TRUMP, TRA I RICATTI DEL MOSSAD E MIGLIAIA DI MILARDI DI DEBITI

di Pasquale Di Matteo

Mille miliardi di dollari all’anno.

È questa la cifra che il Tesoro degli Stati Uniti stacca ogni dodici mesi al solo scopo di pagare gli interessi sul proprio debito, una somma che ha polverizzato persino l’intero budget del Pentagono.

E, mentre Washington firma assegni a vuoto per sostenere l’apparato militare più costoso del pianeta, il suo alleato più intimo, quello che giura eterna fedeltà in favore di telecamera, le piazza le cimici nello Studio Ovale per sabotarne la politica estera.

I documenti della Defense Intelligence Agency (DIA) trapelati tramite NBC non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche e spiegano che il Mossad ha attivamente spiato i funzionari dell’amministrazione Trump.

Witcoff, inviato speciale e negoziatore supremo; Colby, alto funzionario della Difesa; DiMino, Vice assistente del Segretario alla Guerra per il Medio Oriente.

La missione dell’intelligence di Tel Aviv non era proteggere l’America dal terrorismo, ma mappare in anticipo le intenzioni della Casa Bianca per far saltare sistematicamente ogni singolo tentativo di de-escalation con Teheran.

L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è il rovesciamento totale del regime iraniano e, per ottenerlo, Israele ha bisogno della potenza di fuoco americana, perciò, se Washington esita, la si forza.

Ogni volta che i negoziatori statunitensi si sono seduti a un tavolo per abbozzare una tregua, è partito un attacco missilistico israeliano non autorizzato per incenerire il compromesso.

Israele agisce nella totale immunità, coperto dal veto statunitense all’Onu e finanziato dai contribuenti americani. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) bombardano il sud del Libano e uccidono tre soldati dell’esercito regolare libanese, un contingente che non è in guerra con Tel Aviv e che, al contrario, rappresenta l’unico interlocutore istituzionale per la pace.

La giustificazione fornita ai media è che il veicolo “si muoveva in modo sospetto”. La stessa formula magica, il “movimento sospetto”, viene usata in Cisgiordania per archiviare la morte di un bimbo palestinese di sette mesi, ucciso a sangue freddo da un soldato israeliano.

Ma l’assoggettamento geopolitico degli Stati Uniti è solo la facciata esterna di un edificio che sta crollando dalle fondamenta, poiché la debolezza di Washington in politica estera è direttamente proporzionale alla sua bancarotta interna.

I trentanovemila miliardi di dollari di debito pubblico americano sono una menzogna contabile per difetto. La voragine reale si calcola aggiungendo le promesse di spesa previdenziale e sanitaria già approvate per legge, come Social Security e Medicare, per le quali il governo non ha accantonato un solo centesimo.

Inserendo queste voci, il buco fiscale degli Stati Uniti oscilla tra i sessantamila e gli ottantamila miliardi di dollari. Un numero che non appartiene più all’economia, ma all’astronomia e la sua copertura alla fantascienza.

La politica americana, da destra a sinistra, ha deciso di ignorare il problema, perché ridurre il deficit reale significa scegliere tra due opzioni che equivalgono al suicidio elettorale garantito: tagliare le pensioni e l’assistenza medica agli anziani, o raddoppiare le tasse.

Nessuno lo farà.

Le sparate dell’amministrazione Trump sulla creazione di un dipartimento per l’efficienza governativa servono a intrattenere le platee televisive.

Puoi tagliare tutte le auto blu e le consulenze ministeriali che vuoi, ma non scalfisci nemmeno lo zero virgola uno per cento di un bilancio divorato da spese strutturali fisse e dagli interessi passivi.

Per decenni, gli Stati Uniti hanno coperto questo deficit stampando moneta, quando il mondo aveva bisogno di dollari per commerciare e l’America glieli forniva esportando il proprio debito.

Il giocattolo ha funzionato finché la fiducia globale nel biglietto verde è rimasta intatta, tuttavia, oggi quella fiducia è incrinata. La militarizzazione del dollaro, usato come arma sanzionatoria per strozzare le economie sgradite, ha insegnato al resto del mondo a fare a meno del biglietto verde.

Pechino, Mosca, Nuova Delhi, ma anche alleati storici o paesi non allineati in Africa e Sudamerica, hanno iniziato una silenziosa e inesorabile de-dollarizzazione.

Nessun crollo improvviso sui mercati, ma una manovra a tenaglia: le banche centrali estere comprano oro a ritmi mai visti dalla fine di Bretton Woods e stringono accordi bilaterali per scambiare merci nelle valute locali. Il dollaro non è più l’unico rifugio sicuro.

Senza i compratori stranieri pronti ad assorbire l’oceano di titoli di Stato emessi mensilmente dal Tesoro, il meccanismo si inceppa.

La Federal Reserve non può più permettersi di stampare trilioni per comprare il debito del proprio governo senza innescare un’iperinflazione devastante.

I rendimenti dei Treasury a lunga scadenza restano artificialmente alti perché gli investitori, fiutando l’insolvenza strutturale, pretendono un premio al rischio maggiore, alimentando una spirale della morte del debito sovrano: lo Stato si indebita per pagare gli interessi sui debiti precedenti, emettendo nuovi titoli che costano sempre di più, mentre la base dei compratori si assottiglia.

Un morto che stringe sempre più la corda intorno al suo stesso collo.

Washington non ha i soldi per mantenere il proprio welfare interno, non ha la forza finanziaria per dettare legge sui mercati globali e non ha la forza politica per imporre la linea ai propri protettorati militari.

Finanzia armi e diplomazia per un alleato mediorientale che la ripaga hackerando le comunicazioni della presidenza e trascinandola verso il baratro di una guerra regionale su larga scala con l’Iran.

Oggi, l’America somiglia alla Francia di Luigi XVI, che diede il colpo di grazia all’enorme debito del regno entrando a gamba tesa nella guerra tra le colonie americane e l’Inghilterra. Mossa che condusse alla Rivoluzione francese.

Nessun impero crolla per colpa di un’invasione improvvisa.

Nel caso degli USA, muore pagando a rate il proprio sicario, con una moneta che il resto del mondo ha già cominciato a rifiutare.

Non manca molto all’emissione della prima fattura che resterà insoluta.

LA RITIRATA DEI GIORNALISTI CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“A Kiev sanno benissimo di non poter vincere sul campo”.

La frase è stata scritta da uno di quei direttori dei principali quotidiani italiani che, per quattro anni, hanno spiegato ai lettori che l’esercito russo era alla frutta, perché perdeva mille uomini al giorno, aveva esaurito i mezzi corazzati ed era ridotto a combattere a dorso di mulo brandendo pale dell’Ottocento.

Oggi, senza nemmeno l’ombra di una smentita o mezza riga di scuse per aver intossicato l’opinione pubblica con analisi e racconti che il tempo ha certificato come panzane, la vittoria militare dell’Ucraina viene derubricata a miraggio, a cosa impossibile.

Chi faceva notare questa ovvietà due anni fa veniva marchiato a fuoco come putiniano, disfattista, traditore dell’Occidente. Oggi, invece, è il nuovo dogma degli editorialisti in ritirata.

Per mascherare il disastro sul campo, e la scellerata sequela di supercazzole spacciate per notizie, le redazioni si aggrappano a una narrazione bipolare: leggendo l’articolo in cui mi sono imbattuto, metà serve a smentire silenziosamente le balle raccontate nei quattro anni precedenti, l’altra metà a ribadire che bisogna continuare a inviare armi e soldi.

Tanto a morire sono i figli degli ucraini, mica quelli dei giornalisti e dei leader europei.

IL FANTASMA DI ISTANBUL E LE MEMORIE CORTE

Il capolavoro del “revisionismo quotidiano” parte dalla diplomazia. Leggiamo che la recente lettera di Volodymyr Zelensky inviata a Vladimir Putin “poteva essere un punto di partenza”, una “palla da cogliere al balzo”, e ci si stupisce che il Cremlino continui a chiudere la porta.

Il problema è che i fatti, ostinatamente ignorati, dicono altro, poiché i famosi piani di pace di Kiev non sono documenti negoziali, ma richieste di resa incondizionata a una potenza nucleare che detiene l’iniziativa militare: Kiev chiede il ritiro immediato ai confini del 1991, Crimea compresa, pagamento dei danni di guerra e consegna dei vertici politici e militari russi al Tribunale penale internazionale dell’Aia.

È come se il Giappone, nell’agosto del 1945, avesse offerto la pace agli Stati Uniti a patto di ricevere in regalo le isole Hawaii e un cambio di governo a Washington.

L’unica, vera palla da cogliere al balzo era sul tavolo a Istanbul, nella primavera del 2022, quando i russi si stavano ritirando dai dintorni di Kiev in segno di distensione e le bozze dell’accordo erano pronte e i negoziatori ucraini e russi avevano trovato la quadra sulla neutralità.

Poi è atterrato Boris Johnson, che ha convinto Zelensky a stracciare i documenti.

L’Occidente avrebbe garantito fiumi di denaro, armi e coperture per sconfiggere Mosca. Il risultato di quella brillante mossa strategica, oggi confermata da diplomatici turchi, israeliani e persino da ex consiglieri ucraini, si conta in centinaia di migliaia di giovani morti nelle trincee, un terzo della popolazione fuggita all’estero e uno Stato tenuto artificialmente in vita dalle tasse dei cittadini europei.

I nostri giornalisti, però, preferiscono indignarsi per la porta chiusa di Putin oggi, fingendo di non ricordare chi ha murato l’ingresso due anni fa.

KOSTYANTYNIVKA E LA TECNICA DELLA DISTRAZIONE DI MASSA

La città strategica di Kostyantynivka è sotto assedio. Le forze russe stanno chiudendo una tenaglia nel Donbass, tagliando le vie di rifornimento e inghiottendo chilometri quadrati.

Crolla Pokrovsk, crollano gli snodi vitali, ma nei telegiornali italiani, Kostyantynivka non esiste.

Nemmeno l’Institute for the Study of War (ISW), solitamente prodigio nel magnificare ogni singolo passo ripreso dagli ucraini, riesce a nascondere il collasso, pur edulcorandolo.

Per le nostre firme di punta, le truppe russe che spezzano la spina dorsale della difesa ucraina ottengono “successi militari tattici e del tutto interlocutori”, utili solo per la “vuota propaganda”.

Al contrario, l’Ucraina viene esaltata per aver “imparato come nessuno al mondo a condurre questa guerra”.

Si sposta l’attenzione dai campi di battaglia ai titoli dei giornali.

Nelle ultime ore, Kiev ha lanciato oltre 140 droni sulle regioni di San Pietroburgo e Leningrado che hanno colpito un terminal petrolifero, causato la chiusura temporanea di un aeroporto, interrotto i servizi internet mobili in alcuni distretti.

