L’ANNO DELLO SCOSCENDIMENTO

Il Giappone dopo l’8 febbraio: il potere totale e la solitudine della scelta

La luce al neon dell’insegna del combini sfarfalla per un istante, poi si spegne.

Sono le undici di sera a Osaka, e la città sembra trattenere il respiro.

Dentro il piccolo supermercato aperto ventiquattr’ore, un uomo sulla settantina conta meticolosamente le monete prima di acquistare una confezione di onigiri.

Fuori, due ragazzi sui vent’anni fumano appoggiati a un parcheggio per biciclette, gli smartphone che illuminano i loro volti come maschere.

L’uomo paga, esce, e i ragazzi non lo guardano. Lui non guarda loro. Tre generazioni, stessa città, stesso tempo che scorre. Eppure vivono in Giapponi diversi.

Anche se il Giappone è lo stesso. E, dopo il voto dell’8 febbraio, è cambiato per sempre.

A Nagatacho, nel cuore politico di Tokyo, Sanae Takaichi ha appena chiuso gli ultimi colloqui. I numeri sono definitivi. Il Partito Liberal Democratico ha conquistato 317 seggi alla Camera bassa. I due terzi dell’assemblea. La maggioranza qualificata. Il potere assoluto.

Quella stessa maggioranza che fino a tre mesi fa sembrava un miraggio oggi racconta il suo successo.

IL NUMERO CHE CAMBIA TUTTO

Riavvolgiamo il nastro. Ottobre 2024: elezioni anticipate, coalizione PLD-Ishin ferma a 199 seggi, opposizione frammentata ma combattiva, primo governo donna costretto a negoziare ogni provvedimento come un equilibrista su un filo troppo sottile.

Luglio 2025: Camera dei consiglieri, venti seggi sotto la maggioranza. Trattative estenuanti, accordi notturni, veti incrociati. Per la prima volta dal 1955, il PLD scopre cosa significa governare senza la rete di sicurezza dell’egemonia.

Poi l’8 febbraio 2026. Il colpo di scena che gli analisti non avevano previsto, i sondaggisti non avevano misurato, gli oppositori non avevano immaginato.

O, forse, sì. Ma non con queste proporzioni.

Trecentodiciassette seggi.

Non è una vittoria. È un’onda. Uno tsunami silenzioso che travolge tutto ciò che trova sul suo cammino: l’opposizione, i dubbi interni, le voci critiche, le residue incertezze sulla tenuta del governo.

Abbiamo assistito a qualcosa che non accadeva da tempo. L’elettorato giapponese ha preso tutto il malcontento, tutta l’ansia, tutta la paura accumulata in questi anni, e l’ha trasformata in un mandato.

Non so se sia stato un gesto di fiducia o un grido di disperazione.

Forse entrambi.

LA GEOGRAFIA DEL CONSENSO

I numeri, come sempre, mentono se li guardi solo in superficie. La vittoria di Takaichi è schiacciante nei seggi, ma la distribuzione del voto racconta una storia più complessa.

Nelle prefetture rurali del Tohoku, dove l’età media sfiora i sessantacinque anni e i giovani se ne sono andati da tempo, il PLD ha superato il sessanta per cento. In alcune circoscrizioni dell’Hokkaido, ha sfiorato il settanta. Territori che invecchiano, che si spopolano, che guardano al passato come unico orizzonte possibile.

A Tokyo, Osaka, Nagoya, Fukuoka, il consenso si ferma al trentotto, quaranta per cento. Nelle grandi aree metropolitane, nei quartieri dove vivono i giovani, i lavoratori precari, gli stranieri, i creativi, i ribelli, il partito di governo arranca.

Yuki Tanaka è seduto in un piccolo ristorante di ramen a Kameido, quartiere operaio di Tokyo. Trentadue anni, due lavori part-time, un sogno di stabilità che si allontana ogni anno di più.

Di fronte, ha un giornalista a caccia degli umori della gente.

“Io non ho votato PLD”, gli dice Tanaka, mentre mescola distrattamente i noodles. “Ma capisco chi l’ha fatto. Quando hai paura, cerchi qualcuno che sembri non averne.”

L’affluenza nella fascia 18-34 anni è stata del trentotto per cento. Nelle aree rurali ha superato il sessanta. I giovani non si sono mobilitati. Gli anziani sì.

La democrazia giapponese ha parlato con la voce di chi ha più tempo, più paura, più memoria.

LA DONNA CHE NON PUÒ PIÙ SBAGLIARE

Sanae Takaichi compirà 65 anni il prossimo 7 marzo, ha una carriera politica costruita con la determinazione di chi ha dovuto dimostrare il doppio per essere considerata la metà.

È la prima donna a guidare il Giappone. Ora è anche la prima leader dagli anni di Shinzo Abe ad avere il potere di fare quasi tutto ciò che vuole.

Quasi tutto.

Il paradosso del potere assoluto è che toglie ogni alibi. Fino a ieri, Takaichi poteva dire: “La maggioranza è risicata, devo mediare, non posso imporre le riforme necessarie.” Oggi non può più.

Oggi il Giappone la guarda e aspetta.

Ha vinto, ma forse ha vinto in un Paese che non sa cosa vuole diventare.

Può scrivere le leggi che vuole. Può modificare la costituzione se riesce a trovare i numeri per il referendum. Può riarmare il paese.

Può aprire all’immigrazione o chiudere le frontiere. Può tutto.

Ma qualunque cosa scelga, qualcuno urlerà. E quel qualcuno, questa volta, non potrà dare la colpa alla frammentazione del parlamento, ma a lei.

E questo non è un dettaglio da poco.

IL PESO DELLO YEN SULLA PELLE DELLA GENTE

La signora Tanaka prepara il ramen al giornalista a caccia degli umori della gente.

Trent’anni di lavoro, lo stesso bancone, le stesse ricette. Ma i prezzi no, quelli non sono più gli stessi.

“L’anno scorso ho aumentato i prezzi per la prima volta”, gli aveva detto in una visita precedente del giornalista, all’indomani delle turbolenze del 2025. “Mio marito piangeva. Diceva che era un fallimento. Invece era solo sopravvivenza.”

Oggi lo yen è ancora più debole. Il maiale costa di più. La farina costa di più. L’olio costa di più.

I clienti vengono meno. I giovani ordinano il piatto più economico e lo dividono in due.

“Takaichi-san ha vinto”, dice senza alzare lo sguardo dalla pentola. “Bene. Ora faccia qualcosa. Qualunque cosa. Ma la faccia in fretta. Io non so quanto ancora posso resistere.”

Al di là dei proclami della Premier, che avrà modo per trasformarli in realtà, la Banca del Giappone ha rallentato la politica monetaria espansiva, ma il miglioramento promesso non è arrivato o è arrivato troppo lentamente.

I salari reali crescono a singhiozzo, irregolari come il battito cardiaco di un malato di cuore. L’inflazione importata divora i risparmi di una vita.

Il problema non è più tecnico, ma politico. Ciò che andrebbe fatto lo hanno capito in molti, ma l’elettorato che ha premiato Takaichi è davvero pronto ad accettare il costo delle soluzioni?

LA GENERAZIONE CHE NON TORNERÀ

Tsukudajima conserva ancora l’odore del vecchio Tokyo, quello dei pescatori e dei piccoli commercianti. Oggi le case sono abitate da fantasmi. Uomini e donne che esistono, respirano, camminano, ma che il resto del Paese ha già dimenticato.

La scuola elementare ha chiuso dodici anni fa. L’edificio è stato riconvertito in centro diurno per anziani. I bambini che giocavano in quel cortile oggi hanno figli che non giocano in nessun cortile, perché vivono in appartamenti troppo piccoli a Tokyo, o non ne hanno affatto.

Centoventidue milioni di giapponesi. Il diciassette per cento ha almeno settantacinque anni. Questo segmento cresce, si allarga, occupa sempre più spazio, mentre la popolazione in età lavorativa si restringe come una maglia di lana lavata in acqua calda.

Vent’anni fa, quando un paziente anziano veniva dimesso, c’era sempre qualcuno ad aspettarlo: la moglie, il figlio, la nuora, anche un nipote. Oggi, sempre più spesso nessuno.

Escono dall’ospedale e tornano nel nulla delle loro esistenze.

La carenza di manodopera non è più un’allerta, ma un dato strutturale. I lavoratori stranieri aumentano anno dopo anno, silenziosamente, quasi clandestinamente nella loro visibilità pubblica. Sono nei campi, nelle fabbriche, nei magazzini, nelle consegne a domicilio. Sono il motore invisibile che tiene acceso il Paese.

Ma nessuno vuole parlare di loro. Sono come l’aria: indispensabili, ma invisibili finché non mancano.

IL SALE DELLO STRETTO

La dichiarazione era arrivata nel novembre 2025, tre mesi prima del voto. Un attacco cinese a Taiwan, aveva detto Takaichi, rappresenterebbe una minaccia alla sopravvivenza stessa del Giappone. E richiederebbe una risposta militare.

Pechino aveva reagito con la durezza prevedibile. I titoli dei giornali cinesi avevano parlato di “deriva pericolosa”, di “lezione storica da ricordare”. Ma dentro i confini giapponesi, la reazione era stata più interessante.

Il sondaggio di quei giorni diceva che il 48,8 per cento degli intervistati concordava con Takaichi. Il 44,2 per cento era contrario. Un paese spaccato a metà su ciò che forse è la domanda più importante: il Giappone è disposto a combattere?

Oggi, con 317 seggi in tasca, quella domanda torna più forte che mai.

Il Giappone è disposto a morire? Perché è questo che significa, alla fine. Non sparare. Essere sparati.

La Cina è il principale partner commerciale del Giappone, ma anche la sua principale preoccupazione in materia di sicurezza. L’interdipendenza economica e la competizione strategica convivono nello stesso letto, respirando la stessa aria, sapendo che se uno si muove troppo, l’altro potrebbe non svegliarsi.

L’OMBRA AMERICANA CHE SI ALLUNGA

A Yokosuka, la base navale americana continua le operazioni con la stessa routine di sempre. Le navi entrano ed escono dal porto, i marinai camminano per le strade con quella camminata particolare di chi è lontano da casa, i bar e i ristoranti intorno alla base prosperano grazie ai dollari americani.

Ma sotto la superficie dell’alleanza, qualcosa si muove.

Crescono i dubbi sull’affidabilità a lungo termine di Washington. Non sulla volontà, ma sulla coerenza. Sulla capacità di mantenere gli impegni attraverso i cambi di amministrazione. Sulla volatilità dell’interesse americano verso una regione che per gli Stati Uniti è cruciale, ma lontana, vitale, ma non familiare.

