NON ERAVAMO CATASTROFISTI. L’OCCIDENTE RESTA A SECCO

di Pasquale Di Matteo

Sabato 2 maggio 2026, il CEO di Spirit Airlines, ha firmato l’ordine di messa a terra definitiva per l’intera flotta.

Ventiquattr’ore dopo, a Francoforte, l’ultimo Airbus di Lufthansa CityLine è stato rimorchiato nell’hangar 7 per non uscirne più.

Mentre i soloni del giornalismo “responsabile” ci spiegavano che parlare di crisi energetica era un vezzo da complottisti del web, la realtà ha presentato un conto che non ammette appelli.

Ventimila voli cancellati solo in questo mese di maggio, 20.000, uno Stretto di Hormuz trasformato in un parcheggio per 850 navi fantasma e un governo italiano senza più soldi, costretto a ridurre a soli cinque centesimi lo sconto sulla benzina per la durata di otto giorni.

LA MENZOGNA DEI CIELI APERTI

Ricordate i sorrisi smaglianti nei talk show di due anni fa?

Ci dicevano che l’aviazione era in ripresa, che il turismo sarebbe stato il nuovo petrolio, dopo le chiusure del 2020 e i problemi del 2021.

Oggi, quel petrolio è rimasto incastrato tra le scogliere dell’Iran e il disastro commesso da Trump e Netanyahu

Il fallimento di Spirit Airlines non sarà un caso isolato, purtroppo, ma il primo pezzo di un domino che sta polverizzando il concetto di mobilità democratica.

Quando lo scrivevamo su queste pagine, un mese fa, c’erano i soliti italiani medi pronti a replicare “catastrofismo”, “da Hormuz passa solo il 20%…” e altre sciocchezze da Bar Sport, di chi non ha mai aperto un libro di Storia del Commercio globale.

Oggi che ventimila tratte europee sono state cancellate da un giorno all’altro, lasciando decine di migliaia di passeggeri a fissare tabelloni neri negli aeroporti di mezzo continente, quegli stessi critici sono curiosamente impegnati a scrivere di altro.

Forse di giardinaggio. Ammesso che non abbiano evidenti lacune anche in quel settore.

Lufthansa CityLine ha tirato giù la serranda il 18 aprile. Non è fallita nel senso classico del termine, ma è stata smembrata dalla casa madre per nutrire i conti di una holding che sta imbarcando acqua.

Il costo del carburante avio è aumentato di dieci volte. Avete letto bene: 10 volte.

Il Jet Fuel raffinato, quello che l’Europa non produce più perché ha preferito delegare la propria sopravvivenza a chi ora tiene il rubinetto in mano, è diventato una sostanza rara quanto l’onestà intellettuale dei nostri leader europei, che ci impediscono di prendere petrolio e gas dalla Russia perché Mosca viola il Diritto internazionale.

Peccato che Tel Aviv e Washington lo violino in maniera molto più massiccia, massacrando donne e bambini a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, e aggredendo l’Iran, senza che i nostri leader mostrino nulla più se non qualche timido mugugno.

Le compagnie aeree più forti, per ora, non portano i libri in tribunale, ma hanno smesso di volare e, ovviamente, saranno costrette a rivedere verso l’alto i costi dei voli ancora in essere.

È il nuovo modello di business: vendere biglietti per voli che non esistono, incassare e poi dare la colpa alla “congiuntura internazionale”.

HORMUZ: IL PARCHEGGIO PIÙ CARO DEL MONDO

Il problema ha due nomi: Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Sono loro che, in seguito all’aggressione illegale all’Iran, hanno scatenato la rappresaglia della chiusura dello Stretto di Hormuz.

Dal 28 febbraio scorso, il polmone del mondo ha smesso di respirare.

Ottocentocinquanta petroliere sono intrappolate nel Golfo Persico. Sono lì, cariche di greggio che sta diventando catrame sotto il sole, mentre i mercati finanziari di Londra e New York ballano sull’orlo del baratro.

La missione americana “Project Freedom” è partita con la fanfara delle grandi occasioni.

Trump ha promesso di “spaccare il blocco” e riportare l’ordine. Ma stamattina, 4 maggio, una fregata della US Navy ha incassato due missili antinave mentre tentava di forzare l’ingresso e l’Iran ha sparato altri colpi d’avvertimento vicino ad altre due navi americane.

Gli USA sostengono di essere riusciti a far passare due navi indenni dallo Stretto, ma non esistono prove certe a sostegno di tale tesi. Teheran smentisce.

Trump ha minacciato di nuovo di distruggere l’Iran, ma, ormai, anche i sassi hanno capito che, a sbraitare, lo show gli viene bene, ma dopo i pugni rimediati finora, tra basi americane distrutte, navi da guerra costrette alla ritirata, e centinaia di miliardi di dollari di armi bruciate senza ottenere una beata fava, se non la più grande crisi alimentare ed economica della storia contemporanea, lo show finisce lì.

Non è una riapertura dello stretto, ma l’inizio di una guerra che nessuno può permettersi e che tutti sembrano desiderare per coprire il fallimento delle proprie economie.

La missione non serve a far passare le navi, serve a giustificare il fatto che l’Occidente sia rimasto senza benzina.

È il paradosso della forza: più l’America mostra i muscoli nel Golfo, più i prezzi alla pompa di una stazione di servizio in Italia schizzano verso l’alto, più i voli in Europa vengono cancellati.

L’ELEMOSINA DI STATO E IL MITO DEGLI OTTO GIORNI

Il governo italiano risponde con la creatività che ci contraddistingue nel mondo: la farsa.

Il decreto del 2 maggio è un capolavoro di umorismo nero. Ridurre le accise di cinque centesimi per soli otto giorni è come cercare di spegnere l’incendio della biblioteca di Alessandria con un solo estintore.

Il 22 maggio, finiscono ufficialmente le ultime scorte tecniche. Dopo quella data, non ci sarà più nulla da scontare perché non ci sarà quasi più nulla da vendere.

I prezzi hanno sfondato la barriera dei due euro e dieci centesimi al litro anche nelle stazioni self-service di periferia e si avvicina la cifra di 3 euro al litro che avevamo preventivato per il mese di luglio.

Il governo dice che ha finito i soldi, che bisogna fare sacrifici, che la colpa è della speculazione, ma la verità è che lo Stato sta raschiando il fondo del barile per pagare gli interessi su un debito che la crisi energetica ha reso esplosivo.

E sappiamo che i soldi ci sono o si stampano in una notte, se bisogna inviare armi e denaro in Ucraina.

Parlavano di catastrofismo, ma la catastrofe è la normalità che ci attende.

LA FINE DEL VIAGGIO

Guardatevi intorno.

Gli aeroporti stanno diventando cattedrali nel deserto, monumenti a un’epoca di spensieratezza che abbiamo barattato con l’illusione di una transizione energetica gestita da incompetenti in giacca e cravatta che hanno occupato i luoghi di potere in tutto l’Occidente, senza visione e privi di ogni morale.

Mentre leggete queste righe, un’altra compagnia sta probabilmente decidendo quale rotta tagliare per non finire nel fango insieme a Spirit, e qualche altro idiota scuoterò la testa, pensando all’ennesima esagerazione.

Degno lettore di chi ha scritto di pale, muli, microchip, rublo spazzatura, Mosca al tappeto e altre supercazzole vendute come notizie.

Ancora una volta, il tempo è passato e ha certificato la veridicità di quanto raccontato da Tamago, nell’avvisare che il sistema era al collasso.

Lo certifica il silenzio dei motori degli aerei fermi sulle piste di mezza Europa, un silenzio che fa molta più paura di qualsiasi grido d’allarme rimasto inascoltato.

Un silenzio destinato ad allargarsi, a fagocitare il rumore delle fabbriche e dei mezzi agricoli. Almeno fino a quando non sarà spazzato via dalle grida della folla inferocita per le strade.

Ma quella sarà la storia che verrà dopo. Il futuro.

Per ora, ci attende il presente.

Perciò, meno voli, meno vacanze all’estero, carrello della spesa più cara e meno spostamenti interni a causa dei carburanti alle stelle.

Almeno avremo più tempo e denaro per investire in istruzione, in comunicazione, per migliorare noi stessi e le nostre attività, in noi stessi.

SE VA TUTTO BENE, SIAMO ROVINATI

di Pasquale Di Matteo

“Se si comportano male, vedremo”.

Donald Trump, con la consueta sintassi da reality show, liquida così l’ipotesi di nuovi attacchi all’Iran, mentre a Teheran si contano i quattordici punti di una proposta di pace che l’Occidente non può accettare senza ammettere la sconfitta.

Nel frattempo, a Roma, la proroga del taglio delle accise sui carburanti scivola via dai radar mediatici con la precisione di un’operazione tra il ridicolo e il paradosso: lo Stato finanzia lo sconto sulla benzina usando l’IVA incassata proprio grazie all’aumento dei prezzi della benzina.

Il cane si morde la coda.

I prezzi, che durante il primo sbandierato decreto del governo avevano impiegato giorni a scendere sotto la soglia psicologica dei due euro per presunte “difficoltà tecniche” dei distributori, hanno impiegato esattamente lo scoccare della mezzanotte del primo maggio per tornare a svettare sui tabelloni.

La nuova normalità è un numero: 2,00. Un pugno per le industrie e le famiglie, mentre il PIL italiano, rivisto al ribasso verso lo zero virgola niente, si affaccia sull’abisso della recessione.

Lucio Caracciolo, che di mappe e di trappole se ne intende molto più di quelli che sorridevano quando parlavamo di disastro di Hormuz, lo ha spiegato dal suo osservatorio di Limes: l’Iran è un attore iper-razionale.

Sa perfettamente che un attacco a Israele significherebbe essere “vetrificati” nel giro di pochi minuti. Eppure, il blocco navale statunitense allo Stretto di Hormuz, dove ogni giorno passano 20 milioni di barili di greggio, è solo formale. Il controllo dello stretto è totalmente in mano iraniane.

