“Ho annullato gli attacchi e i bombardamenti contro l’Iran questa sera”.
Lo ha scritto Donald Trump su Truth l’11 giugno 2026.
L’annuncio arriva parallelo all’ennesimo annuncio di un accordo “storico” approvato dai vertici di mezzo mondo, da Israele all’Arabia Saudita, dal Qatar al Pakistan.
Tutto risolto, insomma.
Peccato che poche ore dopo, con i mercati in attesa di riaprire, lo stesso Trump si sia seduto nel salotto televisivo di Fox News per vantarsi di aver appena sganciato ordigni per 250 milioni di dollari sulle infrastrutture iraniane.
Duecentocinquanta milioni di dollari per festeggiare la pace.
Il problema è che la schizofrenia della Casa Bianca non è un difetto di comunicazione, ma è il sintomo di un impero che ha smarrito la grammatica del potere e tenta di compensare l’impotenza strategica con ciò che resta della sua forza militare.
L’amministrazione americana è incastrata in un meccanismo perverso. La dottrina della “massima pressione”, rispolverata e applicata all’ennesima potenza, è fallita.
L’idea che bastasse una prova muscolare schiacciante per costringere Teheran a firmare una resa diplomatica si è schiantata contro la realtà del Golfo Persico. Trump aveva un piano elementare: sequestrare le risorse petrolifere dell’Iran, occupare l’isola di Kharg, snodo vitale per l’esportazione di greggio, e replicare il modello di strangolamento economico già testato con il Venezuela.
Il Segretario alla Difesa – o della guerra – Pete Hegseth, lo ha tradotto in dottrina militare davanti alle telecamere: «Se abbiamo bisogno di un negoziato con le bombe, negozieremo con le bombe.»
Oh, di bombe ne sono cadute e per miliardi di dollari, ma Teheran non si è piegata.
Al contrario, la Repubblica Islamica ha risposto con attacchi missilistici massicci che hanno distrutto basi americane nei paesi limitrofi e danneggiato diverse strutture di chiunque le ospiti, inoltre ha messo in ginocchio l’Occidente.
Lo Stretto di Hormuz è sigillato, una lingua d’acqua stretta e vulnerabile attraverso cui transita una fetta smisurata del fabbisogno energetico mondiale, bloccata da droni e navi pattuglia dei Pasdaran.
Anche dopo le famose bombe americane per 250 milioni di dollari, la scorsa notte l’Iran ha colpito i terminali americani e le basi alleate sparsi nella regione, dal Bahrein alla Giordania, fino al Kuwait. Diciotto attacchi mirati in una sola notte che hanno bucato i sistemi di difesa antiaerea che Washington garantiva come impenetrabili.
Il Presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha preso la parola a Teheran per ribadire che non ci sarà nessuna rinuncia al programma nucleare, nessuna concessione sulla sovranità territoriale e la promessa di trascinare gli Stati Uniti in un “pantano senza fine”, volto a disintegrare i mercati energetici e le infrastrutture occidentali per costringere Washington alla resa.
L’Iran sta vincendo la partita perché non la sta perdendo, come, invece, era scontato nelle aspettative americane.
Come analizzato lucidamente dal direttore di Limes Lucio Caracciolo, il regime di Teheran ha incassato i colpi, ha centralizzato il potere militarizzando ulteriormente lo Stato e ha mantenuto il coltello puntato alla giugulare dell’economia mondiale.
Chi controlla Hormuz decide il prezzo della sopravvivenza occidentale e Hormuz è sotto il totale controllo di Teheran.
Mentre Trump continua il delirio di paci immaginarie e sgancia bombe vere, l’epicentro del disastro si sposta qualche centinaio di chilometri a ovest, in Libano, dove va in scena la seconda clamorosa smentita della propaganda trumpiana.
Il presidente americano dichiara chiusi i fronti, ma Benjamin Netanyahu agisce come se la Casa Bianca non esistesse. Anzi, come se fosse una sua dépendance e Trump un barboncino che abbia, ma è tenuto al guinzaglio nel recinto dei file Epstein.
Nelle ultime quarantotto ore, l’esercito israeliano ha raso al suolo interi quadranti della Valle della Beqa con oltre duecento raid aerei.
Il bilancio sul terreno, tenuto fuori dai comunicati trionfali di Tel Aviv che parlano di eliminazione dei vertici di Hezbollah, conta settemila morti e diecimila feriti tra la popolazione civile.