Un attacco in profondità, innegabile, ma militarmente irrilevante per le sorti del fronte. Al più, è l’equivalente di un attentato. È una pura operazione di distrazione di massa che serve a fornire ai media occidentali materiale per titolare sulla “vulnerabilità russa” e nascondere il fango, il sangue e la ritirata a Kostyantynivka.

La reazione russa, puntuale e brutale, ha visto lo sciame di quasi 300 droni colpire le infrastrutture a Kiev, Donetsk e Kherson nelle ore immediatamente successive.

Di questi contrattacchi a tappeto, che smantellano pezzo per pezzo la rete elettrica ucraina, si parla poco o nulla, perché bisogna alimentare la favola delle truppe di Zelensky che si infiltrano a Kharkiv o Kupyansk, infiltrazioni che, a una verifica incrociata sui bollettini militari, non esistono.

Se le truppe russe avanzano, non viene detto. Se le truppe ucraine non avanzano, si usa il termine “infiltrazione” per suggerire un movimento invisibile.

I MORTI VIVENTI DELL’EUROPA E LA FUGA A LONDRA

Ammesso il disastro militare, la retorica giornalistica cerca rifugio nella politica internazionale, infatti, i leader europei vengono dipinti come statisti intenti a “ricoprire un ruolo attivo nella ricerca di una via d’uscita”. Basta guardare i protagonisti per capire la portata della farsa.

Macron, Merz e Starmer si sono incontrati senza gli Stati Uniti, per discutere le sorti dell’Ucraina. Un vertice tra fantasmi.

Macron ha un governo appeso a un filo, blindato in casa dopo aver preso schiaffi elettorali da destra e sinistra; Merz governa una Germania in recessione, terrorizzato dall’ascesa prepotente dell’AfD alle elezioni regionali; Starmer è crollato nei consensi in patria a tempo di record.

Fino a un mese fa, questi tre leader speculavano sull’invio di truppe Nato sul terreno e autorizzavano l’uso di missili a lungo raggio contro il territorio russo, giocando alla Terza Guerra Mondiale sulla pelle degli altri.

Oggi, con Washington che stacca la spina perché Donald Trump è concentrato sull’Iran e sulle dinamiche interne americane, i tre finti statisti cercano disperatamente di negoziare tra di loro.

Non con la Russia. Tra di loro.

Per poter produrre un comunicato stampa che salvi la faccia davanti agli elettori incattiviti dall’inflazione e dalle bollette.

In questo quadro da reparto di Psichiatria, si inserisce il posizionamento del governo italiano.

Giorgia Meloni sta disertando metodicamente gli incontri con l’asse franco-tedesco. Non è andata alla riunione sui Balcani, non è andata a Londra.

I giornali la accusano di isolazionismo, ma la realtà geopolitica suggerisce un’altra lettura: Palazzo Chigi ha fiutato l’aria.

Restare incollati a Macron e Merz significa affondare con loro. Meloni ha capito la stragrande maggioranza degli italiani non vuole più alimentare una guerra che un mattatoio per gli ucraini perciò cerca di smarcarsi, cerca di lanciare segnali oltreoceano, rifiutando di farsi trascinare nel precipizio dai vecchi leader europei ridotti a morti che camminano.

L’ONORE DI CHI MANDA GLI ALTRI A MORIRE

L’architettura della propaganda si chiude sempre con un appello ai sentimenti alti.

Dopo aver certificato che la vittoria ucraina è impossibile, che il risultato è uno “stallo spaventoso e angosciante” e che gli alleati americani si stanno defilando, l’editoriale di turno intima al governo italiano di mantenere la “ferma postura al fianco di Kiev” perché è un “dato di onore che non possiamo sprecare”.

Eccolo, il nocciolo della questione.

Sappiamo che la strategia ha fallito, sappiamo che i russi avanzano. Sappiamo che l’Ucraina ha finito gli uomini ed è costretta a prelevare i civili per strada con la coscrizione forzata. Sappiamo, grazie alle indagini tedesche accuratamente silenziate dalla nostra stampa, che a far saltare i gasdotti del Nord Stream 2 è stato un commando ucraino, un atto di terrorismo contro un’infrastruttura europea.

Eppure, secondo questi giornalisti, dobbiamo continuare a finanziare la carneficina emettendo debito. Non per vincere, cosa ormai esclusa anche da costoro. Nemmeno per la democrazia. Ma per l’onore.

L’onore di non ammettere di aver sbagliato l’analisi fin dal primo giorno. L’onore di chi firma articoli infuocati da una scrivania a Milano o di Roma, mandando a morire ventenni nel fango di Kostyantynivka, convinti di leggere un libro che raccontava una storia parallela alla realtà.

Chi pagherà il conto della ricostruzione di un Paese distrutto e il costo sociale di una generazione ucraina annientata?

E, soprattutto, dov’era questo senso dell’onore quando a Istanbul c’era la possibilità di firmare la pace prima che la guerra divorasse il futuro dell’Europa?

CENTO MILIARDI PER COMPRARE IL NULLA. IL CONTO DELLA SERVA E LA RESA DI KIEV

di Pasquale Di Matteo

Cento miliardi di dollari l’anno.

È la fattura che Volodymyr Zelensky presenta ai contribuenti occidentali per tenere in vita un Paese che, militarmente ed economicamente, ha smesso di reggersi in piedi da almeno ventiquattro mesi.

Intanto, lo stesso presidente ucraino prende carta e penna e pubblica una lettera indirizzata a Vladimir Putin, chiedendo un faccia a faccia diretto, in territorio neutro. Senza mediatori europei e, soprattutto, senza gli Stati Uniti di Donald Trump.

L’Ucraina brucia tra i 45 e i 50 miliardi di dollari all’anno solo per produrre droni da lanciare in profondità nel territorio russo, colpendo raffinerie a centinaia di chilometri dal fronte. Il resto del budget, quello per pagare pensioni, medici, impiegati statali e soldati, lo mette l’Europa.

Lo mettiamo noi, attraverso il sistema dei prestiti internazionali che fa storcere il naso ai ministeri del Tesoro di mezza Unione. E dopo aver pagato il conto, l’Europa riceve il benservito: Kiev non vuole Bruxelles al tavolo delle trattative.

D’altronde, persino Zelensky sa che l’Unione Europea è parte in causa, un bancomat che ha fornito armi e sussidi, non un arbitro imparziale. E ha già visto gli europei nelle trattative del 2022.

LA RICONQUISTA DEL NULLA

Mentre Zelensky chiede aiuto direttamente a Putin, i bollettini di Kiev continuano a ripetere che la Russia è in ginocchio, che le sanzioni funzionano, che Mosca perde trentamila uomini al mese, uomini che, se la matematica non è un’opinione, dovrebbe aver esaurito completamente almeno dallo scorso marzo.

Poi si leggono i dati dell’Institute for the Study of War, rilanciati dall’Afp e si scopre che, nel mese di maggio, l’esercito ucraino ha riconquistato 282 chilometri quadrati di territorio. Duecentottantadue. Praticamente l’estensione di Orvieto.

E lo ha fatto in zone dove le truppe russe rimangono ampiamente infiltrate, pronte a riprendersi i metri di terra bruciata alla prima rotazione di truppe, quindi, senza un controllo reale del territorio.

Zelensky lamenta che le armi europee non arrivano, o arrivano troppo lentamente. Chiede nuovi sistemi Patriot, ma l’Occidente ha svuotato i magazzini. I missili non arrivano perché non ci sono. La capacità produttiva è satura e fagocitata in larga parte dal disastro mediorientale, dove l’ennesima tregua farsa è già saltata.

Israele se ne infischia degli accordi, perciò Hezbollah risponde col fuoco, e nel mezzo ci muore un soldato dei caschi blu dell’Onu.

Fosse stata la Russia, apriti o cielo!

Ma Israele è il marchese del Grillo della geopolitica.

Washington deve guardare a due fronti contemporaneamente, e la Camera americana che ha votato sì agli aiuti per Kiev, ha messo i paletti sulle operazioni contro l’Iran, perché le risorse sono finite.

E sulle risorse dovrà esprimersi ancora il Senato.

IL GELO DI MOSCA E L’ENTUSIASMO DI TRUMP

La risposta di Vladimir Putin non è stata un rifiuto plateale, ma una condizione inaccettabile: se vogliamo parlare, vieni a Mosca.

Il Cremlino sa di avere il tempo dalla sua parte e discute solo sulla base dei punti già fissati con l’amministrazione Trump: riconoscimento delle annessioni territoriali e controllo sul Donbass.

Dal canto suo, Donald Trump non nasconde la soddisfazione. Dalla Casa Bianca definisce “fantastica” l’idea di un incontro tra i due leader, perché un eventuale accordo porterebbe alla fine della guerra in Ucraina e sgancerebbe l’America dal pantano europeo.

E Trump ha già fatto capire più volte che l’Ucraina, per Washington, è un asset tossico in via di dismissione.

L’Europa, invece di elaborare una strategia autonoma, balbetta.

In Montenegro, si è tenuto un vertice per discutere l’allargamento dell’Unione ai Balcani Occidentali. Un modo per far vedere che Bruxelles esiste e si espande.

Emmanuel Macron e la Germania dettano la linea, ma Giorgia Meloni non è salita nemmeno sull’aereo per raggiungerli, ufficialmente trattenuta a Reggio Calabria per la festa dell’Arma dei Carabinieri.

La presidenza del Consiglio ha preferito una parata interna al tavolo dove si ridisegnano i confini dell’influenza europea, come se Trump fosse rimasto a una parata in una contea sperduta, mentre altrove ridisegnavano l’assetto federale degli USA. Un vuoto che certifica l’irrilevanza di Roma sulle grandi partite continentali.

IL DRONE RUMENO E L’AMNESIA POLACCA

Mentre la diplomazia annaspa, la guerra rischia quotidianamente di tracimare. Nel porto di Costanza, in Romania, un drone ucraino è esploso, devastando le infrastrutture.

L’ambasciata russa punta il dito contro Kiev: un drone ucraino fuori controllo. Kiev accusa Mosca di averlo deviato di proposito.

Poiché ucraino, stavolta nessuno invoca l’Articolo 5, ma il nervosismo è palpabile a Varsavia.

Il ministro della Difesa polacco ha chiesto formalmente a Washington l’apertura di una base militare statunitense in Polonia. I polacchi comprano l’ombrello americano, terrorizzati dall’idea di essere i prossimi.

Anche se non si capisce i prossimi di cosa, visto che Mosca sarebbe al tappeto, senza più uomini e con le sanzioni a stritolarne l’economia, tanto chee l’Ucraina starebbe vincendo la guerra, a detta dei grandi quotidiani di casa nostra.

