ARMI A KIEV E OSPEDALI AL COLLASSO: ECCO CHI S’INGRASSA DAVVERO CON LA BALLA DELLA VITTORIA UCRAINA

di Pasquale Di Matteo

Stiamo perdendo. Quindi, abbiamo vinto.

Sembra una barzelletta o una scena tratta da un film della serie sull’iconico personaggio di Ugo Fantozzi, ma è il nuovo mantra geopolitico dell’Occidente.

È il distillato di saggezza, degno del peggior guru motivazionale di provincia, che i nostri governi e i megafoni del pensiero unico ci propinano quotidianamente a reti unificate, nella speranza che, continuando a ripetere sciocchezze, qualcuno le prenda per realtà.

Da una parte c’è la narrazione virtuale, quella dei “giornaloni” e delle veline governative, infarcita di trionfalismi per un drone che colpisce una raffineria in Crimea; dall’altra c’è la cruda, inesorabile e sanguinosa realtà del campo di battaglia, che ci racconta una storia diametralmente opposta, fatta di arretramenti, di città strategiche perse e di una macchina della propaganda che gira a vuoto per nascondere il disastro dei leader europei e di tutta la stampa che in questi quattro anni ha parlato di Mosca al tappeto, di controffensive che penetravano la Russia in profondità, di pale, muli e altre panzane.

IL COLLASSO DI COSTANTINIVKA E LA FARSA DEI MILIARDI

Basta spegnere la “Tele-Kabul” atlantista per accorgersi che l’esercito ucraino è allo stremo.

Mentre a Bruxelles e a Washington si stappano bottiglie di champagne per qualche attacco isolato, al fronte le truppe di Kiev arretrano pesantemente.

L’esempio di Costantinivka è emblematico: la città è ormai accerchiata, eppure, la grancassa mediatica continua a ripeterci che i russi sono a corto di uomini, che combattono con le pale, che non hanno più mezzi né munizioni.

Ma come farebbero ad avanzare se fossero davvero in simili condizioni?

Se l’Ucraina sta davvero stravincendo, se la Russia è sull’orlo del collasso come ci raccontano, perché mai Kiev continua a battere cassa chiedendo decine di miliardi di dollari ai Paesi NATO?

È in arrivo un’ennesima richiesta di 20 miliardi, un pozzo senza fondo.

Ma, se sei a un passo dalla vittoria, non hai bisogno di svuotare costantemente i forzieri dei contribuenti europei e americani. Perciò, o quei soldi finiscono altrove, o il fronte racconta un’altra verità.

IL PIANO DI PACE (PER FARE LA GUERRA) E LE VELINE DELL’INTELLIGENCE

E poi c’è il capolavoro della finta diplomazia.

Recentemente, gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito si sono presentati a Mosca con l’obiettivo dichiarato di giungere alla pace, ma con quello reale della provocazione. Hanno messo sul tavolo un piano in cinque punti che ricalcava pedissequamente le richieste di Volodymyr Zelensky.

In sintesi: ritiro totale russo, pagamento dei danni di guerra e ingresso delle truppe NATO in Ucraina. In pratica, hanno chiesto a un Paese che sta vincendo militarmente di firmare una resa incondizionata.

I russi non l’hanno presa benissimo e hanno rispedito la proposta al mittente, bollando le mosse occidentali come “politiche distruttive”. E, vista la situazione industriale europea e i costi energetici alle stelle, i russi non hanno tutti i torti a parlare in quei termini.

Per coprire questi fallimenti diplomatici e militari dei leader europei, entra in gioco la disinformazione.

Enti come l’ISW (Institute for the Study of War) e le intelligence occidentali vengono apertamente accusati di manipolare la realtà e, per accusarli, si fabbricano false prove.

Cioè, per la propaganda di casa nostra, persino la CIA, istituti d’osservazione geopolitica americani e i satelliti in orbita intorno al nostro pianeta sarebbero al soldo di Mosca. Dei putiniani.

