LA BULGARIA STACCA LA SPINA ALL’EUROPA CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“L’Ucraina ha già armi a sufficienza. La guerra non si risolve combattendo.”

A pronunciare queste parole, il 9 giugno 2026, non è un comitato di pacifisti in piazza, ma Dimitar Stoyanov, ministro della Difesa della Bulgaria, Paese membro dell’Unione Europea e della Nato.

Fino a ventiquattr’ore prima, l’esecutivo di Sofia aveva spedito a Volodymyr Zelensky tredici pacchetti consecutivi di forniture militari. Veicoli blindati, missili anticarro, cannoni antiaerei, mortai.

Armamenti spesso triangolati nel silenzio, tramite Paesi terzi per non irritare troppo l’opinione pubblica interna.

Oggi, il blocco totale. Fine delle spedizioni.

L’Unione Europea, che da due anni e mezzo martella sul tamburo dello sforzo bellico a oltranza, si sveglia con un cratere sul fianco orientale che pensava di aver tappato dopo che in Ungheria si era eclissata la stella di Orban.

LA RITIRATA DI SOFIA E IL CORTOCIRCUITO DELLE SANZIONI

La rottura bulgara non è un incidente di percorso, ma una deliberata inversione a U, avallata e voluta dal primo ministro Rumen Radev. Ex comandante dell’aeronautica militare bulgara, transitato dalla presidenza della Repubblica alla guida del governo, Radev ha semplicemente fatto i conti e si è reso conto che la guerra di logoramento dissangua chi la finanzia e non sposta la linea del fronte da più di tre anni.

E così, mentre a Bruxelles la presidente della Commissione Ursula von der Leyen sale sul pulpito per annunciare l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, il ventunesimo, ormai roba da collezionisti, perché i precedenti non hanno sortito effetti, se non nelle tasche degli europei, Radev rema nella direzione contraria.

Chiede apertamente la rimozione dell’embargo contro il Cremlino, perché l’economia europea, sostiene, si sta lesionando con le proprie mani.

E basta osservare i costi dell’energia e la situazione industriale in Europa per capire che ha ragione da vendere. Il presidente ungherese sembra un extraterrestre se rapportato alla cecità folle con cui i leader europei hanno distrutto l’economia europea.

Il dissenso di Sofia polverizza la propaganda del fronte compatto. Stoyanov rincara la dose, smontando la retorica dei generali da salotto: a Kiev serve carne da cannone, personale umano, non ulteriore ferrovecchio da ammassare nei depositi.

Certo, per non recidere del tutto il cordone ombelicale con la coalizione atlantica, la Bulgaria mantiene formalmente in vita l’accordo bilaterale di sicurezza decennale firmato lo scorso marzo. Si continuerà a scambiare informazioni di intelligence, a promettere cooperazione nella produzione della difesa, a garantire un corridoio per far transitare il gas naturale verso l’Ucraina.

Ma i cannoni e i proiettili restano nei magazzini balcanici. La diplomazia di Bruxelles, abituata a compattare i ranghi a colpi di direttive e dichiarazioni congiunte, si ritrova disarmata di fronte al veto di un alleato.

I VERTICI RISTRETTI E IL TELEFONO MUTO DI ROMA

Mentre Sofia sfila l’elmetto, nelle capitali dell’Europa occidentale si litiga per le sedie. A Londra è andato in scena il “formato E3”. Emmanuel Macron per la Francia, Friedrich Merz per la Germania e il premier britannico Keir Starmer si sono chiusi in una stanza con Zelensky. Un vertice a quattro per decidere le sorti del continente, con buona pace delle istituzioni comunitarie e degli altri ventiquattro Stati membri dell’Unione.

Il risultato immediato è una rissa diplomatica a mezza voce. Il premier polacco Donald Tusk è dovuto intervenire nelle ore successive per sedare gli animi, ammettendo di aver dovuto telefonare a Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio italiana, esclusa dal tavolo londinese, “non è entusiasta del formato E3”. Un eufemismo istituzionale per mascherare la furia di Palazzo Chigi, tagliato fuori dal direttorio che conta.

La reazione a catena costringe Merz ad alzare la cornetta e chiamare Varsavia per concordare una linea comune e tentare di ricucire lo strappo. Tutti i leader giurano unità incrollabile davanti ai microfoni, intanto, si organizzano incontri carbonari per escludere il vicino di banco e ridefinire i pesi specifici all’interno della Nato.

IL VENTUNESIMO PACCHETTO E L’ILLUSIONE DI BRUXELLES

Per coprire il rumore delle divisioni interne, Bruxelles sfodera l’unica arma che conosce: le inutili sanzioni.

Il ventunesimo pacchetto annunciato dalla von der Leyen mira a colpire l’energia, la finanza e il settore peschiero russo. Come altri pacchetti prima di questo.