Eppure, proprio tra Varsavia e Kiev si è consumato di recente l’ennesimo scontro: Zelensky ha recentemente intitolato un’unità militare agli “Eroi dell’UPA”, l’Esercito Insurrezionale Ucraino del nazista Stepan Bandera.

Si tratta dell’unità responsabile dei massacri di Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui vennero trucidati centomila civili polacchi.

L’alleato ucraino, tenuto in vita anche dalle armi polacche, sputa sulla memoria storica di Varsavia e il ministro degli Esteri polacco è stato costretto a minacciare di bloccare il percorso di adesione di Kiev all’Unione Europea se la questione non verrà risolta.

LE TRATTATIVE SOTTOBANCO

Mentre Zelensky tuona contro le condizioni inaccettabili di Mosca, i negoziati avvengono. Sono avvenuti in Alaska, con i delegati di Trump e avvengono a porte chiuse.

Il blocco occidentale è paralizzato. Paga una guerra che non può vincere, sostiene un alleato che lo insulta e lo attacca, tra sabotaggi, come il Nord Stream, e droni, così, finge di indignarsi per le provocazioni russe, ma prega che non scappi mai il colpo di troppo.

Zelensky chiede missili Patriot, ma l’industria bellica americana non riesce a produrli nei tempi e nei volumi richiesti e ne abbiamo bruciati troppi, tra Kiev e il deserto mediorientale.

L’Ucraina oggi è un buco nero finanziario tenuto insieme dalla retorica e dalla propaganda.

Cento miliardi all’anno per mantenere lo stallo.

Putin lo sa e aspetta, Trump calcola, l’Europa paga.

I leader europei parlano di sostegno incrollabile, ma i bilanci parlano di un fallimento a rate.

E tante elezioni si avvicinano.

Gli europei voteranno per chi urla “urla all’invasore russo o per chi vuole staccare la spina per finanziare prima Sanità, ricerca, istruzione e welfare?

KIEV HA FINITO GLI UOMINI E L’EUROPA POTREBBE MANDARE INDIETRO I RIFUGIATI IN GRADO DI IMBRACCIARE UN FUCILE

di Pasquale Di Matteo

L’Ucraina sta vincendo la guerra in modo così travolgente che a Bruxelles studiano le carte per revocare l’asilo politico agli ucraini e rispedirli a morire in trincea, poiché le truppe di Kiev avanzano con tale furia verso est che al governo Zelensky mancano letteralmente i corpi da infilare nelle divise.

La narrazione blindata delle cancellerie occidentali, quella servita a reti unificate dai bollettini Nato e dalle fake news del mainstream, si sta schiantando contro un documento interno del Consiglio dell’Unione Europea, visionato e pubblicato in esclusiva dalla testata Euractiv il primo giugno 2026, poi ripreso, tra gli altri, da InsideOver.

Il testo non lascia scampo alle interpretazioni. I ministri europei, gli stessi che da quattro anni si commuovono davanti alle bandiere gialloblù e promettono sostegno incrollabile fino alla vittoria finale, stanno valutando l’ipotesi di escludere dalla Direttiva sulla Protezione Temporanea (TPD) gli uomini ucraini idonei alla coscrizione militare.

Fino a ieri erano profughi da accogliere con le coperte termiche nelle stazioni ferroviarie. Tra poco tempo, potrebbero diventare disertori, carne da cannone mancante all’appello, risorse biologiche da restituire al tritacarne del Donbass.

LA SOLIDARIETÀ HA LA DATA DI SCADENZA

Il piano discusso al vertice del Consiglio Giustizia e Affari Interni dell’UE è il termometro perfetto del collasso ucraino.

Nelle ultime settimane, si legge nelle carte di Bruxelles, si registra una percentuale in costante crescita di uomini in età da coscrizione tra i nuovi arrivi dall’Ucraina, perché la gente scappa. E scappa perché il fronte non tiene, scappa perché l’età per il reclutamento è stata abbassata, scappa perché in patria non esiste più un rifugio sicuro dai reclutatori militari che rastrellano le strade.

E l’Europa, la culla del diritto internazionale e dell’accoglienza incondizionata, cosa decide di fare? Valuta di chiudere le porte a chi fugge da morte certa, allineandosi alle necessità del governo di Kiev.

Il passaggio più agghiacciante del documento di Euractiv è la giustificazione politica della misura. Limitare l’accesso alla protezione per gli uomini abili all’uso delle armi andrebbe fatto “anche nell’interesse dell’Ucraina”.

È il capolavoro semantico del burocrate europeo: ti nego il diritto d’asilo, ti metto su un treno per il confine polacco e ti consegno alla polizia militare del tuo Paese, ma lo faccio per il tuo bene. Lo faccio per sostenere la resistenza militare e, con insuperabile macabro ottimismo, per garantirti di poter partecipare alla futura ricostruzione della nazione.

Sempre che tu riesca a sopravvivere.

ZELENSKY È ALLA FRUTTA

Se il fronte tenesse, se la controffensiva fosse stata l’epica marcia trionfale verso la Crimea promessa nei talk show, l’Ucraina non avrebbe bisogno di mendicare ai partner europei il rimpatrio forzato dei propri cittadini.

La verità è che la realtà sul campo è fatta di ospedali da campo straripanti e cimiteri che si allargano a vista d’occhio. Il governo di Kiev ha già varato leggi draconiane sulla mobilitazione, calpestando senza troppi complimenti quei diritti civili che la guerra avrebbe dovuto difendere.

Ha sospeso l’erogazione dei servizi consolari all’estero per i cittadini maschi. Hai il passaporto scaduto a Berlino o a Varsavia? Non te lo rinnoviamo. Devi tornare a casa, presentarti all’ufficio di reclutamento, farti schedare e prendere un fucile in mano.

La mossa in discussione a Bruxelles funge da braccio armato esterno per Zelensky, così, le istituzioni europee si trasformano, di fatto, in una gigantesca polizia militare sussidiaria per conto terzi.

Il meccanismo in esame, per ora, non prevede la retroattività, pertanto, l’esclusione colpirebbe solo le nuove richieste di asilo, lasciando intatti i diritti di chi è già protetto, ma è il principio che scardina l’intera impalcatura etica dell’intervento europeo.

La protezione temporanea, varata nel 2022 con un’unanimità commossa per chi fuggiva dai carri armati russi, scadrà nel marzo 2027.

La Commissione Europea e gli Stati membri stanno pianificando una transizione coordinata verso status legali ordinari, come permessi di lavoro o di studio. All’interno di questa riorganizzazione amministrativa, si è infilato il bisturi per separare chi ha diritto a una vita in Europa da chi ha il dovere di morire nel fango di Kharkiv.

Come se esistesse un dovere di morire…

IL SILENZIO DEI BUONI

Mentre nei corridoi del Consiglio Giustizia e Affari Interni si discute su come smaltire il problema, la politica tace. Tacciono i paladini dei diritti umani, tacciono le ONG, tace quella fetta di stampa che ha trasformato il conflitto in una saga Marvel dove i buoni non muoiono mai e i cattivi arretrano sempre.

L’Europa ha esaurito l’equipaggiamento, i proiettili d’artiglieria scarseggiano, i sistemi di difesa aerea sono stati donati con il contagocce e arrivano in ritardo. Non potendo più inviare armi decisive per ribaltare l’inerzia del conflitto, Bruxelles offre all’alleato l’unica merce di scambio rimasta a costo zero per i bilanci statali; gli stessi ucraini.

La decisione non è ancora ufficiale, le consultazioni politiche sono appena iniziate e sondano il terreno scivoloso della fattibilità legale.

Esiste il rischio di ricorsi monumentali alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, esistono le Costituzioni nazionali che impediscono l’espulsione verso Paesi in stato di guerra attiva, eppure, il semplice fatto che l’opzione sia sul tavolo dei ministri, messa nero su bianco su una nota da discutere, dimostra l’avvenuto salto di qualità.

Non si combatte più per difendere la democrazia, si combatte per raschiare il fondo del barile di una nazione esangue e l’Europa si prepara a certificare la propria impotenza, incapace di imporre una trattativa diplomatica, altrettanto incapace di garantire una vittoria militare sul campo, perciò, si affida all’ultima manovra cinica a disposizione.

I ministri siederanno attorno al tavolo ovale a Bruxelles, sorseggeranno acqua minerale in bicchieri di cristallo, esprimeranno condanna contro l’aggressione russa, poi potrebbero firmare le scartoffie per togliere la protezione a un ventenne scappato da Odessa, spiegandogli che lo stanno rimandando al massacro nell’esclusivo interesse del suo Paese.

FONTI

https://www.euractiv.com/news/exclusive-eu-weighs-excluding-military-age-ukrainian-men-from-extended-protection-scheme/

https://it.insideover.com/guerra/a-kiev-servono-soldati-la-ue-valuta-di-escludere-gli-ucraini-idonei-alla-leva-dalla-protezione-temporanea.html

https://www.kyivpost.com/post/77365

https://brusselssignal.eu/2026/06/pressure-grows-to-strip-conscription-age-ukrainian-men-of-eu-protection/

IL FALLIMENTO DELL’UCRAINA È IL FALLIMENTO DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

104,6 miliardi di euro è la cifra che l’Unione Europea ha garantito all’Ucraina sotto forma di prestiti per tenerla in vita artificialmente, a cui vanno aggiunti i 75,2 miliardi spesi in armi, i 17 in sostegno dei rifugiati e altre voci, per un totale di 200,6 miliardi.

Nel documento, si parla anche di “Chiamare la Russia a rispondere delle sue azioni” e si legge: “I crimini internazionali fondamentali e i crimini di atrocità costituiscono le violazioni più gravi del diritto internazionale e includono crimini contro l’umanità, crimini di guerra, genocidio e crimini di aggressione.”

(Fonte, in calce all’articolo)

Ciò che fa riflettere è che per Israele, che quei crimini li ha commessi all’ennesima potenza, non ci sono armi agli aggrediti, fonti per i rifugiati né politiche per chiamare il Paese a rispondere delle sue azioni, ma si arresta chi indossa la bandiera palestinese, come in Germania e in altre parti d’Europa.

E tutto ciò la dice lunga sul valore del Diritto internazionali e sulle reali ragioni che muovono l’Europa.

Intanto, i soldi dei contribuenti europei finanziano un malato terminale, mentre a Washington incassano i dividendi del gas naturale liquefatto che gli USA e i leader europei ci costringono ad acquistare, vietandoci di comprare da Mosca.

Perché la Russia è cattiva, ha violato il Diritto internazionale, appunto. E Mosca non è Tel Aviv, ma nemmeno Washington.

Perché che a violare il Diritto internazionale sono stati più volte anche Israele, a Gaza, in Libano, in Cisgiordania, e gli USA, in Venezuela e in Iran. Ma, in questi casi, nessun commercio interrotto, nessuna sanzione.

