un fastidio passeggero, ma una condanna.

Finché l’Occidente non deciderà di guardare in faccia la realtà dello Stretto di Hormuz, abbandonando la retorica dei “miliardi facili”, dei “buoni” contro i “cattivi” e dei blocchi navali immaginari, continueremo a finanziare con le nostre tasche il fallimento delle politiche americane.

Che poi è il fallimento della nostra politica.

NATHALIE TOCCI E IL DELIRIO DELL’ECONOMIST: INVIARE TRUPPE IN UCRAINA PER VEDERE SE ABBIAMO LO STOMACO PER COMBATTERE

di Pasquale Di Matteo

Avete presente quegli incontri diplomatici dove si sorseggia champagne discutendo del destino del mondo con la stessa leggerezza con cui si parlerebbe di sport al bar?

Beh, almeno, un tempo, si raggiungevano accordi tra persone che cercavano di scongiurare guerre ed evitare escalation nucleari.

Oggi, invece, siamo impantanati in un’era in cui il buonsenso e la razionalità sono viste come negazione dell’ovvio ed etichettate come putinismo.

Benvenuti nel magico mondo di Nathalie Tocci, direttrice dello IAI (Istituto Affari Internazionali) ed eletta a gran voce sacerdotessa della geopolitica da poltrona.

Per i meno avvezzi, è la politologa che ci spiegava in tv come Mosca fosse destinata a essere sconfitta nel 2022, scagliandosi spesso contro il Prof. Orsini.

Il 16 luglio 2026, dalle colonne del The Economist, la nostra intellettuale ha partorito un’analisi che definire agghiacciante sarebbe un insulto all’eufemismo.

Titolo e sottotitolo del saggio di alta strategia militare sono già tutto un programma: “Would Europeans fight, if it came to that? Putting boots on the ground in Ukraine might help Europe find the stomach for war”.

Avete capito bene. Non si tratta più di “difendere l’Ucraina”. Quella era la favoletta per i creduloni della prima ora.

Adesso, l’obiettivo si sposta: bisogna mettere gli scarponi europei sul terreno ucraino per “trovare lo stomaco”, per addestrare psicologicamente i popoli europei alla guerra.

La guerra non è più una catastrofe da evitare con le unghie e con i denti, ma, per Tocci, diventa una specie di gita scolastica terapeutica per scuoterci dal nostro torpore pacifista. Come se essere pacifisti e avere buonsenso fosse una malattia da curare.

Dite che stiamo esagerando?

Eppure, la logica della Tocci è di una linearità disarmante, quasi infantile nella sua drammaticità e in tutto ciò che ne conseguirebbe.

I governi europei aumentano i budget della difesa, ma i cittadini, brutti, sporchi e ostinatamente attaccati alla vita, non hanno alcuna voglia di farsi ammazzare in guerra, e questo diventa un problema.

Allora, per Tocci basterebbe mandare un bel contingente di soldati europei a Kiev. Non per cambiare le sorti del conflitto, sia chiaro, ma per consentire a tutti noi di abituarci alla guerra. Di avere il figlio, il cugino, il nipote, l’amico al fronte. O di esserci proprio fisicamente noi.

Una sorta di terapia d’urto collettiva, come quando si butta un bambino in piscina per insegnargli a nuotare.

Solo che qui la piscina è piena di missili, armi atomiche e sangue.

Siamo di fronte a un rovesciamento totale e grottesco di quel progetto di Unione Europea nata sulle macerie del secondo conflitto mondiale per bandire la guerra dal continente, e che oggi vede sostituire il diritto, la diplomazia e i trattati con l’idea di forza e di guerra.

Nella narrazione bellicista di queste élite tecnocratiche e di questi professori della guerra, la pace non è più il fine, ma un ostacolo alla vittoria contro il nemico.

La guerra viene riabilitata, ripulita e presentata come una straordinaria leva di integrazione politica e, udite, udite, di strumento per giungere alla pace. Un mondo in cui la fantasia macabra di Orwell e del suo 1984 diventa normalità.

Non riusciamo a unire l’Europa con la politica industriale, con il welfare o con i diritti? Nessun problema: uniamola sotto il segno dell’emergenza permanente e della paura del nemico alle porte.

Ma scendiamo per un attimo dal bombardiere di questi professori della guerra e caliamoci nella cruda realtà militare, quella che si misura in trincee e cimiteri, non in slide di PowerPoint, per analizzare le conseguenze.