Le navi cisterne iraniane continuano a solcare le rotte verso l’India eludendo le sanzioni di una Washington che appare sempre più divisa tra le minacce di Trump e la resistenza del Pentagono, consapevole che senza le basi in Italia e Germania le guerre americane in Medio Oriente sarebbero logisticamente impossibili.

E, visto che già oggi si perde, e male, contro l’Afghanistan e contro l’Iran…

Il meccanismo di finanziamento dei soccorsi economici italiani è diventato un esercizio di equilibrismo disperato, tant’è che, per trovare 300 milioni di euro, cifra ridicola per una potenza industriale, ma enorme per un bilancio ostaggio del Patto di Stabilità, si ipotizzano tagli a sanità e istruzione.

Manovre che dimostrano quanto l’Europa e il governo italiano se ne fottano dei cittadini italiani, visto che i fondi per il riarmo e per il sostegno all’Ucraina non mancano mai. Sono sempre lì, pronti, immuni dalla contabilità dei sacrifici chiesta ai cittadini che oggi pagano 5 centesimi in meno di accise sulla benzina e 20 sul diesel, una differenza che evapora nel tempo di un rifornimento.

Siamo passati dall’affidabile nemico Putin, da cui compravamo gas a prezzi certi, alle braccia di un alleato americano che oggi minaccia di ritirare l’ombrello protettivo se non paghiamo il pizzo del riarmo. Nonché alla follia guerrafondaia di un’Europa che è diventata solo un mastino attaccata alle palle di chi deve far quadrare i conti delle aziende italiane.

Se il blocco di Hormuz dovesse continuare ancora, e, peggio, se la guerra dovesse esplodere davvero, il barile schizzerebbe verso i 200/250 dollari. In quel momento, le chiacchiere sui tagli delle accise e sui decreti ministeriali lascerebbero il posto a un deserto energetico dove le industrie chiudono e le persone tornano a piedi e in bicicletta.

Farà sorridere molti fan del green, ma significa tornare all’Età della pietra.

L’Iran è preparato da decenni a vivere sotto assedio. Noi, che non abbiamo una risorsa nostra e che abbiamo delegato la nostra politica energetica all’umore di chi siede nello Studio Ovale, no.

Perciò, non resta che sperare che vada bene. In tal caso, saremmo solo rovinati, governati da un’Europa nemica delle imprese italiane e da un governo che al più può scegliere quale gamba piegare per prima per prostrarsi ai piedi di chi conta davvero sul pianeta.

IL GRANDE BLUFF DI THE DONALD. L’AMERICA FIRST LA PAGANO GLI AMERICANI

di Pasquale Di Matteo

Povero Donald: dopo che all’ennesimo finto attentato non hanno creduto nemmeno i suoi picciotti del “MAGA center”, il 30 aprile 2026, dal suo pulpito su Truth, Trump ha aggiunto un’altra chicca alla sceneggiatura del suo film tragicomico.

Un doppio ricatto che, sulla carta, fa tremare i polsi: dazi del 25% su auto e camion in arrivo dall’Unione Europea a partire dal 4 maggio e la minaccia di sbaraccare le truppe americane da Italia e Spagna.

Su quest’ultimo punto, la stragrande maggioranza degli italiani ci metterebbe al firma, con l’unico timore che Donald ci ripensi. Verrebbe da dire: “Ci conto, a patto che non si torni indietro!”

Il movente ufficiale sarebbe la presunta violazione del fantomatico “Accordo Turnberry” (quella schifezza ottriata a von der Leyen del 15%, siglata nel 2025) e la scarsa propensione degli alleati ad assecondare i piani USA sull’Iran, con particolare livore per la mancata collaborazione su Sigonella.

In pratica, Trump si lamenta del fatto che l’Europa non abbia voluto violare, come lui, il Diritto internazionale.

Da Bruxelles, l’eurodeputato Bernd Lange frigna a favore di telecamera bollando la mossa come “inaccettabile”; A Roma, Guido Crosetto e Giorgia Meloni cascano dal pero, o almeno così ci raccontano le cronache di Euronews e Avvenire.

Ma se togliamo la panna montata della retorica trumpiana e andiamo a guardare i bilanci, la realtà ha il sapore della truffa, e le vittime principali non siamo noi.

LA MATEMATICA SPIETATA DEI DAZI

La narrazione da comizio è elementare: puniremo l’Europa. Peccato che la matematica dica l’opposto.

Le tasse doganali non le paga l’esportatore di Wolfsburg o la BMW. Le paga l’importatore americano.

E, a cascata, le paga l’elettore MAGA che va al concessionario.

Secondo gli studi congiunti della Federal Reserve di New York e dell’Università di Harvard – non esattamente due circoli di pericolosi sovversivi – il 90% dei costi di queste tariffe viene scaricato direttamente sui prezzi interni.

I numeri sono senza appello: comprare una Volkswagen Golf negli States costerà 5.000 dollari in più. Un SUV compatto come il T-Roc? Altri 4.000 dollari di balzello.

Perfino ai milionari che sognano una Ferrari toccherà un sovrapprezzo del 10%. Le stime di Harvard parlano di un aumento dei prezzi dei beni importati fino al 6,6% e di quelli domestici del 4%.

È una tassa occulta e regressiva. L’inflazione, che Trump giura di voler abbattere, subirà una frustata al rialzo del 2,7% per le scorte, già nel 2026.

Il Pil americano, per questo capriccio protezionista, rischia una sforbiciata da 50 miliardi di dollari l’anno.

In sintesi, l’ennesima sciocchezza di Donald riduce il potere d’acquisto delle famiglie a basso reddito per finanziare le promesse di introiti statali che il Presidente sventola in TV.

IL CAPOLAVORO DELL’IPOCRISIA MILITARE

E poi c’è il capitolo militare, il vero capolavoro dell’ipocrisia.

Perché se Donald ha detto tante sciocchezze, questa le batte tutte.

Trump minaccia il ritiro da Italia e Spagna perché non abbiamo fatto i bravi soldatini nel calderone mediorientale. In pratica, non siamo criminali che massacrano popolaizoni per capriccio e questo, a chi si è sbarazzato dei nativi per farsi spazio, perciò, ha l’aggressione e lo sterminio nel DNA, non piace.

Ma di cosa stiamo parlando?!

L’Italia ospita 120 tra basi e installazioni di diversa natura americane. In quel numero, ce ne sono molte di cui non sappiamo neppure la reale ubicazione.

Ad Aviano, nonostante le smentite di “complottisti anti-complottismo” ci sarebbero testate nucleari americane B61. E non solo lì. Anche se agli italiani non è dato sapere se vi siano davvero, se siano davvero solo di quel tipo e quale quantità.

La nostra Penisola, per chiunque mastichi un minimo di strategia militare (e su questo concordano persino testate agli antipodi come Il Giornale e Peacelink), è la portaerei inaffondabile di Washington nel Mediterraneo.

Pensare che il Pentagono rinunci ad Aviano, a Sigonella, a Vicenza, a Ghedi, per una ripicca social, è roba da asilo nido.

Non a caso, in rete non si è vista mezza traccia di satira, meme o esultanza pacifista stile “era ora” per il ritiro: semplicemente, nessuno ci crede.

Inoltre, tanti si chiedono quando scadrà, finalmente, il mutuo da pagare agli americani per la liberazione da fascisti e nazisti.

Anche perché non abbiamo mai pagato un mutuo ai sovietici, senza i quali è difficile che gli americani sconfiggessero Hitler, anche alla luce della storia, che certifica l’ultima guerra vinta dagli USA proprio nel 1945.

Guarda caso, con i sovietici alleati.

L’ennesima panzana di Donald è un’arma di distrazione di massa, un ricatto in stile immobiliarista: minacciare lo sfratto per alzare l’affitto.

Serve a spaventare l’Europa, a far sudare freddo chi come l’Italia esporta massicciamente, e a costringere gli alleati a scucire più soldi per la Difesa.

Un po’ come “vi annienteremo in una notte” urlato all’Iran. Che poi è diventato “ok, allora tregua fino a che non ci sarà un accordo” dopo che l’Iran lo ha preso a pesci in faccia.

Alla fine della fiera, le truppe e le atomiche resteranno esattamente dove sono, in Italia, a guardia degli interessi imperiali americani.

Perché Donald conta quanto il due di picche. Cosa che, ormai, hanno capito tutti, a parte qualche cerebroleso che naviga su Linkedin tifando per quell’esercito morale o l’altro, come giocasse alla PlayStation.

A pagare il conto del sovranismo d’oltreoceano saranno i cittadini americani al concessionario, convinti di aver piegato l’Europa mentre si facevano sfilare il portafoglio.

Si accettano scommesse: quando la prossima panzana di Donald?

BIENNALE DI VENEZIA, UN’ISTITUZIONE SOTTO SEQUESTRO

di Pasquale Di Matteo

L’Arte, quella vera, quella con la A maiuscola, è inclusiva, non accetta nessuna censura.

A Venezia, invece…

Solange Farkas non ha aspettato il taglio del nastro per dimettersi.

Alle nove del mattino del 30 aprile 2026, la Giuria Internazionale della 61ª Biennale d’Arte è semplicemente evaporata.

Cinque firme in calce a una lettera di dimissioni che hanno trasformato l’inaugurazione del 9 maggio in un funerale di lusso, celebrato tra i canali di una Venezia che non è mai stata così lontana dal mondo reale.

Insieme a Farkas, se ne sono andate Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, in quella che non è soltanto una protesta estemporanea, ma una vera e propria decapitazione programmata, un ammutinamento che sa di preventivato.

IL DOSSIER GIULI: ISPETTORI E SILENZI

Alessandro Giuli, il Ministro della Cultura, ha inviato gli ispettori a Venezia per valutare la legittimità di non assegnare eventuali premi agli artisti dei padiglioni russo e israeliano, per crimini contro l’umanità.

La Fondazione Biennale, ente autonomo, difende la legittimità del Padiglione Russia, appellandosi a contratti siglati e protocolli internazionali, ma i documenti che circolano tra le stanze del Ministero raccontano un’altra verità.

I verbali delle riunioni tecniche dell’agosto 2025 mostrano come il rientro dei russi non sia stato un incidente di percorso, ma una strategia diplomatica volta a normalizzare i rapporti culturali sotto la cenere del conflitto.