Oggi, a più di quattro anni dall’escalation della guerra in Ucraina, scoppiata nel 2014, deflagrata nell’invasione russa, la narrazione occidentale si schianta contro la realtà delle immagini satellitari.

L’Ucraina è priva delle sue regioni più ricche, ha perso quasi totalmente lo sbocco sul mare e la sua infrastruttura energetica è polverizzata. Insomma, l’Ucraina è fallita.

I leader europei continuano a recitare il mantra della resistenza a oltranza, mentre nelle strade di Kiev, i reclutatori caricano a forza sui furgoni i pochi uomini rimasti, perché non si sa più chi mandare al fronte.

La stampa mainstream ha passato stagioni intere ad annunciare la caduta imminente del Cremlino. Ci hanno raccontato di un esercito russo che combatteva con le pale; di soldati mandati al fronte a dorso di muli perché l’Ucraina aveva distrutto tutti i mezzi corazzati russi; di un Vladimir Putin malato terminale per ben quattro tipologie di cancro, rintanato in un bunker e sostituito da sosia.

Scrivevano che aveva tre anni di vita al massimo, ma ne sono passati quasi quattro da quelle sciocchezze.

Questi giornalisti del nulla hanno esaltato gli attacchi dei droni ucraini sulle raffinerie russe o qualche isolata caduta di velivoli in Romania come i segni di un ribaltamento imminente, tuttavia, la realtà, depurata dalla propaganda, dice che l’Ucraina è un Paese finito.

L’unica cosa di cui hanno scritto poco i nostri illustri eroi della propaganda mainstream è sul Nord Stream 2, dopo che è crollata la panzana della pista russa e le autorità tedesche hanno spiccato mandati d’arresto per i componenti del commando ucraino che ha compiuto il più devastante sabotaggio ai danni dell’Europa dalla Seconda Guerra mondiale.

Tuttavia, in questo caso, nessun terrore sui media, nessuna richiesta di attivazione dell’Art. 5, nessun pericolo per gli europei.

CRONACA DI UNO STATO DISARTICOLATO

Per capire il livello della mistificazione politica in corso, basta guardare una mappa aggiornata al 2026. Non ci sono proiezioni tattiche da analizzare, ma chilometri quadrati passati di mano e mai più tornati indietro.

Il Cremlino ha annesso e consolidato il controllo sul Donbass, su Lugansk, su Zaporizhzhia e su Kherson. Parliamo delle regioni industriali, agricole e strategiche di quella che un tempo era l’ex repubblica sovietica.

Lo Stato ucraino oggi è un guscio vuoto. Non possiede le condizioni materiali per garantire la propria esistenza futura.

L’economia di Kiev è in coma profondo, tenuta attaccata alle macchine unicamente dai bonifici occidentali e dal Fondo Monetario Internazionale.

Se domani mattina, l’Europa e gli Stati Uniti chiudessero i rubinetti del credito, Kiev imploderebbe prima di sera. E questo dimostra che l’Ucraina non esiste più come nazione, ma è solo un artificio tenuto in piedi con i soldi dei contribuenti europei, e in parte americani.

E, nonostante questo salasso per le nostre famiglie e per le nostre imprese, un terzo del fabbisogno statale resta comunque scoperto.

Non stiamo parlando di una nazione in grado di ricostruirsi al termine delle ostilità, ma di un territorio smembrato la cui sussistenza dipenderà per decenni dai contribuenti europei, che saranno costretti a pagare per l’incompetenza dei loro leader, quelli che giuravano che sarebbe stata questione di pochi mesi, perché già il primo pacchetto di sanzioni aveva avuto effetti dirompenti.

Lo giurava Mario Draghi, una delle sue solite supercazzole, al pari del “il greenpass serve per garantirci di trovarci in luoghi sicuri”.

Scegliete voi quale delle due sia la supercazzola del secolo.

LA TRAPPOLA DEL GIUGNO 2023

Il peccato originale, il momento in cui l’Occidente ha deciso di sacrificare definitivamente Kiev sull’altare di una strategia impossibile, è databile all’estate 2023, quella della famosa controffensiva.

I documenti ufficiali della NATO e le dichiarazioni dei vertici statunitensi ed europei, da Joe Biden a Jens Stoltenberg, passando per i governi italiani a trazione Draghi prima, e Meloni poi, parlavano chiaro: l’obiettivo non era difendere la popolazione ucraina, ma era sconfiggere militarmente la Russia sul campo di battaglia, per costringere Mosca a una resa senza condizioni.

Infatti, l’Europa non ha mai voluto parlare di trattativa, ma solo di ritiro incondizionato di Mosca.

Per farlo, la NATO ha svuotato i propri arsenali, ha consegnato a Kiev tutto l’armamento disponibile, illudendo la dirigenza ucraina di poter sfondare le linee fortificate russe, ma il risultato è stato un massacro.

L’esercito ucraino si è schiantato contro le difese nemiche, perdendo la guerra.

Al termine di quella disfatta, l’allora capo delle forze armate, Valerij Zaluzhny, fu costretto a chiedere 600.000 nuovi uomini per rimpiazzare le perdite. Più di mezzo milione di soldati bruciati in pochi mesi per inseguire una chimera atlantica.

Da quel momento, la NATO non ha più avuto armi in numero sufficiente per tentare una seconda sortita di quelle proporzioni.

Hanno mandato la fanteria ucraina al macello, hanno esaurito i proiettili, e poi hanno finto che la guerra fosse ancora in bilico.

Il bello, o la tragedia, è che tutto questo era evitabile.

Nel febbraio del 2022, e nei mesi immediatamente successivi, si era aperta una finestra per il dialogo. Si poteva chiudere il conflitto con concessioni territoriali dolorose, ma che avrebbero preservato l’integrità del grosso dello Stato ucraino e salvato quasi un milione di giovani vite ucraine, civili e militari e si sarebbe evitata la bancarotta e che più di un terzo degli abitanti del Paese fuggissero all’estero.

Invece, l’Europa ha scelto la via del muro contro muro. I leader occidentali hanno deliberatamente rifiutato ogni soluzione diplomatica, inebriati dall’idea di un collasso del regime di Putin, che era solo una panzana della propaganda.

IL SUICIDIO ECONOMICO EUROPEO

Mentre Kiev mandava al fronte i suoi giovani a morire e chiudeva i confini per impedire la fuga dei coscritti, l’Europa metteva in atto il più grande autolesionismo economico dal dopoguerra. Le sanzioni contro Mosca dovevano piegare l’economia russa in poche settimane, ma i fatti e il tempo hanno dimostrato un quadro opposto.

La Russia ha semplicemente spostato il suo asse commerciale: vende più gas e più petrolio alla Cina, all’India e ad altri paesi nel mondo, a prezzi maggiorati.

Il rublo, che i bollettini occidentali davano per spacciato a ottobre 2022, tiene ancora a giugno 2026 e l’inflazione russa rallenta, mentre il PIL di Mosca supera abbondantemente quello di gran parte dei paesi europei.

Certamente, l’economia russa non va a gonfie vele, ma se all’Europa fossero state applicate le stesse sanzioni, elemosineremmo cibo, in mutande, già da mesi.

D’altro canto, l’Europa ha rinunciato all’energia russa a basso costo per obbedienza atlantica e le famiglie e le imprese vivono una crisi molto dura, esacerbata dalla sconfitta disastrosa che gli USA hanno rimediato in Iran, con il pieno controllo dello stretto di Hormuz caduto nelle mani di Teheran.

Ci siamo staccati dal gasdotto di Mosca per andare a comprare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi, che paghiamo uno sproposito in più rispetto a prima.

I risultati sono sotto gli occhi dei cittadini: inflazione persistente, bollette schizzate alle stelle, tassi di interesse strozzati dalla Banca Centrale Europea per cercare di frenare l’emorragia. La crescita del PIL nel vecchio continente raschia lo zero.

Per difenderci dalla minaccia fantasma di un’invasione russa dell’Europa, ci stiamo indebitando in modo irrecuperabile, dirottando miliardi verso un riarmo forzato e togliendo fondi a sanità, scuole e welfare.

Tutto per la minaccia di un’invasione da parte di una nazione il cui esercito, per i giornalisti della propaganda, avrebbe perso la guerra in Ucraina, con la moneta carta straccia, senza più mezzi corazzati né munizioni e senza più uomini. Insomma, il festival di Scemo e più Scemo.

Poi scegliete voi se sia più scemo chi scrive queste supercazzole o chi le prende per vere.

LA CORTINA FUMOGENA

Per giustificare questo disastro su tutta la linea, la classe dirigente occidentale ha bisogno di anestetizzare l’opinione pubblica, o, almeno, la parte più cerebralmente debole.

E lo fa inondando i media di fake news.

Se l’esercito ucraino lancia un attacco con i droni, comprati e forniti con i nostri soldi e i nostri componenti, contro un paio di raffinerie russe, i telegiornali parlano di offensiva devastante, ma se un drone russo deviato dalla contraerea ucraina cade in Romania, si invoca l’articolo 5 della NATO urlando all’attacco contro l’Europa.

Nel frattempo, si nasconde la realtà del fronte, con soldati russi e ucraini uccisi a decine di migliaia in una guerra di logoramento senza senso, civili massacrati, ospedali che non funzionano più. Una guerra nata nel 2014, dall’avidità NATO e l’arroganza a stelle e strisce.

I senatori, i ministri, gli opinionisti televisivi in servizio permanente effettivo giurano che le cose “vanno relativamente bene”, che “l’Ucraina tiene duro”, che “Putin è con le spalle al muro”.

Ma, dopo quattro anni, anche “Mr. più Scemo del villaggio” comincia a nutrire qualche dubbio.

Mentono sapendo di mentire, perché sanno perfettamente che il Paese che dicono di voler difendere non ha più l’accesso al mare, non ha più industrie e non ha più un’autonomia finanziaria, solo che ammetterlo significherebbe certificare il fallimento dell’intera strategia NATO ed europea degli ultimi anni.

Significherebbe dover spiegare ai cittadini europei perché pagare le bollette di più e perché vedersi tagliata la spesa pubblica per finanziare una guerra già persa in partenza e che noi di Tamago definivamo impossibile da vincere già nel 2022, mentre i “grandi giornalisti del mainstream” ci davano dei ciarlatani e vi raccontavano le fake news sulle pale, sulle varie forme di cancro di Putin e tutta la serie di panzane che sono riusciti a inventarsi.

La resistenza ucraina è diventata una finzione retorica, utile solo per firmare nuovi contratti per la fornitura di armi e giustificare l’inflazione interna.

A Washington incassano, vendendo gas e armamenti. A Kiev contano i morti e pregano per il prossimo prestito. In Europa, i governi classificano i documenti sulle vere condizioni del fronte e continuano a sorridere davanti alle telecamere, per non dover ammettere il disastro.