È probabile che sia il Giappone sia gli USA non possano più fare a meno l’uno dell’altro, perché, se è vero che l’alleanza non basta, senza l’alleanza non c’è niente.

La spesa per la difesa si avvicina al due per cento del PIL, lo yen debole gonfia i costi di approvvigionamento, i missili costano più delle pensioni, gli F-35 più degli asili nido.

I trade-off diventano ogni giorno più evidenti, e la pazienza dell’opinione pubblica è ogni giorno più sottile.

LA TRAPPOLA DEL POTERE TOTALE

Takaichi ora ha tutto ciò che un leader può desiderare: la maggioranza, il mandato e il tempo.

Ha anche tutto ciò che un leader dovrebbe temere, cioè nessuno a cui dare la colpa, nessuno dietro cui nascondersi. Nessun alibi.

Il problema del potere assoluto, in democrazia, è che non esiste. Anche con i due terzi dei seggi, Takaichi deve fare i conti con l’opinione pubblica, con i media, con i mercati, con la comunità internazionale, con il suo stesso partito.

Ha vinto, certo. Ma ha vinto in un Paese che è stanco, spaventato, diviso. La domanda non è cosa può fare. La domanda è cosa oserà fare.

I media internazionali cercano il nazionalismo; i media cinesi cercano la provocazione; i media giapponesi cercano le fratture.

Ma forse stanno cercando tutti nel posto sbagliato, perché, nella vera sostanza dei fatti, non importa a nessuno se Takaichi visiterà il santuario Yasukuni, ma se riuscirà a far nascere più bambini, se riuscirà a far crescere i salari e se riuscirà a gestire il declino senza che il declino gestisca lei.

L’UOMO DEL COMBINI

Al combini di Osaka, quello con l’insegna che sfarfalla, il settantenne è uscito, i ragazzi con gli smartphone se ne sono andati da un pezzo e dentro, la commessa ventenne sistema gli scaffali con movimenti lenti, automatici, come se il corpo lavorasse mentre la mente è altrove.

Lei non ha seguito le elezioni. “Troppo impegnata.”

Quando ha sentito della vittoria schiacciante di Takaichi, ha sollevato di spalle. “A me cosa cambia?” si è chiesta.

Fuori, la luce al neon sfarfalla ancora un paio di volte, poi si riaccende stabile. Per quanto, nessuno lo sa.

Questo è anche il problema di Sanae Takaichi. Non l’opposizione in parlamento, che è ridotta ai minimi termini, e nemmeno la Cina, che pure preme, o l’America, che tentenna.

Il problema della Premier è quella commessa. Sono quei ragazzi. È quell’uomo anziano.

Sono i milioni di giapponesi che hanno smesso di credere che la politica possa cambiare qualcosa, quelli che hanno votato per abitudine, o per paura, o non hanno votato affatto. Quelli che aspettano qualcosa, ma non sanno cosa. Che sperano in qualcosa, ma non ci credono davvero.

Takaichi ha il potere. Ora deve dimostrare che il potere serve a qualcosa.

IL 2026 COMINCIA ADESSO

L’8 febbraio 2026 resterà negli libri di storia. La data in cui il Giappone ha deciso di concentrare il potere in un paio di mani, la data in cui Sanae Takaichi è passata da prima ministra fragile a leader potentissima.

Ma la storia non si ferma alle date. Si ferma nelle vite delle persone.

Takaichi ha 317 seggi, il potere di cambiare le leggi e il Paese, ma il tempo stringe, la pazienza si assottiglia e lo scoscendimento continua.

La pioggia di febbraio lava le strade di Tokyo. Le persone camminano sotto gli ombrelli, curve, veloci. In lontananza, il Tokyo Skytree perfora il cielo grigio come un ago che cerca di cucire qualcosa che si è strappato.

Il Giappone ha smesso di trattenere il respiro. Ora deve decidere se e come respirare.

L’ESECUZIONE DEL PENSIERO LIBERO. QUANDO LE ISTITUZIONI ARMANO IL BRANCO DIGITALE PER SCHIACCIARE UN RAGAZZO E IMPORRE IL SILENZIO DI REGIME

Immaginate il silenzio nella stanza di quel ragazzo?

In quel santuario disordinato, dove le idee prendevano forma tra libri di scuola e la luce bluastra di uno smartphone?

Il silenzio è stato violato da una vibrazione incessante. Una notifica. Poi due, cinque, cento.

Non da messaggi di amici, ma da pietre virtuali scagliate da una folla invisibile che ha deciso che tu, diciannove anni e una testa piena di domande, sei il Nemico. Che ha deciso di agire da branco.

Siamo a Recanati. La vicenda è accaduta a uno studente del Liceo Giacomo Leopardi, un fatto che trascende la cronaca locale perché è un caso evidente di studio clinico sulla patologia della nostra democrazia.

Come esperto di relazioni umane e dinamiche di potere, vedo i fili scoperti di una società che ha perso l’immunità al virus dell’odio, dove tanti sono contagiati dalla voglia di censura e di negazione del libero pensiero. E anche della logica.

IL MECCANISMO DEL CAPRO ESPIATORIO E LA DISSONANZA COGNITIVA

Un ragazzo, nell’esercizio legittimo e sacro del suo diritto allo studio e al confronto, organizza un incontro sul giornalismo di guerra. Gli ospiti sono i giornalisti Vincenzo Lorusso e Andrea Lucidi.

Il contesto è didattico, di confronto. È l’ABC della democrazia.

Ma il sistema mediatico-politico non ha visto “due reporter che lavorano nel Donbass”, quindi esperti sul campo e non da talk show, ma ha applicato un reframing istantaneo e violento:, cioè ha cambiato la cornice cognitiva dell’evento, e vi ha visto “due putiniani”.

L’etichetta è lo strumento più potente di controllo sociale quando le argomentazioni vacillano. Quando applichi l’etichetta “filorusso” o “putiniano” in un contesto di guerra polarizzata, non stai descrivendo un’opinione, ma stai disumanizzando l’interlocutore.

Stai attivando nel cervello rettiliano dell’opinione pubblica il segnale di pericolo: “Lui non è come noi. Lui è una minaccia”.

La dissonanza cognitiva qui è assordante.

I nostri politici dell’opposizione, ma anche ministri ed europarlamentari, si riempiono la bocca di parole come “libertà”, “democrazia”, “pensiero critico”.  

Eppure, nel momento in cui un diciannovenne esercita quel pensiero critico, nella sua piena e legittima libertà, che è figlia della democrazia, di voler ascoltare l’altra campana – atto fondamentale in geopolitica per comprendere la complessità di un conflitto – il sistema immunitario dello Stato reagisce come se fosse un cancro da estirpare.

Ed ecco che le metastasi di quel cancro si attivano, con le interrogazioni parlamentari, con le etichette, con le ingiurie.

Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali e del Diritto, ciò che è accaduto è un abominio istituzionale, poiché abbiamo assistito a una sproporzione di forze che farebbe impallidire qualsiasi stratega militare.

Da una parte, un ragazzo che studia per la maturità. Dall’altra, la vicepresidentessa del Parlamento Europeo, Pina Picierno, che scrive al Ministro dell’Istruzione Valditara.

È l’elefante che si spaventa del topo e chiede al cacciatore di sparare.

Roba da brividi per chiunque abbia a cuore la DEMOCRAZIA.

Questa non è politica; è bullismo di Stato.

Quando un rappresentante delle istituzioni punta il dito contro un singolo cittadino privato, per di più studente, sta violando il patto sociale implicito che vuole il Potere a protezione del debole, non a sua persecuzione. L’interrogazione parlamentare non era volta a capire; era volta a intimidire.

È un messaggio mafioso subliminale inviato a tutti gli altri studenti d’Italia: “Non azzardatevi a uscire dal tracciato. Non azzardatevi a fare domande scomode. O vi schiacceremo”.

Quella di Picierno è un atto intimidatorio da ricondurre all’epoca fascista, che nulla a che fare con una democrazia.

LA PSICOLOGIA DELLA FOLLA E LA DE-INDIVIDUAZIONE

Stephen King ha scritto spesso del terrore che si prova quando la normalità si sgretola. Per questo ragazzo, l’orrore ha assunto la forma di un giornalista, un professionista dell’informazione, che ha deciso di gettare il suo nome in pasto ai lupi di X (ex Twitter).

La folla online – il BRANCO – non vede più un essere umano. Vede un bersaglio. Termini come “zecca”, “inutile coglione”, “da vomito” non sono semplici insulti, bensì ancore linguistiche negative progettate per ridurre l’altro a un oggetto, a parassita. Se l’altro è una “zecca”, schiacciarlo non è omicidio, è igiene.

Al tempo stesso, sono corde che legano e creano un senso di appartenenza nella battaglia contro l’altro. Proprio come avviene nei regimi.

Le minacce fisiche (“ti aspettiamo fuori”) sono la logica conseguenza di questa narrazione. Abbiamo armato le mani degli instabili con la retorica dei giusti.

E, con l’atteggiamento intimidatorio, ai limiti dell’atto fascista, di Picierno e di quelli che le danno corda, abbiamo dato voce e motivo di stima di sé a tanti disagiati sociali che hanno nel DNA il rifiuto del libero pensiero e della democrazia.

Chi si prenderà la responsabilità se qualcuno passerà dalle parole ai fatti? Chi pagherà il conto psicologico di un ragazzo che, a 19 anni, deve blindare i suoi social come se fosse un testimone di giustizia sotto protezione?

E solo per aver agito da cittadino libero e dotato di spirito critico.

IL PARADOSSO DEL PLURALISMO E LA MORTE DELLA GEOPOLITICA

Come studioso di Geopolitica, trovo deprimente la povertà intellettuale di questa vicenda.

La guerra in Ucraina è una tragedia complessa, stratificata, con radici storiche profonde. Ridurla a una tifoseria da stadio, dove ascoltare un reporter dal fronte opposto equivale a tradimento, significa aver rinunciato a capire il mondo.

Significa non volere la verità, ma solo la verità di qualcuno in particolare.

La scuola, quel luogo sacro difeso dai docenti e dalla preside del Liceo Leopardi (a cui va il mio plauso per non essersi piegati), deve essere il laboratorio del dubbio.

Perché la Scuola è, ormai, l’ultima difesa alla deriva antidemocratica e censoria.

Se togliamo agli studenti la possibilità di confrontarsi con narrazioni “scomode”, non stiamo allevando cittadini, ma sudditi. Stiamo creando delle camere digitali umane, incapaci di gestire la complessità.

IL MIO APPELLO: RESTARE UMANI NELL’ERA DELLA MACCHINA

A quel ragazzo di Recanati dico: non avere paura. Il dolore che senti ora, l’ansia che ti stringe lo stomaco quando guardi il telefono, è il prezzo che si paga per essere liberi – E MATURI – in un mondo di schiavi mentali.