La giuria era praticamente contraria all’inclusione di artisti di ogni nazionalità.

Giuli ha capito che la situazione stava scivolando verso il sabotaggio ideologico e ha risposto con il metodo prefettizio: acquisizione di atti, controllo delle comunicazioni interne, pressione costante.

Il risultato è stato un cortocircuito che ha portato il Ministro ad annunciare il boicottaggio della sua stessa creatura.

Giuli non ci sarà, non berrà il prosecco d’ordinanza, non stringerà mani. Salvo ripensamenti, dovrebbe restarsene a Roma, a gestire le macerie di uno scontro che ha ridotto l’arte a un pretesto per il regolamento di conti tra correnti di potere.

L’OMBRA DI MOSCA E IL PESO DEI SOLDI UE

Mentre la giuria si stracciava le vesti in nome dell’etica, a Bruxelles qualcuno ha iniziato a fare i conti. I documenti visionati rivelano il rischio concreto di un taglio dei fondi europei destinati alla Biennale, con l’accusa pesante di collaborazione indiretta con soggetti sotto sanzione.

Però non si capisce come Bruxelles non sia ancora iurcita a varare un solo pacchetto di sanzioni contro Netanyahu.

La “mediazione” tentata da Luca Zaia, il doge che cerca sempre di tenere i piedi in due scarpe per non bagnarsi con l’acqua alta, è naufragata nel giro di quarantotto ore. Zaia voleva salvare capra e cavoli, russi e bilanci, ma la frattura tra la visione “sovranista-culturale” di Buttafuoco e quella “militarista-burocratica” di Giuli ha reso inutile ogni compromesso.

Dal ministero parlano di contatti diretti tra i vertici della Fondazione e funzionari del Ministero della Cultura russo, nomi, date di incontri avvenuti a porte chiuse, scambi di mail che parlano di “opportunità di dialogo” mentre le bombe continuano a cadere.

Cosa che, d’altro canto, sembra più che normale, dal momento che non si mette in discussione l’operato criminale del governo israeliano e non si emette nemmeno una timida sanzione nei confronti di Israele, colpevole di crimini ben più gravi e numerosi di quelli di Mosca.

La giuria della Biennale, con la sua “Dichiarazione di Intenti” del 22 aprile, non ha fatto altro che dare fuoco alla miccia di una polveriera che era già satura di gas.

Accusare i leader di Russia e Israele di crimini contro l’umanità è stata la mossa del cavallo per forzare la mano a un governo che, ufficialmente, non può permettersi di avallare tribunali estetici permanenti.

LA RESA DEI CONTI: IL LEONE AI TURISTI

La soluzione trovata per gestire il vuoto di potere lasciato dalle dimissioni rasenta il ridicolo, se non fosse tragica.

Il 22 novembre, i Leoni d’Oro non saranno assegnati da critici, curatori o accademici, ma dai visitatori. Un biglietto, un voto.

L’eccellenza artistica ridotta a un concorso di popolarità su scala globale, un “X-Factor” lagunare dove la qualità dell’opera conta meno della capacità di mobilitare clic e schede.

La Fondazione chiama questa deriva “promozione dell’inclusione e della libertà artistica”, tuttavia, è la bandiera bianca alzata davanti all’impossibilità di trovare cinque esperti disposti a mettere la faccia su un palmares che sarebbe comunque contestato dai soliti guerrafondai russofobi, dai tifosi di Netanyahu e altri pazzi del nostro tempo.

Far decidere al pubblico significa trasformare la Biennale in un centro commerciale dove il cliente ha sempre ragione, anche se non distingue un’installazione da un idrante e non capisce la differenza tra un figurativo e un informale.

Ancora più grave sarebbe escludere Israele e Russia dall’evento, per diversi motivi: la politica di governo effettivo, non ha alcun legame con gli artisti di quel Paese; se si esclude qualcuno per crimini contro l’umanità, allora l’interno Medio Oriente, gli USA, tre quarti di Africa, l’intera Europa, non dovrebbero avere padiglioni a Venezia. E ce lo dice la Storia.

Infine, perché è proprio l’arte il motore del buonsenso, della cultura e dell’apertura mentale.

Giorgia Meloni, con la consueta abilità nel barcamenarsi tra le fiamme, ha preso le distanze dal Padiglione russo per non irritare americani e von der Leyen, ma ha blindato Buttafuoco.

Una difesa d’ufficio che serve a coprire le crepe di una maggioranza dove la cultura è diventata il terreno di una guerra civile silenziosa.

Dall’altra parte, il Pd parla di “crisi senza precedenti”, come se la gestione della cultura negli ultimi trent’anni fosse stata un esempio di trasparenza e meritocrazia.

IL PARADOSSO DELLE MANI PULITE (IN GUANTO DI VELLUTO)

La giuria Farkas se n’è andata sbandierando la propria superiorità morale, scegliendo la sceneggiata mediatica del martirio, piuttosto che il confronto nel merito, preferendo la purezza del gesto alla complessità della gestione.

È facile gridare al crimine contro l’umanità quando non si devono pagare gli stipendi dei dipendenti della Fondazione o garantire la sicurezza dei padiglioni, e quando ci si guarda bene dal ricordare i crimini di certuni.

Dall’altra parte, il Ministero ha dimostrato una goffaggine degna dei peggiori anni della Prima Repubblica, poiché, pensare di risolvere una crisi internazionale inviando ispettori a controllare le fatture è come cercare di spegnere un incendio boschivo con un contagocce.

La realtà è che, da questa vicenda, non ne esce pulito nessuno: non la giuria, che ha usato il proprio ruolo come un podio politico; non il governo, che ha confuso la diplomazia culturale con l’occupazione delle poltrone; non la Fondazione, che ha giocato d’azzardo con Mosca pensando di farla franca con un governo italiano steso come uno zerbino sotto le politiche russofobe dell’Europa.

Così, della 61ª Biennale di Venezia resta un’inaugurazione fantasma, senza premi, senza cerimonie ufficiali, con un Ministro che si nasconde a Roma e una giuria che lancia anatemi da lontano.

Resta l’immagine dei turisti che, tra un gelato e un selfie, decideranno il destino del premio d’arte più prestigioso del mondo, infilando una scheda in un’urna, come se stessero votando per il miglior gusto di pizza dell’anno o il miglior gelato del quartiere.

L’arte, in tutto questo, è diventata l’ultima delle preoccupazioni.

È rimasta schiacciata tra il moralismo da tastiera delle élite e il cinismo burocratico della politica.

Se il compito della Biennale era quello di riflettere lo stato del mondo, ci è riuscita benissimo: un caos di veti incrociati, dove nessuno parla più con nessuno e la bellezza è solo un ostaggio nelle mani dei sequestratori di turno.

Chi ha vinto, allora? Nessuno.

Hanno perso tutti, a partire da chi credeva che Venezia potesse ancora essere un porto franco per l’intelligenza, per la libertà dei popoli e degli artisti, svincolati dai pazzi che governano i vari paesi del mondo.

Anche perché, se volessimo vietare l’arte a chi provoca guerre nel mondo, il padiglione USA non dovrebbe mai essersi nemmeno affacciato a Venezia.

In questo trionfo di ignoranti strapagati, resta da capire chi pagherà il conto della prossima edizione, quando gli sponsor scapperanno davanti a un’istituzione che non sa più decidere nemmeno chi è il vincitore e non sa nemmeno scindere tra arte e politica?

Il 22 novembre scopriremo chi ha vinto il Leone d’Oro, votato dal panettiere, dall’idraulico, dal tennista, mentre gli sponsor scapperanno da questa pagliacciata e i nuovi eroi dell’ignoranza punteranno a un’altra crociata.

Anche se nessun amante dell’arte – non politicizzato – sentirà la mancanza di una giuria che voleva fare politica, in totale antitesi con i veri significati dell’Arte.

Certo è che, se si va avanti così, tra un po’, basterà chiamare il primo che passa anche per dare un voto all’università? Ma, a giudicare dai comportamenti di certi giurati e di chi vorrebbe introdurre l’odio anche nel mondo dell’Arte, sembrerebbe che certe lauree siano state date dal primo che capitava già da tempo.

ABU DHABI SALUTA TUTTI: I VERI MOTIVI DEL DIVORZIO DA RIAD. E COSA CAMBIA PER NOI

di Pasquale Di Matteo

Il cartello dell’OPEC è un’organizzazione fondata nel lontano 1960 e Abu Dhabi ne faceva parte dal 1967.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno sbattuto la porta e, dal primo maggio 2026, l’acronimo che per mezzo secolo ha tenuto per il collo l’economia mondiale perderà uno dei suoi azionisti di maggioranza. Un po’ come se dal Regno Unito se ne andasse l’Inghilterra.

E lo fa senza troppi convenevoli: Abu Dhabi saluta la compagnia, ringrazia per le tartine servite in questi decenni ai vertici di Vienna, e se ne va per la sua strada.

Il motivo, ovviamente, sono i soldi. Tanti, maledetti, e subito.

D’altro canto, la capacità estrattiva di petrolio di Abu Dhabi era strozzata di circa il 30% rispetto alla sua massima capacità, perciò era costretta a venderne meno, rispetto a quanto avrebbe potuto.

Poi è arrivato il 28 febbraio, il giorno in cui “il destino” ha voluto che USA e Israele aggredissero l’Iran, causando la chiusura dello stretto di Hormuz.

Mentre l’Occidente si flagella con la retorica green, imponendo crociate a colpi di monopattini elettrici e scadenze fantascientifiche sulle auto a pile, gli sceicchi hanno fatto due calcoli da gente che ha più di un neurone funzionante tra le orecchie.

Hanno 150 miliardi di dollari di investimenti già messi a terra. Vogliono estrarre petrolio, tutto quello che possono, spingendo le trivelle a pompare 5 milioni di barili al giorno prima che la transizione energetica renda quel magma scuro un inutile ricordo del passato.

Prima che usare petrolio diventi illegale in gran parte del mondo, che sia tra dieci o cento anni. E non hanno la minima intenzione di chiedere il permesso a Mohammed bin Salman, Trump o chicchessia per farlo.

