IL MINACCIOSO GIOCO IRANIANO SULLO STRETTO DI HORMUZ

di Antonio Reccia

Sembra quasi che le grandi potenze del mondo stiano giocando all’acchiapparella: rincorrono costantemente una pace e una tregua duratura tra USA e Iran che permetta allo Stretto di Hormuz di rimanere aperto, evitando continui shock petroliferi, ma nel frattempo nella loro corsa inciampano in una crisi internazionale dopo l’altra che pone la controparte iraniana nelle condizioni di dover mettere i lucchetti al canale.

Alla data della scrittura della presente analisi, lo Stretto risulta essere aperto, e i traffici sono in corso di ripresa, eppure nel frattempo l’Iran e l’Oman hanno iniziato già a discutere su possibili dazi e tariffe da introdurre per il passaggio nello stretto, e il dissenso americano non si è fatto aspettare per quest’ultima possibile eventualità.

L’ultima fase di riapertura si è avviata a seguito del Memorandum di Islamabad, che ha garantito da metà giugno 2026 un’apertura dello Stretto per 60 giorni, oltre ad una tregua tra USA e Iran e un cessate il fuoco su tutti i fronti del conflitto, con ritiro delle truppe progressivo.

Il vero problema è: cosa accadrà dopo che saranno passati i 60 giorni stabiliti a Islamabad?

LO SVANTAGGIO DIPLOMATICO DEGLI STATI UNITI

La crisi internazionale a cui si fa maggiormente riferimento è quella scoppiata a fine Febbraio 2026, da alcuni media ed esperti di relazioni internazionali già definita come Terza Guerra del Golfo.

Stati Uniti e Israele, con un bombardamento congiunto, hanno attaccato l’Iran causando la morte del suo Leader Supremo, Ali Khamenei, oltre a danni strutturali ingenti. Teheran ha risposto con droni e missili contro Israele e obiettivi militari americani siti in Medio Oriente, e chiudendo lo Stretto di Hormuz al passaggio delle petroliere.

Ironico pensare che il danno maggiore e che più sembra far paura non sembra essere stato quello causato da missili, droni e armi, ma quello causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha dato il via ad una grave crisi economica internazionale a causa dell’aumento improvviso dei prezzi del carburante.

E la posizione americana e israeliana non ha fatto altro che indebolirsi dichiarazione dopo dichiarazione, ponendoli in un netto svantaggio diplomatico.

I motivi dell’attacco sono numerosi e mutevoli, e si rimanda ad altra sede l’analisi del casus belli di questo conflitto; tuttavia, é doveroso menzionare che gli Stati Uniti hanno più volte citato diversi motivi (economici, idealistici, di sicurezza), cambiando versione di settimana in settimana, oltre a festeggiare vittorie mai avvenute o minacciare attacchi a tappeto mai attuati.

Basti pensare che se da un lato sembrava un conflitto finalizzato all’esportazione della democrazia in territorio iraniano, più volte è stato evidenziato il desiderio di bacchettare l’Iran per le presunte armi nucleari detenute, oltre all’atteggiamento ambiguo tenuto per l’apertura dello Stretto di Hormuz.

Insomma, gli Stati Uniti hanno avuto un duro colpo sul fronte della credibilità, causato però da loro stessi e non da un attore esterno. Il presidente Donald Trump, nell’ambiguità delle sue dichiarazioni, si è inconsapevolmente posto in una situazione di estremo svantaggio, andando a colpire sia il suo consenso interno che il soft power stesso del suo paese, il quale sembra ormai prendere schiaffi a destra e a manca a qualsiasi tavolo delle trattative.

LA MINACCIA ECONOMICA COME STRATEGIA IRANIANA VINCENTE

Ed è proprio sfruttando questa debolezza, questa sudditanza americana involontaria e per proprietà transitiva israeliana, che l’Iran si sta facendo strada sullo scacchiere internazionale.

A tutti gli effetti, l’Iran approfitta della sua posizione di vantaggio sullo Stretto e dell’incapacità dei suoi rivali di mantenere alta la credibilità per pilotare le trattative.

La strategia risulta essere vincente: con la possibilità di causare una crisi internazionale in poche ore chiudendo lo stretto, l’Iran ha il totale controllo delle trattative, e gli Stati Uniti si ritrovano nella condizione di dover sottostare a compromessi che diversamente non avrebbero accettato, tra cui il già menzionato cessate il fuoco e il ritiro delle truppe.

E nonostante il Memorandum che avrebbe dovuto garantire continuità nell’apertura dello Stretto, piccole microchiusure sono state attuate dall’Iran in risposta alle continue violazione che Israele ha commesso, continuando la guerra in Libano contro la milizia armata di Hezbollah, invocando una ipotetica legittima difesa, al punto che la prima chiusura temporanea dello Stretto è arrivata dopo neanche una settimana dal Memorandum di Islamabad.

E DOPO I 60 GIORNI?

Allo scadere dei 60 giorni, potrebbe accadere di tutto, lo stretto potrebbe essere nuovamente chiuso al passaggio mentre i conflitti localizzati in Medio Oriente potrebbero riaprirsi, annullando il cessato il fuoco. Le opzioni sono varie.

Quella che sembra essere la meno probabile è proprio quella già citata: chiudere totalmente lo stretto e riprendere col conflitto sarebbe un suicidio economico non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’Iran stesso, il quale non può tirare troppo la corda prima che questa si spezzi, dopotutto dallo Stretto dipende anche gran parte del suo sistema economico interno.

L’idea che si fa strada negli ultimi giorni, più plausibile, è quella di una fredda pace gestita attraverso tariffe di passaggio lungo lo Stretto, garantendone sì l’apertura, ma colpendo duramente le compagnie di passaggio (in particolare, il colpo sarebbe nei confronti delle navi occidentali).

Per realizzare un sistema di questo tipo, Iran e Oman sarebbero già in trattativa, per poter unificare il passaggio sul lato territoriale (attualmente diviso tra l’Iran a nord e l’Oman a sud, quest’ultima a controllo statunitense e storicamente neutrale) ed economico (imponendo le stesse tariffe di passaggio).

Questa opzione ha già attirato, come si è detto, il dissenso americano.

Qualsiasi sia la risoluzione, c’è una variabile che risulta difficile inserire e valutare, data dall’attore israeliano, che sembra quasi operare come un attore caotico di diritto internazionale.

Facendo leva su pretese di legittima difesa e di autoconservazione, Israele ha più volte violato trattati e accordi di cessate il fuoco, causando anche alcune microchiusure come già menzionato, e questa ambiguità sul piano delle relazioni internazionali non va sottovalutata, in quanto potrebbe essere fautrice della ripresa delle ostilità, e quindi della realizzazione delle “ipotesi peggiori”.

In deterrenza a questa caoticità, c’è da precisare nuovamente il vicolo cieco diplomatico in cui Israele e Stati Uniti si sono ritrovati, attaccando l’Iran.

Il danno alla credibilità dei partner occidentali è pressoché irrecuperabile nel contesto del conflitto, e il vantaggio diplomatico ed economico iraniano sul controllo dello Stretto risulta essere fin troppo grande per potersi permettere azioni avventate, che potrebbe far precipitare le trattative in un nuovo conflitto a caldo, per tale motivo la pace fredda rimane l’opzione più plausibile, e quella che meno può andare a danneggiare il soft power americano e israeliano.

Con la chiusura del conflitto in una fragile stabilità di questo tipo, si andrebbe a confermare una forte debolezza americana nel campo delle relazioni internazionali e del soft power, una vera e propria sconfitta diplomatica su tutta la linea causata dalla scarsa credibilità, da una comunicazione ambigua e imprecisa, e da pretese che sembrano essere state mosse senza tener conto delle reali conseguenze dello scoppio di una simile ostilità.

Questa crisi, inoltre, va a ridefinire il concetto di stretto internazionale, non più adibito a libero passaggio, ma regolato da una potenza regionale che ne acquisisce il controllo. Rappresenta un precedente che trasferisce la libertà di navigazione da un diritto riconosciuto, alla capacità negoziale degli attori internazionali.

LA RICOSTRUZIONE DEL SENSO, L’ESTETICA NECESSARIA DI PREDA

di Redazione

Il 25 settembre 2026, la Sala Giulia Events di Cremona diventerà l’epicentro di una rivoluzione silenziosa.

Tra frammenti e concetti, l’evento “Ripensiamo il Mondo” propone una via d’uscita al nichilismo moderno attraverso il dialogo tra arte concettuale e critica militante.

Di fronte alle macerie di un presente che sembra aver smarrito la bussola della coerenza, della logica e del buonsenso, esiste una forma di resistenza che non urla, ma ricompone; che non distrugge a prescindere, ma per ricostruire.

Non è un’operazione nostalgica, né un semplice esercizio di stile, ma si tratta di un atto di “ricostruzione”, come recita il sottotitolo dell’evento che vedrà protagonisti Danilo Preto – in arte PREDA – e Pasquale Di Matteo, due figure che, pur partendo da latitudini diverse della creatività e del pensiero, convergono oggi in una sintesi rara, quella tra l’opera che scuote lo spirito critico e la parola che illumina.

IL FRAMMENTO COME PROMESSA: L’ARTE CONCETTUALE DI PREDA

Osservando la locandina dell’evento, si viene investiti da un volto di pietra che si sgretola, ma i cui vuoti non sono voragini di niente, bensì spazi colmati da una bellezza nuova, quasi alchemica.