Qualsiasi presenza di truppe europee sul territorio ucraino, camuffata sotto qualsiasi sigla o missione “umanitaria” o di “deterrenza”, verrebbe immediatamente considerata da Mosca come un coinvolgimento diretto della NATO e dell’UE ed è impossibile che una professionista della politica come Tocci non lo capisca.

Perciò, la sua è la ricetta perfetta per l’escalation totale.

D’altronde, Mosca lo ha ripetuto in tutte le salse, con una chiarezza che persino un bambino capirebbe, ma che i nostri fini strateghi fingono di non sentire. Ignorare questo dato è da folli.

E poi, quale sarebbe la credibilità di questa fantomatica deterrenza?

Davvero pensiamo di spaventare la più grande superpotenza nucleare al mondo mostrando una “volontà simbolica”, senza avere alle spalle una reale copertura politica e strategica uniforme e senza essere disposti a subire milioni di morti?

Inoltre, se dispieghi le forze senza poterle difendere davvero, ti esponi a una prova di forza che rischia di travolgerti. Inutile mostrare i muscoli se poi, al primo missile su questo fantasmagorico “contingente di pace”, si finisce per invocare quel papà americano che, nel frattempo, ha già deciso di farsi gli affari suoi.

Non si costruisce la sicurezza promettendo più di quanto si sia disposti o capaci di difendere.

Ma c’è un secondo fine, ancora più subdolo, che si nasconde dietro questa smania militarista, ed è la tentazione autoritaria di Bruxelles, cioè utilizzare la crisi geopolitica come un enorme acceleratore di integrazione centralizzata, svuotando il peso decisionale delle singole capitali nazionali.

Lo stato d’emergenza, si sa, è il miglior amico di chi voglia governare senza il fastidio delle procedure ordinarie e dei veti nazionali. Se c’è la guerra alle porte, chi ha più il tempo di discutere nei parlamenti nazionali?

Si decide a Bruxelles, in fretta, in nome della sicurezza collettiva. Non serve che la Tocci lo scriva esplicitamente: questo è il pilota automatico di un processo strutturale che mira a trasformare l’emergenza in metodo di governo ordinario.

Perciò, basta provocare il nemico per spaventare gli europei.

Il risultato di questa follia pedagogica sarebbe un’Europa mostruosa, un’Unione non più unita dalla solidarietà e dal benessere, nel nome dei popoli, ma militarizzata nel discorso pubblico e totalmente dipendente da una narrativa di minaccia permanente.

Ma un progetto che si fonda sulla “preparazione psicologica” delle masse alla guerra non è solo tecnocratico e paternalistico, ma anche moralmente degradante, poiché tratta i cittadini come cani di Pavlov da addestrare alla campanella del conflitto imminente.

Cara Tocci e cari paladini delle armi, se avete così tanta voglia di testare lo “stomaco” per la guerra, le vostre valigie per il fronte, quelle dei vostri figli, dei vostri amici e parenti, saranno già pronte, no?

Accomodatevi pure. Ma lasciate fuori i nostri figli da questo vostro macabro e folle esperimento di ingegneria sociale.

FONTE DI RIFERIMENTO: https://www.economist.com/by-invitation/2026/07/16/would-europeans-fight-if-it-came-to-that

LA PROPAGANDA DEL REGIME DI KIEV. LA VERGOGNOSA VERITÀ SULLA MILITARIZZAZIONE DEI QUARTIERI CIVILI A KIEV

di Pasquale Di Matteo

C’è un’Ucraina di cui i nostri telegiornali, che veicolano le veline del giornalismo di regime, non vi parleranno mai.

Perché il giornalismo di regime è quello che vi ha spacciato come notizie certe le pale ottocentesche, il rublo carta straccia, i soldati russi a dorso di muli perché senza più mezzi corazzati, le controffensive ucraine risolutive, i quattro tipi di cancro che davano Putin spacciato per massimo… un anno fa, oltre 1,4 milioni di soldati russi morti su un esercito di 1,25 milioni di unità.

Lo so, la matematica stride, ma per la propaganda no. Così, quella stessa propaganda che mostra la Russia allo stremo, vi vende Mosca come un pericolo imminente per l’Europa, in un cortocircuito da TSO.

L’Ucraina del mondo reale, invece, è quella che non si allinea alla narrazione della “resistenza eroica e senza crepe”, quella che sanguina per strada, non nei talk show, dove i “volenterosi” della domenica giocano a Risiko con la pelle degli ucraini.

Mentre a Parigi i leader europei si riuniscono sotto le insegne del “Summit dei Volenterosi” per promettere nuove armi e giurare fedeltà eterna a Kiev, a Leopoli la realtà ha presentato il conto.

Un conto salato.

