SE NON ODI I RUSSI, NON ALLENI LA NAZIONALE? MALDINI E LEONARDO SCAPPANO DAL CIRCO AZZURRO

di Pasquale Di Matteo

È durata quanto un gatto sulla A1, sedici giorni.

Tanto è bastato a due vincenti nati, due persone serie come Paolo Maldini e Leonardo, per capire che l’aria di Club Italia è irrespirabile per chiunque abbia l’abitudine di camminare a schiena dritta e di pensare con la propria testa.

I due dirigenti si sono sfilati il camice e hanno abbandonato il reparto di terapia intensiva del nostro calcio, lasciando i primari con le loro tessere di partito in tasca a litigare sulle cartelle cliniche.

Così, l’ennesimo tentativo di rifondazione è naufragato appena lasciato il porto.

L’ANNUNCIO DI LAVORO PERFETTO: REQUISITI PER LA PANCHINA AZZURRA

Se oggi la Federazione dovesse pubblicare un annuncio per la ricerca del nuovo Commissario Tecnico, il testo sarebbe più o meno questo:

“Cercasi CT disperatamente. Non si richiede competenza tattica, né fame di vittorie. Il candidato ideale non deve avere spirito di iniziativa, ma deve possedere una spiccata attitudine alla sottomissione, non deve mettere in discussione lo status quo, non sollevare dubbi su terapie geniche di sorta, e deve guardarsi bene dal disturbare i manovratori della politica nostrana ed europea. Skill indispensabile: un odio viscerale, pubblico e certificato contro il nemico russo, brutto, sporco e cattivo.”

Sì, perché l’imperdonabile peccato di Andrea Pirlo, il candidato forte di Maldini e Leonardo, non è stato quello di avere un’idea di calcio forse acerba e di non aver vinto ancora nulla in panchina. Il suo vero crimine è geopolitico: aver partecipato a un evento a Mosca e avere un contratto di sponsorizzazione con Fonbet, colosso russo delle scommesse.

Così, il clero della morale pubblica si è stracciato le vesti, manco Pirlo avesse chiesto di giocare un mondiale in un Paese autoritario come il Qatar o tra le rovine di Gaza, dove sarebbe stato difficile far finta di non vedere il nostro doppio standard.

IL DOPPIO STANDARD DI UN SISTEMA IPOCRITA

La purezza d’animo dei nostri dirigenti è commovente, se non fosse ridicola.

Andrea Pirlo viene messo all’indice per una sponsorizzazione legata al betting in terra russa, mentre la FIFA stringe accordi miliardari con colossi statali del petrolio e partner di scommesse senza che nessuno batta ciglio nei piani alti di Zurigo.

In Italia, la Lazio scende in campo con lo sponsor Polymarket, piattaforma di scommesse crypto, la Roma pubblicizza la Riyadh Season e il Paris Saint-Germain fa da vetrina alle campagne del Qatar.

I politici nostrani non si vergognano di affermare che il Diritto internazionale vale solo fino a un certo punto, quando si tratta di chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie di fronte ai crimini di Israele a Gaza, in Libano e in Cisgiordania, e di fronte alle aggressioni americane all’Iran, contrarie a ogni forma di diritto e trattati internazionali.

Ma il problema etico, l’unico vero scandalo nazionale in grado di paralizzare la scelta del CT azzurro, è il contratto di Pirlo.

Un cortocircuito comunicativo e politico che dimostra una cosa sola: il calcio, da noi, non è più uno sport, ma una succursale del teatrino politico.

ALTRE NAZIONALI CI METTONO ORE, DA NOI DECIDE IL CODACONS

Mentre le federazioni estere, quando si trovano senza guida tecnica, impiegano quarantotto ore per firmare un contratto e presentare il nuovo allenatore ai media, vedi Jürgen Klopp alla Germania, in Italia la questione diventa un affare di Stato.

Per scegliere chi deve schierare undici ragazzi su un prato verde dobbiamo attendere il verdetto di Carlo Calenda e della sua crociata antirussa, le diffide del Codacons che minaccia ricorsi al TAR del Lazio per violazione del Decreto Dignità, le patenti di presentabilità firmate dal partito di turno e le riunioni fiume dei vari consigli d’amministrazione.

Fino a sentire il parere di chi ha pulito i cessi a Coverciano, perché non si sa mai, metti che abbia qualcosa da ridire sull’etica, sul Diritto internazionale o sui diritti umani. Ma sempre contro la Russia, ovviamente. Qualora nominasse Tel Aviv o Washington, sarebbe solo rumore di fondo.

Questo teatrino, che va avanti da decenni, ha sistematicamente ucciso il calcio italiano. E anche il sistema Paese, del resto. Perché abbiamo sostituito la meritocrazia con la lottizzazione e la competenza con l’ideologia.

Senza dimenticare che in Italia sono tutti CT, anche chi, al più, ha sollevato la coppa dell’Acli al torneo estivo. Basta entrare in qualunque bar e scegliere a caso.

Poi, certo, ci sarebbe anche da ricordare l’art 21 C., per cui anche un CT, ma non vorremmo scomodare il circo guerrafondaio di quest’era orweliana.

Perciò ci resta il risultato, che è sotto gli occhi di tutti: stadi fatiscenti, riforme strutturali costantemente rimandate, tre mondiali guardati dal divano di casa e una Nazionale ridotta a un ammasso di macerie, con tre o quattro giocatori di caratura internazionale e il resto pescati dalla metà classifica della Serie A, perché i club che contano non puntano sui giovani, ma sugli stranieri.

Perché un nome esotico fa vendere più magliette di un diciottenne con un cognome normale, come Rossi, Bianchi, Russo.

Consoliamoci.

Non saremo più campioni del mondo per chissà quanto, ma facciamo ancora molto rima con “campioni”, con un’altra parola che definisce perfettamente chi si ostina a seguire questo circo di perdenti.

In tutto questo marasma, l’unica nota di dignità è rappresentata dal passo indietro di Paolo Maldini e Leonardo. Persone serie, abituate a vincere sul campo e nella vita, che hanno capito di essere state usate come figurine per dare un volto pulito e vincente a un sistema marcio e disastroso.

Hanno fatto benissimo ad andarsene.

Lasciare il Titanic prima che coli a picco non è codardia, ma legittima difesa contro la mediocrità.

Perché Maldini e Leonardo sono vincenti, persone da albergo di lusso, da multinazionale che voglia tornare grande; non puoi pretendere che restino in una topaia di perdenti che non vogliono diventare neppure un due stelle o che restino ai vertici di una fabbrichetta a conduzione familiare, dove il figlio del titolare, col diploma tecnico, pretende di essere amministratore delegato in virtù del suo legame con i piani alti.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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