NATHALIE TOCCI E IL DELIRIO DELL’ECONOMIST: INVIARE TRUPPE IN UCRAINA PER VEDERE SE ABBIAMO LO STOMACO PER COMBATTERE

di Pasquale Di Matteo

Avete presente quegli incontri diplomatici dove si sorseggia champagne discutendo del destino del mondo con la stessa leggerezza con cui si parlerebbe di sport al bar?

Beh, almeno, un tempo, si raggiungevano accordi tra persone che cercavano di scongiurare guerre ed evitare escalation nucleari.

Oggi, invece, siamo impantanati in un’era in cui il buonsenso e la razionalità sono viste come negazione dell’ovvio ed etichettate come putinismo.

Benvenuti nel magico mondo di Nathalie Tocci, direttrice dello IAI (Istituto Affari Internazionali) ed eletta a gran voce sacerdotessa della geopolitica da poltrona.

Per i meno avvezzi, è la politologa che ci spiegava in tv come Mosca fosse destinata a essere sconfitta nel 2022, scagliandosi spesso contro il Prof. Orsini.

Il 16 luglio 2026, dalle colonne del The Economist, la nostra intellettuale ha partorito un’analisi che definire agghiacciante sarebbe un insulto all’eufemismo.

Titolo e sottotitolo del saggio di alta strategia militare sono già tutto un programma: “Would Europeans fight, if it came to that? Putting boots on the ground in Ukraine might help Europe find the stomach for war”.

Avete capito bene. Non si tratta più di “difendere l’Ucraina”. Quella era la favoletta per i creduloni della prima ora.

Adesso, l’obiettivo si sposta: bisogna mettere gli scarponi europei sul terreno ucraino per “trovare lo stomaco”, per addestrare psicologicamente i popoli europei alla guerra.

La guerra non è più una catastrofe da evitare con le unghie e con i denti, ma, per Tocci, diventa una specie di gita scolastica terapeutica per scuoterci dal nostro torpore pacifista. Come se essere pacifisti e avere buonsenso fosse una malattia da curare.

Dite che stiamo esagerando?

Eppure, la logica della Tocci è di una linearità disarmante, quasi infantile nella sua drammaticità e in tutto ciò che ne conseguirebbe.

I governi europei aumentano i budget della difesa, ma i cittadini, brutti, sporchi e ostinatamente attaccati alla vita, non hanno alcuna voglia di farsi ammazzare in guerra, e questo diventa un problema.

Allora, per Tocci basterebbe mandare un bel contingente di soldati europei a Kiev. Non per cambiare le sorti del conflitto, sia chiaro, ma per consentire a tutti noi di abituarci alla guerra. Di avere il figlio, il cugino, il nipote, l’amico al fronte. O di esserci proprio fisicamente noi.

Una sorta di terapia d’urto collettiva, come quando si butta un bambino in piscina per insegnargli a nuotare.

Solo che qui la piscina è piena di missili, armi atomiche e sangue.

Siamo di fronte a un rovesciamento totale e grottesco di quel progetto di Unione Europea nata sulle macerie del secondo conflitto mondiale per bandire la guerra dal continente, e che oggi vede sostituire il diritto, la diplomazia e i trattati con l’idea di forza e di guerra.

Nella narrazione bellicista di queste élite tecnocratiche e di questi professori della guerra, la pace non è più il fine, ma un ostacolo alla vittoria contro il nemico.

La guerra viene riabilitata, ripulita e presentata come una straordinaria leva di integrazione politica e, udite, udite, di strumento per giungere alla pace. Un mondo in cui la fantasia macabra di Orwell e del suo 1984 diventa normalità.

Non riusciamo a unire l’Europa con la politica industriale, con il welfare o con i diritti? Nessun problema: uniamola sotto il segno dell’emergenza permanente e della paura del nemico alle porte.

Ma scendiamo per un attimo dal bombardiere di questi professori della guerra e caliamoci nella cruda realtà militare, quella che si misura in trincee e cimiteri, non in slide di PowerPoint, per analizzare le conseguenze.

Qualsiasi presenza di truppe europee sul territorio ucraino, camuffata sotto qualsiasi sigla o missione “umanitaria” o di “deterrenza”, verrebbe immediatamente considerata da Mosca come un coinvolgimento diretto della NATO e dell’UE ed è impossibile che una professionista della politica come Tocci non lo capisca.

Perciò, la sua è la ricetta perfetta per l’escalation totale.

D’altronde, Mosca lo ha ripetuto in tutte le salse, con una chiarezza che persino un bambino capirebbe, ma che i nostri fini strateghi fingono di non sentire. Ignorare questo dato è da folli.

E poi, quale sarebbe la credibilità di questa fantomatica deterrenza?

Davvero pensiamo di spaventare la più grande superpotenza nucleare al mondo mostrando una “volontà simbolica”, senza avere alle spalle una reale copertura politica e strategica uniforme e senza essere disposti a subire milioni di morti?

Inoltre, se dispieghi le forze senza poterle difendere davvero, ti esponi a una prova di forza che rischia di travolgerti. Inutile mostrare i muscoli se poi, al primo missile su questo fantasmagorico “contingente di pace”, si finisce per invocare quel papà americano che, nel frattempo, ha già deciso di farsi gli affari suoi.

Non si costruisce la sicurezza promettendo più di quanto si sia disposti o capaci di difendere.

Ma c’è un secondo fine, ancora più subdolo, che si nasconde dietro questa smania militarista, ed è la tentazione autoritaria di Bruxelles, cioè utilizzare la crisi geopolitica come un enorme acceleratore di integrazione centralizzata, svuotando il peso decisionale delle singole capitali nazionali.

Lo stato d’emergenza, si sa, è il miglior amico di chi voglia governare senza il fastidio delle procedure ordinarie e dei veti nazionali. Se c’è la guerra alle porte, chi ha più il tempo di discutere nei parlamenti nazionali?

Si decide a Bruxelles, in fretta, in nome della sicurezza collettiva. Non serve che la Tocci lo scriva esplicitamente: questo è il pilota automatico di un processo strutturale che mira a trasformare l’emergenza in metodo di governo ordinario.

Perciò, basta provocare il nemico per spaventare gli europei.

Il risultato di questa follia pedagogica sarebbe un’Europa mostruosa, un’Unione non più unita dalla solidarietà e dal benessere, nel nome dei popoli, ma militarizzata nel discorso pubblico e totalmente dipendente da una narrativa di minaccia permanente.

Ma un progetto che si fonda sulla “preparazione psicologica” delle masse alla guerra non è solo tecnocratico e paternalistico, ma anche moralmente degradante, poiché tratta i cittadini come cani di Pavlov da addestrare alla campanella del conflitto imminente.

Cara Tocci e cari paladini delle armi, se avete così tanta voglia di testare lo “stomaco” per la guerra, le vostre valigie per il fronte, quelle dei vostri figli, dei vostri amici e parenti, saranno già pronte, no?

Accomodatevi pure. Ma lasciate fuori i nostri figli da questo vostro macabro e folle esperimento di ingegneria sociale.

FONTE DI RIFERIMENTO: https://www.economist.com/by-invitation/2026/07/16/would-europeans-fight-if-it-came-to-that

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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