Vogliono recuperare gli ingenti danni di queste settimane di blocco di Hormuz e vogliono guadagnare quanto più possibile finché ci sarà domanda di petrolio.

I MOTIVI DI UN DIVORZIO ANNUNCIATO

Le quote di produzione imposte dal cartello erano diventate un cappio al collo, un laccio emostatico che bloccava il flusso di cassa di un Paese che ha un disperato bisogno di monetizzare oggi per costruire il proprio domani post-petrolifero.

L’Arabia Saudita, invece, gioca una partita diametralmente opposta.

Riad taglia la produzione e soffoca l’offerta per tenere artificialmente alti i listini e finanziare i propri sogni faraonici, i grattacieli a specchio nel deserto, che non finiscono mai, e l’acquisto seriale di stelle del calcio da esibire in vetrina.

Un gioco che ad Abu Dhabi non diverte più.

Non è un semplice capriccio tra vicini di casa, ricchi e annoiati, ma è politica estera allo stato puro. Cinica, ma adeguata ai nostri tempi.

Gli Emirati hanno deciso che la loro sovranità energetica non è barattabile con la solidarietà di un’alleanza ormai anacronistica, dominata da un vicino ingombrante e prepotente, quindi, scelgono l’autonomia. Punto e basta.

L’ILLUSIONE DEL PREZZO ALTO E LA GEOPOLITICA DEL CAOS

Cosa succede adesso?

Il primo riflesso condizionato degli analisti da salotto è stato gridare al crollo imminente dei prezzi.

Sbagliato, perché, almeno nel brevissimo termine, non crollerà un bel niente. L’effetto immediato dello strappo emiratino è stato assorbito dal disastro mediorientale.

Lo Stretto di Hormuz sigillato, l’Iran in perenne ebollizione, le petroliere ferme che non navigano per paura dei missili e per le assicurazioni alle stelle.

Un disastro che gli Emirati spingeranno affinché duri. La loro minore dipendenza da Hormuz consente di poter esercitare una pressione finanziaria maggiore nei confronti di chi è in cerca di petrolio in questa situazione.

La guerra, come sempre accade, ha fatto da anestetico alle regole basilari del mercato, così, i prezzi restano drogati verso l’alto dalla paura. Ma è un’illusione.

Nel medio e lungo termine, invece, la musica cambia drasticamente. E i musicisti pure.

L’OPEC, orfana di Abu Dhabi, si scopre fragile nel patetico tentativo di coordinare strategie sempre più sfilacciate e interessi inconciliabili, perché l’uscita degli Emirati non è una banale defezione tecnica, ma la picconata fatale al monopolio, il segnale inequivocabile che il “si salvi chi può” è ufficialmente iniziato.

UN NUOVO ORDINE MONDIALE AL PROFUMO DI GREGGIO

Questa mossa, mascherata da normale operazione economica, ridisegna brutalmente la mappa del potere globale.

Avendo conquistato una libertà d’azione inedita, gli Emirati si candidano a recitare il ruolo del battitore libero.

Stringono patti bilaterali sottobanco, si preparano a inondare i mercati asiatici stritolando la concorrenza e, sussurrano i maligni nei corridoi di Washington, si riavvicinano agli Stati Uniti, che da mezzo secolo considerano il cartello viennese una perenne spina nel fianco.

Il mercato sta mutando pelle sotto i nostri occhi: si passa dall’oligopolio rassicurante e collusivo guidato da Riad a un’arena da gladiatori dove la volatilità sarà l’unica vera costante dei prossimi anni, in cui vincerà chi pomperà di più, chi venderà per primo, rastrellando le ultime quote di mercato prima del fischio finale della storia.

Che sia elettrico, a idrogeno o a ltro.

MA QUALE CACCIA ALL’EBREO, IL CORTOCIRCUITO CHE HA BRUCIATO IL 25 APRILE

di Pasquale Di Matteo

“Faccio parte della Brigata Ebraica.”

Eithan Bondi, 21 anni, lo dice davanti agli agenti della Digos senza abbassare lo sguardo. Lo dice mentre gli contestano un tentato duplice omicidio pluriaggravato.

Lo dice dopo aver svuotato il caricatore di una pistola a piombini sul collo e sulle guance di due pensionati colpevoli di indossare il fazzoletto dell’ANPI.

Sembra il retroscena di una giornata in una banlieue parigina, invece accade a Roma, via delle Sette Chiese, poche ore dopo la fine del corteo del 25 aprile 2026.

Mentre i talk show stavano già impacchettando la narrazione della “caccia all’ebreo” e i quotidiani che tifano per il criminale internazionale che governa Israele preparavano i titoli sulla “Milano che mostra il volto maledetto”, Bondi sfrecciava su uno scooterone bianco indossando un casco integrale e un giubbotto mimetico.

Non cercava un confronto dialettico, che è merce sempre più rara, ma un bersaglio.

IL TIRATORE SCELTO DELLE SETTE CHIESE

Rossana Gabrieli, 66 anni, e suo marito Nicola Fasciano, 62, camminano verso un bar. Hanno appena partecipato a un corteo per ricordare la Liberazione.

Sono i bersagli perfetti: lenti, disarmati, simbolicamente connotati.

C’è un video che gira in rete da ore, in cui si vede ciò che accade.

Bondi inchioda lo scooter, estrae la pistola softair e spara quattro colpi a bruciapelo.

Sangue, paura, la fuga.

Per quarantotto ore, il Paese è rimasto sospeso in una bolla di indignazione preventiva, alimentata da un copione già scritto: la sinistra antisemita che aggredisce la Brigata Ebraica, il ritorno degli anni di piombo, l’allarme democratico per chi manifesta con la stella di David.

Poi la Digos incrocia le telecamere di sorveglianza e le testimonianze, arrivando a Bondi.

Nella casa del giovane viene trovato il kit del perfetto miliziano da cameretta: coltelli, altre pistole ad aria compressa, vessilli israeliani, materiale di propaganda.

Nessun precedente penale, solo un’ossessione che ha trovato uno sbocco nel piombo (o meglio, nel piombino).

Il presunto aggredito si è fatto aggressore, il difensore della memoria si è trasformato in un cecchino da strada.

E la Brigata Ebraica, quella vera, quella che ha combattuto il nazifascismo, si trova oggi a dover gestire un danno d’immagine che neppure il peggior nemico di Israele avrebbe potuto concepire. Neppure i crimini di Netanyahu.

LA BRIGATA CHE NON C’È

Davide Riccardo Romano, voce storica del Museo della Brigata Ebraica di Milano, ha subito dichiarato: “Non è iscritto, non lo conosciamo. Condanniamo l’uso strumentale del nostro nome”.

Una smentita secca, che però si scontra con una realtà più complessa.

Bondi non è un alieno atterrato nel quartiere ebraico di Roma, ma un militante che ha respirato per mesi il clima di una piazza incendiaria, dove la legittima difesa del diritto all’esistenza di Israele si è mischiata pericolosamente con una retorica da scontro finale.

La sezione romana della Brigata non ha nemmeno partecipato al corteo, per via dello Shabbat e delle tensioni pregresse. Ma Bondi ha deciso di partecipare a modo suo.

Ha deciso che Rossana e Nicola, con i loro fazzoletti partigiani, fossero i responsabili delle contestazioni subite dai suoi compagni di fede a Milano e a Roma. Una ritorsione privata elevata ad atto politico.

Mentre il Laboratorio Ebraico Antirazzista parla apertamente di un uso dell’antisemitismo come “pretesto politico” per coprire condotte indifendibili, i vertici della Comunità esprimono “sgomento”. Lo sgomento di chi si accorge che il mostro non è sempre fuori dalla porta, ma a volte siede alla tua stessa tavola.

L’ISTERIA COLLETTIVA E IL RIBALTONE MEDIATICO

Tra il 25 e il 27 aprile, la stampa nazionale ha dato prova di una velocità di giudizio che sfiora la chiaroveggenza.

“È caccia all’ebreo”, titolavano. “Ebrei cacciati dai cortei”, rincaravano altri. Il focus era tutto sulla violenza subita da chi esponeva la bandiera con la stella di David.

C’erano gli insulti, c’erano le urla “fuori gli ebrei di qui”, c’erano le foto di Trump e Netanyahu portate in piazza come provocazione consapevole in un contesto antifascista.

Ma il 28 aprile, il castello di carte è crollato, e, quando è emerso che l’unico atto di violenza fisica documentato con l’uso di un’arma, per quanto softair, era stato compiuto da un membro della comunità ebraica contro dei partigiani, il tono è cambiato.

Sky TG24, Il Fatto, persino le testate più schierate a destra hanno dovuto ricalibrare il tiro.

Il paradosso è che, per tre giorni, abbiamo discusso di un pogrom immaginario nelle strade di Roma, ignorando che il sangue reale sgorgava dal collo di una donna di 66 anni, colpita da chi si proclamava vittima.

Giorgia Meloni ha condannato fermamente l’accaduto, la Cisl ha espresso solidarietà alla Brigata.

IL MITO DELLA DIFESA E LA REALTÀ DEI FATTI

Bisogna avere il coraggio di guardare dentro le pieghe di questa vicenda senza le lenti della propaganda.

Edith Bruck, che della memoria ebraica è custode, lo ha detto chiaramente: portare bandiere israeliane e foto di leader politici stranieri in un corteo che celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo è un errore di contesto.

Eithan Bondi non è una “mela marcia” isolata dal nulla, ma il prodotto di una polarizzazione che ha trasformato la piazza del 25 aprile in una succursale del conflitto in Medio Oriente.

Da una parte, chi urla alla “pulizia etnica” ignorando la complessità di una democrazia sotto attacco; dall’altra chi, come Bondi, pensa che indossare un giubbotto mimetico e sparare a una coppia di anziani sia un atto di eroismo sionista.

Le immagini della Digos mostrano Bondi che fugge.

Non ha l’aria del martire, ma del teppista ideologizzato.