Hanno cercato di spezzarti perché la tua curiosità e il tuo spirito critico metteva in luce la loro mediocrità.

Hai fatto il tuo dovere di studente, ovvero cercare la verità oltre il velo di Maya della propaganda.

A noi, adulti, professionisti, genitori, spetta un compito ben più arduo. Dobbiamo guardarci allo specchio e chiederci: che società stiamo costruendo? Una società dove un Ministro e un Europarlamentare possono scatenare una caccia alle streghe su un liceale senza pagarne dazio?

È una vergogna.

Una vergogna che macchia le nostre istituzioni e che dimostra, ancora una volta, che la vera “minaccia ibrida” non viene da Mosca o da Pechino, ma dal vuoto, culturale e umano, di valori, che sta divorando l’Occidente dall’interno.

Difendiamo il libero pensiero e la democrazia del dissenso. Perché senza, la democrazia muore nel buio, tra gli applausi scroscianti di una folla-branco che ha dimenticato come si pensa e in cui un atto come quello di Picierno riesce a essere visto come cosa intelligente.

COME IL NEOLIBERISMO HA GENERATO IL SUO OPPOSTO, L’INTERNAZIONALE NAZIONALISTA

Sembrerebbe un paradosso, ma potremmo parlare di Internazionale Nazionalista.

Non si tratta di un gioco di parole, ma è il sintomo più acuto e inquietante della schizofrenia di cui è vittima la nostra epoca, la diagnosi di una febbre globale che stiamo ancora cercando di misurare, mentre il mondo si riarma e il “clima di guerra” cessa di essere una metafora per farsi cronaca quotidiana, tirando indietro i calendari a un secolo fa.

Per decifrare questo paradosso, dobbiamo compiere un passo indietro, fino alle fondamenta ideologiche del mondo che ci siamo appena lasciati alle spalle.

IL VUOTO LASCIATO DAL MERCATO-MONDO

Per quasi quarant’anni, abbiamo vissuto immersi nel dogma neoliberista, una visione del mondo che, nella sua forma più brutale e iconica, fu sintetizzata da Margaret Thatcher con una frase tanto semplice quanto devastante: “Non esiste una cosa come la società”.

Il pensiero era esplicito: i liberisti vedono solo individui in competizione perpetua su un mercato globale.

Questo modo di pensare ha eroso le comunità tradizionali, le solidarietà di classe, le appartenenze territoriali, offrendo in cambio la promessa illusoria di un’identità fondata unicamente sul consumo.

D’altronde, la stessa Unione Europea è nata su queste fondamenta, sul commercio e sui flussi di denaro.

L’individuo, sradicato e trasformato in homo oeconomicus, si è ritrovato solo, nudo di fronte al potere impersonale dei flussi finanziari, delle lobby e delle logiche di mercato.

Ma l’essere umano è un animale sociale che soffre il vuoto e, in questo vuoto identitario, in questo deserto di legami collettivi, il nazionalismo è tornato a fiorire.

Non un nazionalismo del tutto simile a quello ottocentesco, ma una sua versione 2.0, virale, transnazionale.

Un’ideologia che offre una risposta primordiale, istintiva, alla domanda più profonda dell’uomo contemporaneo: “Chi sono io?”, che ci riporta alla filosofia antica.

La risposta è semplice e violenta: sei parte di una “homeland“, di una casa, di un popolo che non è definito da ciò che costruisce, ma da chi e da cosa esclude. Sei parte di una tribù in lotta per la sopravvivenza, all’interno di un gioco le cui regole sono scritte da sovrastrutture superiori alla società e ai governi.

DALLA CLASSE ALLA NAZIONE, DI NUOVO

L’Internazionale Socialista era la più grande forza politica organizzata del pianeta, eppure, nell’agosto del 1914 si sbriciolava in poche settimane.

I proletari francesi e tedeschi, anziché combattere come classe contro i loro sfruttatori, sceglievano di indossare divise diverse e di massacrarsi a vicenda in nome della nazione racchiusa dai confini geografici.

All’epoca, prevalse il senso di appartenenza alla nazionale, le radici legata alla terra, la lingua.

Oggi, assistiamo a un fenomeno molto diverso, per cui i “perdenti” della globalizzazione, quelli che restano degli operai della Rust Belt americana, gli artigiani europei spazzati via dalla concorrenza asiatica, gli strati sociali impoveriti e culturalmente spaventati, non si riconoscono più in un’élite globale che parla un linguaggio che non è il loro. Un linguaggio che, oltretutto, sembra parlare contro di loro.

E così, proprio come i loro bisnonni nel 1914, scelgono la tribù. Rigettano l’internazionalismo astratto dei mercati per abbracciare l’internazionale, molto più concreta e viscerale, di coloro che si sentono assediati. Non si uniscono in nome della classe, come ipotizzava Marx, ma in nome di un’identità nazionale e culturale che percepiscono in pericolo mortale.

IL NUOVO ORDINE E IL PERNO AMERICANO

Questa situazione sta ridisegnando la mappa geopolitica del potere.

La vecchia contrapposizione tra blocchi ideologici è superata da tempo e, ormai, è preistoria. Emerge una nuova geografia dove, da una parte, un insieme di potenze (Stati Uniti, Russia, Cina) che, pur in competizione, si propongono come garanti di un ordine interno, spesso autoritario; dall’altra, un vasto arco di instabilità che si estende dall’Africa al Medio Oriente, dove i conflitti proliferano e gli Stati si dissolvono.

In questo scenario, l’America di Trump non è un incidente della storia, come alcune analisi superficiali vorrebbero lasciare intendere, ma il perno di un nuovo paradigma. “This is OUR Hemisphere” non è solo uno slogan, è la quintessenza della Dottrina Monroe innalzata a potenza, la rivendicazione di un controllo assoluto sul proprio “cortile di casa”, che si estende dal Polo Nord allo Stretto di Magellano.

Non è più la logica delle alleanze basate su valori condivisi, come la NATO, ma quella brutale e inquietante della transazione monetaria e dei rapporti di forza.

L’Europa, frammentata e incapace di pensarsi come soggetto unitario, non è più un partner, ma un insieme di vassalli da cui “estrarre capitali e tecnologia” in cambio di una protezione sempre più precaria e condizionata.

L’Unione Europea, nata come antidoto ai nazionalismi, si è dimostrata impotente proprio perché non è una nazione, non si fonda sull’identità di un popolo, ma sulla moneta comune, sul libero commercio, sulle transazioni bancarie, inoltre è un’accozzaglia di paesi con tradizioni, culture ed economie disparate, ragioni per le quali non può generare quella democrazia e quel potere che le permetterebbero di agire sulla scena mondiale.

LA STRUTTURA DEL SENTIMENTO: OLTRE L’ECONOMIA, LA CULTURA

Ma l’errore più grande sarebbe interpretare questo fenomeno in chiave puramente economica, perché questa Internazionale Nazionalista è molto di più e si fonda su una potente architettura culturale; non è una coalizione di interessi, ma di sentimenti: la paura della “sostituzione etnica”, la rivendicazione di un’identità bianca e cristiana, l’ostilità verso le minoranze e l’immigrazione, la nostalgia per un passato mitizzato in cui “l’America era grande” o l’Italia non doveva “chiedere il permesso” e volava durante il Boom economico.

Si tratta di elementi che non fanno parte di un’ideologia né di un programma politico, ma sono narrazioni, potenti e contagiose, che uniscono un elettore dell’Ohio a un sostenitore di Orbán in Ungheria.

È un’internazionale di leader che si legittimano a vicenda, che usano gli stessi codici comunicativi, che identificano gli stessi nemici: l’élite globalista, i media mainstream, le istituzioni sovranazionali.

Un movimento che prospera sulla disintegrazione del tessuto sociale che è figlia del fallimento di chi dovrebbe guidare e comandare, invece, non solo si è dimostrato incapace nel generare coesione, benessere e visioni, ma ha barattato il futuro delle prossime generazioni per inseguire i capricci delle lobby, a cominciare da quelle del farmaco e delle armi.

Tale situazione ha favorito scontento e voglia di cambiamento, perché quando non c’è più la società, restano solo gli individui delusi e spaventati. E gli individui delusi e spaventati cercano un capo forte che dia loro un’identità e un nemico.

Siamo di fronte a un cambio di paradigma che mette la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta, “alla prova”. La corrente ci sta trascinando verso un mondo di transazioni brutali tra potenze e di ripiegamento identitario all’interno delle nazioni. E non si tratta di una fase passeggera.

L’unica alternativa a scivolare nelle dinamiche del secolo scorso, che portarono alle due guerre mondiali, è iniziare a remare controcorrente, costruendo quel senso di comunità, di società e di Stato che abbiamo permesso venisse eroso dalle lobby e dai giochi di potere.

Dobbiamo farlo prima che l’onda autoritaria travolga tutto. Perché, mentre gli emarginati sono sempre più emarginati, mentre i poveri sono sempre più poveri, mentre gli europei sono trattati solo come bancomat per arricchire chi ha interessi nella vendita di armi, non c’è solo da passare la notte sperando in un giorno nuovo.

C’è da vedere politici forti e nazionalismi trionfare nelle urne. Proprio come nel primo ventennio del Novecento.

Beh, la Storia non si ripete mai uguale, ma, spesso, ha l’abitudine di presentare dinamiche simile, a volte addirittura peggiori.

Oggi, abbiamo situazioni che ricordano sia gli anni che precedettero la Grande guerra, sia diversi elementi che portarono allo scoppio della Seconda Guerra mondiale.

Considerando anche la potenza devastante degli armamenti di oggi, l’unica cosa certa è che non ci sarà mai una Quarta Guerra mondiale.

IL MACABRO VALZER TRA LE MACERIE DI KIEV E I SALOTTI DEL POTERE

A Kiev e a Odessa, il buio è diventato una creatura fisica, una coperta pesante fatta di gelo e di ronzii elettrici che si spengono, un mostro che non spaventa più soltanto i bambini, nella loro immaginazione in maturazione, ma spaventa tutti.

Quando Vitali Klitschko – non certo al soldo di Putin – usa la parola “catastrofica” per descrivere la situazione della capitale, non cerca spazio sui giornali occidentali, ma descrive una situazione energetica ridotta a un colabrodo, parla di milioni di persone che si muovono come ombre in appartamenti senza acqua, senza riscaldamento, senza più speranza, mentre il tempo fuori scorre con la spietatezza di un boia che non ha fretta.

Il tempo aspetta.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY: PROTEGGERE I CITTADINI PERDENDO IL DONBAS

Al centro di questa tempesta perfetta, Volodymyr Zelensky usa la solita retorica, quella che un tempo era galvanizzante, ma che sta assumendo sempre più le tinte cupe di un’ossessione shakespeariana.