Ma la vera perla della nuova direttiva è l’introduzione di un divieto d’ingresso nell’Unione Europea per i veterani russi, una misura che solleva interrogativi sulla tenuta logica delle istituzioni: quanti soldati russi di ritorno dal fronte ucraino stanno attualmente pianificando una vacanza in Costa Azzurra o un weekend a Parigi?

Siamo ben oltre Fantozzi.

Le sanzioni, svuotate del loro potenziale deterrente dopo venti tentativi precedenti senza alcun tipo di effetto, se non la famosa balla di Mario Draghi, che disse che il primo pacchetto aveva avuto effetti dirompenti, assumono i contorni di una mossa teatrale, utile solo per redigere i comunicati stampa serali.

Insomma, per non contare nulla, ci si inventa qualcosa.

LA COALIZIONE DEI DRONI E LE AUTOBOMBE MOSCOVITE

Di fronte a un’Europa che litiga e vara embarghi sul pesce, Zelensky cambia strategia.

Se gli alleati frenano sui mezzi pesanti, si punta sulla tecnologia a basso costo. Il presidente ucraino vola a Tallinn, dribbla la lentezza burocratica dell’Unione e annuncia un nuovo accordo strategico con la Lettonia.

Oggetto dell’intesa: la produzione congiunta e la condivisione di tattiche militari per l’uso dei droni. Riga diventa così il sesto Paese europeo a unirsi alla cosiddetta “coalizione degli UAV”.

La guerra del 2026 non si combatte più con le divisioni corazzate, ma con sciami di dispositivi a pilotaggio remoto, l’elettronica di consumo riadattata a strumento di morte.

Sul versante opposto, il fronte interno russo comincia a registrare scosse non previste. Nella periferia sud-occidentale di Mosca, due automobili saltano in aria nel giro di sole ventiquattr’ore.

Le autorità non forniscono spiegazioni ufficiali e le cause degli scoppi restano avvolte nel silenzio. Il Cremlino minimizza, ma sembra che le falle nella sicurezza interna si allarghino.

La linea del fronte non è più confinata nelle steppe del Donbass, ma sfiora le tangenziali della capitale russa, spesso con atti di terrorismo da parte di infiltrazioni ucraine.

IL RITORNO DELL’OLIGARCA E I MEDIATORI IMPOSSIBILI

Quando la situazione militare si impantana e la politica estera ufficiale fallisce, entrano in scena le figure ombra. Mosca richiama in servizio Roman Abramovich. L’ex patron del Chelsea, già transitato per i colloqui di Istanbul agli albori dell’invasione, quelli fatti saltare da Boris Johnson.

Abramovich riceve dal Cremlino l’incarico di riattivare i canali di comunicazione sotterranei con Kiev. Mosca ha bisogno di un messaggero informale, un oligarca sanzionato che viaggia in jet per tentare di imbastire trattative volte a un cessate il fuoco, aggirando i sigilli della diplomazia internazionale.

Ma chi si siede al tavolo delle trattative, se mai un tavolo verrà allestito?

Francia, Germania e Regno Unito chiedono a gran voce un cessate il fuoco e il ritiro immediato della Russia, ma Vladimir Putin risponde respingendo l’ennesima richiesta di incontro avanzata da Zelensky e ribadisce la sua precondizione inamovibile: l’Ucraina deve rinunciare formalmente e definitivamente alle regioni di Donetsk e Luhansk.

Nessuna trattativa inizierà prima di questa capitolazione territoriale.

Zelensky, dal canto suo, traccia una linea netta sul ruolo dell’Unione: “L’Europa non può essere mediatrice, ma ha il potere di fermare Putin”.

Quale sia questo potere, non è dato saperlo.

Fatto sta che l’ex comico al potere a Kiev chiede pressioni economiche totali, ma respinge Bruxelles come arbitro neutrale.

A chiudere il cerchio, certificando il fallimento politico continentale, ci pensa di nuovo il bulgaro Stoyanov. Anche lui boccia l’UE come paciere, ma per la ragione diametralmente opposta a quella di Kiev: avendo svuotato i propri arsenali per armare massicciamente una delle due fazioni in conflitto, l’Europa si è irrimediabilmente bruciata il ruolo di mediatore imparziale.

E, anche in questo caso, dimostra un acume che a Bruxelles e nelle altre capitali europee non si vedeva da un pezzo.

Le posizioni si annullano a vicenda. L’Ucraina aspetta i droni lettoni, l’Italia protesta per gli inviti mancati a Londra, la Commissione Europea vara divieti di ingresso per militari russi che non hanno nemmeno il passaporto, mentre la Bulgaria chiude i portelloni dei propri aerei da carico.

In mezzo a questo caos, un oligarca miliardario passeggia per i corridoi del potere con un mandato informale in tasca.

Ciò che sembra è che qualcuno che abbia davvero le chiavi per spegnere questo conflitto, oggi, in Europa non c’è.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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