Durante la perquisizione sono saltate fuori le prove di una premeditazione che la Procura ha subito messo agli atti, perciò non è stato un raptus, ma una spedizione punitiva.

L’EREDITÀ DI UN PIOMBINO

Dopo gli atti di Via delle Sette Chiese, la comunità ebraica è profondamente divisa tra chi cerca di mantenere un profilo di razionalità e chi si sente in guerra permanente, come il governo di appartenenza, mentre l’ANPI scopre di non essere più intoccabile nemmeno nel giorno della sua festa più cara.

E la vicenda dimostra, ancora una volta, come il sistema informativo abbia corso troppo, inciampando sui propri pregiudizi.

I fatti dicono che Bondi è in custodia cautelare, che Rossana e Nicola guariranno in pochi giorni, tuttavia, le cicatrici politiche di questo 25 aprile sono molto più profonde dei fori lasciati dai piombini.

La destra accusa la sinistra di aver creato il clima d’odio che ha “spinto” il giovane al gesto; la sinistra risponde che la provocazione pro-Israele è ormai un’arma di distrazione di massa, e, in questo scontro tra tifoserie, la verità è rimasta sull’asfalto, insieme ai bossoli di plastica di una pistola giocattolo usata per fare del male vero, con un ragazzo di 21 anni che ha deciso di farsi giustizia da sé contro dei passanti.

Se questa sia la nuova linea di difesa della memoria, o solo il delirio di un singolo che ha scambiato Roma per una linea del fronte, è la domanda che nessuno, nelle sedi istituzionali, sembra voler porre con chiarezza, forse per non inimicarsi troppo chi a Gaza ha lasciato sul terreno migliaia di cadaveri.

Il fascicolo è sul tavolo dei magistrati, le immagini dei video di sorveglianza sono chiare: Bondi arriva, spara, scappa.

Non c’è traccia di eroismo, solo il rumore secco di una molla che scatta e le solite balle di quei giornalisti che, per tre giorni, hanno raccontato un’altra storia.

111 DOLLARI AL BARILE E PIATTI VUOTI: L’ECONOMIA DI GUERRA SULLA PELLE DEGLI EUROPEI

di Pasquale Di Matteo

Centodieci euro e ottantanove centesimi. Era la cifra battuta dai terminali dell’Ansa per un barile di greggio.

In un ufficio della Brianza, un imprenditore spegneva i macchinari e in un supermercato di periferia una madre rimescolava il carrello, togliendo il superfluo.

Nei prossimi mesi, questa scena sarà consuetudine per tutti.

Non è una crisi congiunturale, ma l’esecuzione sommaria del benessere europeo, firmata da una strategia americana che ha sbagliato ogni calcolo e da un governo israeliano che ha scambiato la sicurezza nazionale per il permesso di fare ciò gli pare, trattando chi non è funzionale come spazzatura.

Lo Stretto di Hormuz è passato da centoquaranta navi al giorno a sette. Di petroliere dirette verso le nostre coste non c’è traccia.

Ma c’è un dato ancora più atroce che i tg non vi raccontano: nei depositi europei i fertilizzanti stanno finendo. E quando finiscono, non si ferma solo l’auto: si fermano i prodotti della terra, così, quello che oggi pagate caro al distributore, domani non lo troverete più sugli scaffali.

L’ILLUSIONE DEL BLITZ E IL RITORNO DELLA FAME

La promessa di Donald Trump era chiara: un colpo secco, chirurgico, per eliminare la minaccia nucleare iraniana e poi tutti a casa. Due settimane. Era questo il tempo massimo per l’operazione.

Poi, di fronte ai primi problemi, le settimane sono diventate quattro. Infine, la sconfitta. Netta e inequivocabile.

Niente “guerre infinite”, prometteva Trump in campagna elettorale.

Invece, dal 28 febbraio scorso, siamo entrati nell’era del collasso programmato.

George Friedman, uno che i fatti li pesa prima di commentarli, lo aveva scritto: bombardare non basta e contro l’Iran non servirebbe.

Eppure, Washington e Gerusalemme hanno scommesso sulla capitolazione rapida dei Pasdaran. Risultato? Le Guardie Rivoluzionarie non sono cadute, hanno invece stretto il cappio attorno al collo dell’Europa.

E, ancora peggio, l’eliminazione di chi comandava e di chi poteva trattare ha cancellato ogni possibilità di trattativa. E, forse, è questo il fallimento più amaro dell’Amministrazione Trump.

Intanto, l’Iran tiene chiuso Hormuz. E se chiudi Hormuz, non fermi solo il greggio. Fermi la chimica, perché la produzione di fertilizzanti azotati dipende direttamente dal gas e dal petrolio.

Oggi i prezzi di questi prodotti sono triplicati, dove ancora se ne trovano.

Gli agricoltori italiani, francesi, tedeschi stanno riducendo le semine perché concimare il campo costa più del raccolto previsto. Significa che tra sei mesi il pane, la pasta e la verdura non saranno solo impossibili da acquistare per i prezzi alle stelle, ma scarsi.

La guerra “chirurgica” di Trump e Netanyahu ha amputato la nostra agricoltura.

IL BLUFF NUCLEARE E LA TRAPPOLA PER IL CETO MEDIO

Mentre le bollette energetiche diventano sentenze di sfratto per migliaia di piccole imprese, sorge il dubbio atroce sulla causa scatenante.

Dove sono le prove dell’ordigno atomico imminente di Teheran? L’intelligence americana, la stessa che ci vendette le provette di antrace di Saddam Hussein, non ha prodotto un solo documento credibile.

L’IAEA parlava di controlli che funzionavano e continua a ripetere che l’arma atomica dell’Iran non è mai esistita.

Siamo in guerra per un’ipotesi, per un “ordigno fantasma” inventato dagli stessi che inventarono le armi chimiche di Saddam. Si bombarda un Paese per impedirgli di fare ciò che l’accordo del 2015, stracciato da Trump, gli stava già impedendo di fare.

Per il cittadino comune, questo significa vivere in un sistema dove la verità è un lusso e il conto è un obbligo.

L’inflazione che divora gli stipendi non è un destino cinico e baro, ma è una tassa di guerra prelevata dai nostri conti correnti per finanziare l’errore di calcolo di una superpotenza che non sa più vincere, ma sa benissimo come far perdere gli alleati.

E quando l’alleato ti giura fedeltà mentre ti arma il caos in casa, l’alleato ha smesso di essere tale: è diventato il tuo liquidatore.

IL DOPPIO STANDARD DI BRUXELLES E IL CINISMO DI URSULA

In questo naufragio, la leadership europea recita la parte del musicista sul Titanic.

Ursula von der Leyen continua a pontificare sulla superiorità morale dell’Europa, mantenendo sanzioni durissime contro l’Iran perché “reprime il suo popolo”.

Vero. Peccato che la stessa Commissione Europea non riesca a pronunciare una parola di condanna per i 70.000 morti a Gaza e in Cisgiordania, per chi reprime altri popoli.

Questa asimmetria morale è un veleno che sta sciogliendo il patto sociale del continente.

La gente lo vede e ne ha le palle piene. A parte i tifosi della guerra e gli incapaci di disegnare una O con un bicchiere, naturalmente.

Vede i risparmi di una vita bruciare nel camino dei costi energetici mentre i nostri leader garantiscono copertura diplomatica a Benjamin Netanyahu, che giustifica bombardamenti quotidiani sul Libano meridionale parlando di “minaccia Hezbollah”, ignorando tregue e appelli umanitari, e fottendosene del Diritto internazionale.

Perché la vita di un civile a Teheran e a Kiev vale sanzioni che ci affamano, mentre la vita di un civile a Gaza o a Beirut non vale nemmeno un richiamo al Segretario di Stato Marco Rubio?

Questo doppiopesismo sta distruggendo l’unica risorsa che ci restava: la credibilità.

Così, siamo diventati un continente che muore di freddo e di fame per difendere un diritto che applichiamo a giorni alterni e a latitudini selezionate.

Putin è sporco e cattivo, un dittatore, Netanyahu un santo, a capo di una democrazia.

IL VINCITORE DI PECHINO E LA PARCELLA DELLA PACE

Mentre l’Europa si de-industrializza e le nostre campagne restano incolte per mancanza di fertilizzanti, c’è chi incassa senza sparare un colpo. La Cina.

Pechino osserva il barile a 111 dollari e sa che ogni centesimo di rincaro è un chiodo sulla bara dell’Occidente. Friedman lo dice chiaramente: la Cina è l’unico mediatore che può parlare con Teheran e che Washington deve pregare.

Xi Jinping sta aspettando che Trump finisca il lavoro di autodistruzione. Poi, a maggio, Pechino presenterà la fattura. Gli Stati Uniti pagheranno la Cina affinché sblocchi il rubinetto di Hormuz, e il prezzo non sarà in dollari, ma in sovranità.

Pechino chiederà l’Asia, chiederà la fine dei dazi, chiederà di essere l’unico arbitro del mercato globale.

E l’Europa?

L’Europa non siederà a quel tavolo. Siamo la merce di scambio, non i commensali. Il benessere che abbiamo costruito in settant’anni è il riscatto che Washington pagherà a Pechino per rimediare al disastro iraniano.

IL MANTRA DEL DISINCANTO: LEGGERE E RI-LEGGERE

Questo articolo deve essere un mantra per chiunque creda ancora alla retorica ufficiale. Non c’è una luce in fondo al tunnel, se il tunnel l’abbiamo scavato noi sotto i nostri piedi.

La trasformazione sociale in atto è brutale: il ceto medio europeo sta retrocedendo a un’economia di sussistenza. Quando i fertilizzanti scarseggiano, la sicurezza alimentare diventa un miraggio.

È il costo del latte, del pane, della dignità di chi lavora e vede lo Stato inchinarsi a ordini che arrivano da Washington.

Cosa resta da fare?

Smettere di essere spettatori passivi di questa “cronaca nera” energetica e chiedere conto a Bruxelles di ogni singola azienda che chiuda e di ogni singolo agricoltore che abbandoni i campi. Pretendere una politica estera che risponda agli interessi di chi vive tra le Alpi e la Sicilia, e non ai deliri di chi, oltreoceano, pensa di poter gestire il mondo con i tweet e le bombe bunker-buster, e a Bruxelles si atteggia a padrona dell’Europa, infischiandosene dei popoli.