Il presidente ucraino rifiuta ogni centimetro di compromesso territoriale, citando il destino di duecentomila anime ucraine nel Donetsk che non possono essere abbandonate al “mostro” russo, una posizione moralmente inattaccabile, ma strategicamente suicida.

Perché la realtà sul campo, documentata persino dalla fonte americana ISW, racconta una storia diversa: l’Ucraina sta perdendo il Donbas, ma lo sta facendo con una lentezza agonizzante che non dissangua solo le difese attuali, ma uccide anche il futuro del Paese.

Chasiv Yar e Sloviansk sono le prossime tessere di un domino che sta cadendo, un piccolo villaggio alla volta.

Valery Gerasimov, dall’altro lato della collina, conta dodici centri abitati conquistati in un solo mese. Per l’Occidente sono “villaggi spopolati”. Ma per chi è morto per difenderli erano tutto.

L’ARTE DEL SABOTAGGIO DIPLOMATICO: GARANZIE E PALETTI

Mentre la Russia, cinicamente, ma con logica, lancia l’esca di una governance temporanea sotto l’egida dell’ONU, una mossa che servirebbe a legittimare un cessate il fuoco per preparare elezioni che in Ucraina mancano da troppo tempo, Zelensky risponde alzando barricate di burocrazia.

Infatti, pretendere vent’anni di garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti prima di sedersi a un tavolo non è diplomazia, ma è l’evidente tentativo di aggirare l’impossibile ingresso nella NATO forzando l’America a un legame di sangue che Washington, segretamente, teme più di ogni altra cosa.

Aggiungeteci la richiesta di una “data certa” per l’ingresso nell’UE e otterrete la formula perfetta per assicurarsi che nessun negoziato possa mai avere neppure un inizio.

Quelli di Zelensky sono pretesti, muri costruiti con le parole per evitare di guardare nell’abisso di una pace amara, di una pace che sancirebbe la sua fine politica.

MONACO E L’EUROPA: IL BANCOMAT ESCLUSO DAL TAVOLO

Se la situazione a Kiev è tragica, quella nei salotti europei rasenta il grottesco, poiché, alla Conferenza di Monaco, si è assistito a un esercizio di ipnosi collettiva, dove Kaja Kallas e altri pezzi da Novanta dell’Unione descrivono una Russia con l’economia “a pezzi” e un’Europa in ascesa, mentre la realtà economica di Berlino e Parigi suggerisce un declino silenzioso, quanto inesorabile.

Abbiamo tagliato il cordone ombelicale dell’energia russa a basso costo, pensando di punire Mosca, ma ci siamo ritrovati a pagare il conto di una deindustrializzazione che ci lascerà nudi di fronte ai giganti del prossimo secolo.

L’Europa è diventata il “bancomat da spremere”, il finanziatore silenzioso di un conflitto di cui non decide più le regole. Gli europei pagano e basta.

Siamo noi a pagare gli stipendi della burocrazia ucraina e a fornire le munizioni, ma veniamo esclusi dai veri tavoli negoziali.

Il risentimento della Polonia, che si sente messa alla porta, o quello della Lettonia, che ha già detto no a migranti e multe, è solo la punta dell’iceberg di una frustrazione continentale che sta per esplodere.

Inoltre, se davvero la Russia fosse quella descritta da Kallas, per quale motivo dovremmo temerla? Con quali soldi e quale economia potrebbe invadere l’intera Europa, se fatica a conquistare l’Ucraina?

LA NARRAZIONE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

I media occidentali hanno costruito un santuario attorno alla figura di Zelensky, dove ogni critica è eresia e ogni sconfitta russa è ingigantita, fino a diventare vittoria ucraina, anche se, dopo quattro anni di bufale e panzane, tra muli, pale e microchip, anche chi è non proprio avvezzo al ragionamento comincia a dubitare.

Ci nutrono con il caso Navalny per ricordarci chi è il cattivo, come se avessimo bisogno di una bussola morale per distinguere un’invasione da una passeggiata, ma il giornalismo d’inchiesta non può permettersi il lusso del tifo. Così come non può permettersi di montare il caso Navalny per deviare l’opinione pubblica dai nomi noti e potenti dei frequentatori del macabro sistema Epstein.

La verità è che stiamo assistendo alla distruzione metodica dell’Ucraina in nome di principi che nessuno, a Monaco o a Washington, è disposto a difendere con i propri figli.

IL PESO DELLA REALTÀ

Donald Trump preme per un compromesso, non per amore di Putin, ma per la fredda aritmetica dell’isolazionismo americano. Zelensky resiste, forse sperando in un miracolo che la storia raramente concede ai deboli, e, in mezzo, ci sono milioni di ucraini senza luce e un’Europa che ha perso la bussola geopolitica.

E anche la lucidità per leggere gli eventi.

La pace non arriverà con assurde pretese di garanzie ventennali o con i discorsi infuocati sulla democrazia; arriverà quando avremo il coraggio di ammettere che i leader europei hanno preso la cantonata più devastante della storia, quando ci accorgeremo che le scorte di munizioni sono finite e che ogni giorno di “resistenza irremovibile” è un giorno in più di agonia per un popolo che merita più di una gloriosa distruzione e dell’annientamento dei più giovani.

Le luci a Odessa non torneranno stasera.

E noi, spettatori paganti e ipnotizzati dalle panzane della propaganda, continuiamo ad applaudire Kallas, von der Leyen e altri interpreti, mentre l’orchestra affonda con la nave.

L’ALITO GHIACCIATO DEL POTERE. PAM BONDI E IL VANGELO NERO DEI FILE EPSTEIN

Quella in cui si è riunita la Commissione Giustizia è sembrata più una cripta che un’aula, dove al centro, seduta come una regina su un trono, c’era Pam Bondi, Procuratrice Generale degli Stati Uniti d’America.

Era venuta a parlare di Jeffrey Epstein. Ma i morti non parlano. I morti urlano attraverso coloro che sono rimasti, e le urla quel giorno sono state assordanti.

Bondi non era lì per placare i fantasmi, ma per seppellirli di nuovo, sotto una valanga di parole preparate e con un atteggiamento di chi attacca perché non ha più difese né nulla da perdere.

I deputati democratici sono partiti all’attacco, con la ferocia di chi ha visto l’orrore e non può più distogliere lo sguardo. Le loro domande sono state schegge di vetro con cui hanno accusato Bondi di aver preso i file di Epstein, quel catalogo di abusi e perversioni, e di averlo trasformato in un’arma di protezione per il potere.

Un insabbiamento. Una cinica operazione di cosmesi sulla dignità calpestata delle vittime.

Nomi di potenti cancellati con un tratto di penna nero, come peccati che non devono essere portati alla ribalta. E, in un contrappasso diabolico, i dati sensibili delle ragazze, le loro vite private, gettati in piazza con la noncuranza di chi getta via immondizia.

C’erano anche le vittime, alcune di quelle donne i cui nomi sono “inspiegabilmente” trapelati.

Pam Bondi è rimasta imperturbabile, seguendo il copione di chi l’aveva preparata. Non ha mai degnato di uno sguardo le vittime del sistema pedofilo, e non solo, di Epstein, né si è scusata.

Per ogni accusa, ha risposto con “teatro”.

Le sue labbra si sono mosse, ma le parole sembravano provenire da un luogo più profondo e oscuro. Forse, dagli appunti su quel raccoglitore bianco da cui non si è separata mai, come uno scudo.

Lo ha aperto con gesti lenti, rituali, e da quelle pagine ha estratto attacchi personali, informazioni mirate, armi per demolire chiunque osasse metterla all’angolo.

In quattro ore di audizione, infatti, Bondi si è mostrata aggressiva e ha eluso tutte le domande, non entrando mai nel merito, ma rispondendo quasi a vanvera e mai sul tema delle domande, se non superficialmente.

E, quando l’avvocato Jamie Raskin, deputato democratico, l’ha accusata di fare ostruzionismo, Bondi lo ha aggredito: “Tu non mi dici cosa devo fare, avvocato bollito e perdente. Non sei nemmeno un avvocato”.

Quando è stata incalzata da altri deputati, che le hanno fatto notare come abbia protetto i potenti, la Procuratrice è andata in escandescenza, perdendo la pazienza, sbraitando: “questo non è un circo”.

Una condotta, quella della beniamina di Trump, che è figlia della tensione e dell’imbarazzo di una donna in difficoltà e senza argomentazioni convincenti.

Ma la nemesi ha un senso dell’umorismo crudele, quindi non stupisce che la rivolta non sia giunta dai suoi nemici, ma dai suoi amici.

Infatti, il mondo MAGA, l’universo di fedelissimi per cui lei stava combattendo, l’ha ripudiata, perché la sua performance non è stata quella di un’eroina, ma quella di una dilettante allo sbaraglio.

Debole, goffa, fuori controllo. Un pericolo per la loro stessa causa. Così, coloro che avrebbero dovuto difenderla hanno chiesto la sua testa. Abbandonata da tutti, Pam Bondi è diventata un fantasma.

Donald Trump ha provato a sminuire le critiche, suggerendo che fossero mosse da “pazzi della sinistra radicale”, poi ha confermato la fiducia a Bondi per il suo lavoro, che ha definito “fantastico”.

Ma il mondo Maga sembra pensarla diversamente. Persino un repubblicano moderato, come Thomas Massie, si è espresso con sdegno: “Non ha risposto a nulla. È venuta qui pronta a parlare del Dow Jones e del Nasdaq, il che mi sembra un po’ folle”

Anche la nipote del presidente, Mary Trump, ha attaccato Bondi: “Bondi non sarà cacciata. Sta facendo esattamente ciò per cui il suo capo l’ha assunta”.

Eppure, il vero mostro non ha il suo volto. Pam Bondi è solo l’officiante di un rito più antico.

Il vero mostro è un sistema che ha un appetito insaziabile per i corpi dei deboli, un meccanismo capitalistico e patriarcale che ha imparato a prezzare ogni cosa, persino la disperazione, trasformando lo sfruttamento sessuale in un lubrificante per gli ingranaggi del potere.

Ma attenzione, perché Epstein non era un lupo solitario, bensì il gestore di un macabro mercato dove le élite compravano e vendevano corpi come bambole e pezzi di anima. I file che Pam Bondi ha cercato di addomesticare non sono un semplice resoconto criminale, ma il libro mastro di questa economia dell’orrore.

Quando le luci nell’aula si sono spente, è rimasto il silenzio che resta dopo che la tragedia si è compiuta e tutti hanno perso. La giustizia è rimasta una parola vuota, le istituzioni ricoperte di un guscio fragile.

E nell’aria aleggia ancora un odore dolciastro di segreti.

Quelli che non moriranno mai.