Un’immagine che nasce dalla sintassi concettuale delle opere di Preda, perché l’arte di Danilo Preto si muove in questo territorio, tra la distruzione e la rinascita.

PREDA non dipinge né scolpisce nel senso tradizionale del termine, ma “edifica” concetti.

La sua è un’“estetica della riparazione” che affonda le radici nella filosofia del Kintsugi, – l’arte giapponese di riparare le rotture con miscele d’oro – ma la trasla su un piano sociologico e mediatico di ampio respiro.

In un mondo che propone cosa pensare e cosa no, cosa sia giusto e cosa ingiusto, Preda va controcorrente, perché le sue opere sono dispositivi di riflessione, dove ogni rottura, ogni pezzetto sbriciolato, ogni ritaglio, è un invito a guardare dentro le crepe della nostra identità collettiva.

In un mondo che comunica per slogan, Preto sceglie la densità del simbolo, costringendo lo spettatore a una sosta, a un respiro, a un pensiero lungo che è, di per sé, un atto rivoluzionario, così le sorpresine degli ovetti Kinder, sbriciolate e piallate dal loro contesto originale, si moltiplicano in centinaia di pezzi, ognuno dei quali racconta storie diverse a seconda dei nuovi agglomerati.

Così come i peluche, smembrati e ricollocati in teche, come musei di tempo, di spazi, di momenti della vita da custodire, ma anche da studiare per comprendere.

Le opere di Preda sono spesso forti, audaci, persino dissacranti, talvolta, perché nessuno nota un foglio bianco sulla neve, ma tutti parlano di una chiazza di sangue sulla porta di casa.

Le opere di Preda cercano lo stesso effetto, non per una pubblicità fine a se stessa, ma per scatenare dubbi, dibattiti e confronto, cose che stanno passando di moda, che in tanti cominciano a ritenere superflui, quando non addirittura dannosi al pensiero unico del momento.

Preda cerca proprio di accendere i riflettori si questi temi attraverso un’arte ragionata, originale e mai banale.

PASQUALE DI MATTEO E LA CRITICA COME BUSSOLA SOCIALE

Se Preto è il braccio che dà forma al pensiero, Pasquale Di Matteo è la mente che ne decodifica le frequenze più profonde.

Critico d’arte internazionale e giornalista freelance, Di Matteo incarna una figura di intellettuale d’altri tempi, capace di muoversi con agilità tra la semiotica e la cronaca. La sua analisi non si ferma mai alla superficie della tecnica, ma scava nel “perché” dell’opera, rintracciandone i legami tra la struttura della società e l’artista.

Di Matteo cerca di trasformare l’astrazione concettuale in una guida pratica per interpretare la realtà. La sua presenza al fianco di Preto non è quella di un semplice presentatore, ma di un co-autore di senso, per cui Preda è il motore e Di Matteo un autista che cerca di guidarne la potenza elevata del piglio culturale, antropologico e comunicazionale di quel motore.

Insieme, i due esperti di comunicazione mettono in scena un dialogo che è un corpo a corpo con la complessità del nostro tempo, uno scambio di visioni tra quanto accade nel mondo e, soprattutto, su come viene raccontato da chi dovrebbe fare informazione.

D’altro canto, l’intera produzione artistica di Preto vede nella distruzione e nel rifiuto dell’immagine e delle sembianze originali la metafora dell’attenzione sul mondo di oggi, per cui vale la pena oltrepassare lo strato apicale delle notizie e delle analisi accreditate, per ricercare quanto si nasconde dietro, per individuare la vera essenza delle cose e la verità.

Oltre ciò che viene presentato come vero.

TAMAGO-ZINE: IL LABORATORIO DOVE IL MONDO VIENE ANATOMIZZATO

Ma dove nasce questa sinergia e, soprattutto, dove trova spazio?

Per comprenderlo appieno, bisogna far visita alla casa del loro sodalizio intellettuale: http://www.tamagozine.org.

In questo blog-magazine, dove Preto riveste il ruolo di Direttore e Di Matteo quello di Vicedirettore, la cronaca si fonde con la sociologia, con l’arte, con la moda in un esperimento editoriale più unico che raro.

Tamago-Zine non è un semplice aggregatore di notizie, ma un osservatorio privilegiato, un luogo dove l’attualità viene “filtrata” attraverso la lente dell’analisi critica, dove la sociologia non è una disciplina accademica polverosa, ma uno strumento vivo per leggere i flussi migratori, le mutazioni del lavoro, l’erosione dei diritti e le nuove frontiere della comunicazione digitale e delle intelligenze artificiali.

La linea editoriale riflette perfettamente i percorsi dei due fondatori: c’è l’attenzione giornalistica per il fatto nudo e crudo, ma c’è anche la tensione etica verso una comprensione più vasta, più particolareggiata, più orientata a stracciare la superficie per individuare quanto viene celato.

Leggere Tamago-Zine significa accettare di non ricevere risposte semplici a problemi complessi, ma essere dotati degli strumenti giusti per porsi le domande corrette.

Anche quando sono scomode.

CREMONA, 25 SETTEMBRE: L’APPUNTAMENTO CON IL FUTURO

L’evento “Ripensiamo il Mondo”, che si terrà a Cremona, curato dalla Prof.ssa Daniela Belloni, si preannuncia come un momento di rottura rispetto alla consueta offerta culturale, generalmente fatta di opere appese ai muri o di statue.

Nella Sala Giulia Events di Viale Po’ 121, non ci sarà solo una mostra, ma un’esperienza immersiva da cui portarsi a casa persino eventuali pezzi di opere.

Perché la società è fatta di tanti piccoli pezzi, in cui ciascuno di noi è un granello.

La differenza tra situazioni, momenti, diplomazia o guerra la fa come quei pezzetti vengono composti e assemblati.

Preda mostra al mondo come distruggere quanto crediamo granitico, comprese le nostre convinzioni, per ricomporre il mondo in maniera differente. Possibilmente, in maniera migliore, più rispettosa dell’altro, delle persone comuni, e non in balia dei capricci dei potenti.

Il dono ai partecipanti di una cartolina celebrativa, autenticata da entrambi gli autori, sottolinea la volontà di creare un legame duraturo, un promemoria fisico di una promessa di cambiamento con la gente, con la società, con il mondo.

In un’epoca come la nostra, in cui trionfano i programmi televisivi del nulla e cosce e glutei sugli smartphone, ritrovarsi fisicamente per discutere di “Ricostruzione” è un segnale forte.

Danilo Preto ci sta dicendo che è ancora possibile, anzi doveroso, riprendere in mano i frammenti della nostra civiltà e dar loro una forma nuova, che non nasconda le ferite, ma le renda il punto di partenza per una nuova, luminosa narrazione dell’umano.

Pasquale Di Matteo cerca di amplificarne il messaggio, ponendosi come ponte tra i concetti veicolati da Preda e la gente.

VI FANNO VEDERE I DRONI A MOSCA PER NASCONDERE CHE I PATRIOT SONO FINITI E CHE L’INDUSTRIA BELLICA EUROPEA È UNA FARSA

di Pasquale Di Matteo

Siamo a luglio e, se aprite un qualsiasi quotidiano nazionale, troverete la narrazione mediatica sintonizzata su un unico, trionfale ritornello: un drone ucraino ha colpito una raffineria russa a 2.500 chilometri di distanza.

Titoli a nove colonne. “Colpo storico”, “Mosca in ginocchio”, “Svolta nel conflitto”.

È una bellissima narrazione. Peccato che sia, nella migliore delle ipotesi, un’illusione; nella peggiore, una gigantesca operazione di distrazione di massa.

Mentre noi guardiamo il drone che brucia la cisterna nel cortile di Putin, sul fronte ucraino si sta consumando una catastrofe per cui non serve leggere i comunicati stampa della NATO, scritti con la consueta prosa da ufficio marketing, ma basta incrociare i dati, ascoltare i militari che non hanno carriere politiche da difendere e, soprattutto, saper fare le addizioni.

L’ARITMETICA DEL TERRORE NEI CIELI DI KIEV

Partiamo dai cieli.

Da settimane, la contraerea ucraina è un colabrodo. La Russia sta martellando Kiev e Odessa con regolarità e i missili passano. Tutti.

Ursula von der Leyen, con il solito piglio da maestrina dalla penna rossa, ha subito twittato che l’Europa «deve fornire a Kiev difese aeree adeguate».

Ottima idea, Ursula, tuttavia, c’è solo un piccolissimo, trascurabile dettaglio: non abbiamo le fabbriche per farlo.

Mario Florio, consulente per la sicurezza e analista militare di lungo corso, lo spiega con una lucidità che gela il sangue. La guerra in Ucraina è diventata una brutale gara di logoramento industriale, perché la Russia ha convertito la sua intera economia in un’immensa catena di montaggio per mezzi e armi.

Noi, europei, no. Non abbiamo la scala industriale per produrre sistemi Patriot o SAMP/T a ritmi sufficienti per sostenere un conflitto del genere. E non li avremo per anni.

Abbiamo i fondi – o, meglio, fingiamo di averli – ma i fondi non abbattono i missili se non c’è un operaio che assembla il razzo intercettore.