Il greggio è a 111 dollari, la terra è senza concime e le navi non passano.

Chi avrà il coraggio di dire che abbiamo sacrificato il nostro futuro per una guerra che non era nostra, per un nucleare che non c’era e per un alleato che non ci guarda in faccia?

Chi avrà il coraggio di dire che Israele ci tiene per le palle, perciò, non ci permettiamo neppure di criticarlo?

Chi avrà il coraggio di dire basta ai soldi degli italiani regalati agi oligarchi di Kiev, in contrasto con la richiesta di pace del popolo ucraino, mentre i nostri ospedali non hanno più infermieri e medici perché non ci sono soldi?

CHI COMANDA DAVVERO TRA USA E ISRAELE?

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump ha annullato i colloqui di Islamabad.

Quelli che fino a un minuto prima sosteneva fossero a buon punto, con un accordo che era, ormai, questione di qualche giorno.

Lo ha fatto con un post, secco, liquidando mesi di mediazioni pakistane con una motivazione che somiglia a una diagnosi psichiatrica: “L’Iran è disunito, non si sa con chi parlare, c’è troppa confusione nella loro leadership.”

Allora, con chi stava portando avanti i colloqui che erano a buon punto?

Quindi, aveva ragione l’Iran: Trump sparava balle. Oppure era davvero convinto che trattare con se stesso fosse trattare.

Ma, mentre l’inquilino della Casa Bianca si esercitava nell’arte del disimpegno via social, il ministro degli Esteri iraniano non sembrava affatto un uomo sperduto, infatti, era a San Pietroburgo, seduto di fronte a Vladimir Putin, a stringere patti che di “disunito” hanno ben poco.

La verità è un’altra e non passa dai tweet.

Trump ha annullato il viaggio dei suoi inviati, Kushner e Witkoff, per un motivo molto più banale: non voleva incassare un fallimento diplomatico in mondovisione dopo aver garantito che la guerra era già vinta e le carte erano tutte in mano sua.

LA FINTA SICUREZZA E IL LUPO SOLITARIO DI WASHINGTON

Nello stesso istante in cui la diplomazia ufficiale saltava per aria, a Washington andava in scena il terzo capitolo dello show degli attentati.

Cole Thomas Allen, un insegnante cinquantenne con la fedina penale pulita come un banco di scuola, è riuscito a soggiornare nello stesso hotel dove Trump cenava con la stampa.

 Si è mosso con calma, ha potuto andare in giro con un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli. È arrivato a pochi metri dal bersaglio prima che qualcuno si accorgesse della sua esistenza.

Le autorità hanno ammesso al New York Times che all’ingresso dell’hotel di lusso non c’erano metal detector; erano stati piazzati solo davanti alla sala da ballo. Un perimetro di sicurezza che somiglia a un colino bucato.

Perciò, delle due una: i servizi americani sono tra più scarsi al mondo; si tratta di una messa in scena.

Allen è il prototipo del “lupo solitario” perfetto: istruito, gentile, mai un problema con la legge.

Poi, in poche settimane, la radicalizzazione anti-cristiana e il salto nel vuoto. Trump userà questo episodio come un moltiplicatore di consensi, un martirio a tappe forzate per nascondere il fatto che, mentre lui gioca al bersaglio mobile, i dati reali dell’impero che vorrebbe riconquistare sono in caduta libera.

IL PETROLIO A 107 DOLLARI E LA TRAPPOLA DELLA STAGFLAZIONE

Mentre le televisioni si accaniscono sui dettagli del fucile di Allen, il prezzo del petrolio è tornato a 107,49 dollari al barile. Un pugno nello stomaco che i mercati hanno ormai interiorizzato come una “nuova normalità”.

A marzo, uno sforamento sopra i cento dollari era considerato un evento catastrofico, oggi è la routine di un’Europa che affonda.

Simas Boland, presidente del Comitato economico e sociale europeo, ha ammesso l’ovvio: i costi energetici stanno colpendo a cascata cibo, trasporti e alloggi, polverizzando il potere d’acquisto delle famiglie a medio e basso reddito.

Siamo dentro la “stagflazione”, quel mostro economico dove la crescita si ferma, ma i prezzi corrono.

In Italia, con gli stipendi inchiodati ai livelli del 1983, l’aumento delle bollette e dei generi alimentari non è un indicatore macroeconomico, ma una condanna.

E la politica cosa fa? Si preoccupa. Ma non della povertà. Si preoccupa che questa sofferenza spinga la gente a votare “male”.

I leader di Bruxelles tremano all’idea che il Rassemblement National di Le Pen o l’AfD tedesca scalino i palazzi del potere. La democrazia, per l’establishment europeo, è diventata un fastidioso imprevisto che si manifesta quando le persone hanno fame.

L’ILLUSIONE DEL PONTE E IL MARGINALISMO ITALIANO

Nel frattempo, il governo italiano recita la parte della comparsa che crede di essere il protagonista.

L’auto-rappresentazione di Giorgia Meloni come “ponte” tra Trump e l’Europa è una favola per i telegiornali nazionali e per i quotidiani vicini.

La realtà è che l’Italia, oggi, è un Paese marginalizzato, che ha rinunciato a ogni briciolo di autonomia diplomatica. Se, un tempo, la Prima Repubblica sapeva muoversi con agilità tra Washington, il Cairo e Teheran, oggi ci limitiamo a dire “sì” prima ancora che ci venga fatta la domanda.

Abbiamo avallato dazi, sanzioni e riarmo, senza batter quasi ciglio per i crimini di Israele, subendo passivamente le conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz, dichiarato dall’Iran come la propria “strategia definitiva”.

Senza quel passaggio, l’economia globale semplicemente non respira. Eppure, noi siamo lì a guardare, sperando in una telefonata da Mar-a-Lago che non arriverà, o che arriverà solo per presentarci il conto.

Abbiamo mandato 90 miliardi a Kiev senza battere ciglio, ma quando si tratta di tagliare l’IVA sul pane o sull’elettricità, i ministri allargano le braccia: “Siamo a corto di fondi”. Senza parlare della situazione pietosa della nostra Sanità pbblica.

NETANYAHU E LA GUERRA SENZA FINE: IL RISCHIO DI ISRAELE

Il personaggio decisivo in questa “trappola” -per usare la definizione di Lucio Caracciolo su Limes – resta Benjamin Netanyahu, la cui strategia è limpida: una guerra permanente per stabilire un’egemonia assoluta che, nei fatti, rischia di essere il suicidio di Israele.

Netanyahu ordina di colpire Hezbollah in Libano anche quando dichiara la tregua. Usa il cessate il fuoco come un timer per ricaricare le armi.

Uno stato di dieci milioni di persone, lacerato internamente tra coloni ultraortodossi, laici e minoranze arabe che vivono vite parallele con programmi scolastici diversi, non può vincere una guerra infinita contro centinaia di milioni di nemici.

Il “grass mowing”, come lo chiamano i generali israeliani – tagliare periodicamente l’erba del terrorismo con attacchi lampo – non basta più.

Ora Netanyahu vuole la vittoria totale. Ma la vittoria totale in Medio Oriente è un miraggio che produce solo macerie e ulteriore isolamento.

Persino la diaspora ebraica negli Stati Uniti si sta spaccando, infatti, i giovani ebrei americani guardano con orrore alle stragi di civili a Gaza e in Libano, allontanandosi da un governo che non riconoscono più come difensore dei loro valori, dimostrando che il nazismo israeliano non è endemico nella società, ma una criminale ideologia della politica di governo.

IL PAPA, TRUMP E IL VERO VOLTO DELL’IRAN

C’è un altro attore che ha turbato i sonni dei suprematisti bianchi americani: Papa Leone XIV. La sua condanna totale della guerra e del denaro che la giustifica ha aperto una faglia profonda nel mondo cattolico statunitense.

Il 59% dei cattolici americani aveva votato per Trump, convinto che fosse l’ultimo baluardo contro il relativismo, ma ora scoprono che il Pontefice considera quella stessa retorica guerresca una “bestemmia” che tira in ballo Dio per coprire interessi economici.

E poi c’è l’Iran.

La propaganda occidentale ci consegna l’immagine di un Paese medievale governato da mullah fanatici. Caracciolo ci ricorda che la realtà è opposta: l’Iran è una società profondamente laica e filoccidentale nei costumi diffusi, governata da una casta militare, i Pasdaran, che usa la religione come potere e controllo economico.

È un regime collegiale, capace di perdere i suoi leader senza crollare.

Pensare di far insorgere il popolo iraniano bombardandolo è l’ennesimo errore di valutazione di una leadership americana che non sa più nemmeno dove si trovi la Persia sulle mappe.

L’AMMUTINAMENTO DELLA PORTAEREI FORD E IL DECLINO IMPERIALE

Poi c’è la portaerei USS Gerald R. Ford.

È la nave più moderna del mondo, un mostro tecnologico da miliardi di dollari. Eppure, mesi fa, è stata teatro di quello che molti analisti hanno definito un ammutinamento silenzioso.

Ufficialmente, si è parlato di un guasto fognario e di un incendio in stireria, ma, in realtà, centinaia di marinai stanchi di una missione infinita e di una politica che chiede loro di morire per cause sempre meno comprensibili hanno detto “basta” alla follia del loro presidente.

L’esercito americano non è più la macchina imbattibile del 1945. Infatti, l’ultima guerra l’ha vinta con l’aiuto dell’URSS e di due bombe atomiche. Quelle successive sono state tutte o pareggi o magre sconfitte, come l’Afghanistan.

L’esercito a stelle e strisce è una struttura formata in gran parte da riservisti, alle prese con epurazioni interne di generali considerati “non fedeli” al canone bianco e anglosassone di Trump, fatto di leader che non conoscono i sudditi del proprio impero e che pensano di risolvere ogni crisi con una bomba tattica o un post su X.

LA STANZA DEI BOTTONI È VUOTA?

Siamo dentro una transizione delirante.