Leopoli. Non il Donbass russofono.

Leopoli, la culla del nazionalismo ucraino, la retrovia considerata fino a ieri intoccabile, sicura, patriottica per antonomasia.

Pochi giorni fa, le strade di questa città si sono trasformate in un teatro di guerriglia urbana: da una parte, la polizia e i reclutatori dello Stato; dall’altra cittadini esasperati, madri, padri e giovani pronti a tutto pur di non farsi trascinare al fronte.

Giovani che, messi di fronte alla guerra a ogni costo, hanno scelto di combattere il regime di Kiev che li manda al macero da quattro anni e mezzo per salvaguardare quel sistema Zelensky fatto di cessi d’oro, amici ai posti di comando e corruzione.

La chiamano “busification”. È il termine gergale, quasi grottesco, con cui in Ucraina si descrive la caccia all’uomo: ragazzi prelevati di peso dagli autobus, dai mercati, dalle palestre, infilati in un furgone e spediti in trincea dopo tre giorni di addestramento farsa.

Ma quel serbatoio umano è vuoto. Questa è la verità che la propaganda non può più nascondere.

L’Occidente può anche inviare i suoi gioielli tecnologici e i missili a lungo raggio di ultima generazione, ma se manca chi li deve azionare, o se ci sono solo persone incapaci di farlo, il giocattolo si rompe.

Le armi non combattono da sole. Forse in futuro sì, ma adesso no.

E gli ucraini rimasti ancora in vita non vogliono più morire per una guerra di logoramento che sembra non avere fine e, soprattutto, che cominciano a capire che l’Ucraina non vincerà mai.

Nel frattempo, a Kiev, va in scena un altro psicodramma di cui si percepiscono nitidamente gli scricchiolii.

Volodymyr Zelensky ha rimosso il giovane ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, l’enfant prodige della transizione tecnologica, l’uomo che parlava con la Silicon Valley, il mago dei droni, l’artefice delle spettacolari operazioni asimmetriche che hanno colpito le raffinerie e i depositi russi.

Sui social ucraini è scoppiata la rivolta, perché i cittadini si chiedono come sia possibile che sia stato cacciato l’unico che sembrava portare risultati tangibili dopo quattro anni di perdite costanti di vite, città e territori.

La risposta è tutta nello scontro, violentissimo, tra i civili, che sognano una guerra di algoritmi e droni, e la gerarchia militare tradizionale, impersonata dal generale Oleksandr Syrsky.

Quest’ultimo, legato a una visione di guerra convenzionale fatta di fanteria e fango, mal digeriva l’autonomia e lo strapotere mediatico del giovane ministro.

Perché le guerre servono soprattutto ai potenti per diventare ancora più potenti in patria.

Inoltre, Fedorov pretendeva trasparenza sui contratti di fornitura, sugli appalti militari e sulla gestione dei miliardi che arrivano dall’Occidente, un peccato imperdonabile in un sistema Zelensky in cui la corruzione e le inefficienze continuano a essere il vero cancro dello Stato.

Per correre ai ripari ed evitare il tracollo economico ed energetico, Zelensky ha dovuto affidare la guida del governo a un tecnico puro: Sergiy Koretsky, già uomo forte del colosso Naftogaz.

Non un politico, non un generale, ma un amministratore. L’ammissione nuda e pura di incompetenza di fronte al popolo.

È la mossa disperata di chi deve negoziare con l’Occidente la ricostruzione e la gestione dei fondi europei, cercando di raddrizzare un Paese che rischia di rimanere al buio e al freddo per anni.

E l’inverno sta per arrivare. Mancano pochi mesi.

Zelensky scarica le colpe sui suoi ministri per rimanere intoccabile, licenzia, rimpasta, promette ruoli futuri a Fedorov per non farlo parlare, mentre la rabbia popolare cresce e la sua dittatura di fatto, visto che nega le elezioni da tempo, è sempre più fragile, tenuta in piedi solo dai collaborazionisti europei, i veri responsabili delle morti di migliaia di giovani ucraini.

C’è poi il capitolo, altrettanto rimosso da chi dovrebbe fare informazione, invece fa propaganda pro Kiev, della gestione militare dei quartieri civili a Kiev.

Quando la Russia bombarda la capitale ucraina, i media mostrano solo i palazzi residenziali sventrati. E fanno bene, perché ogni vittima civile è una tragedia intollerabile.

Nessuno però si pone la domanda più elementare: cosa c’era vicino a quel palazzo? Perché un missile russo devia o colpisce proprio lì?

Eppure, sono domande che con Israele ci si pone sempre, così con gli USA che bombardano l’Iran.

