PETROLIERE IN FIAMME E PROMESSE TRADITE. IL CAPOLAVORO CHE SVUOTA LE TASCHE DEGLI ITALIANI

di Pasquale Di Matteo

Altri soldati americani torneranno a casa in una bara avvolta nella bandiera a stelle e strisce.

E pensare che l’inquilino ossigenato della Casa Bianca aveva giurato su tutto ciò che gli è caro che mai, per nessun motivo, avrebbe trascinato l’America in una nuova avventura mediorientale. Anzi, giurava di chiudere ogni guerra all’estero, perché l’America veniva prima.

“I nostri ragazzi non torneranno più indietro nelle bare”, diceva.

I media nostrani vi raccontano che gli Stati Uniti hanno tutto sotto controllo, che l’Iran è all’angolo, che i raid stanno “portando risultati”, ma a pagare il conto di questo disastro geopolitico siamo noi, ogni volta che facciamo benzina o saldiamo una bolletta.

IL PIZZO DEL GUARDIANO: LA TARIFFA DI PROTEZIONE DI DONALD TRUMP

La scorsa settimana, Trump ha deciso di superare perfino se stesso. Con un post su Truth ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà aperto “con o senza l’Iran”.

Solo che, per garantire la “sicurezza” del transito dalle mine e dai droni di Teheran, gli Stati Uniti, autoproclamatisi per l’occasione “Guardiani dello Stretto di Hormuz”, pretendevano una tassa di rimborso, un pedaggio, un’aliquota fissa del 20% su tutto il valore del carico trasportato.

Chiamatelo pedaggio, chiamatela tariffa di sicurezza, ma assomiglia in tutto e per tutto alla richiesta del pizzo. Solo che a chiederlo non è Don Vito Corleone né Joe Adonis, ma il Presidente degli Stati Uniti d’America. Il metodo è assai simile.

Facciamo due calcoli, giusto per capire la portata del delirio di Trump.

Una petroliera carica in partenza dal Golfo ha un valore complessivo che oscilla attorno a 250 milioni di dollari, tra lo scafo da 120 milioni e il carico di greggio da 130 milioni, e, con l’applicazione della “tariffa Trump” del 20%, l’armatore dovrebbe sborsare la bellezza di 26 milioni di dollari a viaggio alle casse di Washington.

Al confronto, la tassa di transito richiesta dall’Iran nei primi giorni di blocco, pari a circa due milioni di dollari, quindi un dollaro al barile, sembrava quasi una mancia lasciata al bar.

Naturalmente, accortosi della colossale follia che rischiava di far fallire l’intera marina mercantile del mondo in ventiquattro ore, il miliardario newyorkese ha fatto la sua tipica retromarcia acrobatica.

Così, con un secondo post, ha cancellato il pedaggio del 20% come fosse stato uno scherzo e lo ha sostituito con una richiesta più diplomatica, ma altrettanto coercitiva: i paesi arabi del Golfo dovranno “compensare” gli USA effettuando investimenti miliardari e commesse commerciali direttamente sul territorio americano. L’importante è che i soldi arrivino a Washington. In un modo o nell’altro. È il metodo di Corleone di cui parlavamo poc’anzi perché agli USA servono soldi e disperatamente, come si evince.

LA BEFFA DI TEHERAN E LA TRAPPOLA DELLE ROTTE MARITTIME

L’Iran non si è fatto sfuggire l’occasione per ridicolizzare ancora una volta gli USA.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha risposto su X con un’ironia tagliente che fotografa perfettamente lo stallo.

“Il Presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro e protetto per le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz dovrebbe essere ricompensato per questo servizio. L’Iran è sempre stato il GUARDIANO dello Stretto e lo rimarrà PER SEMPRE. Il 20% è ovviamente troppo. Saremo equi.”

Dietro l’ironia c’è una cruda realtà geografica che i generali del Pentagono fanno finta di non vedere: gli Stati Uniti non possono garantire la sicurezza di quel braccio di mare semplicemente perché non si trovano lì.

L’Iran, invece, sì.