Non c’è più l’amico americano che ci protegge e non abbiamo ancora imparato ad armarci in proprio, né militarmente né politicamente.

L’Europa è un condominio dove si litiga per il colore delle tende mentre il palazzo brucia.

Abbiamo sanzionato la Russia pensando di piegarla, ma oggi scopriamo che i russi vendono gas alla Cina mentre noi andiamo in recessione.

Abbiamo appoggiato Israele incondizionatamente, e oggi subiamo le conseguenze di una guerra che non controlliamo e che Netanyahu non vuole fermare.

Insomma, un fallimento su tutta la linea di leader incompetenti come non se n’erano mai visti in Occidente.

Allora, chi comanda davvero in questa trappola?

Trump annulla Islamabad perché non fare l’ennesima figuraccia, Meloni cerca “ponti” su abissi che non sa misurare; nel frattempo, Putin e gli ayatollah brindano a San Pietroburgo, mentre dallo Stretto di Hormuz passano solo le navi a cui Teheran dà il permesso.

Il petrolio sale, le fognature delle portaerei scoppiano e la diplomazia è diventata un tweet cancellato nella notte.

Chi sarà il prossimo a chiederci di “stringere la cinghia”, in nome di una vittoria che non esiste, perché qualcuno guadagna trilioni di dollari e interessi geopolitici?

ENNESIMO SHOW DI TRUMP PER SALVARSI DAL DISASTRO

di Pasquale Di Matteo

“Lasciate che lo spettacolo continui”.

Donald Trump ha postato queste parole alle 22:30 di una domenica di aprile, mentre il fumo della polvere da sparo non si era ancora diradato nella lobby dell’Hotel Hilton di Washington.

Un colpo solo, andato a segno contro il giubbotto antiproiettile di un agente del Secret Service, prima che l’assalitore venisse placcato, ammanettato e trascinato via a torso nudo sul tappeto a motivi geometrici dell’albergo.

Il nome dell’attore più famoso del moment… ops, dell’umo è Cole Thomas Allen.

La scena somiglia più alle sceneggiate napoletane che ai film di Hollywood e, ormai, possono prenderle per vere solo i fan dei plastici di Bruno Vespa e delle sciocchezze veicolate dalla propaganda delle pale e dei microchip.

È la serata della cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, un evento che Trump ha boicottato sistematicamente per anni, definendolo un covo di mentitori, ma a cui questa volta ha deciso di partecipare.

Circostanza che somiglia molto più a una prova inequivocabile che a una coincidenza.

Guarda caso, proprio nel momento in cui la sua popolarità è ai minimi storici, logorata da una guerra in Iran che doveva essere un blitz e si è trasformata in un disastro senza precedenti di sangue e dollari.

IL PARADOSSO DEL BOICOTTATORE

Era del 34% l’indice di gradimento dell’amministrazione Trump alla vigilia dell’attentato. Una sfiducia da parte degli americani quasi totale.

Il presidente che aveva promesso di “chiudere le guerre” ne ha aperta una che non riesce a vincere nemmeno spendendo 2 miliardi di dollari al giorno.

I mercati ballano, la base MAGA perde pezzi un giorno sì e l’altro pure per le promesse tradite e i moderati sono in fuga.

Eppure, proprio mentre il consenso cola a picco, ecco che il destino – o chi per lui – bussa alla porta con il solito tempismo cinematografico.

Un attentato fallito è, storicamente, la polizza a vita di Donald Trump. Lo è stato a Butler, in Pennsylvania, il 13 luglio 2024, quando Thomas Matthew Crooks gli ha sfiorato l’orecchio con un AR-15 trasformandolo in un martire vivente.

Lo è stato nel settembre dello stesso anno, tra i cespugli del suo campo da golf a Mar-a-Lago.

Lo è oggi, a Washington, in un hotel blindato dove un uomo armato fino ai denti è riuscito miracolosamente a varcare il perimetro di sicurezza del Presidente degli Stati Uniti proprio durante la cena più odiata dal presidente.

Roba che a crederci devi essere il protagonista si Scemo e più Scemo; sempre che non si voglia credere che il servizio d’ordine del presidente a stelle e strisce sia una combriccola di scappati di casa.

La farsa è talmente evidente che persino i repubblicani non ne possono più: Marjorie Taylor Greene, l’ex pasdaran repubblicana ormai delusa dalle giravolte della Casa Bianca, ha chiesto ufficialmente di desecretare i file delle indagini.

Non si fida della versione ufficiale del “lupo solitario” e non è la sola.

I complottisti di oggi non sono più i reduci di QAnon, ma gli ex fedelissimi che guardano i filmati delle telecamere di sicurezza con la lente d’ingrandimento, notando discrepanze che la narrazione governativa non riesce a colmare.

L’AGENDA PERFETTA DEGLI ATTENTATORI

Se si guarda la cronologia degli attacchi a Trump, emerge una regolarità statistica che farebbe impallidire un assicuratore, poiché, ogni volta che il presidente si trova con le spalle al muro, compare un uomo armato.

Roba da scommetterci.

A Butler, la fotografia di lui col pugno alzato davanti alla bandiera stellata ha cancellato mesi di processi e scandali giudiziari, proiettandolo dritto verso il secondo mandato.

Oggi, con lo spettro di una disfatta elettorale imminente e il fallimento diplomatico in Medio Oriente, Cole Thomas Allen serve su un piatto d’argento la distrazione perfetta per farlo resuscitare nei sondaggi.

Trump si è affrettato a dichiarare: “Non ritengo che questo incidente sia collegato alla guerra in Iran”. Una smentita così rapida da sembrare una conferma della sua preoccupazione.

Sa bene che il Paese è una polveriera. Ma la questione non è più capire se Cole Thomas Allen abbia agito da solo o se sia stato spinto da una mano invisibile. Il punto, terribilmente più profondo, è perché una parte enorme della società americana non creda più a ciò che vede.

Quando una nazione smette di condividere la realtà dei fatti, la democrazia è già un guscio vuoto. Resta solo la logica della potenza.

L’IMPERO CHE NON CHIEDE PERMESSO

Siamo entrati nell’era dell’Impero esplicito. Per decenni, gli Stati Uniti hanno venduto al mondo la “morale dei buoni”, esportando democrazia con i droni e mascherando gli interessi strategici dietro la retorica dei diritti umani.

Quella grammatica, codificata durante gli anni di Bill Clinton e portata all’estremo da Barack Obama, è defunta.

Tuttavia, Trump non è un’anomalia del sistema, ma il suo stadio finale. È l’Augusto che mette fine alla finzione della Repubblica.

Il paragone con la Roma del primo secolo non è un esercizio accademico.

Dopo la distruzione di Cartagine, Roma non trovò la pace, ma la guerra civile.

Le congiure dei Gracchi, la dittatura di Silla, i triumvirati…

Si arrivò all’uomo forte perché il sistema delle garanzie non reggeva più il peso delle ambizioni imperiali e gli Stati Uniti di oggi seguono la stessa rotta.

Trump non cerca più di legittimare le sue mosse dentro una cornice morale condivisa; esercita il potere per quello che è: forza organizzata, interesse nazionale, capacità di imporsi anche in modo illegittimo.

Il rapporto con gli alleati, un tempo basato su patti di mutua assistenza, oggi è una transazione brutale tra un protettore e i suoi vassalli.

IL SOGNO AMERICANO DIVENTA SCONTRO PERMANENTE

L’individualismo, pilastro del sogno americano, si è irrigidito in una competizione radicale.

Non è più un confronto tra idee diverse per il bene del Paese, ma uno scontro permanente dove conta solo vincere e dove il compromesso è visto come alto tradimento.

La trasformazione dell’ICE, l’agenzia per la sicurezza delle frontiere, in una sorta di guardia pretoriana con funzioni modificate, è il simbolo di questo cambiamento. Il conflitto interno non è più qualcosa da evitare o ricomporre, ma uno strumento di governo.

I documenti visionati e le registrazioni trapelate dalle stanze del potere descrivono un’amministrazione che ha accettato la frattura sociale come un dato di fatto, così si governa contro metà del Paese, non per tutto il Paese.

E questa metà, esclusa e inferocita, reagisce con il sospetto. Sospetto che, tuttavia, ormai traspare anche in tanti ex trumpiani.

Da una parte, il capo della polizia di Washington assicura che Allen è stato placcato con un uso minimo della forza, dall’altra, i verbali interni delle agenzie di intelligence parlano di falle nel sistema di sorveglianza che non dovrebbero esistere in un hotel blindato dai servizi segreti.

E qui si dimostra la sceneggitata napoletana.

Come ha fatto Allen a sapere esattamente da dove sarebbe passato il corteo presidenziale? Come ha fatto a entrare armato di pistola, fucile e coltelli? Chi ha spento, o ha dimenticato di accendere, i metal detector secondari? Chi non ha controllato gli ospiti dell’Hotel?

Insomma, una sceneggiata. Anche realizzata male.

LA FINE DELLA VERITÀ

Il vero dramma non è l’ennesimo sparo farlocco nella lobby di un hotel. Il dramma è che l’America è diventata una terra di verità parallele.

Se sei un sostenitore di Trump, l’attentato è la prova che il “Deep State” sta cercando di uccidere l’unico uomo che lo ostacola; se sei un suo detrattore, l’attentato è una messinscena orchestrata per risalire nei sondaggi. In entrambi i casi, la fiducia nelle istituzioni è pari a zero.

Anche se, a valutare tutti gli elementi, bisogna chiudere entrambi gli occhi e spegnere buona parte del cervello per ritenere reale questo attentato.

Il video della cattura di Cole Thomas Allen mostra un uomo con lo sguardo perso nel vuoto, mentre le telecamere di CBS News riprendono la scena da una posizione insolitamente ravvicinata, quasi fossero state avvertite che stava per accadere qualcosa di straordinario.

Un dettaglio che ricorda i fotografi di Butler, fatti avvicinare al palco molto più del solito pochi minuti prima che Crooks premesse il grilletto.

Coincidenze? Beh, se lo fossero, sarebbero più di quanto sia normale credere.