Intanto, sperano che i tifosi del festival delle supercazzole siano sempre in numero maggiore di quelli che, a poco a poco, cominciano a porsi domande e ad usare il cervello.

FONTE SPESA EUROPEA PER L’UCRAINA

https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-solidarity-ukraine/

“SEI PAZZO, SENZA DI ME SARESTI IN GALERA”, PAROLA DI DONALD TRUMP

di Pasquale Di Matteo

“Sei pazzo, senza di me saresti in galera. Per colpa tua, oggi tutti odiano Israele.”

Donald Trump usa il linguaggio del Bronx. Lo urla al telefono a Benjamin Netanyahu mentre i caccia con la stella di David bucano il cielo sopra Beirut.

Il paradosso è che Donald giura di aver siglato la pace, ma, nel frattempo, l’altro bombarda i sobborghi perché con la pace finirebbe la sua stagione politica. E, probabilmente, anche la sua libertà.

La cosa strana è che, dopo mesi, Trump torna a fare la cosa giusta e a esprimere un pensiero sacrosanto.

Israele non è mai stato così odiato nel mondo ed è passato da vittima a carnefice, facendo ai palestinesi quanto subito da Hitler nel secolo scorso. Anzi, di peggio, visto che la storia e la conoscenza del passato non ammettono l’ignoranza. Perciò, sapere e perseguire comunque politiche genocide è una volontà folle e criminale.

E tale percezione è tutta colpa dei crimini commessi dal governo di Netanyahu e dai paesi occidentali silenti e complici.

IL CESSATE IL FUOCO CON SEI CADAVERI SUL TAVOLO

Trump annuncia la tregua e assicura che Beirut non verrà toccata, tuttavia, i dati dicono altro, perché ci sono stati sei morti in poche ore tra Nabatieh, Shukin e Kafr Tibnit.

Inoltre, il governo israeliano ha ordinato i bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut quasi in concomitanza con la sbandierata tregua di Trump.

Non è un errore di coordinamento, ma un messaggio preciso di Netanyahu: il cessate il fuoco è un vestito che indosso per le telecamere di Washington, ma sotto porto l’uniforme da combattimento.

Ormai, chiunque abbia competenze e titoli in Geopolitica, e non ragioni per sentito dire o per pavoneggiarsi sui social, sa bene che Netanyahu può solo sperare in una guerra perenne in Medio Oriente, altrimenti la sua vita politica finisce e i tribunali gli saltano al collo.

Infatti, sarebbe difficile spiegare i tanti danni subiti in patria, i morti, nonché i soldi spesi e, soprattutto, l’immagine della nazione precipitata ai minimi termini, senza una qualche vittoria da sbandierare come controprartita.

Non a caso, si moltiplicano le manifestazione di israeliani contrari al loro stesso governo, sia in patria sia all’estero.

D’altronde, l’Iran è ancora in piedi, con il totale controllo dello stretto di Hormuz e una consapevolezza missilistica granitica rispetto a quella che aveva a febbraio, forte di aver messo in scacco gli americani e bucato più volte il sistema di protezione missilistica israeliano, che era considerato inviolabile.

Su diversi membri del governo di Tel Aviv pendono mandati di cattura internazionale e diverse nazioni hanno interrotto i rapporti diplomatici e commerciali, chiedendo di imporre sanzioni a causa delle continue violazioni del Diritto internazionale e dei crimini contro l’umanità.

IL BLUFF DEL “PAZZO”

Ma quella di Trump sarà una mossa dettata da un barlume di lucidità mentale o è solo strategia?

Le fonti di Axios riferiscono che Trump ha definito Netanyahu “pazzo”, ma se dai del pazzo a chi stai armando e finanziando, il problema non è la sanità mentale di chi riceve le bombe, ma la complicità di chi tiene il portafogli aperto.

Trump recita la parte dello sceriffo furioso che ha perso il controllo della sua stella, ma il flusso di armamenti non si è interrotto per un solo secondo. Né si è interrotto da alcuni altri paesi occidentali, tra cui il nostro.

Chiamarlo “pazzo” è l’espediente retorico per lavarsi le mani del sangue libanese davanti agli elettori arabo-americani del Michigan, in previsione delle elezioni di metà mandato, in cui Trump sembra destinato a una sconfitta eclatante.

Ed è anche un tentativo disperato di evitare che l’Iran abbandoni il tavolo delle trattative, perché gli USA non possono più permettersi di restare impantanati in Medio Oriente, mostrando alla Cina tutta la fragilità politica e militare di Washington.

IL NULLA VESTITO DA TRICOLORE

Infine, l’errore dell’Europa, e dell’Italia in particolare.

Ci dicono che abbiamo un “ruolo internazionale”, poi Israele bombarda a pochi metri dai nostri soldati Unifil, tortura cittadini italiani della flottiglia, e noi rispondiamo con “condanne a denti stretti” mentre continuiamo a fatturare con Tel Aviv.

Tutto mentre invochiamo la Terza Guerra mondiale per un drone in Romania, gridando all’attacco russo prim’ancora che le autorità rumene stabiliscano che il drone era stato deviato dalla contraerea ucraina.

E tutto mentre partecipiamo attivamente ai venti pacchetti di sanzioni a Mosca in difesa di quel Diritto internazionale che la Russia ha solo sgualcito, mentre Israele lo ha appallottolato e ci è passato sopra con i piedi.

Perché, nella realtà dei fatti, siamo complici e impotenti di fronte al potere finanziario e dell’intelligence di Israele, con cui abbiamo stretto accordi anche per la nostra sicurezza sul Web.

Allora, Trump e Netanyahu stanno recitando?

Trump finge di comandare e Netanyahu finge di ascoltare, ma la verità è che, stando ai fatti, l’uomo forte è il criminale di Tel Aviv, visto che può fare qualunque cosa impunemente, senza rischiare neppure un misero pacchetto di sanzioni.

Forse, è per questo che sfoga la sua frustrazione contro gli innocenti, poiché, per molto meno, Putin ha già collezionato venti pacchetti di sanzioni.

Perciò, resta la barzelletta di una telefonata dove entrambi urlano, ma nessuno dei due riaggancia, perché, alla fine, la “macchina” deve continuare a correre.

Perché entrambi sono nella melma fino al naso: Trump, ha bisogno di non soccombere a novembre e di evitare come la peste ulteriori diffusioni dei file Epstein; Netanyahu deve evitare i giudici, sia quelli internazionali sia quelli interni, altrimenti la sua carriera e la sua vita da uomo libero finiscono.

Inoltre, entrambi sono alle prese con l’opinione pubblica interna, sempre più contraria alle loro politiche disperate, quanto folli.

Non ci resta che ridere, nell’apprendere che un bue ha dato del cornuto all’asino. O piangere, visto che abbiamo avuto la sciagurata coincidenza di vivere nella stessa era di questi pazzi e dei loro tifosi.

FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA. IL NUOVO FASCISMO CONTRO RUGGERI

di Pasquale Di Matteo

«Non ho mai chiesto di annullare il concerto di Enrico Ruggeri, non ho mai messo in discussione il suo valore artistico né il suo diritto di esprimere opinioni». Maria Cristina Baggi, capogruppo del Partito Democratico a Codogno, tenta la ritirata strategica dopo il disastro di comunicazione per sé e per il suo partito.

Nel frattempo, il suo partito ha appena sollevato un polverone politico chiedendo conto all’amministrazione della presenza del cantautore alla Notte Bianca del 4 luglio.

L’imputazione non riguarda la scaletta prevista, il cachet o questioni di ordine pubblico. Riguarda la fedina sanitaria dell’artista e le sue opinioni.

Sì, perché, proprio come durante l’era Covid, per certuni, avere opinioni diverse è un reato. Proprio come durante il fascismo.

Codogno è il chilometro zero della pandemia in Italia. La lapide del paziente uno.

Per il fronte progressista locale, ospitare un musicista che tra il 2020 e il 2022 ha criticato vaccini, mascherine e l’impianto del Green Pass, definendo la narrazione pandemica “indotta e pilotata”, equivale a profanare un sacrario.

Peccato che, nel frattempo, si sia scoperto che il green pass era solo discriminazione, senza alcuna base scientifica a supporto, e che dietro le mascherine vi sia stato un giro di soldi e di scandali a dir poco orribile. Peccato che gli stessi vertici di Pfizer abbiano ammesso, di fronte al Parlamento europeo, che non esisteva alcuna prova della validità dei vaccini.

Evidentemente, Maria Cristina Baggi e il PD sono stati distratti, in questi anni.

Il sindaco di centrodestra, Francesco Passerini, tiene il punto. Ribatte che la musica non si piega alle censure preventive.

Ruggeri, intanto, osserva il becero teatrino che puzza di fascismo dal suo profilo social e chiude la pratica con la freddezza di uno screenshot: «Tranquilli, io non faccio comizi».

Come a dire, “non mi abbasso al vostro livello.”

L’episodio potrebbe esaurirsi qui, derubricato a scaramuccia di provincia, invece è il sintomo di una patologia nazionale che oggi, 2 giugno, giorno in cui la macchina dello Stato mobilita tricolori e fanfare per ricordare la sconfitta storica della dittatura, mostra la sua faccia più feroce e drammatica.

IL MANGANELLO ETICO E IL DOPPIO STANDARD

Il fascismo storico è morto. Il fascismo metodologico, invece, gode di ottima salute.

Ha dismesso le camicie nere per indossare i panni sterili del rigore morale e del politicamente corretto e questo nuovo autoritarismo non ha bisogno di milizie fisiche, poiché usa armi molto più affilate: la gogna pubblica, l’esclusione sociale, la profilazione ideologica.

Con Povia, come con Ruggeri, come Hitler con l’arte degenerata.

È un sistema becero, cattivo, che non punisce il reato, ma il dissenso. Non reprime l’azione, ma il dubbio. Perché chi dubita, chi ha senso critico e cultura oltre la media, fa paura a ogni regime.

E quando a dubitare è un artista che ha un seguito, la storia ci insegna che i dittatori hanno sempre paura, perciò cercano sempre la repressione.

Enrico Ruggeri viene messo all’indice non per quello che farà sul palco, ovviamente, ma viene giudicato indegno per non essersi allineato quando il governo pretendeva obbedienza cieca.

È la cancellazione preventiva applicata all’emergenza sanitaria.

Fabio Bozzi, capogruppo di Fratelli d’Italia, ha fatto notare l’ovvio: i palchi dei concerti del Primo Maggio o dei festival estivi pullulano di artisti dichiaratamente di sinistra che trasformano le esibizioni in comizi fluviali di un’ora.

Nessuno chiede la loro censura o di non esprimere le loro opinioni. E giustamente! Perché, in una democrazia vera, la libertà di pensiero è sacrosanta e inviolabile.