Quelli che proteggono uomini e donne importanti, che decidono i destini del mondo, ma che sono più mostri di quei mostri che i bambini temono di notte.

MARIO DRAGHI, INVITA L’EUROPA A CAMBIARE IL PERCORSO CHE LO STESSO DRAGHI HA CONTRIBUITO A INTRAPRENDERE

L’orologio di Bruxelles sta per esplodere.

Non è una metafora da editoriale pigro, ma il verdetto brutale che emerge dall’incontro in cui Mario Draghi ed Enrico Letta hanno appena sferzato l’Unione Europea.

Il messaggio è chiaro: non c’è più tempo per i compromessi al ribasso o per le timidezze burocratiche. Siamo davanti a una resistenza politica e sociale senza precedenti.

L’Europa, insomma, si guarda allo specchio e scopre di essere diventata un nano geopolitico schiacciato tra il gigantismo tecnologico degli Stati Uniti e l’aggressività produttiva della Cina.

Ciò che spaventa di più, tuttavia, è il fatto che a ridurci così siano proprio le politiche avallate anche da Mario Draghi.

IL PARADOSSO DEI POMPIERI CHE INCENDIARONO IL BOSCO

Infatti, la sottile ironia, quasi crudele, è vedere oggi Draghi e Letta vestire i panni dei rivoluzionari dell’investimento pubblico.

Per decenni, le ricette del rigore e i dogmi dell’austerità hanno rappresentato il catechismo di quella stessa classe dirigente che oggi invoca una pioggia di miliardi per salvare il “Made in UE”.

È il paradosso dei “cattivi esempi” che si trasformano in dispensatori di “buoni consigli”: chi ha contribuito a blindare i bilanci nazionali con il patto di stabilità, ora si accorge che senza una capacità fiscale comune e un debito condiviso, la competizione globale è una partita persa in partenza.

Draghi ha finalmente compreso che la competitività è una guerra di capitali che l’Europa sta combattendo con le armi spuntate della frammentazione. Meglio tardi che mai.

Ciò che non sembra aver capito, tuttavia, è che l’Europa sta bruciando in Ucraina miliardi che non porteranno a nulla, se non alla terza guerra mondiale, e sta condannando a morte le proprie imprese chiudendo commerci e pagando le materie prime per produrla quattro volte di più.

LA TRAPPOLA DEL TECNOCRATISMO

Mentre i leader europei, quelli della guerra a oltranza, del rifiuto della diplomazia e della “pace o condizionatore” applaude questi rapporti con un misto di sollievo e terrore, nelle piazze e nelle redazioni più critiche serpeggia un dubbio legittimo. Perché la soluzione non può arrivare dagli stessi architetti del sistema che ha generato la crisi.

Il rischio concreto è che la “sferzata” si traduca in un ennesimo arroccamento delle élite, una sorta di governo tecnico permanente applicato all’intero continente, con la definitiva sospensione di ogni forma democratica.

Sembra sempre più evidente l’ombra di un asse conservatore tra la Germania di Merz e l’Italia di Meloni che potrebbe sequestrare l’agenda Draghi per piegarla a un sovranismo industriale di destra.

Sarebbe un’Europa che si protegge, sì, ma che dimentica la sua anima sociale, trasformando il mercato unico in una fortezza per pochi grandi gruppi industriali, a scapito del welfare e dei diritti dei lavoratori.

UN MERCATO UNICO SENZA BUSSOLA

Letta lo ha messo nero su bianco: il mercato unico è un’opera incompiuta che sta marcendo. Abbiamo abbattuto le frontiere per le merci, ma abbiamo lasciato che l’energia, le telecomunicazioni e la finanza restassero prigioniere di egoismi nazionali.

Questa disconnessione ci costa miliardi ogni giorno.

Tuttavia, questa diagnosi economica, per quanto impeccabile nella sua analisi dei flussi e dei mercati, soffre di un’anemia sociologica preoccupante. Si parla di capitali, di reti e di infrastrutture, ma si fatica a vedere il volto dei cittadini europei, sempre più alienati da una macchina decisionale che percepiscono come distante e fredda.

Insomma, né a Letta né a Draghi sembra importare la cosa più importante di ogni altra in Europa: i cittadini.

Ancora una volta, questi politici del fallimento, quelli i cui partiti o le cui politiche ci hanno condotto in questa situazione, analizzano il mondo con un foglio Excel, per quanto brillante possa essere, quando servirebbero le competenze del filosofo, del sociologo, dell’esperto di geopolitica.

L’AZZARDO NECESSARIO E LE SUE OMBRE

L’Europa ha bisogno di un cambio di paradigma, ma non può permettersi un salto nel buio guidato solo dall’urgenza. L’urgenza, come ci insegna la storia, spazza via le democrazie e afferma sempre le dittature.

Draghi chiede investimenti massicci, una sorta di Piano Marshall autoprodotto, ma chi pagherà il conto politico di questa integrazione forzata, soprattutto dopo che i cittadini europei già pagano i cessi d’oro e altri fallimenti?

La verità è che il “tempo scaduto” non riguarda solo la crescita economica, ma la tenuta democratica di un progetto che sembra aver smarrito la capacità di emozionare, perché l’errore più grave compiuto dai veritci europei, compresi Draghi, Letta e i loro partiti o fazioni di appartenenza, è stato non aver mai creato un’Europa a misura di europei, ma solo a misura di banche e alta Finanza.

Non basta invocare la protezione delle filiere europee se non si definisce quale modello di società vogliamo difendere. È inutile se non si costruisce l’idea e l’emozione di una patria comune.

Si finisce solo a costruire una corazzata industriale efficientissima, ma priva di passeggeri, o peggio, con una stiva piena di disuguaglianze.

VERSO UNA NUOVA GEOPOLITICA DELLE INTENZIONI

I rapporti Draghi e Letta sono un farmaco potente, forse l’unico rimasto sul bancone della farmacia europea, ma è ideato dagli stessi che hanno causato la patologia, inoltre, ogni medicinale ha effetti collaterali.

L’Europa non può più permettersi di essere un laboratorio di esperimenti neoliberisti falliti, né può rifugiarsi in un protezionismo nostalgico.

Serve una sintesi nuova, che sappia coniugare la forza d’urto di un’unione fiscale vera con una sensibilità sociale che rimetta al centro il lavoro, la dignità e, soprattutto, i cittadini.

La politica deve riprendersi il primato sulla tecnica e sulle lobby della Finanza, perché se lasciamo che sia solo la paura del declino a guidarci, finiremo per salvare le banche e le industrie, ma avremo perso per sempre l’idea di Europa come spazio di civiltà e progresso condiviso.

Il tempo è finito, è vero. Ma è proprio in questi momenti che si vede chi ha il coraggio di costruire il futuro e chi sta solo cercando di puntellare le rovine del passato, salvando chi ci ha fottuto il futuro.

LA FACCIA DELLA SCONFITTA DI TRUMP. E DELLA VERGOGNA.

Dieci punti dell’Iran piegano l’America. Dietro il sipario del cessate il fuoco e il crollo del petrolio, si nasconde la fine dell’invincibilità americana. Il Papa accusa i crimini degli aggressori, il governo italiano, invece, condanna le vittime e Pechino batte Washington per manifesta superiorità.

COSA CI DICE LA VITTORIA DI SANAE TAKAICHI SULLA NUOVA ANATOMIA DEL POTERE GIAPPONESE

OLTRE IL RECORD: UNA SUPER-MAGGIORANZA CHE PESA COME UN MACIGNO

Mentre Tokyo era coperta di neve, i giapponesi depositavano nelle urne qualcosa di molto più denso e persistente.

Il 56,26% degli aventi diritto, due punti in più rispetto alla consultazione precedente, nonostante bufere che hanno imbiancato persino i santuari shintoisti di Asakusa, ha consegnato a Sanae Takaichi un mandato che non ha precedenti nella storia giapponese del dopoguerra a oggi.

Trecentoquindici seggi, poco più di centocinquanta oltre la soglia magica della maggioranza assoluta, oltre la fatidica linea dei due terzi che, nella grammatica costituzionale giapponese, significa avere la possibilità di riscrivere le regole del gioco.

La prima premier donna del Giappone, sessantaquattro anni, una frangia severa e il sorriso calibrato come un orologio Seiko, non ha vinto. Ha stravinto, e la domanda che ogni analista con un briciolo di onestà intellettuale dovrebbe porsi non è come sia riuscita a vincere con quei numeri, ma che cosa abbia realmente portato a casa, con questa vittoria.

E soprattutto: a quale prezzo.

LA COMUNICAZIONE DEL CONSENSO: QUANDO IL VOLTO DIVENTA MARCHIO

Sanae Takaichi sembra un artefatto semiotico perfettamente calibrato perché i segni e simboli siano letti da tutti facilmente, infatti, non è la prima donna a guidare il Giappone per caso.

È la prima donna a farlo perché ha saputo trasformare la propria identità di genere da ostacolo, considerata a lungo una debolezza, in un vantaggio competitivo devastante.

Takaichi non ha mai giocato la carta della donna contro il sistema, ma l’ha giocata dentro il sistema, piegando i codici del conservatorismo nipponico a proprio favore. Dove Shinzo Abe, suo mentore, imponeva autorità come un patriarca, Takaichi si è posta con rassicurazione, con la prossimità della madre severa, ma giusta.

I sondaggi la danno vicina al settanta% di gradimento personale e, visti i risultati delle elezioni, non sbagliano affatto. Si tratta di un’anomalia statistica, in un Paese che ha visto premier logorarsi in pochi mesi quello che altrove si consuma in anni.

Tuttavia, il gradimento personale non è necessariamente consenso politico, ma qualcosa di più volatile, che interessa dinamiche più profonde. Diciamo che quella che i giapponesi riversano sulla loro premier è una fiducia più affettiva, quasi tribale.

Takaichi ha costruito questa fiducia con una strategia comunicativa che mescola tradizione, durezza e modernità, cioè, la frequenza nei santuari, l’uso calibrato del linguaggio onorifico, ma anche l’abbandono del tailleur rigoroso per indossare linee più morbide, infine i profili social. Tutto, mantenendo fermezza quando parla di Cina, di difesa, di identità nazionale.

Tre registri, un’unica voce che riesce a farsi sentire.

I caratteri kanji del suo nome, tracciati con pennellate decise sui manifesti elettoriali, sembravano dire: io resto. Io resisto, e il Giappone ha risposto presente.

IL CROLLO DELL’OPPOSIZIONE

Il tracollo dell’Alleanza riformista centrista, passata da 167 a 49 seggi, non è solo una sconfitta, ma un vero e proprio annientamento.

Yoshihiko Noda e Tetsuo Saito, co-leader, parlano di dimissioni, ma il problema non è la leadership, bensì la stessa tenuta del progetto.