Ma in geopolitica, come nella cronaca nera, le coincidenze sono solo fatti di cui non abbiamo ancora scoperto il nesso logico.

L’America resta una superpotenza, la più grande macchina militare ed economica della storia, ma è una macchina che ha cambiato pelle, sommersa dai debiti e con il dollaro stritolato dalla politica iraniana a Hormuz.

Perciò si comporta come chi è disperato: non chiede più permesso, non si scusa più, non cerca più di sembrare la città sulla collina che illumina il mondo.

È un Impero che si prepara alla lotta per la sopravvivenza globale, pronto a schiacciare le potenze emergenti che osano sfidare la sua leadership. E, in questa lotta, la democrazia interna è un lusso che Washington sembra non potersi più permettere.

Alla fine di questa serata a Washington, mentre Trump rientra alla Casa Bianca blindato nella sua “Bestia”, l’auto presidenziale, resta un’immagine asciutta che non se ne va, quella della sagoma di un uomo fermato nel corridoio di un hotel, un colpo esploso, e un presidente che sorride dicendo che lo spettacolo deve continuare.

Chi è l’unico che può trarre davvero vantaggio da questo piombo che cade sempre al momento giusto?

Se la verità è la prima vittima di ogni guerra, allora negli Stati Uniti il conflitto è iniziato da un pezzo.

Si aprono scommesse: quando ci sarà la replica della sceneggiata napoletana?

L’EUROPA ALLA CANNA DEL GAS DIVENTA IL NEMICO NUMERO UNO DEGLI EUROPEI

di Pasquale Di Matteo

Novanta miliardi di euro.

È questa la cifra, divisa in due tranche da quarantacinque, che l’Unione Europea ha appena staccato come assegno post-datato per il biennio a venire a favore di Kiev.

Un prestito, formalmente. Peccato che l’allegato tecnico all’accordo contenga una clausola che sembra uscita da un film con Ugo Fantozzi: l’Ucraina restituirà i soldi solo dopo che la Russia avrà pagato le riparazioni di guerra.

Perciò, si tratta di soldi a fondo perduto, sottratti ai bilanci comunitari e iniettati in un Paese che, senza questo polmone artificiale, andrebbe in bancarotta entro due settimane.

Mentre Washington azzera i propri contributi e si sfila dalla partita, Bruxelles decide di raddoppiare, scommettendo fiches che non ha su un tavolo dove il banco sembra avere già deciso l’esito della mano.

L’accordo, ufficializzato a Cipro sotto lo sguardo di Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, è l’ultimo atto di una narrativa che sta scricchiolando sotto il peso della realtà.

Zelensky, il cui mandato è scaduto da tempo e non sembra godere più del favore del popolo ucraino, siede ai tavoli europei come fosse un socio di maggioranza dell’UE, detta l’agenda degli armamenti, pretende i missili terra-aria interceptor per coprire i buchi di una difesa aerea ormai colabrodo, intanto l’Europa si interroga su come tappare i propri, di buchi. Quelli di bilancio.

IL FANTASMA DEL RECOVERY E LA STRETTA FISCALE IN ARRIVO

Per capire dove finiremo, bisogna guardare dove siamo già finiti.

L’Unione Europea trascina una palla al piede chiamata Next Generation EU: quattrocento miliardi di euro di debito comune che pesano come un macigno sulle prospettive di crescita.

Ma la fame di fondi non si placa. Ursula von der Leyen ha una missione: finanziare il riarmo europeo e mantenere l’Ucraina. Poiché le casse sono vuote, la soluzione è quella di sempre: nuove tasse.

Le chiamano “risorse proprie” per non spaventare gli elettori, ma si parla di accise europee sul tabacco, tasse sui rifiuti elettronici e, soprattutto, l’estensione della Carbon Tax.

Una mossa che colpirà le imprese già agonizzanti per i costi energetici, costringendole a scaricare i costi sui consumatori finali.

I paesi cosiddetti “frugali”, come Olanda e Irlanda in testa, hanno già iniziato a mostrare i denti. Non vogliono saperne di nuove gabelle che servono a finanziare una guerra di cui non vedono la fine e un riarmo che somiglia sempre più a un sussidio per l’industria bellica a scapito di tutto il resto.

Almeno qualcuno che ragiona sembra esserci ancora.

Anche perché l’economia reale invia segnali da codice rosso.

Analisi recenti mostrano come colossi della grande distribuzione e della produzione, da Nestlé a Procter & Gamble, stiano rivedendo al ribasso tutte le stime per il 2026-2027.

Perché lo shock energetico non è passato, ma è diventato strutturale. Con la chiusura dello stretto di Hormuz e le tensioni in Iran, il costo del petrolio e del gas è una variabile impazzita che sta mangiando i margini di profitto.

P&G ha già segnalato rischi finanziari per un miliardo di dollari e, se crollano i giganti, figuriamoci cosa ne sarà delle medie imprese della manifattura italiana o tedesca.

LA GUERRA DELLE OMBRE: IL FRONTE CHE I MEDIA NON RACCONTANO

Mentre i telegiornali occidentali continuano a servire la pappa pronta di un “momento favorevole” per le truppe di Kiev, i dati dei blog militari indipendenti e le analisi dell’ISW (Institute for the Study of War) disegnano una verità che smonta la propaganda.

Non c’è nessuna riconquista eroica. Al massimo, un rallentamento dell’avanzata russa pagato con un prezzo di sangue insostenibile.

Le infiltrazioni russe a Pokrovsk e Kostiantynivka, nel Donetsk, sono fatti documentati da mappe satellitari, non opinioni. Kiev soffre di una carenza cronica di uomini. Il tentativo di colmare il vuoto con i droni è una pezza, non una strategia.

I droni possono individuare le infiltrazioni, ma non possono tenere una posizione. Senza carne da cannone nelle trincee, le linee si sfaldano.

E mentre i russi ammassano truppe per l’offensiva di primavera, il governo ucraino vanta attacchi a mille chilometri di profondità nel territorio nemico che nessuno, nemmeno la Associated Press, riesce a verificare in modo indipendente.

E, senza prove, una sciocchezza resta una sciocchezza. Niente di più.

È una guerra di propaganda che serve a giustificare i novanta miliardi di Cipro, ma che non sposta di un millimetro la linea del fronte.

C’è poi il caso dell’oleodotto Druzhba. Per mesi l’Ungheria di Viktor Orbán ha tenuto il punto, opponendosi ai pacchetti di aiuti in cambio della riapertura dei flussi energetici. Zelensky rispondeva che l’oleodotto era “danneggiato e irreparabile”.

Poi, d’incanto, non appena l’ostruzionismo di Budapest è stato neutralizzato politicamente, il Druzhba è tornato riparabile in ventiquattro ore. Una coincidenza che puzza di ricatto geopolitico lontano un miglio.

AUTOMOTIVE: IL SUICIDIO INDUSTRIALE IN NOME DELL’IDEOLOGIA

In questo scenario di economia di guerra, l’Europa ha deciso di darsi il colpo di grazia con la transizione ecologica forzata nel settore auto. Pierluigi Bonora, uno che di macchine e mercati se ne intende, lo definisce senza mezzi termini un “suicidio economico”.

Il ban dei motori termici al 2035 è il manifesto di un’ideologia che ignora la fisica e il mercato.

Le case automobilistiche hanno investito miliardi nell’elettrico, inseguendo modelli premium che nessuno vuole, nemmeno quei pochi ricchi che potrebbero permetterseli.

Così, le fabbriche che chiudono, cassa integrazione a pioggia e un’intera filiera che viene regalata ai cinesi.

La Cina, infatti, ringrazia: controlla le materie prime per le batterie e produce a costi che l’Europa non può nemmeno sognare, grazie a un’energia che a Pechino costa un terzo rispetto a quella di una fabbrica tedesca o italiana.

L’Europa è già il continente più virtuoso al mondo per emissioni di CO2.

Mentre Cina, India e Stati Uniti continuano a bruciare carbone e idrocarburi per alimentare le proprie industrie, Bruxelles impone standard Euro 7 irrealizzabili.

Gli “ammorbidimenti” sui biocarburanti sono specchietti per le allodole: le percentuali ammesse sono talmente basse (intorno al 3%) da non costituire un’alternativa reale. È una politica scritta dalle lobby elettriche e firmata da burocrati che non hanno mai messo piede in un’officina.

L’ARTICOLO 42.7: LA TRAPPOLA DEL 2027

Ma la vera bomba a orologeria è politica. L’obiettivo dichiarato è far entrare l’Ucraina nell’Unione Europea entro il 2027. Se questo accadesse, scatterebbe l’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione: la clausola di difesa reciproca.

A differenza dell’Articolo 5 della NATO, che lascia margini di manovra ai singoli Stati, il 42.7 è un obbligo di assistenza diretta.

Stiamo costruendo un meccanismo per cui ci portiamo dentro casa un Paese in guerra perenne, con un’economia distrutta e un debito inestinguibile, legandoci le mani a un conflitto diretto con la Russia.

Il tutto mentre le nostre industrie chiudono e il ceto medio viene tosato per pagare le accise sul tabacco e sulla CO2 necessarie a finanziare questa follia.

L’Europa è oggi come un condominio di lusso che decide di pagare le spese legali e la retta del collegio al figlio scapestrato del vicino, mentre il tetto del palazzo perde acqua, la caldaia è esplosa e l’amministratore sta firmando cambiali a nome di tutti i condomini per comprarsi una divisa militare nuova.

I leader europei ci hanno mentito quando giuravano che le sanzioni avrebbero messo in ginocchio Mosca in sei mesi (il PIL russo regge, il nostro no).

Hanno fallito quelli che parlavano di una transizione verde indolore e continuano a fallire quelli che firmano assegni da novanta miliardi dicendo che sono “prestiti”.

Perché non lo sono: sono soldi regalati, rubati alle nostre fabbriche, ai nostri stipendi e, se continua così, alla nostra sicurezza.

Il peggior nemico degli europei non è la Russia e non è nemmeno la follia di Trum ma l’Europa stessa.

Chi non se ne accorge è complice o ha interessi in questo disastro.