Inoltre, c’è un dettaglio ancora più macabro, evidenziato dagli analisti indipendenti che tracciano i voli radar ogni notte. Un dettaglio che sembra uscito da un romanzo di Stephen King, per quanto è freddo e ineluttabile: fino a qualche mese fa, i russi lanciavano sciami di 400, 500 droni o missili alla volta, per saturare le difese aeree ucraine. Oggi ne lanciano 100, al massimo 150, perché hanno capito che l’Ucraina ha finito i Patriot.

I generali di Mosca hanno fatto due conti: se il nemico ha zero intercettori, non serve sprecare mezzo migliaio di vettori per bucare uno scudo che non esiste più. Ne bastano un centinaio. Si ottiene la stessa distruzione, si risparmiano centinaia di milioni di rubli e si rade al suolo il bersaglio.

Intanto, mentre la Russia fa economia di scala sulla pelle dei civili ucraini, noi decantiamo il drone solitario a 2.500 chilometri.

Come la squadra retrocessa in B che festeggi di aver segnato almeno un goal nell’ultima gara persa.

IL BAZAR DI WASHINGTON E I SOLDI DEL MONOPOLY

Se il fronte militare piange, quello politico e finanziario scivola nel grottesco.

Ci avevano promesso un vertice NATO a Washington che avrebbe fatto tremare i polsi a Putin; il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, si era presentato con un piano ambizioso: obbligare ogni Paese membro a sborsare lo 0,25% del proprio PIL all’anno per l’Ucraina. Totale: 140 miliardi di euro freschi e sonanti. Un forziere illimitato.

Tuttavia, sembra sia finita a tarallucci e vino.

I Paesi europei si sono guardati in faccia, hanno guardato i propri bilanci sfondati e hanno iniziato a sfilarsi uno dopo l’altro.

L’accordo si è dimezzato: da 140 miliardi a 70 e persino dentro quei 70 miliardi si annidano i trucchi contabili. L’Italia, ad esempio, si vanta di un contributo di 2,8 miliardi.

Peccato che, a scavare tra le voci di bilancio, si scopra che sono in gran parte cifre farlocche, impegni verbali, riallocazioni di fondi già spesi. Soldi del Monopoly, stampati per salvare la faccia nella foto di rito a fianco di Trump.

IL GRANDE SCARICABARILE AMERICANO

Mentre Maria Zakharova e Dmitry Peskov, dal Cremlino, ringhiano contro la Polonia, accusandola di assemblare droni per Kiev, bisogna saper leggere tra le righe.

Il Generale Giuseppe Morabito sorride amaro di fronte a queste minacce da fine del mondo.

La Russia non vuole invadere la Polonia domani mattina.

Anche perché, secondo la narrazione del mainstream, non avrebbe più un esercito per una guerra, visto che sarebbero morti 1,4 milioni di uomini su 1,25 milioni di uomini di cui era formato l’esercito di Mosca a dicembre 2021.  

La Russia sta facendo guerra psicologica a buon mercato, per alzare la tensione prima del vertice NATO.

Ma il vero problema di Varsavia, e di tutta l’Europa, non è il ringhio di Putin, ma il silenzio di Washington. Gli americani hanno già fatto le valigie mentalmente. Il loro quadrante strategico è l’Indo-Pacifico. È la Cina. Sono i problemi generati dal fallimento della campagna in Iran.

Da dieci anni, il Pentagono cerca di disimpegnarsi dal Vecchio Continente. Gli Stati Uniti vogliono che l’Europa inizi a pagarsi la propria difesa e che, soprattutto, usi quei soldi per comprare armi dalle industrie americane.

Perché il grande progetto di Trump è la piena occupazione degli statunitensi a spese delle guerre generate da Washington e finanziate da Bruxelles. E su questo, va detto, Trump sta vincendo a mani basse per manifesta incompetenza dei leader europei, che si sono fatti trascinare nella guerra per procura, in Ucraina, per poi restare a pagare armi e danni.

È il grande scaricabarile. Ci lasciano soli con un vicino diventato un’economia di guerra, mentre le nostre acciaierie chiudono e i nostri leader firmano assegni scoperti.

LA TERRA FERMA E IL FRONTE UCRAINO NON MENTONO

Mentre scrivo, le truppe russe stanno rosicchiando chilometri quadrati in Donbass. Kupiansk, Kostiantynivka, Druzhkivka.

Nomi impronunciabili per il lettore medio, macchie di inchiostro sulle mappe tattiche, ma che rappresentano villaggi rasi al suolo e linee di difesa ucraine che arretrano.

Nel 2026, l’Ucraina non sta lanciando nessuna controffensiva, da mesi non avanza di un metro e Zelensky è costretto ad ammettere, seppur a mezza bocca, che i Patriot mancano più dell’aria.

I leader europei promettono sistemi d’arma che devono ancora essere costruiti in fabbriche che devono ancora essere aperte, pagati con soldi che non sono ancora stati stanziati.

D’altronde, sono gli stessi leader convinti che le sanzioni contro Mosca hanno avuto “effetti dirompenti”. Quelle del 2022.

E i pennivendoli della propaganda continuano a stampare titoli cubitali su un drone ucraino che, attraversando un cielo vuoto, ha colpito una cisterna in Russia. Un colpo da maestri, certo.

Solo che non si vince una guerra industriale bruciando un barile di petrolio mentre il nemico ti smonta il Paese, palazzo dopo palazzo, un missile calcolato alla volta.

Per di più, i trattati di Ginevra vietano severamente di posizionare obiettivi militari e siti di armi in prossimità dei centri abitati, mentre i bombardamenti su Kiev delle ultime notti stanno portando alla luce comportamenti del governo ucraino non proprio in linea con questi trattati e non certamente attuati con il fine di proteggere la popolazione civile.

IL FOLLE RIARMO EUROPEO CHE CI CONDANNA TUTTI

di Pasquale Di Matteo

Tic, tac. Sentite questo rumore?

È l’Orologio dell’Apocalisse, l’indicatore simbolico ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists.

Oggi le lancette segnano una manciata di secondi alla mezzanotte. Per la precisione, 85 secondi prima di dire addio a tutto ciò che conosciamo.

Tanto per dare l’idea della situazione, nel 1962, durante la crisi dei tredici giorni per i missili a Cuba, le lancette rimasero a sette minuti. Sette minuti contro ottantacinque secondi.

A onor del vero, va ricordato che la posizione delle lancette non fu aggiornata durante i tredici giorni di crisi perché il comitato di sicurezza del gruppo di scienziati non ebbe nemmeno il tempo di riunirsi prima che Kennendy e Kruscev raggiungessero un accordo.

Altri tempi, altro spessore politico.

Ma la cosa veramente tragica non è il tempo che stringe, ma che, mentre noi camminiamo verso il baratro come automi, i nostri leader e i pennivendoli del mainstream continuano a venderci la fiaba del lieto fine.

La cosiddetta “guerra per procura” in Ucraina, quella in cui ci siamo illusi di poter logorare la Russia usando il sangue di altri, è finita; si è schiantata contro il muro di macerie delle controffensive fallite e delle balle raccontate dalla propaganda su pale, muli, microchip, mancanza di divise e di uomini, e malattie terminali di Putin.

Oggi il conflitto sta assumendo i contorni spaventosi di uno scontro diretto tra NATO e Russia perché l’Occidente, prigioniero della propria superbia, continua a ripetere che l’opzione militare è preferibile al negoziato, che la pace è guerra e che essere ignoranti e folli è normalità.

I leader europei parlano di opzione militare come se stessero parlando di una partita alla PlayStation, ma le parole sono pietre, e scagliarle contro una potenza che possiede tra le 4.400 e le 4.600 testate nucleari pronte all’uso, più altre duemila di riserva, è istinto suicida.

IL FANTASMA DELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

Chi spera in un cessate il fuoco a breve vive su Marte, o forse legge solo i comunicati stampa della Nato spacciandoli per oro colato.

Mosca lo ha detto chiaro e tondo: nessuna tregua che serva solo all’Ucraina per prendere fiato e riarmarsi. Il Cremlino ha chiuso i battenti della diplomazia perché ha capito l’antifona.

Ed ecco che, come per magia, l’Europa accelera il riarmo: truppe britanniche in Estonia; una brigata corazzata in Lituania; i tedeschi che riscoprono il brivido dell’aumento record della spesa militare; esercitazioni di deterrenza nucleare franco-polacche nel Baltico.

Tutto bellissimo, se fossimo al cinema.

Nella realtà, però, a Mosca queste mosse vengono lette ricordando la storia. Vedono l’esercito occidentale ammassarsi ai loro confini e ricordano il 1941, l’85esimo anniversario dell’Operazione Barbarossa.

Si sentono minacciati esistenzialmente e, quando una superpotenza con seimila bombe atomiche in tasca si sente in trappola, la fine della civiltà avversaria smette di essere un’iperbole e diventa un rischio calcolabile. Calcolabile in minuti.

Ma se lo scontro diretto dovesse scoppiare davvero, non ci sarebbero vincitori né parate trionfali.

Città come Roma, Milano, Parigi, Berlino, verrebbero rase al suolo, polverizzate in una manciata di minuti, vittime di una reazione a catena in cui l’Europa intera si trasformerebbe in cenere.

E no, gli USA non manderebbero qualche loro missile in risposta, perché, un secondo dopo il lancio, partirebbero missili russi verso New York e Washington.

Tutto ciò che i nostri antenati hanno costruito in millenni, in Europa, verrebbe cancellato per l’arroganza di non aver voluto cercare un compromesso.