Ruggeri, che vuole solo suonare i suoi pezzi storici, diventa un bersaglio perché ha osato deviare dal binario unico del pensiero consentito, anziché farsi pubblicità come Fedez e tanti altri, diventando megafoni del pensiero unico.

L’ILLUSIONE DEL CERTIFICATO VERDE E LA SCIENZA CHE SI SMENTISCE

Non sfugge nemmeno come l’apparato censorio che a Codogno chiede la testa dell’eretico si fondai su un totem ormai completamente sgretolato dai fatti.

Per due anni, l’Italia è stata il laboratorio occidentale dell’apartheid di Stato. Milioni di cittadini sospesi dal lavoro. Privati dello stipendio. Cacciati dai bar, dagli autobus, dalle piazze, dallo sport.

Tutto giustificato da un teorema martellato a reti unificate: il Green Pass garantisce luoghi sicuri, chi non si vaccina è un untore. Il presidente del Consiglio Mario Draghi lo ha trasformato in dogma di Stato il 22 luglio 2021, in diretta televisiva: «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire».

Era falso. Oggi è certificato che era falso.

Non è una tesi complottista, ma quanto messo a verbale da Janine Small, presidente della divisione mercati internazionali di Pfizer, nell’ottobre 2022, al Parlamento Europeo, quando un eurodeputato le ha chiesto se il vaccino fosse mai stato testato per prevenire la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato.

Small ha sorriso, prima di rispondere «No. Non c’era il tempo per testarlo.»

Non esisteva alcun dato, né uno studio, che dicesse che il vaccino fermasse il contagio. I vertici dell’azienda farmaceutica lo hanno ammesso candidamente.

Le istituzioni europee hanno incassato la dichiarazione in un silenzio tombale. Eppure, su quella falsità scientifica, il governo italiano ha costruito, votato e applicato uno strumento di coercizione sociale e politica che ha distrutto carriere, famiglie e legami sociali.

Evidentemente, qualche politico non ha avuto alcuna notizia dal 2022 a oggi ed è rimasto con lo smartphone in mano, pronto a mostrare il greenpass come qualcosa di cui andare orgogliosi.

LA COMMISSIONE DELLE VERITÀ TACIUTE

I dettagli di quell’operazione politica emergono oggi dai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Tra ostruzionismi disperati e aule semivuote, i documenti interni del Ministero della Salute, di AIFA e del Comitato Tecnico Scientifico stanno venendo a galla.

Le carte mostrano una gestione in cui la decisione di palazzo anticipava e piegava l’evidenza clinica. Mostrano direttive che ignoravano o minimizzavano le segnalazioni sugli effetti avversi dei vaccini per non intaccare la campagna di massa.

Il dissenso di medici e ricercatori veniva sistematicamente silenziato, punito con radiazioni dagli ordini professionali.

La verità blindata dell’emergenza è collassata sotto il peso dei suoi stessi atti burocratici.

Eppure, a Codogno, il Partito Democratico esige ancora “coerenza”. Rispetto per la memoria. Ma rispetto per chi?!

Per un paradigma che ha mentito sui presupposti fondamentali delle proprie imposizioni?!

Tutto mentre ancora non si ha il coraggio di guardare in faccia chi ha subito danni dal vaccino.

Chiedono il silenzio di Ruggeri perché l’artista ricorda loro ciò che hanno sostenuto, votato e preteso. La sua presenza è uno specchio che riflette l’autoritarismo latente di chi si crede virtuoso.

Chi non si è piegato al ricatto del lasciapassare, chi non ha mostrato il QR code ideologico richiesto dal ministero, resta un paria da bandire dalle feste cittadine.

Ecco, alla domanda “l’Italia corre un rischio fascista?”, la risposta è sì, certamente! E quanto accaduto a Ruggeri in queste ore ne è la prova.

LA REPUBBLICA DELLE PURGHE

I caccia sfrecciano sui Fori Imperiali sputando fumo verde, bianco e rosso. Le massime cariche dello Stato stringono mani e depongono corone d’alloro per ricordare a favor di telecamera che l’Italia ha ripudiato la dittatura.

Ma la realtà a livello del suolo viaggia su un binario opposto. L’alleato istituzionale giura fedeltà ai principi costituzionali, eppure, nel frattempo, gli arma il nemico, istituendo commissioni di purezza morale nei comuni di provincia.

Il sindacato FISI si è dovuto scomodare per inviare una lettera aperta al Comune di Codogno, ricordando che un cittadino non dovrebbe essere discriminato per aver esercitato il ragionamento critico.

Il fatto stesso che nel 2026 un sindacato debba spiegare a un partito politico le basi della democrazia liberale restituisce la misura esatta del disastro e anche il livello culturale di quel partito.

La democrazia decantata oggi tollera che un partito chieda di impedire a un lavoratore dello spettacolo di esibirsi non per incapacità manifesta, ma per le opinioni personali espresse anni prima, proprio come nelle più becere dittature.

L’ossessione per il controllo non è svanita con la revoca dello stato d’emergenza. Si è semplicemente trincerata nella prassi amministrativa quotidiana, dove ogni pretesto è utile per annientare la voce divergente.

Il 4 luglio Enrico Ruggeri salirà su quel palco in piazza. Prenderà il microfono e suonerà le sue canzoni.

Chi ha tentato di impedirglielo in nome del rispetto delle vittime rimarrà a casa a masticare fiele, illudendosi di difendere il passato mentre calpesta i diritti del presente e dimostra solo stupidità fascista.

I vertici di Pfizer hanno ammesso che i presupposti delle restrizioni erano illusioni politiche e che non vi fosse nessuna prova scientifica a supporto; i documenti governativi mostrano una scienza asservita alla convenienza ministeriale e le parate militari sfilano tra gli applausi celebrando una libertà riconquistata ottant’anni fa, che, nei fatti, non esiste.

E allora chi è davvero l’eversore pericoloso per questa Repubblica? Chi è davvero il fascista?

Il cantautore che pone domande e usa lo spirito critico, o il politico che tenta di impedirgli di cantare perché teme che possa esprimere la sua opinione?

Ci si augura che dalla segreteria del PD nazionale possano prendere le distanze da questi comportamenti censori, che nulla hanno a che fare con la democrazia e la libertà di opinione di una sana democrazia e di chi nel proprio nome ha l’aggettivo democratico.

LA TRUFFA DEI DRONI E LA GUERRA CHE L EUROPA VUOLE INVENTARSI A OGNI COSTO

di Pasquale Di Matteo

Repubblica e Corriere della Sera strillano alla “linea rossa superata”, all’allerta droni in Europa, al panico seminato da Vladimir Putin.

Passano poche ore e il presidente rumeno, Nicușor Dan, è costretto ad ammettere che Il drone è stato colpito dagli ucraini e ha deviato rotta, andando a schiantarsi oltre il confine.

Fine del fantomatico attacco all’Europa.

Ma i titoli restano sulle prime pagine per giorni e, soprattutto, restano i contratti.

Altre volte, era stato il missile ucraino a colpire oltre confine, come nel Baltico e in Polonia.

L’alleato sbaglia bersaglio e colpisce un Paese NATO. Il Paese NATO, invece di chiedere conto all’alleato, usa l’incidente per firmare assegni in bianco all’industria bellica, addebitandoli a una minaccia che in quel momento, su quel fazzoletto di terra, non esiste.

Questo è il meccanismo con cui oggi viene costruita, finanziata e venduta l’isteria bellica nel Vecchio Continente, una filiera perfetta che trasforma anche l’errore tecnico di Kiev nell’ennesima giustificazione per svuotare i bilanci pubblici europei.

IL MISSILE SBAGLIATO E LE FATTURE GIUSTE

L’Estonia ha appena installato i suoi primi dispositivi fissi di rilevamento anti-drone per difendersi dai russi. Peccato che i droni che finora sono caduti per sbaglio nel Baltico o in Finlandia, sollevando polemiche da parte dei cittadini, prontamente silenziate, fossero tutti di fabbricazione ucraina.

L’Europa orientale sta letteralmente acquistando difese contraeree miliardarie per proteggersi dai malfunzionamenti delle armi di Kiev, spacciandole ai propri contribuenti come scudi contro l’invasore di Mosca.

Una balla colossale per rapinare i cittadini europei. Almeno quelli più ingenui, che non si informano o che credono a chi scrive di pale e muli sul mainstream.

Non si tratta di un equivoco, ma di una strategia commerciale e politica.

I governi di Polonia, Romania e delle Repubbliche Baltiche sfruttano ogni caduta accidentale di rottami per invocare tavoli negoziali interni all’Alleanza Atlantica.

L’Institute for the Study of War (ISW) lo mette nero su bianco nei suoi bollettini: la NATO è chiamata a valutare accordi di difesa aerea integrata con l’Ucraina.

Indipendentemente dal fatto che le incursioni siano accidentali o deliberate, indipendentemente dal fatto che i droni siano russi o ucraini, il rottame cade, il contratto si firma, il fronte si allarga. Ti stanno trascinando in guerra per soldi.

Tutto questo avviene in un momento storico in cui i leader europei faticano a spiegare alle proprie piazze perché la crisi energetica, l’inflazione e il collasso del potere d’acquisto debbano cedere il passo all’acquisto di nuovi radar e batterie antiaeree.

La risposta la fornisce la stampa mainstream che fa propaganda al pensiero unico. Prima faceva terrore contro i novax, per difendere il dio vaccino, ora inventandosi minacce russe che non esistono.

Perché certi giornalisti hanno smesso di fare informazione e sono diventati leccapiedi del potere.

L’ARTICOLO 42 E IL SUICIDIO BUROCRATICO

La corsa al riarmo è solo il primo strato del problema. Il blocco dell’Est Europa ha un’agenda politica molto più radicale e pericolosa dei semplici contratti per la difesa aerea.

Baltici e Romania fanno pressioni asfissianti su Bruxelles per accelerare l’ingresso formale dell’Ucraina nell’Unione Europea e non c’è niente di romantico in questa fretta.

L’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona contiene la clausola di mutua assistenza.

Stabilisce che se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul suo territorio, gli altri Paesi dell’Unione hanno l’obbligo di prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso.

Significa che se hai un esercito che funziona, lo devi impiegare.

Portare un Paese belligerante all’interno dell’Unione Europea non significa salvarlo, ma vuol dire trasformare la guerra dell’Ucraina in un obbligo giuridico per l’Italia, la Francia e la Germania.

Farlo passare per un iter burocratico e civile è il capolavoro della diplomazia dei Paesi dell’Est, i quali, forti della loro vicinanza geografica a Mosca, dettano ormai la linea politica a un’Europa occidentale debole, afona e rassegnata a pagare i conti, retta da incompetenti allo sbaraglio che portano avanti trattative su WhatsApp per favorire mariti, amici o sé stessi.