Spesso, dietro la propaganda del “terrore indiscriminato”, si nasconde la prassi di Kiev di posizionare depositi di armi, centri di comando e fabbriche di droni all’interno delle aree residenziali.

Una scelta strategica cinica e contraria a numerosi trattati internazionali. Usare la popolazione come scudo umano sperando che i russi non colpiscano, oppure sperare proprio che colpiscano per sfruttare le immagini delle macerie e chiedere altri miliardi all’Europa.

Kiev lancia 370 droni su Mosca e sulla regione di Tambov, colpendo magazzini commerciali di e-commerce come Wildberries, uccidendo operai del turno di notte con droni imbottiti di schegge metalliche fatte apposta per sventrare corpi umani.

I russi rispondono con raid mirati sui porti di Odessa, colpendo navi mercantili cariche di armi, come la “Venturo”.

Chi fa più danni reali alla macchina bellica avversaria? I numeri, depurati dalla propaganda, dicono che l’efficacia russa sul piano militare è tragicamente superiore.

E l’Europa dei “buonisti” comincia ad avvertire la stanchezza da rifugiati.

I governi europei, pressati dalle opinioni pubbliche interne, stanno silenziosamente lavorando per restringere i criteri di accoglienza e protezione temporanea degli ucraini. Molti paesi iniziano a vedere i profughi come un peso insostenibile per il welfare e il mercato del lavoro.

L’entusiasmo del 2022 è evaporato e non si vedono più giornalisti sorridere e dire «Non c’è storia: quaranta democrazie contro una dittatura… vinciamo noi.»

Andatevi a cercare i video di Beppe Severgnini che rilascia in tv questa dichiarazione e fate caso alla data di quella dichiarazione, poi osservate la data di oggi e traetene le considerazioni.

Ora si profila uno scontro giuridico e morale: cosa faranno le polizie europee, comprese quelle italiane, quando Kiev chiederà di rimpatriare con la forza i giovani ucraini in età di leva che si sono ricostruiti una vita da noi?

In Italia, alcuni si sono già dati alla macchia per evitare di essere rispediti al macello e così stanno facendo in altri paesi.

Altro che desiderio degli ucraini di respingere i russi!

La farsa più grande, tuttavia, riguarda la fantomatica “minaccia russa alla NATO”, una farsa di proporzioni fantozziane per giustificare la corsa al riarmo in Europa.

Mentre i politici occidentali agitano lo spauracchio di un’invasione imminente della Polonia o dei Paesi Baltici per giustificare il riarmo e la continuazione della guerra, i vertici militari della NATO dicono l’esatto contrario.

Generali come l’americano Alexus Gregory Grynkewich lo ripetono chiaramente: la Russia non cerca un conflitto con la NATO e non ha le capacità militari per invadere l’Europa. Il 90% delle forze di terra russe è bloccato in Ucraina.

La Russia vuole consolidare i territori conquistati, non iniziare la Terza Guerra Mondiale.

Tutte cose che ci dicono anche i grandi giornalisti di casa nostra, in un cortocircuito che dovrebbe balzare all’occhio subito, ma che, in un Paese come l’Italia, dove si legge pochissimo e si studia ancora meno, usare lo spirito critico è diventato quasi un comportamento rivoluzionario.

Ma i politici non vogliono sentire ragioni. Devono tenere alta la tensione, enfatizzare il pericolo esistenziale, altrimenti chi ha interessi nelle fabbriche di armi perderebbe miliardi di euro.

Nel 2008, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, Vladimir Putin tracciò chiaramente le sue “linee rosse”: l’espansione della NATO a est e il mondo unipolare a guida americana erano inaccettabili.

All’epoca, l’Occidente liquidò quelle parole con un’alzata di spalle, come se avesse parlato un idiota.

Oggi sappiamo com’è andata a finire. Eppure, continuiamo a ripetere lo stesso errore, ignorando che la diplomazia non si fa con i tweet acchiappalike, ma con il realismo e il rispetto delle linee rosse altrui.

E, forse, ciò dimostra che gli idioti li abbiamo noi al potere.

Finché la politica continuerà a ignorare i fatti descritti dai militari per seguire le narrazioni dei propri propagandisti, a pagare il conto saranno sempre gli stessi: i ragazzi cacciati per strada a Leopoli e i civili sacrificati sull’altare di una guerra che nessuno ha il coraggio di fermare.

La dimostrazione matematica del fatto che i veri nemici degli ucraini sono proprio quelli che inviano armi e che tengono in piedi il regime di Zelensky.