Invocare il negoziato non è debolezza, ma un imperativo categorico per la sopravvivenza della specie. Un imperativo per chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti, per chiunque abbia anche solo un briciolo dello spessore dei politici di un tempo, che ragionavano prima di tutto per i popoli e non prima per soldi, finanze e azioni in fabbriche di armi.

COME L’OCCIDENTE HA CREATO IL SUO PEGGIOR NEMICO

Nel nostro zelante tentativo di isolare economicamente e politicamente Mosca, abbiamo ottenuto il capolavoro del secolo, spingendo la Russia tra le braccia della Cina.

E non parliamo di una simpatia passeggera, ma della saldatura del più formidabile blocco economico e militare del pianeta.

Pechino avrebbe deciso di accelerare lo sviluppo delle proprie Forze Armate, un annuncio che è uno schiaffo in faccia a Washington e che la Russia amplifica, cavalca e usa per inviare un messaggio inequivocabile ai suoi partner, soprattutto a quel “Sud del mondo” che oggi guarda all’Occidente con malcelato disgusto.

E il messaggio che arriva, forte e chiaro, è che Mosca non contempla la sconfitta, perché alle sue spalle c’è l’ombra immensa del Dragone; Cina e Russia formano oggi l’asse portante dei BRICS, un conglomerato che fa impallidire i vecchi equilibri della Guerra Fredda.

Poco importa che Pechino non invii (per ora) aiuti militari diretti, perché l’assistenza politica è totale, blindata, monolitica, già adesso; basta guardare l’accoglienza che Xi Jinping ha riservato a Putin nella sua recente visita: sfarzo, onori, tappeti rossi e fanfare.

Un trionfo diplomatico per Mosca, dimostrato da fatti e non da opinioni, che stride con gli altri fatti, quei ricevimenti freddi e formali riservati a suo tempo ai leader occidentali: von der Leyen, a cui Pechino ha riservato un bus da cittadina comune, e Trump, trattato come uno qualunque.

Abbiamo chiuso le porte dell’Europa alla Russia, convinti di affamarla, invece l’abbiamo spinta a est, consolidando un sodalizio che adesso minaccia di schiacciarci, perché abbiamo creduto di poter fare la voce grossa in una guerra per procura che Zelensky sta facendo di tutto perché ci arrivi in casa, unico modo che ha per uscirne vivo.

Continuiamo pure a ignorare quell’orologio, tanto mancano “ancora” 85 secondi alla mezzanotte.

E noi stiamo per inciampare nel buio, convinti di avere in mano una torcia che, in realtà, è un candelotto di dinamite con la miccia già accesa.

E ci sarebbe anche da sperare che fosse solo dinamite, perché avremmo una possibilità su milioni di salvarci. Invece, con i missili ipersonici caricati con testate nucleari, abbiamo solo una certezza.

Tic, tac.

COME IL RESTO DEL MONDO CI STA CANCELLANDO, DAL CALCIO ALLA GEOPOLITICA

di Pasquale Di Matteo

Una volta, accendevi la televisione per guardare i Mondiali e sapevi già come sarebbe andata a finire. Le squadre africane facevano colore, quelle asiatiche servivano da sparring partner per i tabellini dei bomber europei o sudamericani e per farsi qualche risata.

Era un copione già scritto, rassicurante, in cui noi, italiani ed europei, i custodi del bel gioco e della tattica, impartivamo lezioni a chi provava timidamente ad affacciarsi sul nostro palcoscenico.

Oggi, invece, il pallone rotola e ci sbatte in faccia la nostra arrogante, patetica presunzione.

Il mondo è cambiato.

E noi, seduti sul divano, restiamo con le nostre illusioni.

Le squadre “esotiche” non esistono più, quelle a cui davi cinque goal di scarto giocando con le riserve.

Sono tutte ostiche, organizzate, spietate, e hanno tutte almeno un giocatore devastante.

Abbiamo visto persino l’Argentina di Messi, campione in carica – faticare come una provinciale fino ai tempi supplementari contro una nazionale allestita in una nazione di 560.000 abitanti. Un minuscolo fazzoletto di terra.

È un po’ come se Genova, da sola, avesse mandato una squadra ai Mondiali e avesse tenuto in scacco i campioni del mondo.

Roba che, se la ipotizzavi negli anni Novanta, ti ricoveravano in Psichiatria.

IL CROLLO DEGLI DEI: BRASILE, GERMANIA E IL NUOVO ORDINE CALCISTICO

E ieri, il Brasile, spazzato via senza pietà dalla Norvegia.

Una squadra, quella scandinava, che un tempo consideravamo tuttalpiù ruvida e spigolosa, temibile solo sui calci d’angolo.

Oggi è una macchina perfetta, gioca un calcio di alto livello ed è guidata da un centravanti che è semplicemente un marziano.

E cosa dire della Germania?

La corazzata del calcio europeo, forte dei miliardi e del blasone delle sue squadre di club in Champions League, che è stata umiliata tatticamente e fisicamente dal Paraguay, metafora della sua industria, polverizzata dallo strapotere cinese.

I sudamericani non si sono fermati lì e hanno fatto vedere i sorci verdi anche alla Francia, la superpotenza stellare per eccellenza, che è riuscita a strappare una vittoria solo con un goal risicato e sudato.

Poi c’è il Giappone, uscito a testa alta contro il Brasile, piegato solo da una rete subita allo scadere, all’ultimo respiro.

E l’Olanda che tanti “esperti” di casa nostra davano come favorita per il titolo?

Eliminata da quel Marocco già semifinalista agli ultimi mondiali.

Il mondo è cambiato, e lo ha fatto usando le nostre stesse armi.

Per decenni abbiamo mandato i nostri giocatori a svernare a fine carriera in quei Paesi, per “insegnare calcio” in cambio di contratti milionari. Abbiamo esportato i nostri allenatori, i nostri tattici, i nostri preparatori atletici. Abbiamo insegnato loro come si sta in campo. E i risultati, oggi, presentano il conto.

Hanno imparato. E hanno imparato così bene che i loro talenti, oggi, sono le colonne portanti delle compagini più forti in Inghilterra, in Francia, in Spagna, in Germania.

Quanti portieri o difensori asiatici o africani giocavano nei club più forti in Europa negli anni di Maradona?

Quasi nessuno e chi giocava faceva notizia. Oggi sono tantissimi. Giocano nel calcio che conta, quello dei club europei, e poi tornano in nazionale per distruggere le nostre certezze.

Il Marocco, già clamorosamente semifinalista in Qatar, si appresta a incontrare di nuovo la Francia. E se credete che l’esito di questa partita sia scontato, siete fermi al secolo scorso.

DALLA TOYOTA COROLLA AL PALLONE, IL DECLINO DEL NOSTRO SAPER FARE

Se ci pensate bene, è la stessa identica parabola che abbiamo subìto nel settore automobilistico.

Ricordate le prime auto giapponesi? O quelle coreane?

Ricordate la Toyota Corolla dei primi anni Novanta? Erano affidabili, forse, ma c’era da coprirsi entrambi gli occhi a guardarla.

Accarezzavamo le nostre berline europee, convinti della nostra inarrivabile superiorità stilistica, mentre quei Paesi ingaggiavano i nostri designer, davano vita a joint-venture e assumevano fior di ingegneri occidentali per imparare i nostri segreti e costruire modelli al livello di quelli europei.

Oggi, mentre i cinesi invadono il mercato con auto elettriche tecnologicamente superiori e dal design accattivante, noi annaspiamo cercando di proteggere le nostre fabbriche che chiudono.

Siamo rimasti al palo. Solo la nostra mentalità non è cambiata. Quella presunzione, tossica e letale, di crederci intimamente i migliori per diritto divino.

Siamo ancora lì, abbarbicati all’idea che sventolare l’etichetta del Made in Italy, che ricordare al mondo che abbiamo vinto quattro Coppe del Mondo, che il nostro stile, la nostra moda e il nostro design, contino qualcosa in automatico.

Non abbiamo capito che, nel mondo di oggi, si guarda solo e unicamente al presente. Il passato è carta straccia se lo usi solo per pavoneggiarti.

Il passato non serve assolutamente a nulla, a meno che non diventi il carburante per rafforzare ciò che sei adesso. E noi, adesso, siamo stanchi, vecchi e seduti sugli allori.

Ma se il calcio e l’industria smascherano la nostra debolezza, è la politica a certificarne l’ipocrisia.

Perché questa stessa arroganza che mostriamo sul campo da gioco, la replichiamo nei palazzi del potere, dove siamo convinti di essere i migliori anche a livello politico.

Noi siamo i democratici. Noi siamo i giusti. Il resto del mondo, fuori dai nostri confini, è un assembramento di dittature brutte e cattive a cui dobbiamo esportare la civiltà, all’occorrenza a suon di bombe.

Ci autoproclamiamo i supremi custodi del Diritto Internazionale, grazie al lavaggio del cervello che Hollywood ci ha fatto per decenni.

Poi, però, Israele massacra migliaia di innocenti a Gaza, mette in atto quello che per mezzo mondo, e per l’ONU, è un genocidio, e non battiamo ciglio, o, al più, perdiamo tempo sulla definizione di “bambino” o di “genocidio”.

Giriamo la testa dall’altra parte, farfugliando scuse imbarazzanti sul “diritto a difendersi”.