Fondere democratici costituzionali e Komeito sembrava una mossa geniale, perché metteva insieme il centro, attirava i moderati delusi e allargava la base, ma si è rivelato un abbraccio mortale, perché l’elettorato giapponese, che ha nella stabilità e nella prevedibilità due dei suoi valori cardini, non perdona le ibridazioni troppo ardite.

Soprattutto quanto create in poco tempo, in un Paese che necessita di prove, riunioni, verifiche eterne per giungere alla perfezione in ogni cosa.

Komeito, con la sua anima buddista parlava un linguaggio, i democratici costituzionali un altro, perciò hanno confuso e spaesato gli elettori.

I CANI DA GUARDIA DELLA NUOVA DESTRA: SANSEITO E TEAM MIRAI

Quindici seggi per Sanseito. Undici per Team Mirai.

Sono numeri piccoli, nella grande aritmetica parlamentare, ma raccontano una storia enorme. Sanseito parla alla pancia, dicendo che gli immigrati sono troppi, parla di Giappone ai giapponesi, del fatto che la cultura va difesa con le unghie. È il linguaggio brutale dei populismi europei, tradotto in caratteri nipponici. E sembra funzionare.

Il partito Team Mirai è il partito della digitalizzazione totale, della società senza carta, dell’intelligenza artificiale al servizio dell’efficienza. E anch’esso sembra risultare affascinante.

Due facce della stessa medaglia, la quale unisce la ricerca di risposte semplici a problemi complessi e il fascino della tradizione, ma anche del futuro.

La destra giapponese è come un giardino zen, dunque, apparentemente armoniosa, tuttavia, composta da elementi in competizione per la loro sopravvivenza. Basta poco perché l’equilibrio si rompa.

L’ABBRACCIO DI TRUMP: LA NUOVA ALLEANZA

Su Truth, Donald Trump ha scritto: “Pace attraverso la forza”. “Programma conservatore”. “Meraviglioso popolo giapponese”.

Somiglia a una dichiarazione di appartenenza agli stessi valori.

Takaichi, che nei confronti di Pechino ha già usato termini che i suoi predecessori si limitavano solo a suggerire tra le righe, riceve da Washington una legittimazione sovranazionale che rende il futuro fosco.

Perché la Cina, per il Giappone, non è solo un vicino ingombrante, ma significa modernizzazione contro tradizione, collettivismo contro gerarchia, potenza continentale contro potenza marittima.

Quando Takaichi allude a un intervento militare in caso di attacco a Taiwan, dice ai giapponesi che la paura è finita, perché adesso è il Giappone a far paura. È un messaggio potentissimo, ma è anche, oggettivamente, un azzardo, in quanto Taiwan non è solo una linea rossa per Pechino, ma il punto in cui il Giappone, se mai dovesse intervenire, si giocherebbe la propria esistenza nazionale in pochissimi giorni.

E, dovesse mettersi male, in quel caso nessuna super-maggioranza, nessuna alleanza con Trump, nessuna nave da guerra americana nel Pacifico, potrà mai garantire un esito differente.

IL DEBITO E LO YEN, LA PROMESSA POPULISTA

Veniamo ora alla parte che gli analisti finanziari chiamano, con eufemismo “sostenibilità fiscale”, quella che sembra più una bomba a orologeria che Takaichi ha ereditato e che, con la sua politica, rischia di innescare.

Il debito pubblico giapponese supera di un bel po’ il 200% del PIL. È un mostro nutrito per decenni da tassi zero e dalla pazienza dei risparmiatori nipponici, un mostro che se n’è stato buono, ma ora si sta svegliando. I rendimenti dei bond a lungo termine hanno toccato livelli che non si vedevano da quando il cellulare non esisteva, e lo yen perde valore come una nave che imbarca acqua.

La premier, nel suo programma elettorale, promette di sospendere l’aliquota IVA sugli alimentari. Otto punti percentuali di minor gettito, in un paese che invecchia, che consuma più pensioni che produzione, che importa energia e cibo a prezzi sempre più alti.

Più che economia, sembra populismo fiscale. Ma il populismo fiscale, nella storia, ha sempre avuto due esiti: austerità dolorosa o default.

Takaichi lo sa. I suoi consulenti economici, persone serie, glielo ripetono ogni giorno, ma la macchina del consenso, una volta avviata, è difficile da fermare, perché ha promesso.

E, visto che ha vinto, ora deve mantenere la parola data, perciò il Giappone trattiene il respiro.

L’ARTICOLO 9 E LA FINE DELL’INNOCENZA COSTITUZIONALE

Ma è sulla Difesa, naturalmente, che la maggioranza dei due terzi rivela il suo vero significato.

L’articolo 9 della Costituzione giapponese, quello che “per sempre” rinuncia alla guerra e al mantenimento di forze belliche, è da settant’anni un capolavoro di ambiguità creativa, perché è stato interpretato, aggirato, svuotato, ma mai formalmente modificato.

Takaichi, adesso, ha i numeri per indire un referendum, anche se non sarà facile. L’opinione pubblica giapponese, pur sempre più ansiosa per le minacce regionali, conserva un attaccamento quasi viscerale a quell’articolo, che non è solo legge, ma fa parte dell’identità del Giappone, è la promessa che il Paese, dopo Hiroshima, dopo Nagasaki, dopo la resa, ha fatto a se stesso e al mondo.

Tuttavia, Takaichi, come Abe prima di lei, considera quella promessa una palla al piede da cui liberarsi.

Il referendum non è ancora convocato, anche se l’ombra della consultazione si allunga già sul dibattito pubblico, insieme a tante domande sul pacifismo del Paese o sulla semplice inerzia, sulla mancanza del coraggio necessario per ammettere di non esserlo più.

IL GIAPPONE E IL NUOVO CONSERVATORISMO ASIATICO

Infine, uno sguardo al contesto.

Le elezioni in Thailandia, l’avanzata dei partiti di destra, la crescente domanda di “leadership forti” che attraversa il continente, dimostrano che non è solo il Giappone, ma si tratta di un’onda che monta su stagnazione economica, paure identitarie, frustrazione verso élite percepite come distanti dai cittadini.

Takaichi non è la causa di quest’onda, ma sa cavalcarla con abilità, anche se cavalcare un’onda significa non poterla fermare, non poterla guidare, e vuol dire essere costretti ad andare dove l’onda ti porta, non dove vorresti andare.

E l’onda, oggi, spinge verso il riarmo.

Il Giappone, nella sua storia moderna, ha sempre avuto una straordinaria capacità di adattarsi agli tsunami senza perdere la propria essenza, ma questa volta, lo tsunami è interno, è arrivato dalle urne.

LA NOTTE DOPO LA NEVE

La notte dell’8 febbraio, i flash dei fotografi, gli applausi, i volti tesi dei dirigenti LDP, che ancora faticavano a credere all’entità del trionfo della Premier, che sorrideva per la vittoria, tutto raccontava di un cambio di prospettive, di una nuova era all’orizzonte.

Takaichi ha una super-maggioranza alla Camera, ma anche un Senato ostile.

Ha un’economia che barcolla, un debito che pesa, un vicino che osserva ogni sua mossa e, soprattutto, ha la responsabilità di aver convinto un popolo intero a fidarsi di lei.

Questa volta, Takaichi non potrà fare solo promesse, perché i giapponesi ora si aspettano fatti.

E quei fatti potrebbero sconvolgere il mondo, perché se l’economia del Giappone implode, l’onda d’urto non risparmierà nessuno anche dall’altra parte del mondo.

L’OMBRA LUNGA DI EPSTEIN, CRONACA DI UN ABISSO

Esiste un orrore che non ha bisogno di maschere, un orrore che non ha paura, che non si nasconde nei boschi bui o nelle case abbandonate, ma si annida nei salotti del potere, indossa abiti firmati e parla il linguaggio della finanza e della diplomazia.

È un gas nervino per la democrazia, che paralizza la giustizia e offusca la verità. È il caso di Jeffrey Epstein, un caso che non è mai stato la storia di un singolo mostro, ma è sempre stata la cronaca di un ecosistema.

Ora, finalmente, la crepa nel muro si allarga, e ciò che intravediamo dall’altra parte non è soltanto l’orrore che trapela di file in file, ma è quel sistema perpetuo, preciso e metodico che la propaganda cerca di tenere nascosto, gettando fumo negli occhi.

Perché i documenti desecretati mostrerebbero un coinvolgimento non solo americano, ma esteso a élite europee, con impatti su governi, monarchie e istituzioni, e che coinvolgono anche l’Ucraina.

IL TEATRO DELLA POLITICA CROLLA

La polvere delle macerie si sta posando su entrambe le sponde dell’Atlantico, soffocando carriere e certezze. A Londra, Morgan McSweeney, un nome sconosciuto ai più, ingranaggio cruciale nella macchina del Primo Ministro Keir Starmer, è caduto perché ha promosso un fantasma del passato, Peter Mandelson, a un ruolo chiave.

E il nome di Mandelson appare proprio tra le pagine desecretate del caso Epstein, accusato di aver passato informazioni governative riservate come se fossero biglietti da visita a una cena di gala.

L’UCRAINA COME “OPPORTUNITÀ” E L’UE

Ucraina. D’altronde, già i documenti desecretati descrivono l’Ucraina post-rivoluzioni colorate come luogo fertile per traffici non meglio definiti dalle conversazioni e dagli scambi di mail, e sono citati collegamenti tra l’élite ucraina e Jean-Luc Brunel, reclutatore della rete Epstein, inoltre si accenna ad abusi subiti da orfani ucraini trasferiti in Turchia, collegata alla proposta di abbassare a 14 anni l’età matrimoniale in caso di gravidanza.

Anche il nome di Zelensky sarebbe citato in quei file almeno 24 volte.

Ovviamente, non stiamo accusando Zelensky di traffici illeciti o di altri crimini, così come non lo si può fare per nessuno degli altri nomi che compaiono nei file di Epstein, ma è chiaro che dovranno esserci indagini accurate e a tutto campo per scoprire cosa accadeva, come e con quale potenziale coinvolgimento delle persone citate nei file.

Notiamo solo che altri politici menzionati in quei file si sono dimessi.

Slovacchia. Miroslav Lajčák, ex ministro degli Esteri, si sarebbe dimesso proprio dopo l’esplosione del caso e dopo che il suo nome è spuntato da quei file, per presunti legami con la rete di Epstein.

Norvegia. Dai file di Epstein, emergerebbe il coinvolgimento della principessa ereditaria Mette-Marit, fotografata nell’archivio di Epstein, e di diplomatici norvegesi che avrebbero contribuito a “ripulire” l’immagine del magnate.

