L’intelligence americana cade improvvisamente dal pero. Gli analisti della CIA, dai loro uffici climatizzati a Langley, fanno sapere di aver avviato indagini serratissime per verificare il sospetto che la Russia starebbe aiutando l’Iran.
Quella che i nostri media davano sconfitta dall’Ucraina già nel 2023, in seguito alla grande controffensiva di maggio. Dopo averla data già per spacciata l’anno prima, per le nostre sanzioni dagli effetti devastanti.
La stessa data per spacciata il mese scorso.
Ebbene, la Russia starebbe aiutando l’Iran. Ohibò, qualcuno avvisi questi signori che hanno appena scoperto l’acqua calda.
Teheran vende droni a Mosca per la guerra in Ucraina, le due capitali si scambiano dati satellitari e intelligence militare da anni, ma per i report di Washington questa è ancora una notizia da trattare con la prudenza delle grandi rivelazioni d’intelligence.
E qui già si spiegano tante cose… ma tant’è.
Nel frattempo, mentre a Washington si compilano dossier inutili e si ragiona sulle ovvietà, nello Stretto di Bab el Mandeb si consuma quel dramma per cui noi di Tamago mettevamo in guardia già lo scorso maggio.
L’Arabia Saudita pensava di aver trovato la furbata del secolo: per aggirare lo Stretto di Hormuz, reso impraticabile dalle continue scaramucce tra Teheran e le navi occidentali, Riad ha investito miliardi in un oleodotto trans-peninsulare, con lo scopo di portare il petrolio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per poi spedirlo in Europa e in Asia senza dover chiedere il permesso agli ayatollah.
Una strategia intelligente, quasi perfetta sulla carta.
Peccato che i ribelli Houthi dello Yemen, una milizia sciita armata e finanziata dall’Iran, abbiano preso di mira le petroliere saudite Seila e Laila, colpendo duro e costringendo una decina di altre navi a fare retromarcia.
Il messaggio inviato a Riad è stato recepito forte e chiaro: non c’è via di fuga. Se l’Iran è sotto assedio, lo sarà anche il petrolio dei suoi storici rivali.
Ed è qui che crolla il castello di carte dell’economia globale.
Perché Bab-el-Mandeb non è solo un nome difficile da pronunciare per i telegiornali della sera, ma è quel collo di bottiglia che regola il transito del 40% del commercio marittimo italiano.
Quando quel passaggio si stringe, le navi cargo e le superpetroliere sono costrette a circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di viaggio di settimane e facendo saltare i bilanci delle compagnie assicurative.
Ecco perché il prezzo del petrolio è schizzato istantaneamente sopra i 100 dollari al barile.
Mentre il cittadino europeo si prepara a subire l’ennesima ondata di rincari mascherata da “crisi imprevedibile”, la politica internazionale continua a usare due pesi e due misure.
Siamo sommersi da dichiarazioni di condanna per l’alleanza tra Mosca e Teheran. Ci viene spiegato che chiunque offra supporto a paesi sotto sanzione è, di fatto, complice di crimini internazionali.
Eppure, gli stessi governi europei continuano a mantenere saldi rapporti commerciali, diplomatici e militari con Israele, mentre quest’ultimo bombarda Gaza, invade la Siria e colpisce il Libano.
In quel caso, si capisce, non siamo complici. Lì si tratta di “diplomazia necessaria”, di “scambi strategici” che non meritano sanzioni, e guai a chi prova a mettere in discussione i contratti di fornitura.
Perché l’Europa è una tecnocrazia retta da un consiglio d’amministrazione che deve costruire il nemico russo per sviluppare l’industria bellica.
Poi c’è Trump, che, dalla sua piattaforma Truth, ha promesso che, in caso di nuovi attacchi alle petroliere saudite, scatenerà contro l’Iran una forza militare “mai vista prima”. La stessa promessa di circa quattro mesi fa.
Ha persino aggiunto un tocco di spregiudicatezza finanziaria, spiegando che i danni subiti dagli alleati sauditi verranno risarciti confiscando direttamente i fondi iraniani congelati dagli Stati Uniti.
Benjamin Netanyahu, dal canto suo, non aspetta altro che questa scintilla per poter finalmente legittimare una guerra su larga scala nella regione, guerra che Israele cerca da sempre.
La realtà che emerge da questa crisi è che non esiste un mercato libero del petrolio, così come non esiste una legalità internazionale uguale per tutti. Esiste solo una gigantesca scacchiera dove le pedine si muovono al ritmo degli interessi energetici e della propaganda.
E mentre i leader mondiali giocano a fare i duri nei loro post sui social, noi continuiamo a pagare il prezzo delle loro ipocrisie.