Invece, quando si tratta dell’Ucraina, interveniamo a gamba tesa, mobilitiamo miliardi ed eserciti, stracciandoci le vesti per difendere – dicono – quello stesso identico diritto, quello che per Tajani “conta, ma solo fino a un certo punto”.

Infatti, solo quando ci fa comodo che conti.

È una narrazione per bambini.

È la versione che diamo in pasto ai telegiornali della sera per non ammettere che la morale non c’entra nulla. Per non ammettere che stiamo solo difendendo i cinici interessi geopolitici americani e i bilanci delle grandi aziende energetiche e belliche inglesi, tedesche e francesi.

Usiamo i diritti umani come un interruttore: lo accendiamo quando ci conviene, lo spegniamo quando a premere il grilletto è un nostro alleato.

Il mondo cambia e, mentre cambia, ci guarda, ci giudica e svela, giorno dopo giorno, partita dopo partita, guerra dopo guerra, quanto siamo diventati sempre più piccoli. Sempre più soli.

Sempre più disperatamente insignificanti.

ZELENSKY, LONDRA, DONETSK: IL DOSSIER CHE ROMPE LA NARRAZIONE DELL’AGGRESSORE E DELL’AGGREDITO

Kolomoisky, Telizhenko e Zelensky: cosa dicono davvero le fonti

di Pasquale Di Matteo

C’è una cosa che la guerra fa sempre, prima di distruggere le città: distrugge le sfumature. Tutto diventa slogan. Tutto diventa tifoseria e viene compresso in una narrazione rassicurante, dove i buoni sono sempre i buoni e i cattivi sono sempre i cattivi.

Come a Hollywood, solo che la realtà non funziona così.

Nel caso dell’Ucraina, alcune dichiarazioni e alcuni articoli del 2019 continuano a pesare come macigni, per quanto si è poi verificato dopo.

Da una parte, ci sono le parole di Ihor Kolomoisky, l’oligarca ucraino vicino a Volodymyr Zelensky e che, di fatto, ha contribuito alla sua ascesa politica; dall’altra ci sono le accuse dell’ex diplomatico di Kiev, Andrey Telizhenko, che sostiene una versione molto pesante e non verificata dei primi mesi della presidenza Zelensky.

Due livelli diversi, due pesi diversi, ma capaci di incrinare la versione lineare con cui per anni è stata raccontata la crisi ucraina.

KOLOMOISKY E L’INTERVISTA CHE CAMBIÒ IL TONO DEL DIBATTITO

Il punto di partenza è un’intervista pubblicata dal New York Times – non certo un blog di Mosca – il 13 novembre 2019.

In quel colloquio, Kolomoisky non usa mezzi termini: l’Ucraina, secondo lui, dovrebbe migliorare i rapporti con la Russia, smettere di inseguire l’Occidente a ogni costo e prendere atto che né NATO né Unione Europea sarebbero davvero arrivate in tempi utili.

La parte più significativa è quella in cui Kolomoisky contesta apertamente la logica del confronto con Mosca.

La sua posizione è chiara: Washington starebbe spingendo Kiev verso una guerra che poi l’America non pagherebbe davvero.

Un’accusa politica di enorme peso, perché fatta da un uomo molto vicino a chi comandava a Kiev.

Kolomoisky guardava alla Russia come a un interlocutore inevitabile e considerava l’asse con l’Occidente meno solido di quanto la propaganda politica lasciasse intendere.

Bloomberg conferma l’impianto generale della vicenda: l’oligarca invita a riallacciare i rapporti con Mosca e mette in dubbio l’effettiva utilità dell’allineamento occidentale.

In altre parole, già nel 2019, dentro il sistema ucraino esisteva una voce molto forte e molto scomoda che contestava la direzione intrapresa dal Paese.

TELIZHENKO E IL RACCONTO CHE RESTA DA VERIFICARE

La parte più controversa arriva con Andrey Telizhenko.

Secondo il suo racconto, Zelensky, appena eletto nel 2019, avrebbe dovuto recarsi a Donetsk per pronunciare un discorso di riconciliazione rivolto al Donbass, ma quel viaggio non sarebbe mai avvenuto.

Sempre secondo Telizhenko, il presidente ucraino sarebbe stato, invece, portato a Londra, dove avrebbe imboccato una strada del tutto diversa, più vicina alla strategia occidentale.

Questo è il punto più delicato, perché una cosa è riportare un’intervista, un’altra è dimostrare che il contenuto di quell’intervista corrisponda ai fatti.

Di quel viaggio non vi sarebbe traccia, ma resta l’accusa di un politico ucraino piuttosto potente all’epoca dei fatti.

Secondo Telizhenko, vi sarebbe stato un presunto collasso dei rapporti tra Stati Uniti e Ucraina, attribuendo a Zelensky un ruolo di antagonista rispetto a Trump e all’amministrazione americana.

Anche qui, però, il dato utile è uno solo: cosa afferma Telizhenko, non cosa riesca a dimostrare.

PERCHÉ QUESTA STORIA CONTA ANCORA OGGI?

Quanto raccontato da Kolomoisky o Telizhenko dimostra che la storia ucraina recente non può essere letta come una linea retta, fatta di buoni e di cattivi.

Già nel 2019, molto prima dell’invasione su larga scala del 2022, esistevano tensioni interne, visioni opposte e fratture profonde sulla collocazione geopolitica del Paese. Ed esistevano al di là della guerra nel Donbass, scoppiata nel 2014 e che si combatteva già da cinque anni.

Kolomoisky rappresenta il lato documentato di questa frattura. Le sue parole sono pubbliche, verificabili e politicamente esplosive. Telizhenko, invece, rappresenta il lato più fragile e controverso, quello delle accuse che possono contenere un nucleo di verità politica, ma che non bastano, da sole, a costruire una ricostruzione storica affidabile.

Anche se i racconti di un politico di quel calibro, e così addentrato nei gangli del “sistema Ucraina”, non si possono ritenere le stesse del “signor nessuno” al Bar Sport.

COSA DICONO DAVVERO LE FONTI, DUNQUE

Mettendo insieme i materiali disponibili e verificabili, Kolomoisky, nel 2019, ha espresso posizioni favorevoli a un riavvicinamento con la Russia, ha criticato il sostegno occidentale e l’idea di una guerra condotta dall’Ucraina per conto degli USA.

Telizhenko ha rilanciato una versione molto dura sul ruolo di Londra e sulla traiettoria politica di Zelensky, che, a suo dire, sarebbe diventato addirittura un agente britannico, anche se la parte più forte del suo racconto, quella sul viaggio a Donetsk e sul presunto passaggio a Londra, non risulta verificata.

Tuttavia, il caso Kolomoisky-Telizhenko costringe a distinguere tra fatti, opinioni, ricostruzioni e propaganda.

Kolomoisky offre materiale documentato che mostra quanto fosse divisa la classe dirigente ucraina sulla direzione da prendere, smontando la narrazione di un Paese unito, verso l’Europa e la Nato.

Al contrario, la versione di Telizhenko non ha trovato ancora riscontro, sebbene sia difficile che i servizi segreti e le trame di certi palazzi lascino briciole per seguirne le loro trame. Perciò, sostenere che siano tutte menzogne, a prescindere, sarebbe un errore da dilettanti o un’operazione da propaganda inversa.

Tuttavia, il quadro reale che emerge è che in Ucraina vi fossero due fazioni: una spinta da interessi occidentali, prevalentemente americani; l’altra verso Mosca.

La storia e i documenti ci hanno già raccontato delle interferenze di Victoria Nuland, di piazza Maidan, della sua telefonata con l’ambasciatore Usa in Ucraina, Geoffrey Pyatt, in cui l’allora vicesegretario Nuland, ad un certo punto, si lasciava scappare un «Fuck The EU», “L’Unione Europea si fotta”.

Sappiamo che non c’è stata smentita su questo audio; anzi, arrivò la conferma da parte americana quando la portavoce del Dipartimento di Stato, Jen Psaki, accusò Mosca di aver intercettato e diffuso la telefonata.

Psaki affermò anche che Victoria Nuland era stata in contatto con gli omologhi dell’Unione europea e che si era scusata per questi commenti.

E sappiamo che quanto ci hanno raccontato negli ultimi quattro anni non corrispondeva al vero: le sanzioni dagli effetti dirompenti, che dovevano piegare Mosca in pochi mesi; i microchip smontati dalle lavatrici ucraine – e tu pensa che idioti gli americani, che spendono trilioni di dollari per la Difesa, quando basterebbe usare comuni chip della Indesit; i russi armati solo di pale, evidentemente potentissime, visto che la Russia continua ad avanzare.

Gli stessi muli che cavalcano, perché non hanno più mezzi corazzati, saranno a trazione modificata.

E che dire delle quattro forme di cancro di Putin, della controffensiva ucraina che avrebbe sovvertito l’esito della guerra nel 2023, dell’arrivo degli F16, dell’invasione della Russia da parte di quel commando ucraino che parlava un inglese madrelingua?

Per comprendere la realtà, è necessario distinguere ciò che è vero da quanto, invece, semplice opinione.

Persino sul commento poco appropriato della Nuland nei confronti dell’Europa, si sono scritti fiumi di parole per sostenere che la diplomatica americana non avesse mai nemmeno pronunciato quelle parole, nonostante siano state confermate dall’amministrazione americana di allora.

E ciò dimostra come le propagande siano sempre presenti anche sul fronte dei “buoni” e abilissime nel plasmare le opinioni delle persone comuni, quelle che non hanno gli strumenti per verificare i fatti, per mettere insieme fatti storici del passato a elementi del presente.