Durante i periodi di pace, le navi civili transitavano nella zona centrale dello Stretto, lambendo le coste dell’Oman. Oggi, con lo stretto minato e i droni kamikaze che ronzano nei cieli, Teheran ha imposto come rotta un corridoio obbligato che passa molto più a nord, nelle sue acque territoriali, esattamente tra l’isola di Qeshm e l’isola di Larak. Un tratto di mare privo di mine, ma totalmente controllato dai Pasdaran.

Gli Stati Uniti, per reazione orgogliosa, hanno chiesto alle navi mercantili di ignorare i richiami iraniani, di spegnere i transponder marittimi (AIS) e di navigare rasente le coste omanite, ma le navi che hanno seguito le direttive americane sono state puntualmente intercettate, colpite o sequestrate.

Nessun armatore sano di mente oggi vuole rischiare una nave da 250 milioni di dollari per fare un favore alla Casa Bianca, specialmente quando un drone iraniano da ventimila dollari è in grado di provocare danni da decine di milioni. Ecco perché il traffico marittimo è fermo.

IL CONTAGIO DEL GOLFO

Il fallimento di Trump, con la sua strategia fatta di minacci e bombardamenti, ha innescato un effetto domino devastante in tutta la regione. La guerra non è più confinata allo stretto e i Pasdaran rispondono con attacchi continui contro basi militari statunitensi in Kuwait e in Bahrein, dove la popolazione di Manama convive da giorni con il fragore delle esplosioni.

Nello Yemen si è aperto un nuovo fronte di questa guerra totale. L’Arabia Saudita, su esplicita richiesta del governo yemenita in esilio ad Aden, ha bombardato la pista d’atterraggio dell’aeroporto della capitale Sana’a, controllata dagli Houthi, per colpire ribelli proveniente da Teheran.

Gli Houthi hanno riposto sequestrando un aereo della Croce Rossa Internazionale nello scalo costiero di Hodeida e prendendo in ostaggio i piloti.

Intanto, i paesi arabi del Golfo si stanno adoperando per aggirare Hormuz.

L’Arabia Saudita sta sfruttando più che può l’oleodotto che taglia la penisola arabica fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso; gli Emirati Arabi Uniti stanno accelerando la costruzione e il potenziamento dei porti situati al di fuori dello stretto, come Fujairah, Khor Fakkan e Dibba, investendo miliardi in ferrovie e strade per collegarli alla costa interna, ma la transizione dal gigantesco polo logistico di Jebel Ali (Dubai) non si improvvisa in poche settimane.

L’Iraq guarda a nord, dove sta potenziando la capacità dell’oleodotto che collega i giacimenti di Kirkuk al porto turco di Ceyhan.

Tuttavia, ognuna di queste soluzioni alternative richiede anni di lavori infrastrutturali, quindi, nel breve termine, l’unica realtà è che il rubinetto dell’energia mondiale resta nelle mani di Teheran e dei droni Houthi.

E CHI PAGA IL CONTO DI QUESTO DISASTRO?

Mentre i signori della guerra a Washington e Teheran giocano la loro partita a scacchi sulla pelle dei marinai, e la dirigenza politica israeliana brinda segretamente alla ripresa delle ostilità che allenta la pressione internazionale sui fronti di Gaza e del Libano, le conseguenze di questa follia arrivano dritte nei nostri supermercati.

Il petrolio vola oltre i 90 dollari al barile, l’inflazione energetica, che sembrava parzialmente domata a maggio, ha subito un’impennata drammatica a giugno, sfiorando la doppia cifra (+9,2%), così, l’indice dei prezzi dei beni alimentari corre ancora più veloce.

A pagare il prezzo più alto di questa esibizione di muscoli sono, come sempre, le famiglie a basso reddito, quelle per cui un aumento della bolletta o del costo della spesa non è un fastidio passeggero, ma una condanna.

Finché l’Occidente non deciderà di guardare in faccia la realtà dello Stretto di Hormuz, abbandonando la retorica dei “miliardi facili”, dei “buoni” contro i “cattivi” e dei blocchi navali immaginari, continueremo a finanziare con le nostre tasche il fallimento delle politiche americane.

Che poi è il fallimento della nostra politica.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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