Un’invasione su larga scala, l’annientamento di infrastrutture civili, una marea di sfollati che preme sui confini sventrati del Medio Oriente.
Un disastro umanitario di proporzioni bibliche.
Netanyahu ha annunciato a reti unificate che la guerra in Iran e in Libano non è affatto conclusa, stracciando in diretta mondiale la bozza di accordo che Trump aveva rivendicato poche ore prima.
In pratica, il governo israeliano calpesta le linee rosse americane perché sa di poterlo fare, sa che Washington non può fare niente per fermare Israele, altrimenti i vertici della Casa Bianca, e non solo, potrebbero trovarsi a dover rispondere ai giudici di chissà quali fatti nascosti nei file Epstein.
E risulta sempre più chiaro che a scrivere le regole d’ingaggio dell’esercito americano siano i pazzi di Tel Aviv.
Le analisi più crude, discusse senza filtri nei circuiti di intelligence e rilanciate da osservatori di primissimo piano, indicano una dipendenza patologica di Trump dal premier israeliano, una subalternità che non si spiega solo con il calcolo elettorale o l’allineamento ideologico, ma che è sempre più probabile che si nasconda all’ombra del ricatto.
Informazioni, dossier, legami inconfessabili. Il nome di Jeffrey Epstein, frequentatore degli stessi salotti dorati battuti da Trump e nodo di una rete di ricatti di altissimo livello, viene evocato esplicitamente per spiegare l’inspiegabile: un Presidente americano che ubbidisce ai diktat di un alleato teoricamente dipendente in tutto e per tutto dalle forniture di armi di Washington.
Israele sa esattamente cosa vuole: trascinare gli Stati Uniti in uno scontro frontale e definitivo contro l’Iran, l’unica opzione che Netanyahu considera valida per garantirsi la sopravvivenza politica e, forse, fisica dello Stato ebraico. E, soprattutto, la sua libertà, perché, se la guerra termina, il suo futuro sarà tra tribunali, inchieste e, probabilmente, prigioni.
Poco importa se una maggioranza schiacciante dell’opinione pubblica israeliana non creda affatto a una vittoria totale contro Teheran e sia sempre più coperta di vergogna per il suo governo dai metodi nazisti che offende la storia del suo stesso popolo.
Ma Netanyahu tira dritto, gioca d’azzardo con la propria esistenza e spende i dollari e la faccia degli Stati Uniti.
L’America, di contro, si muove alla cieca, guidata da un presidente sotto ricatto, a capo di un’amministrazione che colpisce a caso per simulare autorevolezza. Sgancia bombe per dimostrare al proprio elettorato di non essere debole, mentre i suoi generali pregano che nessun missile iraniano centri una portaerei nel Golfo.
Dopo che la potenza di fuoco non è stata capace di piegare il nemico, ora la usano per esorcizzare il terrore di essere scoperti per quello che sono: ostaggi.
Ostaggi di Teheran, che tiene in ostaggio il prezzo del greggio mondiale. Ostaggi di Israele, che detta l’agenda bellica, costringendo la superpotenza americana a coprirle le spalle in una carneficina libanese senza sbocchi politici.
I negoziatori sono marionette superate dagli eventi scatenati dal pazzo di Tel Aviv. Trump annuncia paci storiche mentre ordina raid punitivi, in preda al caos e a ogni stretta dei testicoli del suo capo israeliano.
Teheran incassa i colpi, bombarda postazioni americane in tutta la regione dopo ogni attacco di Washington e tiene chiuso il rubinetto del petrolio.
Netanyahu bombarda Beirut ignorando le telefonate del cagnolino che abbaia a Washington.
Tutti siedono al tavolo delle trattative con una pistola carica puntata alla tempia dell’altro, convinti che sarà il vicino a battere le palpebre per primo, con la goccia di sudore che cade dalla fronte prima della resa.
Nel frattempo, i contatori girano. Quello dei miliardi bruciati in armamenti e quello dei civili morti sotto le macerie.
Quello che i film hollywoodiani ci hanno raccontato da sempre come l’esercito più potente del mondo aspetta ordini da un presidente che aspetta, a sua volta, il permesso del suo alleato più folle e criminale, mentre il presunto nemico sconfitto da tre mesi continua a controllare lo stretto di Hormuz e a detenere oltre il 70% del suo immenso e potentissimo arsenale missilistico.