E, se è possibile che qualcuno provi a negare persino le parole pronunciate davvero dalla Nuland, certificate dalla stessa amministrazione americana, accusando di sciacallaggio chi racconta la realtà, allora è possibile raccontare ogni sciocchezza spacciandola per vera.

Perciò, state sempre in campana e fidatevi solo di chi, nel tempo, ha dimostrato che le sue analisi erano vere.

Invece, su chi vi ha raccontato di pale, sanzioni, microchip, muli, cancri e altre panzane, il tempo ha già espresso il suo verdetto inappellabile.

ALCUNE FONTI

L’EUROPA UMILIATA, I GIOCHI DI TRUMP CON PUTIN E LA GUERRA CHE NON CI RACCONTANO

di Pasquale Di Matteo

La prima vittima di ogni guerra, si sa, è la verità, tuttavia, in questa guerra in Ucraina, la verità non è stata solo uccisa, ma è stata smembrata, sepolta e coperta da una colata di cemento di propaganda a reti unificate.

Sui media del mainstream, il copione è sempre identico a se stesso, da più di quattro anni, sebbene non ne abbiano prevista mezza.

Da una parte i russi, ridotti a un’orda di disperati senza munizioni, che combattono con le pale e rubano i microchip dalle lavatrici, però sarebbero pronti a invadere l’intera Europa; dall’altra l’esercito ucraino, intoccabile, eroico, costellato di vittorie epiche, guidato dal leader con la maglietta verde militare che difende i confini dell’Europa e del mondo libero.

Una narrazione perfetta, da colossal hollywoodiano.

Peccato che la realtà sia diversa e che nessuno voglia scriverla perché disturba i manovratori e guasta il sonno ai generali da salotto, quelli con il pigiama mimetico che pontificano dai talk show.

Partiamo dai fatti, che sono l’unica cosa che interessa a Tamago e sono ciò che ci ha permesso di non raccontare mai sciocchezze sulle diverse tipologie di cancro di cui era affetto Putin, sulle pale, i muli e le altre panzane inventate dalla propaganda del mainstream, che il tempo ha polverizzato.

Il governo di Kiev ha in mano un assegno in bianco, armi, soldi, supporto incondizionato da parte dell’Occidente, e gestisce tale privilegio con arroganza, supponenza e anche maleducazione.

L’Ucraina si sente indispensabile, intoccabile, talmente sicura di sé da trattare l’Europa a pesci in faccia, grazie al terrore di Mosca – quella armata di pale e a dorso di muli – e ai forti interessi delle aziende tedesche, francesi e inglesi in Ucraina.

La Germania, per esempio, fornisce a Kiev i sofisticatissimi – e costosissimi – sistemi di difesa aerea Skynex della Rheinmetall, ma quando i missili russi bucano le difese ucraine e centrano con precisione chirurgica fabbriche e infrastrutture energetiche – perché i russi, sorpresa, i missili li hanno ancora e colpiscono dove fa più male -, Kiev non ammette l’errore tattico e le difficoltà, ma punta il dito contro i tedeschi.

Accusa la Rheinmetall di aver fornito armi difettose.

Un capolavoro di scaricabarile da far inorridire noi italiani, salvo scoprire, spulciando documenti interni ucraini, che i fallimenti sono figli di imperizia tecnica e difetti di gestione del personale ucraino, inadeguato e non addestrato a sufficienza a utilizzare quelle armi.

Tu mi regali lo scudo, io lo uso male perché non sono capace, così prendo gli schiaffi, ma la colpa è tua. Geniale.

E cosa dire del capolavoro diplomatico con la Polonia.

Varsavia è stata la prima linea del supporto a Kiev: ha accolto rifugiati, ha spedito carri armati, ha fatto da retrovia logistica quando il resto d’Europa ancora balbettava.

Zelensky ha pensato bene di ringraziarla conferendo titoli onorifici a unità militari che si rifanno esplicitamente all’UPA, l’Esercito Insurrezionale Ucraino, quello che, per intenderci, durante la Seconda Guerra Mondiale ha massacrato decine di migliaia di civili polacchi ed ebrei.

Un insulto alle tombe dei nonni dei loro migliori alleati. Ma guai a farlo notare, altrimenti, il mainstream insorge.

Nel frattempo, mentre noi discutiamo di geopolitica sorseggiando il caffè, lì si muore, e si muore a ritmi industriali.

Un report di un centro studi americano – perché da noi queste cose è vietato calcolarle – parla di un bilancio complessivo che sfiora i due milioni di vittime, tra morti, feriti e mutilati, sommando entrambi gli schieramenti.

Numeri da far venire i brividi, per le generazioni spazzate via.

I russi, per tappare le falle, arruolano mercenari dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina, carne da cannone a basso costo, sebbene non sia matematicamente credibile la cifra di 1,4 milioni di soldati uccisi, visto che l’intero esercito russo era di 1,25 milioni di uomini a dicembre 2021.

E… se fossero numeri reali, perché dovremmo armarci per contrastare… l’invasione di una nazione che non ha più uomini da mandare in guerra, no ha più armi e non ha soldi?!

Perché è questo il cortocircuito più grande del mainstream sulla Russia.

E l’Ucraina?

La propaganda ci racconta di giovani fieri che corrono ad arruolarsi, ma la realtà ci sbatte in faccia i documenti interni delle forze armate di Kiev che denunciano reparti logorati, soldati abbandonati in trincea senza rotazioni, e oltre mezzo milione di giovani ucraini che sono fuggiti all’estero per evitare di finire in quel tritacarne.

Mezzo milione di ragazzi che sono fuggiti perché non hanno alcuna intenzione di difendere l’Ucraina, perché morire per la patria è bellissimo nei romanzi dell’Ottocento e sulle pagine dei quotidiani del mainstream, ma quando ti piove addosso un missile o ti arriva un drone kamikaze sulla testa, la retorica e le balle svaniscono. E la razionalità torna a farla da padrona.

La guerra è una mattanza di poveracci, mandati a morire da élite che la guerra la combattono in cravatta su Twitter e nelle conferenze stampa, contando i dividenti dalle azioni delle fabbriche di armi che continuano ad arrricchirli, almeno finché dura la guerra e si tiene lontano l’incubo – per loro – della pace.

In tutto questo, l’Europa dov’è?

È seduta in panchina, a recitare la parte della comparsa, poiché ha scelto di schierarsi in modo così totale e acritico da aver bruciato ogni minima possibilità di fare da mediatrice e di essere anche solo lontanamente credibile agli occhi di Mosca.

Quando a Bruxelles si propone un mediatore europeo, a Mosca si mettono a ridere.

Il paradosso finale ce lo regala, ironia della sorte, l’America di Trump.

Perché, mentre i nostri leader europei si stracciano le vesti promettendo guerre infinite, da oltreoceano trapela la volontà di Trump di invitare Vladimir Putin e Xi Jinping al prossimo G20 a Miami, con l’obiettivo di rompere l’isolamento russo con l’Occidente e riaprire i canali commerciali.

Riaprire soprattutto i canali commerciali dell’Occidente con la Russia, poiché Mosca continua beatamente a commerciare sia con i BRICS sia con mezzo mondo.

Realpolitik contro il fanatismo ideologico dell’Europa, insomma.

Se ciò accadesse, l’Europa si ritroverebbe col cerino in mano: dopo aver distrutto la propria economia e ucciso il futuro degli europei, per sanzionare la Russia; dopo aver svuotato i propri arsenali e aver chiuso un occhio persino su chi le faceva saltare in aria i gasdotti vitali come il Nord Stream, si accorgerebbe che i grandi del mondo hanno fatto la pace sopra la sua testa.

Questa è la guerra in Ucraina oggi.

Un leader intoccabile che gioca alla roulette russa con le armi e i soldi occidentali, un’Europa castrata e insignificante, e un conto dei morti che sale ogni giorno di più, pagato da figli di madri che piangono lacrime identiche, sia a Kiev che a Mosca.

In nome di una guerra che, per otto lunghi anni, non importava a nessuno e che, quando la Russia ha alzato la posta, con lo sfondamento in Ucraina nel 2022, ha mandato al macero i piani della NATO e del Nuovo Secolo Americano di cui il mainstream sembra non aver mai studiato nulla.

Ma tutto questo, nei salotti televisivi e sui grandi quotidiani, non lo leggerete mai. Troppo vero per essere raccontato. Eppure, così doloroso per essere ignorato.

MENTRE KIEV AFFONDA SOTTO LE BOMBE, LA MAGISTRATURA DI BERLINO CERTIFICA CHE L’EUROPA STA FINANZIANDO CHI HA SABOTATO IL NORD STREAM

di Pasquale Di Matteo

Ci avevano promesso il crollo imminente dell’Impero del Male, con quella sicurezza tipica dei generali da bar e dei pennivendoli con l’elmetto, con cui ci raccontavano che Vladimir Putin era isolato, malato terminale, rimasto senza missili e costretto a smontare le lavatrici per far volare i droni, mentre il suo esercito era armato solo di pale ottocentesche e cavalcava muli.

Invece l’Ucraina brucia. Letteralmente.

Mentre i nostri giornaloni si spellano le mani per applaudire l’ennesimo pacchetto di sanzioni che, per la ventiduesima volta, piegherà Mosca per davvero, la realtà ci sbatte in faccia una situazione drammatica per l’Ucraina.