Ogni riferimento a Ursula von der Leyen è ovvio, quanto logico.

Sperano di trascinare il blocco intero nello scontro frontale, usando i droni fuori rotta come prova generale di un’invasione che, nei fatti, non esiste.

UFO A MONACO E MISSILI SUI PROPRI SOLDATI

Quando i droni veri scarseggiano o si rivelano di marca ucraina, scatta la produzione di notizie dal nulla.

Aeroporto di Monaco di Baviera. Alcuni piloti segnalano alla torre di controllo un “oggetto volante sospetto”. Le agenzie battono il dispaccio, i grandi quotidiani italiani traducono, impaginano e pubblicano: allerta per un presunto drone russo nei cieli tedeschi.

Era il 2024, due anni fa. Era in un aeroporto internazionale come quello di Monaco, un groviglio di sensori, radar militari, radar civili, telecamere di sicurezza ad altissima definizione.

Migliaia di passeggeri che bivaccano nei terminal con uno smartphone in mano. Eppure, di questo drone russo avvistato sui cieli bavaresi non esiste una singola fotografia. Non c’è un tracciato radar reso pubblico, non c’è una misurazione, non c’è un rottame.

L’allarme si poggiava esclusivamente su una comunicazione radio vaga, però istantaneamente una minaccia russa al cuore dell’Europa.

Questa narrazione schizofrenica tocca il suo apice nella copertura della centrale nucleare di Zaporizhzhia.

Da mesi la struttura subisce attacchi con droni ucraini.

La stampa occidentale redige i pezzi con una grammatica omissiva studiata a tavolino: “Attacco a Zaporizhzhia”, “Droni sulla centrale”, senza mai specificare la paternità del lancio.

La centrale nucleare di Zaporizhzhia è sotto il controllo militare ed effettivo delle truppe russe da due anni. Mosca la presidia fisicamente.

All’interno operano gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, guidati da Rafael Grossi, i quali documentano e monitorano gli standard di sicurezza.

L’informazione occidentale chiede ai propri lettori di credere a un’operazione militare demenziale: i russi lancerebbero missili esplosivi contro una centrale nucleare occupata da sé stessi. Un auto-bombardamento per rischiare l’incidente radioattivo sulle proprie postazioni.

La verità è che a colpire Zaporizhzhia sono i droni di Kiev. Ma nominare il colpevole guasterebbe l’impalcatura delle fake news su cui si regge il sistema mainstream.

POLIGONO KIEV

Perché questa moltiplicazione di falsi allarmi, tra la centrale nucleare controllata dai russi, i Balitici e la Romania, arriva proprio ora?

Perché le notizie reali che arrivano dal fronte ucraino non seguono il copione dettato dai bollettini NATO.

L’Ucraina sta cedendo terreno, le incursioni in territorio russo provocano rappresaglie che mettono in ginocchio le infrastrutture energetiche di Kiev, e l’esercito ucraino sconta una carenza di uomini non più arginabile con la retorica della resistenza.

Inoltre, la popolazione ucraina si sta ribellando al regime di Zelensky.

Sono sempre più i video virali di persone che pestano i reclutatori per strada, nei bar, nelle palestre, uomini e donne che si difendono dai reclutatori del regime.

L’ultimo quello dei pugili che hanno dato una lezione ai soldati in mimetica che volevano rapirli per mandarli a morire al fronte.

Ecco perché, di fronte al vuoto di fanteria, si sperimenta la tecnologia estrema, ecco perché l’Ucraina si è trasformata in un poligono a cielo aperto per le aziende della difesa occidentali.

Come documentato dai report economici della CNBC, sul terreno ucraino si stanno accelerando i test di robot umanoidi militari. Macchine dotate di intelligenza artificiale, inviate nelle zone di combattimento ad alto rischio per operazioni di supporto logistico e ricognizione.

L’industria bellica, priva di restrizioni etiche in tempo di guerra, testa i propri algoritmi di sterminio sostituendo il soldato umano con la macchina.

Gli operatori del settore confermano la progressiva rimozione dell’elemento umano dalle decisioni sul campo. L’intelligenza artificiale impara a mappare e valutare in autonomia.

L’Ucraina perde uomini e testa robot per conto terzi. La Russia consolida le posizioni bombardando l’infrastruttura nemica. I Paesi europei dell’Est firmano contratti militari scaricando i costi della paura sulle tasse dei cittadini occidentali.

E i grandi giornali trasformano i droni ucraini malfunzionanti in invasioni russe per giustificare l’intero meccanismo, contando sull’ignoranza di chi legge queste panzane.

Il meccanismo è oliato e non prevede marce indietro. Quando il nemico non ti attacca, te lo inventi. Quando l’alleato ti lancia un drone in giardino per errore, compri un missile per abbattere l’inesistente drone russo.

Tanto pagano i cittadini europei occidentali, gli italiani, distratti dalle prime pagine, convinti di schivare una guerra che, in realtà, i loro stessi governi stanno disperatamente cercando di comprare per non dover ammettere di aver fallito, bruciando miliardi per aiutare l’Ucraina fino “alla vittoria”, come sosteneva Giorgia Meloni, ormai circa due anni fa, salvo affermare di non aver mai pronunciato quella frase, nonostante l’abbia detta in conferenza stampa, davanti a decide di telecamere, tanto da essere diventata una barzelletta nelle puntate di Crozza e di altri comici.

Le fatture sono già sui tavoli dei ministeri, la rapina ai danni dei cittadini europei è pronta.

Manca solo l’incidente giusto per incassare le fatture, svuotando ulteriormente la Scuola, gli ospedali, il welfare e il tuo conto corrente.

Ma, tranquillo: parafrasando Orwell, la Russia non ha più uomini né mezzi ed è al collasso, Mosca sta per attaccare l’Europa, il governo Zelensky è più democratico di quello di Tel Aviv.

“La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù” e “L’ignoranza è forza”.

LE MINE FANTASMA DI HORMUZ E IL SUICIDIO ECONOMICO DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

L’intelligence americana non ha trovato una sola mina iraniana nello Stretto di Hormuz, perciò, anche questa storia era una balla della propaganda occidentale.

Lo ammette un rapporto interno citato dalla rete statunitense Nbc.

Eppure, la narrazione ufficiale procede imperterrita, stampata a caratteri cubitali sui quotidiani di mezzo mondo: la Marina degli Stati Uniti starebbe scortando navi commerciali attraverso campi minati invisibili, sfidando il blocco di Teheran grazie a non meglio precisate soffiate segrete.

Soffiate che indicherebbero mine che per la stessa intelligence americana non esistono.

Il dettaglio che la via d’acqua sia una lingua di mare larga pochi chilometri, strettamente pattugliata dai guardiani della rivoluzione islamica, dove far passare un convoglio americano di nascosto è un’impresa fisicamente impossibile, viene derubricato a minuzia geografica.

Costruiamo crisi militari basate sul nulla per giustificare voragini economiche reali causate da politici incapaci, disastrosi.

Nel mezzo di questa fiera del grottesco dell’incapacità, l’Occidente ha deciso di indignarsi per l’abbattimento di un caccia F-15 statunitense nei cieli del Medio Oriente. Un caccia di una nazione che ne ha aggredita un’altra, in aperta violazione del Diritto internazionale.

Il problema, per i falchi di Washington e per i loro megafoni europei, non è la violazione di una tregua o il fallimento tattico del velivolo, ma è che il missile terra-aria e i radar di allerta precoce in grado di neutralizzare i sistemi stealth americani, finiti nelle mani dell’Iran, portano la firma di Pechino.

La Cina non esporta più chincaglieria e ha compiuto un salto quantico. Sforna tecnologia militare di altissimo livello, batterie, componentistica civile e sistemi di puntamento che surclassano le controparti occidentali.

In questo momento, la Cina è avanti all’Occidente di anni, forse di decenni.

Ma l’indignazione viaggia a corrente alternata: se gli Stati Uniti armano Kiev fino ai denti per logorare Mosca, i governi europei applaudono la difesa della democrazia; se Pechino vende radar a Teheran, si grida all’attentato contro l’ordine globale solo perché noi occidentali abbiamo l’arroganza e la presunzione di ritenerci nel giusto e migliori, anche quando i nostri ammazzano innocenti a Gaza con l’esercito “più morale al mondo”.

La diplomazia è morta, sostituita da una tifoseria da stadio che ignora i numeri, i morti e, soprattutto, i conti in banca dei cittadini che la finanziano.

Anche il buonsenso, la cultura e la logica, ma, ormai da diverso tempo, non fa più notizia.

L’INVASIONE SILENZIOSA A SESSANTA CHILOMETRI DA BEIRUT

Mentre l’Europa guarda lo Stretto di Hormuz terrorizzata da esplosivi immaginari, una guerra vera divora il Medio Oriente nel silenzio complice dei leader europei, compreso il governo italiano.

L’esercito di Tel Aviv ha superato il fiume Litani e si è spinto fino al fiume Zahrani. Sono sessanta chilometri a sud di Beirut. Decine di migliaia di civili libanesi sfollati, villaggi svuotati, infrastrutture polverizzate.

Le truppe israeliane allargano il perimetro con la scusa di sradicare le milizie di Hezbollah, il braccio armato finanziato dall’Iran che da mesi satura di razzi il nord di Israele.

Ma la risposta militare ha ormai superato i confini della deterrenza per trasformarsi in un’occupazione territoriale di fatto e non esiste norma o trattato internazionale per cui non si possa parlare di crimini di guerra e di violazioni del Diritto internazionale.

I governi europei, rapidissimi nello stracciarsi le vesti per i missili cinesi venduti agli ayatollah, non emettono un fiato contro il nuovo volto del male israeliano.

Fanno finta di credere ai negoziati di facciata. Le diplomazie occidentali diramano comunicati in cui si dicono fiduciose in un “cessate il fuoco imminente”, mentre i blindati israeliani piantano bandiere sempre più in profondità nel territorio di uno Stato sovrano che non ha né un esercito in grado di difenderlo né una classe politica capace di reagire.

L’Europa ha deciso da che parte voltarsi e, soprattutto, ha deciso di stare con chi viola il Diritto e commette crimini.

IL CONTO DELLA GUERRA SULLO STIPENDIO DA 1700 EURO

A pagare il conto di questo strabismo geopolitico non sono i generali o i ministri degli Esteri. Il conto lo paga il cittadino europeo. Ancora di più, lo paga il lavoratore italiano.

L’inflazione ha superato il 3%. I dati ufficiali dell’Istat, spesso edulcorati rispetto alla brutalità degli scontrini, certificano che la corsa dei prezzi è trainata dal costo dell’energia e dei trasporti.

Le rotte commerciali del Mar Rosso sono paralizzate. Il transito via Hormuz costa uno sproposito in premi assicurativi, anche per le navi che non rischiano di saltare su mine inesistenti e l’effetto a cascata è immediato.

