Una volta c’era il giornalismo d’inchiesta. C’erano Biagi, Bocca, Fava, Spampinato…
Oggi, invece, ci sono quelli che si inventano balle per colpire chiunque non si allinei ai pensieri unici. Allora nascono i novax, i putiniani, e si inventano persino liste di persone che sarebbero finanziate da Mosca per non dire quello che è il verbo.
La formula magica, brevettata nei laboratori del conformismo nostrano a partire dal fatidico febbraio 2022, è semplicissima: “putiniano”. Non importa se sei un professore universitario, un analista geopolitico stimato all’estero o semplicemente un cittadino che prova orrore davanti alla carneficina di una guerra inutile, se non a uccidere ulteriori ucraini e a devastare ancora di più quel Paese.
Se osi dire che l’invio indiscriminato di armi non porterà alla vittoria, ma al massacro di un’intera generazione di giovani ucraini, il sistema deve stritolarti, ti deve togliere la parola, la cattedra, la dignità.
Perché, quando il sistema sa che non ha argomentazioni come le tue, ha solo l’arma della diffamazione e del discredito per competere.
Ma a volte, la verità rimette le cose a posto. Ed è quanto ha sancito il Tribunale di Milano.
ORA, INVENTARSI I PUTINIANI SI PAGA IN CONTANTI
La prima sezione civile del Tribunale di Milano ha condannato RCS Mediagroup (l’editore del Corriere della Sera), il suo direttore Luciano Fontana e le giornaliste Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini a risarcire il professor Alessandro Orsini con 27.500 euro, più circa 5.000 euro di spese legali per un articolo pubblicato in prima pagina il 5 giugno 2022.
Molti di voi lo ricorderanno. Si trattava di un pezzo dal titolo roboante: “La rete di Putin in Italia: chi sono influencer e opinionisti che fanno propaganda per Mosca”.
In cima a quella lista di proscrizione, con tanto di fotografia segnaletica a uso del pubblico pagante del Corriere, c’era proprio Alessandro Orsini.
L’articolo inventava una clamorosa balla spacciandola per notizia: l’esistenza di un’indagine riservata dei nostri Servizi Segreti e del Copasir volta a stanare la “quinta colonna” russa infiltrata nei media italiani.
Il Tribunale di Milano ha stabilito che quella famosa “rete” non è mai esistita. Servizi e Copasir non ne sapevano nulla, tanto che l’allora presidente del comitato, Adolfo Urso, e l’autorità delegata alla sicurezza, Franco Gabrielli, dovettero correre ai ripari smentendo categoricamente l’esistenza di dossier o schedature formali.
Ma alla macchina del fango interessava insinuare il dubbio nella popolazione e la missione era stata compiuta. Perché, se non getti fango su un professore universitario, su un esperto di Geopolitica, ti è impossibile reggere il confronto con le argomentazioni.
E quando la macchina parte, non guarda in faccia a nessuno e gli allocchi credono e dicono “sì, ma è finanziato da Mosca per dire ciò che dice.”
Il giudice civile di Milano lo ha messo nero su bianco: l’utilizzo di fonti confidenziali non esime il giornalista dall’obbligo di verificare la verità dei fatti. Accostare il nome di un docente a una fantomatica rete di spie o propagandisti al soldo di una potenza straniera, basandosi sul nulla cosmico, è diffamazione pura.
IL PREZZO UMANO DEL DISSENSO
Ma chi risarcisce l’isolamento, gli sguardi storti dei colleghi, l’angoscia di essere additato come un traditore della patria solo per aver fatto il proprio lavoro di analista e per aver continuato a dire che la Russia non sarebbe mai stata sconfitta dall’Ucraina, mentre chi lo accusava parlava di pale, microchip, muli e controffensive risolutive?
E no, non è vera nemmeno la balla secondo cui Orsini avrebbe toppato perché sosteneva che Mosca avrebbe vinto in due settimane.
Perché, è vero che il professore fece quell’affermazione, ma i suoi delatori dimenticano di specificare che lo fece a ridosso dell’ingresso dell’esercito russo in Ucraina, quando lo scontro era Russia contro Ucraina, cioè prima che la NATO inviasse armi, soldi, utilizzo dei satelliti e tecnici per usare le armi più sofisticate.
In uno scontro Mosca contro Kiev, le due settimane profetizzate da Orsini sarebbero state anche troppe. Un po’ come vedere Real Madrid contro Albinoleffe. Cosa ben diversa è se l’Albinoleffe può schierare la rosa del PSG.
Sta di fatto che Orsini, in quei mesi del 2022, ha subito un vero e proprio linciaggio professionale.