Nelle ultime notti, su Kiev e sulle regioni circostanti, è piovuto l’inferno.

Piogge di droni e missili, attacchi massicci che hanno preso di mira ciò che resta del Paese: infrastrutture militari, centrali elettriche, poli industriali, siti portuali e l’intera catena dell’industria petrolifera.

Otto delle dieci raffinerie più grandi dell’Ucraina sono state pesantemente danneggiate, così, l’export di diesel, un tempo linfa vitale, è al collasso e le stazioni di servizio sono a secco.

Eppure, il teatrino mediatico nostrano minimizza; si preferisce titolare sull’inflazione russa al 5% o sulla carenza di benzina in qualche remota regione siberiana, pur di non ammettere che le difese aeree ucraine, persino quelle della blindatissima capitale, stanno cedendo e fanno acqua da tutte le parti.

La verità è quella che l’Istituto degli Studi Economici Internazionali di Vienna e la Banca Mondiale sussurrano tra le righe, ma che noi facciamo finta di non leggere, cioè che l’Ucraina è un Paese fallito, un malato terminale attaccato alle macchine della respirazione artificiale dell’Occidente.

Infatti, senza i miliardi di euro e di dollari pompati mensilmente da Washington e Bruxelles per pagare pensioni, stipendi pubblici, sanità e, ovviamente, armi, lo Stato ucraino non arriverebbe a fine mese.

Il loro Pil, che secondo le stime più ottimistiche (e fantasiose) dovrebbe crescere dell’1%, è di fatto azzerato, mangiato da un’inflazione a due cifre e tenuto a galla unicamente da un’economia di guerra drogata dai nostri capitali.

E la manodopera è sparita, inghiottita dal tritacarne del fronte o fuggita all’estero.

Siamo di fronte a un collasso infrastrutturale, demografico ed economico senza precedenti. Punto. E questo sfacelo reca la firma in calce dell’amministrazione americana di Biden e dei leader europei, che hanno spinto per continuare quello che è, a tutti gli effetti, il massacro di un popolo.

Tutto per gli interessi economici delle aziende energetiche inglesi, francesi e americane che sono in Ucraina e per garantire linfa all’occupazione americana, come ha candidamente ammesso il Segretario della NATO, Rutte, che si vanta anche della cosa.

Ma c’è un missile ancora più devastante, che non arriva da Mosca, ma dalla Procura federale tedesca.

Vi ricordate il Nord Stream? I gasdotti saltati in aria nel Mar Baltico nel settembre 2022 per cui, all’epoca, i megafoni della propaganda ci spiegarono che Putin, in un impeto di autolesionismo da manuale psichiatrico, si era fatto saltare in aria i suoi stessi tubi miliardari?

Beh, quella narrazione si era sgonfiata già dopo che la Magistratura tedesca aveva spiccato mandati di cattura per i componenti di un commando di ucraini, infine si è polverizzata anche la fiaba del gruppetto di “sommozzatori ucraini indipendenti” amanti del brivido.

Una panzana di proporzioni bibliche che non stava in piedi neanche come scaletta di un romanzo thriller da quattro soldi.

I magistrati di Berlino hanno formalizzato le accuse; l’inchiesta tedesca ha stabilito che il sabotaggio non fu un’iniziativa di quattro cani sciolti o di gruppi indipendenti, ma fu un’operazione complessa, ordinata e commissionata direttamente dagli apparati statali e dalla catena di comando istituzionale di Kiev.

Proprio come abbiamo sostenuto noi di Tamago da sempre.

Lo Stato ucraino, mentre elemosinava e otteneva armi, carri armati, sistemi Patriot e valigie di miliardi dai cittadini europei (tedeschi in primis), organizzava e portava a termine un atto di terrorismo infrastrutturale, un atto di guerra ibrida contro il suo principale benefattore europeo. Il più grave sabotaggio a danni dei cittadini europei dalla Seconda Guerra mondiale.

Hanno fatto saltare in aria l’arteria energetica che garantiva la stabilità industriale della Germania, innescando una crisi dei prezzi del gas che noi, cittadini italiani ed europei, abbiamo pagato e stiamo ancora pagando in bolletta.

L’Ucraina è un Paese stremato, la cui esistenza dipende dall’umore e dai bonifici dell’Europa.

Eppure, proprio mentre subisce la demolizione da parte di Mosca, rischia di innescare una crisi diplomatica senza ritorno con la magistratura di Berlino.

D’altronde, come si può chiedere solidarietà incondizionata a un alleato a cui hai deliberatamente distrutto le infrastrutture energetiche strategiche alle spalle?

Il rischio, per Zelensky, non è più solo la pioggia di droni russi sulle raffinerie di Kiev, ma è che, prima o poi, a Berlino come a Roma, le opinioni pubbliche si sveglino, uniscano i puntini e chiedano il conto.

E quando chiudi il rubinetto dei miliardi, la respirazione artificiale si ferma.

Definitivamente.

Solo che, almeno fino a questo momento, i leader europei e la Commissione von der Leyen sembrerebbero ancora propensi a inviare ulteriori soldi ai sabotatori dell’Europa, per spingere ancora di più verso la guerra totale, dimostrando, ancora una volta, di non essere all’altezza di garantire la sicurezza e il benessere dei cittadini europei.

PATTO GIAPPONE-INDIA, LA VERA GUERRA ALLA CINA SI COMBATTE SULLE TERRE RARE

di Pasquale Di Matteo

Quello che sta accadendo tra Giappone e India non è diplomazia di facciata, fatta di foto e sorrisi da regalare alla stampa, ma è il tentativo, per nulla silenzioso, di ridisegnare la geografia della dipendenza economica del Sol Levante.

Da una parte c’è Tokyo, che ha un disperato bisogno di spezzare il guinzaglio industriale che la lega a Pechino, dall’altra Nuova Delhi, che punta a usare la propria ascesa come un grimaldello geopolitico, stando bene attenta a non farsi schiacciare nel tritacarne tra Washington e Pechino.

Si annusano, si studiano e stringono un patto che somiglia a un matrimonio d’interesse, in cui nessuno vuole fare la parte del vassallo.

LA MOSSA DEL GIAPPONE: SCAPPARE DALLA MORSA DEL DRAGONE

Ciò che spinge il Giappone a cercare nuovi contatti con l’India è la paura della crescente pressione cinese sulle forniture che contano per davvero: terre rare, magneti permanenti, componentistica per i droni, materiali per il nucleare…, tutta roba senza la quale l’industria di un Paese moderno si ferma.

Il Giappone sa fare i conti e conosce sulla propria pelle il costo di essere vulnerabili e di dipendere da altri; ha capito perfettamente che, nel ventunesimo secolo, il nemico non ha bisogno di mandare i carri armati o sparare un singolo missile per metterti in ginocchio: gli basta chiudere i rubinetti delle materie prime.

Basta guardare come l’Iran ha umiliato gli USA chiudendo lo stretto di Hormuz.

E allora cosa fa una potenza intelligente e non guidata da uno psicopatico?

Reagisce, usa l’intelligenza, diversifica i partner, inietta capitali in catene di approvvigionamento alternative e va a cercarsi sponde sicure lontano dall’ombra lunga della Grande Muraglia.

Nessuna sparata da Guerra Fredda, niente slogan da stadio o minacce da gangster, da bullo di quartiere, da squilibrato.

Solo pragmatismo e diplomazia. Come sanno fare i politici maturi e, soprattutto, capaci.

PERCHÉ L’INDIA NON È LA RUOTA DI SCORTA DI NESSUNO

In questo scacchiere, l’India non gioca la parte del mercatino rionale emergente; Nuova Delhi è il monumentale “Piano B” del Giappone.

L’India è una nazione con una popolazione sconfinata, una classe media che consuma e una posizione sulla carta geografica che la rende l’ago della bilancia di qualsiasi disegno strategico nell’Indo-Pacifico.

L’agenzia Reuters ha già fiutato che la cooperazione si sta spingendo esattamente lì dove fa più male, ovvero sulle terre rare e sui magneti.

La società statale indiana IREL sta cercando sponde non solo in Giappone, ma anche in Corea del Sud, con l’obiettivo di portarsi a casa la tecnologia avanzata per raffinare e lavorare queste benedette terre rare.

Inoltre, sembrerebbe in arrivo una pioggia di denaro da Tokyo, ben dieci trilioni di yen spalmati sui prossimi dieci anni.

I bersagli sono semiconduttori, intelligenza artificiale e infrastrutture pesanti, indispensabili per navigare nelle acque del futuro.

IL RICATTO DELLE TERRE RARE E L’AUTONOMIA DI DELHI

Oggi, la Cina tiene in pugno gran parte della catena di approvvigionamento mondiale delle terre rare, un monopolio che le permette di esercitare un monopolio che chiamare “economico” sarebbe da ingenui, perché è pura egemonia industriale e militare.

Ma l’India non è nata ieri. Infatti, mentre i diplomatici indiani negoziano con quelli giapponesi, il governo di Nuova Delhi ha fatto capire a IREL di sospendere un vecchio accordo di esportazione per proteggere il mercato interno.

In pratica, l’India non ha nessuna intenzione di immolarsi come semplice ruota di scorta anti-Pechino per fare un favore a Tokyo; il dossier terre rare è uno strumento di potere, un’arma per garantirsi autonomia. Nessuna subalternità. Delhi incassa, ringrazia e fa i propri interessi.