Chi percepisce uno stipendio fermo a 1700 euro al mese viene letteralmente espropriato del proprio potere d’acquisto. Chi guadagna ancora meno, diventa sempre più povero.

Aumenta la benzina, a due euro al litro e destinata a continuare a salire. Aumenta il gasolio. Di conseguenza aumentano il pane, la pasta, il latte, la farina…

Una busta della spesa mezza vuota oggi costa 50 euro. Domani costerà ancora di più.

Questo è il prezzo della politica muscolare e idiota che rifiuta il negoziato. Invece di usare il peso commerciale dell’Unione Europea per imporre tavoli di pace, gli incompetenti leader del Vecchio Continente hanno sposato la retorica del riarmo totale.

Le conseguenze sono matematiche: per finanziare la produzione di munizioni, blindati e droni da spedire sui fronti altrui, gli Stati europei devono emettere nuovo debito. Per piazzare questo debito, offrono rendimenti più alti.

La Banca Centrale Europea si prepara a mantenere alti i tassi di interesse, con il risultato che i mutui a tasso variabile delle famiglie italiane si impennano.

Lo Stato spende miliardi in più per pagare gli interessi sui Btp, sottraendoli alla sanità pubblica, alle scuole, ai trasporti civili.

Stiamo smantellando il welfare, la ricerca, l’Università e gli ospedali per ingrassare i bilanci dell’industria bellica, convincendo la popolazione che stringere la cinghia sia un atto di eroismo contro i tiranni d’Oriente, mentre è solo la diretta conseguenza della totale incompetenza degli attuali leader.

L’OMBRELLO BUCATO E I DRONI IMMAGINARI

La tragedia sfiora il ridicolo quando si analizza il livello di psicosi mediatica con cui viene giustificato questo salasso.

Nei giorni scorsi, agenzie di stampa e televisioni europee hanno battuto per ore la notizia di un attacco di droni russi sul territorio della Romania. Pagine di inchiostro versate sul rischio di attivazione dell’Articolo 5 della Nato, sulla Terza guerra mondiale alle porte.

Poi, la smentita, che non è arrivata da un blogger filo-putiniano, ma dal presidente rumeno in persona: nessun drone russo ha mai attaccato il Paese.

Infatti, quel drone è stato lasciato passare, deviato dalle difese ucraine, perché si riteneva fosse di Kiev.

Nel frattempo, un quotidiano riusciva persino a titolare su un “presunto drone avvistato a Monaco”, chiuso e riaperto l’aeroporto.

L’Occidente vive in un perenne stato di allucinazione militarista portato avanti dalla propaganda che cerca in tutti i modi di far scoppiare una guerra in tutta Europa, unica situazione che potrebbe salvare dal fallimento totale i leader che giuravano che Mosca fosse al collasso a settembre 2022.

Il paradosso finale riguarda proprio l’alleato per il quale l’Europa si sta dissanguando. Gli Stati Uniti che chiedono al Vecchio Continente di armarsi, di spendere oltre il 2% del Pil in difesa, di tagliare i ponti commerciali con la Cina, di sostenere ogni crimine israeliano. Ma l’ombrello protettivo americano, in caso di vera crisi, è pieno di buchi, con una tecnologia e un esercito superati, come si è visto sia in Ucraina sia in Iran.

Quando l’amministrazione Trump si trovò ai ferri corti con la Corea del Nord per la questione nucleare, ritirò frettolosamente una parte dei sistemi missilistici schierati a difesa di Seul. Di fronte all’escalation, Washington ha badato ai propri calcoli strategici, lasciando l’alleato sudcoreano scoperto davanti alle batterie di artiglieria di Kim Jong-un.

Pensare che l’esercito americano sia pronto a immolarsi in massa per difendere i confini europei o le rotte mediterranee, in uno scenario di conflitto allargato, è un atto di fede che rasenta il patologico.

Ma vista l’endemica stupidità di chi ancora crede alle pale dell’Ottocento, ai muli e alle altre supercazzole raccontate da mainstream…

Se i sistemi di difesa aerea americani schierati in Medio Oriente vengono elusi e abbattuti dai nuovi radar cinesi venduti all’Iran, su cosa si basa esattamente l’arroganza dell’Occidente?

La sicurezza non si ottiene minacciando dazi, alzando i toni, gonfiando la spesa pubblica a debito e diffondendo bufale sui campi minati, ma sedendosi a un tavolo con le potenze emergenti.

Riconoscendo che la Cina non è più l’officina del mondo, ma un colosso in grado di spostare gli equilibri militari globali. La più avanzata superpotenza militare e tecnologica sul pianeta.

Mentre i telegiornali della propaganda europea misurano l’apertura alare di droni fantasma caduti in Romania e il governo italiano raschia il fondo del barile per trovare i soldi da dare alle aziende produttrici di armi, un pensionato controlla lo scontrino della spesa e scopre che non arriva alla terza settimana del mese, uno studente capisce che non può mantenersi agli studi e una donna deve chiedere una colletta per un intervento che la Sanità pubblica le offre solo tra due anni.

Questo è l’unico vero bilancio di vent’anni di esportazione della democrazia e di sanzioni chirurgiche della nostra fallimentare politica.

In Libano i confini vengono ridisegnati a colpi di artiglieria, in Ucraina si bruciano generazioni per mantenere posizioni indifendibili, a Washington si stampano rapporti fittizi sulle minacce marittime.

Da noi, intanto, i prezzi salgono e i servizi si tagliano per finanziare la guerra in Ucraina.

Perché non stiamo armando l’Europa per difenderci da una minaccia reale, ma stiamo inventando minacce per giustificare un sistema che si nutre esclusivamente di paura e debito pubblico, per ingrassare i conti di chi ha interessi nelle fabbriche di armi.

FARG² A RAVENNA, QUANDO L’ARTE INCONTRA IL MITO DI DANTE

di Pasquale Di Matteo

L’arte non è solo quella che resta appesa a un muro, in una galleria importante o meno che sia, ma è posizionamento, è comunicazione, è la capacità di occupare uno spazio mentale (e digitale) che prima non esisteva.

Un tempo, bastava fare una mostra. Anzi, era fondamentale esporre in una mostra. E più mostre facevi, più esclusivo era il contesto, maggiore era la tua esposizione d’artista e le possibilità di entrare nei meccanismi dell’arte che conta.

L’ultima tappa del duo Farg², composto dai pittori mantovani, Alessandro Rinaldoni e Francesca Ghidini, al Simposio delle Arti – Premio Dante di Ravenna, non è stata “solo una mostra”.

Ravenna è un territorio ancora inesplorato per il duo, perciò dimenticate per un attimo l’estetica e guardate la geografia. Ravenna, il Centro Dantesco dei Frati, la Tomba di Dante. Stiamo parlando di uno dei “KM Zero” della cultura mondiale, un punto focale per la cultura di tutto il mondo, dove riposa la salma di un uomo che si studia in tutte le scuole del pianeta. Tutte o quasi.

Portare l’arte mantovana nel santuario del Sommo Poeta significa una cosa sola: validazione.

Significa accostare il proprio nome a quello di Dante, non per pavoneggiarsi, ma perché, per l’algoritmo di Google e per i collezionisti, Farg² non è più solo un duo emergente, ma è un’entità che dialoga con la storia.

Poiché, se sei tra i nomi selezionati, come mostra la lista ufficiale dei partner e degli artisti, smetti di essere “uno dei tanti” e diventi scelto.

Osservando bene i loghi che campeggiavano sul banner dell’evento, Sky, Mondadori Store, La Feltrinelli, Amazon, TG Italy, vengono i brividi.

Il duo mantovano di Ghidini e Rinaldoni è lì, in mezzo a quel gruppo di icone di successo. Inoltre, c’è un dettaglio che in questo Simposio ha aggiunto un livello di profondità incredibile. Parlo dell’incontro con Giancarlo Scarchilli, regista e autore di “Geppetto”, e della dedica lasciata a Francesca:

“A Francesca, che continua a coltivare la bambina… non tradire mai la bambina che hai dentro di te”.

Giancarlo Scarchilli

Se Alessandro è la materia, lo spazio, la struttura, la mano che ha dovuto reimparare a tracciare geometrie dopo la sfida della disabilità, come emerso nella brutale e magnifica intervista con Salvo Nugnes, Francesca è l’emozione pura, quella bambina che non accetta di essere addomesticata dal mondo degli adulti, dalle mode, dalle regole, da ciò che è giusto e cosa no, deciso a tavolino, dal “si fa così”.

Il segreto del loro successo?

L’equilibrio al quadrato. Alessandro costruisce la casa, l’ordine, mentre Francesca ci mette il cuore, l’anima e il caos.

L’ARTE DEL DUO FARG

Durante l’intervista, Salvo Nugnes ha scavato a fondo nella vita di Alessandro e nella forza espressiva di Francesca. A Ravenna, quel confronto è diventato una “Menzione Speciale”.

D’altro canto, la produzione artistica di Farg² è un audace esperimento di sincretismo semantico, in cui la dialettica tra l’ordine e l’urgenza espressiva smette di essere un mero conflitto estetico per farsi architettura dell’anima.

In questo “ecosistema al quadrato”, la ricerca di Alessandro Rinaldoni funge da impalcatura, con le sue cromie liquide; il suo segno, forgiato in una geometria liquida che è, al contempo, limite e libertà, frutto di una resilienza fisica che ha trasformato la tecnica in necessità etica, tenta di mappare l’invisibile con il rigore calligrafico dei grandi maestri del Rinascimento mantovano.

A questa struttura liquida, metafora della liquidità sociale di cui parlava Bauman, si unisce la fenomenologia cromatica di Francesca Ghidini: una pittura materica, pulsante e viscerale, che agisce come un flusso emotivo, capace di travolgere la rigidità della forma per restituirle una voce umana, dell’anima.

L’uso sapiente di frammenti di specchio e inserti materici non è un semplice vezzo decorativo, ma un dispositivo psicologico che trasforma la tela in un palinsesto interattivo per cui l’opera non si limita a farsi guardare, ma costringe il fruitore a guardarsi, incorporando il riflesso del mondo esterno in un vortice di rinascite, simboleggiate da una metamorfosi segnica, come la farfalla, che è ormai cifra stilistica del brand.

L’arte di Farg² non è la somma di due stili, dunque, ma la creazione di un terzo spazio, di un’infosfera cromatica dove l’impegno sociale e la cura del dettaglio pittorico convergono per dimostrare che l’arte rimane, ancora oggi, il più potente strumento di connessione tra la fragilità umana e l’eternità dell’idea.

Segnatevi questi nomi: Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, oltre al loro brand, naturalmente, Farg².

Ne sentiremo parlare in futuro.