La Luiss, l’università dove insegnava e di cui dirigeva l’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, si è affrettata a dissociarsi dalle sue parole e a revocargli l’incarico di direttore, pur dovendolo mantenere come professore associato, poiché le sue competenze accademiche erano, e sono, indiscutibili. A differenza di quelle di chi lo attaccava.
La Rai, terrorizzata dalle pressioni politiche dei partiti con l’elmetto, gli ha stracciato sotto il naso un contratto da 2.000 euro a puntata per la trasmissione Cartabianca. Anche la sua collaborazione con Il Messaggero si è interrotta bruscamente, evidentemente per lo stesso motivo.
La colpa imperdonabile di Orsini era aver azzeccato, una dopo l’altra, tutte le analisi militari e geopolitiche sulla guerra russo-ucraina, aver spiegato, dati alla mano, che la Russia non sarebbe crollata sotto il peso delle sanzioni, che l’esercito di Mosca non era finito e che la controffensiva ucraina si sarebbe scontrata con un muro.
Cose che oggi sono verità conclamate dai fatti e che ammettono persino i generali del Pentagono, ma che nel 2022 era severamente vietato pronunciare in televisione o sui giornali.
L’esperienza di Orsini, fortunatamente approdato a scrivere su Il Fatto Quotidiano, non è un caso isolato, ma dimostra quanto ho spiegato nel mio libro LA FABBRICA DELLA PAURA, è il metodo standard applicato a chiunque non si pieghi alla narrazione del pensiero unico, in questo caso, della “vittoria inevitabile”.
I MOCCIOSI DELLA GEOPOLITICA E IL DOGMA DEL RIARMO
Ancora oggi, se provi a spiegare che i piani di riarmo europei a trazione polacco-baltica sono un enorme spreco di denaro pubblico, visto che i paesi europei spendono già in Difesa il triplo della Russia e che Mosca non ha né l’interesse né la forza militare per attaccare la Nato, vieni immediatamente bollato come “filorusso” o “putiniano”.
È capitato a Giuseppe Conte, è capitato a storici direttori come Lucio Caracciolo, ad analisti come Gianandrea Gaiani, al professor Alessandro Barbero, persino a economisti e banchieri non certo sospettabili di simpatie bolsceviche.
Sembra di assistere ai capricci di bambini viziati che sbattono i piedi per terra perché la realtà non si adegua ai loro desideri, allora anche papà e mamma sono cattivi perché spiegano loro la verità delle cose.
Saremmo tutti felici se l’Ucraina potesse vivere in pace, libera e sovrana all’interno dei suoi confini, ma la realtà ci dice che la Russia controlla ampie porzioni di territorio e sta assediando le ultime roccaforti del Donbass.
Ci dice che la NATO ha continuato ad allargarsi a Est, anche di fronte ai ripetuti avvertimenti di Mosca.
Ci evidenzia che accettare il piano di pace del 2022 avrebbe evitato migliaia di morti ucraine e avrebbe permesso all’Ucraina di non finire in bancarotta e di non veder fuggire un terzo della popolazione in età da lavoro.
La verità ci dice anche che Zelensky, che nega le elezioni e, di fatto, ha imposto una dittatura, sostituisce ministri e generali a ciclo continuo per mascherare i disastri al fronte, mentre i media nostrani continuano a vendere la favola di una vittoria dietro l’angolo, pur di prolungare un massacro che distrugge l’Ucraina e dissangua l’Europa.
Chi racconta questa triste verità viene criminalizzato. Chi invoca la diplomazia, il negoziato e la fine delle ostilità viene inserito in liste di proscrizione da chi ha smesso di fare giornalismo e ha scelto di diventare megafono del potere.
La sentenza del Tribunale di Milano contro il Corriere della Sera è una boccata d’ossigeno per la democrazia, perché ricorda a tutti che la diffamazione ha un costo e che la dignità di chi difende la pace non può essere calpestata impunemente per compiacere i signori della guerra.
Perciò, diffidate anche di quei politici che parlano di “putiniani” e di fantomatiche “liste di Mosca”, di quelli che girano anche nelle università per tentare di indottrinare i giovani a un’idea di Europa guerrafondaia contro il mostro russo.
La prossima volta che sentirete dare del “putiniano” a qualcuno che chiede semplicemente di far tacere le armi, ricordatevi di questa sentenza. E sorridete, pensando a quanti soldi dovranno ancora sborsare i “giornaloni” con l’elmetto per pagare le loro balle.
E se voleste dare del “putiniano” a qualcuno, preparatevi a una causa legale e a sborsare qualche soldo.
Finalmente.