GIAPPONE E INDIA: UN ASSE DELLE AMBIGUITÀ

È facile derubricare tutto questo all’ennesima “coalizione anti-Cina”, anche se è innegabile che la radice del patto sia la fobia per la coercizione economica di Pechino, tuttavia, la realtà fa sempre meno rumore e ha più sfumature.

Questo è un patto di pura e cinica convenienza industriale, per cui ci sono interessi incrociati e, sotto il tappeto, persino diffidenze reciproche.

Gli obiettivi convergono, certo, ma non combaciano del tutto: il Giappone vuole un salvagente per le sue forniture; l’India vuole tecnologia, cascate di yen e peso contrattuale sui tavoli che contano; e nessuno dei due vuole restare da solo ad affrontare l’ira del Dragone.

Tuttavia, al tempo stesso, nessuno si fida ciecamente dell’altro.

L’ASSENZA RUMOROSA DEGLI USA

Poi c’è l’America.

Il Quad, l’alleanza a quattro che dovrebbe blindare l’Indo-Pacifico, costituita da India, Giappone, Australia e USA, è in affanno. I rapporti tra Washington e Nuova Delhi si sono raffreddati, stretti tra incomprensioni e priorità americane che spesso guardano altrove.

Questa latitanza statunitense apre praterie di manovra per Tokyo, ma rende il gioco maledettamente più pericoloso, poiché, senza la regia ingombrante, ma rassicurante, dello Zio Sam, il triangolo diventa sbilenco.

Quindi, si corre il rischio che la cooperazione bilaterale indo-giapponese si carichi di aspettative forse troppo pesanti da reggere.

IL VOLTO DELLA NUOVA ASIA

Il patto tra Giappone e India è il sintomo più evidente della malattia del nostro tempo.

Il Giappone cerca disperatamente l’uscita di sicurezza da una prigione strategica, mentre l’India sta banalmente godendo dei suoi attuali vantaggi geopolitici: tutti la corteggiano, tutti ne hanno bisogno e lei alza il prezzo.

Questa è l’Asia di oggi, un continente che nei consessi internazionali predica l’integrazione e la pace, ma che vive di competizione feroce, dipendenze e una strisciante diffidenza.

Non sarà un accordo a risolvere i problemi, e non accadrà domattina, ma la lezione è chiara: la terza guerra mondiale, quella economica, non si fa con i dazi o con la marina, ma si combatte nei laboratori di intelligenza artificiale, nelle fabbriche di microchip, nelle miniere di materiali rari.

Il Giappone e l’India lo hanno capito, perciò, hanno appena iniziato a giocare le loro carte.

IL PARADOSSO DI KIEV

SE PUTIN STA PERDENDO, PERCHÉ L’EUROPA TREMA, SI SVENA E MENTE?

di Pasquale Di Matteo

“Stiamo vincendo, va tutto a meraviglia”.

È la litania ipnotica che ci ripetono a reti unificate da settimane, mesi, anni, eppure, se provassimo a mettere in fila le dichiarazioni trionfalistiche dei nostri leader occidentali e le confrontassimo con la realtà, ci accorgeremmo che stiamo vivendo all’interno di una gigantesca allucinazione collettiva.

Vinciamo noi, dicono. Ricordate Beppe Severgnini? “Quaranta democrazie contro una dittatura: non c’è storia, vinciamo noi!” diceva quattro anni fa.

Ma intanto, aprite il portafogli.

Perché la narrazione ufficiale, quella stiracchiata fino all’inverosimile dal mainstream, si scontra con una richiesta continua, ossessiva e disperata di nuovi fondi.

Miliardi su miliardi.

Denaro prelevato, con una mossa degna del miglior George Orwell, dal “Fondo Europeo per la Pace”. Soldi per la pace usati per comprare droni, proiettili e missili, che allungheranno il conflitto e permetteranno a Kiev di rastrellare altri giovani per strada per mandarli a morire al fronte.

Un capolavoro di semantica di cui anche in Italia siamo maestri.

Meloni, Crosetto e Tajani sono campioni olimpici; quando si tratta di inviare aerei dalle nostre basi, non li chiamano voli militari, ma “voli logistici”.

Come se chi fa l’autista a un serial killer si lavasse la coscienza sostenendo di aver fornito solo assistenza logistica, nessuna complicità, quindi.

Fa meno paura. Rassicura le coscienze.

Ma i morti restano.

Poco importa se quella logistica serve a trasportare armamenti destinati a infiammare ulteriormente i cieli del Medio Oriente o dell’Est Europa.

È l’eterno doppiopesismo di un Paese che si finge pacifista di facciata, ma che agisce da zerbino di Washington, piegando la testa a logiche imperiali e calpestando la propria dignità e la propria Costituzione.

Siamo passati dai ruggiti contro il Venezuela di Maduro al sussurro timido per implorare l’Iran di non colpire le nostre basi. Sovranisti a giorni alterni.

Ma torniamo in Ucraina.

La propaganda della NATO, sposata in pieno dal presidente finlandese Alexander Stubb, dipinge un’Ucraina in forma smagliante: fortissima militarmente, solida politicamente, florida economicamente.

Balle. Menzogne spudorate degne di 1984 di Orwell.

L’Ucraina è un Paese in bancarotta, che si regge in piedi solo grazie al respiratore artificiale dei finanziamenti occidentali.

Se davvero Kiev stesse stravincendo, come spiegano la ritirata da città chiave come Bakhmut, Avdiivka o l’impossibilità di riprendersi Mariupol?

Se il nemico è in fuga, perché il governo ucraino ha la necessità disperata di arruolare altri 600.000 uomini?

La verità è che i giovani ucraini non vogliono più andare a morire.

E come biasimarli? Vengono mandati al macello in una guerra di logoramento dove il valore della vita umana è stato azzerato dai calcoli geopolitici e dal tentativo disperato di Zelensky di non finire la sua vita politica.

Scappano, evitano la leva, perché la retorica dell’eroismo va bene nei tweet, ma quando c’è da farsi sbudellare dall’artiglieria russa, la prospettiva cambia radicalmente.

IL FINTO CROLLO DI PUTIN E LO SPAURACCHIO NUCLEARE

Dall’altra parte, ci raccontano di un Vladimir Putin a un passo dal baratro.

È vero, l’operazione ucraina di lanciare droni sulle città russe ha rotto il patto di sicurezza tra lo Zar e i suoi cittadini. I russi, che per due anni hanno vissuto il conflitto come una lontana eco televisiva, ora sentono le sirene antiaeree, vedono le colonne di fumo e tutto ciò genera rabbia.

Ma pensare che questo basti a far crollare l’apparato di potere del Cremlino è da illusi. O da incompetenti.

Putin risponde in modo muscolare, scaricando la collera sulle infrastrutture ucraine, senza nemmeno aver bisogno di ricorrere allo spauracchio atomico, per ora, anche se cresce la pressione dei russi che vorrebbero utilizzare missili caricati con testate nucleari per porre fine alla guerra.

Tuttavia, per ora, l’escalation nucleare è, di fatto, un fantasma agitato dall’Occidente per terrorizzare l’opinione pubblica europea.

Mosca non ha bisogno dell’atomica, perché sta avanzando con le forze convenzionali e gode del supporto tattico e logistico della Corea del Nord e dell’appoggio economico della Cina.

Alleati non decisivi per una vittoria lampo, forse, ma vitali per non affondare nel lungo periodo.

I TIFOSI DELLA MORTE DEL MAINSTREAM

Ciò che disgusta di più sono i “tifosi”, quelli che, seduti comodamente sul divano di casa, esultano per un drone caduto a Mosca o per un deposito in fiamme, ignorando che ogni attacco prolunga l’agonia e significa rappresaglia, di conseguenza, altri ucraini che perderanno la vita.

Non cambia l’esito della guerra. Semplicemente, ne alza il prezzo.

Aumenta il conto dei morti, dei mutilati, delle città rase al suolo e della distruzione di ciò che resta dell’Ucraina.

Mentre noi, indignati e ipocriti, continuiamo a inviare soldi per la “pace”, foraggiando l’industria bellica e prolungando una mattanza che nessuno, ai piani alti, sembra voler fermare per davvero.

Persino il Vaticano ha urlato contro Bruxelles il suo sdegno per il doppiopesismo tra Kiev e Tel Aviv.

Il Vaticano ha fatto notare come l’Europa non abbia a cuore il rispetto del Diritto internazionale, perché contro i crimini di Israele, peraltro ben più gravi di quelli della Russia, non ci sono sanzioni, non ci sono miliardi di euro e di armi agli aggrediti.

Eppure, sui media del mainstream solo pochi accenni, come se il Papa e i leader del Vaticano contassero solo quando fanno comodo al pensiero unico dominante.

Perciò, quella in Ucraina è una guerra politica, per il controllo e il potere geopolitico, visto che degli innocenti e dei crimini commessi a Gaza, in Libano e in Cisgiordania non ce ne importa una beata fava.

Vi dicono che va tutto bene. Ma la verità è che stiamo solo pagando il biglietto per assistere alla distruzione di un intero popolo perché l’impero americano e l’estensione del suo esercito (NATO) hanno mire espansionistiche e puntano a sostenere l’occupazione e l’industria americana, come dimostra la storia degli ultimi trent’anni.

Quella che i giornalisti del mainstream dimenticano o non hanno studiato.