IN AMERICA

Dall’altra part dell’oceano, il clan Clinton, la dinastia per eccellenza della politica democratica americana, è stato costretto a inginocchiarsi. Bill e Hillary testimonieranno. Non per un atto di trasparenza, ovviamente, ma perché l’alternativa era un’accusa di oltraggio al Congresso, un marchio d’infamia che nemmeno loro potevano permettersi.

Si tratta di un evento di portata storica, un ex Presidente trascinato a rendere conto di legami scomodi, un evento che non si vedeva dai tempi di Gerald Ford, particolarità che dimostra come questo non sia più uno scandalo, ma una crisi di legittimità che attraversa partiti, generazioni e oceani.

I NOMI SUSSURRATI DALL’OSCURITÀ

Intanto, due deputati del Congresso americano, un repubblicano e un democratico, hanno avuto due ore. Solo due ore per navigare in un oceano di documenti anneriti dalla censura, più di 2500 pagine.

E in quella manciata di minuti, nonostante servirebbero mesi per scrutare ogni singola pagina, hanno individuato sei nomi, sei “co-cospiratori” che l’FBI aveva tentato di proteggere con l’inchiostro nero.

Il democratico Ro Khanna, con un coraggio che è merce rara di questi tempi, li ha letti ad alta voce.

Eccoli, i VIP dell’abisso: il sultano Ahmed bin Sulayem, un pilastro dell’economia degli Emirati Arabi Uniti; Leslie Wexner, il re Mida della moda americana, l’uomo dietro Victoria’s Secret, il mentore finanziario dello stesso Epstein. Poi altri quattro nomi, più sfuggenti, tra cui un ex parlamentare europeo del PD, Nicola Caputo.

Ma la rivelazione più terrificante non è nei nomi. È nel metodo. È nella scoperta che l’FBI, il custode della legge, avrebbe consegnato alla magistratura i file già epurati, castrati, resi innocui, con i nomi omessi o coperti.

È come dare a un chirurgo un bisturi di gomma e chiedergli di operare a cuore aperto.

Se questa eventualità fosse confermata, non staremmo parlando di negligenza, ma, chiaramente, staremmo guardando in faccia uno dei più colossali e sfrontati insabbiamenti della storia moderna, un atto di tradimento verso ogni singolo cittadino che crede ancora che la giustizia sia uguale per tutti.

Per ora, resta il fatto che, grazie ai nomi cancellati o insabbiati, non è stato ancora indagato nessuno. Nonostante il sistema dell’orrore, le sevizie e le morti.

«Se in due ore abbiamo scoperto sei uomini nascosti, immaginate quanti se ne nascondono in quei tre milioni di file. Perché stiamo proteggendo questi uomini ricchi e potenti?»

È la domanda che si è posto il democratico Khanna. E ce la poniamo in tanti.

I FILI DEL BURATTINAIO

Ogni giorno che passa, risulta sempre più chiaro che non siamo di fronte a un semplice circolo di depravati, ma quello di Epstein era un meccanismo di controllo, uno strumento di ricatto per cui il termine russo kompromat è più che appropriato: la raccolta di materiale compromettente per manipolare e ricattare figure potenti.

L’isola di Epstein, il suo jet privato, le sue feste, non erano solo luoghi di perdizione, ma trappole per topi, dove l’élite mondiale andava a confessare i propri peccati più inconfessabili, senza sapere che ogni sussurro, ogni gesto, veniva registrato e catalogato.

Chi manovrava i fili? Chi gestiva quell’archivio immenso di oscenità e di crimini? Per farne cosa?

I sospetti convergono in modo inquietante. Un documento dell’FBI parla di un Donald Trump “compromesso da Israele”.

L’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak era un frequentatore assiduo di Epstein. La partner di Epstein, Ghislaine Maxwell, è figlia di Robert Maxwell, un magnate dei media con legami profondi e mai del tutto chiariti con il Mossad.

Da ciò che emerge, è ipotizzabile che il sistema Epstein fosse un’arma di spionaggio non convenzionale, gestita al confine tra interessi statali, ricatti personali e finanza internazionale.

EPSTEIN, LA POLITICA E UN SISTEMA DA BRIVIDI

Dall’analisi dei file Epstein, emerge un sistema volto a riabilitare personaggi compromessi, ma non solo.

Pare fosse attivo persino un progetto di “designer babies”, elaborato con il programmatore Bryan Bishop, finalizzato alla creazione di esseri umani geneticamente modificati, elemento che solleva molti interrogativi sulla provenienza dei minori per tali esperimenti.

QUANDO L’ABISSO TI GUARDA DENTRO

Oggi, l’opinione pubblica è disillusa. I sondaggi mostrano una sfiducia abissale verso le istituzioni, percepite come protettrici dei potenti.

Il caso Epstein ha smesso di essere una questione di “chi ha fatto cosa”, perché ciò che conta davvero scoprire è a cosa serviva quel sistema di crimini e perversioni.

La risposta è lì, davanti ai nostri occhi, e sembra davvero lampante. Serviva a creare un livello di potere occulto, un governo ombra basato sul ricatto, in grado di influenzare le decisioni di leader eletti democraticamente, in modo da piegare le politiche nazionali a interessi inconfessabili.

La pubblicazione di questi file non è la fine della storia, ma è solo il primo sguardo in un pozzo senza fondo.

Diciamo che abbiamo gettato una pietra e siamo ancora in attesa di sentire il tonfo, perché se i file divulgati hanno già espresso tanto orrore e se due deputati hanno scovato altri sei nomi nonostante pochissimi minuti a disposizione per visionare tonnellate di file ancora segreti, c’è da credere che in quei file vi sia qualcosa di ancora peggiore. Di ancora più orribile. Con nomi ancora più importanti, influenti, noti.

Dunque, il sasso non ha ancora raggiunto il fondo, ma il silenzio che ci ritorna è più spaventoso di qualsiasi rumore. Perché in questo silenzio, sentiamo il respiro di un sistema che osserva chi abbiamo eletto, osserva i pilastri delle nostre democrazie, catalogandone vizi e segreti, per minacciarli e manovrarli.

Di fatto, è un sistema che osserva, ricatta e manovra tutti noi.

L’ULTIMO TEOREMA DEL PROFESSORE: IL SILENZIO

Il silenzio che ha lasciato è un’onda d’urto, un boato sordo che si propaga dai laboratori del CERN fino alle cucine delle case popolari, perché Antonino Zichichi non era solo un fisico.

Era un pezzo d’Italia. Certo, i più giovani non l’hanno conosciuto, ma chi ha qualche primavera in più sulle spalle ricorderà che era una di quelle presenze che si danno per scontate, come i lampioni che si accendono al crepuscolo o il sapore del caffè al mattino, e che solo quando spariscono ti accorgi del buco nero che lasciano.

A 96 anni, il professore ha smesso di calcolare, di polemizzare, di cercare. E di illuminarci.

Era l’uomo che aveva visto l’antimateria. L’aveva guardata in faccia nel 1965 con il suo gruppo di ricerca, quando s’imbatté nell’antideutone. Un’inezia per i più, un ghirigoro incomprensibile su una lavagna. Ma per lui era la prova che l’universo è un mistero più grande e spaventoso di quanto le nostre piccole menti possano contenere.

Zichichi era un cacciatore di fantasmi subatomici, un esploratore dell’infinitamente piccolo che sognava l’infinitamente grande. E lo faceva con la foga di un ragazzino e la protervia di chi sa di avere ragione, anche quando tutti gli altri dicono di no, ridono, sbeffeggiano e scuotono la testa.

ERICE, O IL MONDO IN UNA STANZA

C’è un posto in Sicilia, aggrappato a una montagna come un nido d’aquila che si chiama Erice. Un labirinto di pietre medievali dove il vento sibila storie antiche. Lì, in quel luogo fuori dal tempo, Zichichi ha dato casa al Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana”, nel 1963, quando l’Italia pensava ad altro.

Un seme che ha trascinato in quel borgo sperduto migliaia di scienziati, premi Nobel con le camicie stropicciate e giovani geni con gli occhi pieni di futuro.

Ha trasformato Erice nel confessionale del mondo scientifico, un luogo dove le menti più brillanti del pianeta potevano spogliarsi dei loro titoli e parlare, litigare, sognare la prossima frontiera della Scienza, quella con la S maiuscola e non quella delle lobby e dei pensieri unici.

Ma non si è fermato a quello, infatti ha voluto una cattedrale sotterranea per la fisica, i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Un’idea folle, visionaria. Un’idea che oggi è uno dei gioielli della ricerca mondiale.

Perché Zichichi non si limitava a studiare la realtà, ma la piegava, la plasmava con la forza di una volontà che non conosceva ostacoli. Era un costruttore, non solo un teorico. Un siciliano testardo che ha portato il mondo nella sua isola e ha mostrato all’Italia che poteva, che doveva, osare.

LA CROCE E L’ACCELERATORE

E poi c’era Dio.

La sua non era una fede sussurrata, intima. Era un grido, un postulato messo in cima a ogni equazione.

Per Antonino Zichichi, scienza e fede non erano rette parallele destinate a non incontrarsi mai, ma la stessa cosa, due facce della stessa medaglia divina.

“La Scienza è un atto di fede in Colui che ha fatto il mondo”, ripeteva come un mantra, con quella sua cadenza inconfondibile che bucava lo schermo televisivo.

In un mondo accademico che spesso guardava alla religione con sufficienza, lui brandiva la sua croce come una spada, vedeva l’impronta del Creatore nell’eleganza delle leggi fisiche, anche se era un’idea di Creatore del tutto diversa da quella biblica o di altre religioni.

La sua fu una semiotica della certezza in un’epoca liquida, portata avanti con un messaggio semplice, e per questo potente, che lo rese immensamente popolare, ma che gli attirò anche il disprezzo di una parte della comunità scientifica, che lo vedeva come un predicatore travestito da scienziato.

Ha combattuto la sua battaglia contro quella che chiamava “l’Hiroshima culturale”: l’astrologia, la superstizione. Un nemico facile, forse, per uno scienziato, ma lui lo affrontava con la stessa serietà con cui dava la caccia a una particella sfuggente, perché, per lui, confondere la scienza con la magia era il peccato originale, la bestemmia più grande contro la ragione e, in ultima analisi, perfino un atto contro Dio per chi era credente.

L’ERETICO NELLA CATTEDRALE

Zichichi era anche un contestatore, un eretico nella cattedrale della scienza ufficiale, una spina nel fianco dei pensieri unici.

La sua negazione dell’evoluzionismo darwiniano era leggendaria, quasi un affronto personale a Darwin. La liquidava come una teoria senza prove, un “atto di fede” a cui lui non era disposto a credere.

