Stiamo perdendo. Quindi, abbiamo vinto.
Sembra una barzelletta o una scena tratta da un film della serie sull’iconico personaggio di Ugo Fantozzi, ma è il nuovo mantra geopolitico dell’Occidente.
È il distillato di saggezza, degno del peggior guru motivazionale di provincia, che i nostri governi e i megafoni del pensiero unico ci propinano quotidianamente a reti unificate, nella speranza che, continuando a ripetere sciocchezze, qualcuno le prenda per realtà.
Da una parte c’è la narrazione virtuale, quella dei “giornaloni” e delle veline governative, infarcita di trionfalismi per un drone che colpisce una raffineria in Crimea; dall’altra c’è la cruda, inesorabile e sanguinosa realtà del campo di battaglia, che ci racconta una storia diametralmente opposta, fatta di arretramenti, di città strategiche perse e di una macchina della propaganda che gira a vuoto per nascondere il disastro dei leader europei e di tutta la stampa che in questi quattro anni ha parlato di Mosca al tappeto, di controffensive che penetravano la Russia in profondità, di pale, muli e altre panzane.
IL COLLASSO DI COSTANTINIVKA E LA FARSA DEI MILIARDI
Basta spegnere la “Tele-Kabul” atlantista per accorgersi che l’esercito ucraino è allo stremo.
Mentre a Bruxelles e a Washington si stappano bottiglie di champagne per qualche attacco isolato, al fronte le truppe di Kiev arretrano pesantemente.
L’esempio di Costantinivka è emblematico: la città è ormai accerchiata, eppure, la grancassa mediatica continua a ripeterci che i russi sono a corto di uomini, che combattono con le pale, che non hanno più mezzi né munizioni.
Ma come farebbero ad avanzare se fossero davvero in simili condizioni?
Se l’Ucraina sta davvero stravincendo, se la Russia è sull’orlo del collasso come ci raccontano, perché mai Kiev continua a battere cassa chiedendo decine di miliardi di dollari ai Paesi NATO?
È in arrivo un’ennesima richiesta di 20 miliardi, un pozzo senza fondo.
Ma, se sei a un passo dalla vittoria, non hai bisogno di svuotare costantemente i forzieri dei contribuenti europei e americani. Perciò, o quei soldi finiscono altrove, o il fronte racconta un’altra verità.
IL PIANO DI PACE (PER FARE LA GUERRA) E LE VELINE DELL’INTELLIGENCE
E poi c’è il capolavoro della finta diplomazia.
Recentemente, gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito si sono presentati a Mosca con l’obiettivo dichiarato di giungere alla pace, ma con quello reale della provocazione. Hanno messo sul tavolo un piano in cinque punti che ricalcava pedissequamente le richieste di Volodymyr Zelensky.
In sintesi: ritiro totale russo, pagamento dei danni di guerra e ingresso delle truppe NATO in Ucraina. In pratica, hanno chiesto a un Paese che sta vincendo militarmente di firmare una resa incondizionata.
I russi non l’hanno presa benissimo e hanno rispedito la proposta al mittente, bollando le mosse occidentali come “politiche distruttive”. E, vista la situazione industriale europea e i costi energetici alle stelle, i russi non hanno tutti i torti a parlare in quei termini.
Per coprire questi fallimenti diplomatici e militari dei leader europei, entra in gioco la disinformazione.
Enti come l’ISW (Institute for the Study of War) e le intelligence occidentali vengono apertamente accusati di manipolare la realtà e, per accusarli, si fabbricano false prove.
Cioè, per la propaganda di casa nostra, persino la CIA, istituti d’osservazione geopolitica americani e i satelliti in orbita intorno al nostro pianeta sarebbero al soldo di Mosca. Dei putiniani.
Si esaltano danni irrisori alle infrastrutture russe spacciandoli per colpi di grazia e si arriva persino a sospettare l’uso dell’Intelligenza Artificiale per creare video ad hoc.
Qualunche idea fantozziana fa brodo pur di nascondere le perdite ucraine e alimentare l’illusione della vittoria ucraina imminente.
LA FUGA DI GIORGIA MELONI E IL CLUB DEI LEADER AZZOPPATI
E in questa sceneggiatura fantozziana, spiccano i movimenti dei leader politici. O meglio, le loro assenze.
L’assenza di Giorgia Meloni agli ultimi due vertici internazionali sull’Ucraina, in Montenegro e a Londra, non è affatto un disguido, ma una mossa politica precisa e calcolata.
La Presidente del Consiglio ha fiutato l’aria e ha deciso di sfilarsi dal tavolo di chi, in questo momento, è politicamente moribondo e con la popolarità interna ridotta ai minimi termini.
A stringere la mano a Zelensky a Londra c’erano Starmer, Macron e Merz, un club di leader azzoppati, politicamente debolissimi in patria, bocciati dai propri elettori e disperatamente alla ricerca di visibilità internazionale per dare un senso ai loro fallimenti.
Questi leader non cercano la pace, che li manderebbe direttamente nel cassetto del dimenticatoio, ma la “guerra permanente”, un conflitto a bassa o media intensità che duri all’infinito, utile per giustificare stati d’emergenza continui e per distrarre le proprie opinioni pubbliche dai disastri interni e in politica estera.
L’INGRESSO NELL’UE E LA DIPLOMAZIA DELLE BOMBE
Zelensky ha recentemente inviato una presunta “lettera di pace” a Vladimir Putin, ma che non ha neanche lontanamente le sembianze di un ramoscello d’ulivo, ma somiglia più a un insulto diplomatico in piena regola, reso ancora più grottesco dal fatto che è stato recapitato subito dopo un attacco di droni ucraini su San Pietroburgo, lanciato proprio mentre il Cremlino apriva un vertice internazionale.
È la diplomazia delle bombe. Si finge di trattare mentre si getta benzina sul fuoco.
In questa cornice, anche la forzatura per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea diventa un’arma di distrazione di massa. Non un percorso di integrazione, ma un tassello della guerra permanente.
Non a caso, al Parlamento Europeo, Fratelli d’Italia si è recentemente astenuta nella votazione sull’ingresso di Kiev e dei Balcani nell’UE. Un segnale chiaro che la luna di miele del trionfalismo atlantista e del sostegno “fino alla vittoria dell’Ucraina” sta finendo e le crepe nel muro iniziano a farsi evidenti.
D’altronde, i cittadini europei, soprattutto quelli messi peggio, come gli italiani, si rendono sempre più conto di come miliardi di euro delle nostre tasse, vengano bruciati ogni mese nel tritacarne ucraino, per una guerra che l’Ucraina può solo perdere.
E mentre chi ha interessi economici nella guerra stacca dividendi da record, la gente comune paga il conto.
Lo paghiamo con una crisi energetica che ci strangola, con l’inflazione che corrode i salari, e con i servizi pubblici ridotti ai minimi termini.
I ponti e gli ospedali cadono a pezzi, la sanità pubblica è al collasso, le liste d’attesa sono infinite. Non ci sono soldi per curare i malati, ci dicono. Poi, in un batter di ciglia, si trovano sempre venti, trenta, cinquanta miliardi per foraggiare un conflitto senza fine che manda a morire giovani ucraini.
Stiamo perdendo. Quindi abbiamo vinto, ci dicono i Fantozzi che guidano le nazioni più influenti d’Europa e la Commissione europea, ma l’unica cosa certa, in questa grottesca commedia, è che a perdere davvero siamo sempre e solo noi cittadini comuni.