Una posizione che lo isolò, che lo rese un bersaglio, ma che fondava su prove evidenti, perché l’uomo è l’unica specie al mondo che non segue le regole basiche di tutte le altre, che non si adatta fisicamente all’ambiente in cui vive.

E poi, il clima. In un mondo che iniziava a urlare per l’emergenza ambientale, lui restava scettico, dubitava dei modelli matematici, diffidava di un allarmismo che considerava più politico che scientifico.

Per questo diventò scomodo. Terribilmente scomodo.

La sua carriera è stata costellata da questi scontri frontali, da queste rotture violente. Come quella volta, nel 1979, quando la sua corsa a direttore del CERN, il tempio della fisica europea, fu silurata con un gioco di veti incrociati che sapeva più di Guerra Fredda che di libera scienza.

Fu una ferita profonda, un rigetto da parte di quel mondo che lui aveva tanto contribuito a costruire, ma che non era disposto a staccarsi dal potere politico e da certi salotti del pensiero.

Ora il professore tace e non contesterà più.

La sua voce tonante non tuona più dai talk show.

Tuttavia, resta l’eco delle sue certezze e dei suoi dubbi. Restano il granito del Gran Sasso e le pietre antiche di Erice.

Resta l’immagine di un uomo che ha cercato la firma di Dio nel cuore dell’atomo, un grande scienziato che ha avuto l’umiltà e la saggezza di non smettere mai di usare il pensiero critico e il merito di non piegarsi mai ai pensieri unici o al potente di turno.

Un gigante della Scienza complesso, divisivo, geniale e forse, proprio per questo, irrimediabilmente umano.

Il suo ultimo esperimento è concluso. E noi siamo qui, nel silenzio, a interrogarci sul risultato, spaventati come bambini perché non vediamo altri giganti come Zichichi all’orizzonte.

LA REALTÀ È ASSAI DIVERSA DAI COMUNICATI DEL PENTAGONO E PARLA DI GUAI SERI PER USA E ISRAELE

Il Pentagono mente sulle immagini satellitari e Trump festeggia un drone recuperato mentre due caccia affondano nel silenzio iraniano. Dietro la retorica della superpotenza si nasconde un collasso in tutta l’area del Golfo: le infrastrutture energetiche sono sotto scacco e il castello di carte delle alleanze occidentali sta crollando. Chi sta vincendo davvero?

GLI SCARPONI E LA RETORICA NELLE SALE DORATE

Mentre ci parlano di guerra come fossimo alla PlayStation, ci sono ragazzi poco più che maggiorenni in Italia che…

Il loro mondo non ha il sapore della conquista, ma quello acre della paura che serpeggia per lo scontrino del supermercato, sui numeri del contatore del gas, nel silenzio ovattato di un ambulatorio chiuso, o nel caos di un pronto soccorso preso d’assalto, perché i medici di base sono sempre meno, sono oltre il limite di pazienti e non hanno più il tempo di visitare.

Mentre i pennivendoli del mainstream parlano di riarmo e di guerra in Ucraina come di un ennesimo livello superato al gioco sulla consolle, questi ragazzi calcolano se possono permettersi un treno per andare all’università. Ammesso che abbiano i soldi per andarci all’università, anche perché il governo sembra far di tutto per rendere il percorso universitario sempre più impervio, anziché agevolarlo, con l’attacco alle telematiche, anche a quelle riconosciute dal Miur.

Intanto, mentre qualcuno cerca di portare Russia e Ucraina alla pace, in un androne di un palazzo moscovita di lusso, Vladimir Alekseyev, cervello dell’intelligence militare russa, viene ferito da uomini vicini agli 007 ucraini.

È la prima verità che ci viene mostrata, nuda e cruda, una verità che dimostra che, anche se i governi firmassero la pace domani, i demoni scatenati continuerebbero a ballare, perché è chiaro che c’è una parte che non vuole affatto che la guerra finisca. Una parte che ha già sabotato il NordStream, d’altronde.

La guerra, una volta partita, sviluppa un suo metabolismo, diventa un organismo autonomo, che si nutre di odio, vendette personali e soldi, tanti soldi, fino a costruirsi cessi d’oro.

La guerra non è fatta solo di trincee, ma anche di portoni di casa, di fiducia spezzata, e di tanta ferocia che sopravvive per anni a qualsiasi trattato.

Mentre il sangue di Alekseyev si raffredda sul marmo e uno degli attentatori scappa in ucraina, ad Abu Dhabi, altri individui in abiti eleganti si siedono attorno a un tavolo, in una bella “sala d’oro”. Sorridono, forse. Si dicono “fiduciosi, costruttivi” davanti ai giornalisti.

Parole vuote che rimbombano in quelle sale climatizzate, a tremila chilometri dal fango del Donbass. Ovviamente, sono dichiarazioni di circostanza, perché è chiaro che la Russia non mollerà l’osso, non dopo quattro anni di guerra.

Non dopo – numeri ucraini alla mano – 1000 caduti al giorno, che significa oltre 1,2 milioni di morti, cioè l’intero suo esercito al 2022. Sempre che i numeri forniti da Ucraina e giornalisti occidentali non siano più falsi dei soldi del Monopoli, ovviamente.

È una questione di orgoglio, ormai, di narrativa interna. Putin non può presentarsi con un pugno di mosche, ma deve portare a casa un trofeo, un pezzo di terra da mostrare in tv.

L’Ucraina, a sua volta, non può cedere quello che considera suo, inoltre, quelli che stanno dietro all’Ucraina non possono ammettere davanti ai rispettivi popoli che hanno fallito, perciò è in atto un braccio di ferro, solo che i cadaveri continuano ad aumentare, così gli invalidi.

DOV’È L’EUROPA IN TUTTO QUESTO?

Sparita. È la grande assente.

D’altronde, l’Europa, prima di essere alleata e guida dell’Ucraina, è una suddita dell’impero a stelle e strisce.

Paga il gas americano quasi quattro volte il prezzo di quello russo, svuotando le tasche delle sue imprese e delle sue famiglie. Poi, con i pochi soldi che restano da scippare agli europei, compra armi americane per una guerra che non può vincere, lasciando a secco Scuola, Università, Sanità, pensioni e welfare.

L’Ucraina è al momento in cui si rovistano i cestini. Gli attacchi contro le postazioni russe calano perché le munizioni scarseggiano e gli uomini sono ormai solo carne da macello.

Continuare a inviare armi all’Ucraina è come spingere ancora un ragazzino sul ring nonostante il campione del mondo lo stia trattando come un sacco da boxe, è la manifestazione di qualcosa che va oltre la stupidità, perché è crudeltà. È prolungare l’agonia per dare l’illusione di aver fatto qualcosa.

Tutto per non dover ammettere che i leader europei hanno fallito. Che i giornalisti occidentali, italiani in primis, hanno fallito. Perché Putin non è morto di cancro e Mosca non è crollata per le sanzioni dagli effetti dirompenti che dovevano piegarla già nel 2022.

La Russia non è stata rispedita indietro nemmeno dalla famosa controffensiva del 2023 e neanche da quella élite che parlava un inglese madrelingua. A proposito, che fine hanno fatto? E che fine hanno fatto gli F16 che dovevano cambiare il corso della guerra? Qualcuno ne ha notizia?!

Ma il punto non è la bontà o meno della causa ucraina. Il punto è l’idiozia strategica continentale, perché le sanzioni hanno creato un’economia di guerra russa più efficiente e resistente, così come Il distacco dal gas ha trasferito ricchezza dagli scantinati europei ai miliardari di Qatar e Texas.

E l’unità degli europei? Dei volenterosi? Al più, è una barzelletta, o una magra parodia in un film di Alberto Sordi.

La Lettonia e l’Estonia, le prime della fila nell’anti-Putinismo, oggi fanno tuffi carpiati all’indietro e bussano a Mosca per parlare.

Ognuno per sé.

Nel frattempo, il vero potere, quello finanziario e industriale, ha già scelto da che parte stare: dove le tasse sono un optional.

EI RAGAZZI DA POCO MAGGIORENNI?

Sono il vero bersaglio di questa follia. Mentre si dice loro che la priorità è difendere la democrazia a Kiev, quella fatta di corruzione e culto di Bandera, la democrazia in Europa si svuota.

Chi protesta contro gli 800 miliardi per gli F-35 viene tacciato di putinismo, chi ha il coraggio di sventolare una bandiera palestinese viene equiparato alle Brigate Rosse, chi dissente, e ha seguito, viene reso nullatenente da conti chiusi con un clic e gli si cancellano eventi, anche nelle università.

“Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ripetono i guerrafondai in doppiopetto, in perfetto stile da 1984 di Orwell.

E loro, i ragazzi, forse guardano una mappa che indica almeno 640 basi militari USA sparse per il globo e una sola base cinese fuori dalla Cina.

Se quei ragazzi hanno studiato e sono dotati di più di un paio di neuroni funzionanti nello spazio tra le orecchie, si chiederanno: “Chi è, esattamente, un pericolo per il mondo?”

L’attentato a Mosca, i colloqui di Abu Dhabi, le bollette da strozzo a Milano, lo studente senza speranza a Napoli, la donna costretta a correre al pronto soccorso perché il medico di famiglia non le risponde nemmeno… sono tutti capitoli dello stesso libro. Un libro stampato dall’ipocrisia.

Ovviamente, quei ragazzi non vogliono amare la Russia né andarci a vivere. Urlano solo contro giornalisti e politici, ormai ridotti a un manipolo di yes-men, di amare di più l’Italia e l’Europa. Di smettere di essere sudditi di Washington per tornare a essere sovrani.

Urlano loro di non raccontare più supercazzole su sanzioni, pale ottocentesche, muli e altre scemenze. Urlano loro di ritornare alla libertà, abbandonando la caccia alle streghe contro chiunque adotti spirito critico e faccia analisi più lucidi di quelle del Bar Sport.

Urlano di scegliere la difficile, oscura, impervia via della diplomazia, quella vera, non la farsa degli emiri. Non la via delle armi.

Ci stiamo giocando il futuro. Il nostro e quello di quei ragazzi.

E in mezzo, tra un comunicato “costruttivo” di politici che contano i miliardi che fluiscono dal gas e dalle armi acquistati dall’Europa e una pallottola sparata da terroristi ucraini in un androne a Mosca, rimane solo il silenzio assordante della ragione e il peso insopportabile di scontrini della spesa, tenuti in mano da ragazzi che sono maggiorenni da poco e che, forse, non avranno mai nulla da perdere.

Ora, se uno di quei pennivendoli e di quei politici in doppiopetto avesse un briciolo di sale in zucca, all’idea di quanti siano i ragazzi che non avranno più nulla da perdere, comincerebbe a tremare.

Ma se quei pennivendoli e quei politici avessero avuto sale in zucca, non avrebbero mai portato quei giovani a non avere nulla da perdere.