Si esaltano danni irrisori alle infrastrutture russe spacciandoli per colpi di grazia e si arriva persino a sospettare l’uso dell’Intelligenza Artificiale per creare video ad hoc.

Qualunche idea fantozziana fa brodo pur di nascondere le perdite ucraine e alimentare l’illusione della vittoria ucraina imminente.

LA FUGA DI GIORGIA MELONI E IL CLUB DEI LEADER AZZOPPATI

E in questa sceneggiatura fantozziana, spiccano i movimenti dei leader politici. O meglio, le loro assenze.

L’assenza di Giorgia Meloni agli ultimi due vertici internazionali sull’Ucraina, in Montenegro e a Londra, non è affatto un disguido, ma una mossa politica precisa e calcolata.

La Presidente del Consiglio ha fiutato l’aria e ha deciso di sfilarsi dal tavolo di chi, in questo momento, è politicamente moribondo e con la popolarità interna ridotta ai minimi termini.

A stringere la mano a Zelensky a Londra c’erano Starmer, Macron e Merz, un club di leader azzoppati, politicamente debolissimi in patria, bocciati dai propri elettori e disperatamente alla ricerca di visibilità internazionale per dare un senso ai loro fallimenti.

Questi leader non cercano la pace, che li manderebbe direttamente nel cassetto del dimenticatoio, ma la “guerra permanente”, un conflitto a bassa o media intensità che duri all’infinito, utile per giustificare stati d’emergenza continui e per distrarre le proprie opinioni pubbliche dai disastri interni e in politica estera.

L’INGRESSO NELL’UE E LA DIPLOMAZIA DELLE BOMBE

Zelensky ha recentemente inviato una presunta “lettera di pace” a Vladimir Putin, ma che non ha neanche lontanamente le sembianze di un ramoscello d’ulivo, ma somiglia più a un insulto diplomatico in piena regola, reso ancora più grottesco dal fatto che è stato recapitato subito dopo un attacco di droni ucraini su San Pietroburgo, lanciato proprio mentre il Cremlino apriva un vertice internazionale.

È la diplomazia delle bombe. Si finge di trattare mentre si getta benzina sul fuoco.

In questa cornice, anche la forzatura per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea diventa un’arma di distrazione di massa. Non un percorso di integrazione, ma un tassello della guerra permanente.

Non a caso, al Parlamento Europeo, Fratelli d’Italia si è recentemente astenuta nella votazione sull’ingresso di Kiev e dei Balcani nell’UE. Un segnale chiaro che la luna di miele del trionfalismo atlantista e del sostegno “fino alla vittoria dell’Ucraina” sta finendo e le crepe nel muro iniziano a farsi evidenti.

D’altronde, i cittadini europei, soprattutto quelli messi peggio, come gli italiani, si rendono sempre più conto di come miliardi di euro delle nostre tasse, vengano bruciati ogni mese nel tritacarne ucraino, per una guerra che l’Ucraina può solo perdere.

E mentre chi ha interessi economici nella guerra stacca dividendi da record, la gente comune paga il conto.

Lo paghiamo con una crisi energetica che ci strangola, con l’inflazione che corrode i salari, e con i servizi pubblici ridotti ai minimi termini.

I ponti e gli ospedali cadono a pezzi, la sanità pubblica è al collasso, le liste d’attesa sono infinite. Non ci sono soldi per curare i malati, ci dicono. Poi, in un batter di ciglia, si trovano sempre venti, trenta, cinquanta miliardi per foraggiare un conflitto senza fine che manda a morire giovani ucraini.

Stiamo perdendo. Quindi abbiamo vinto, ci dicono i Fantozzi che guidano le nazioni più influenti d’Europa e la Commissione europea, ma l’unica cosa certa, in questa grottesca commedia, è che a perdere davvero siamo sempre e solo noi cittadini comuni.

TRUMP SOTTO RICATTO TRA IL PANTANO IRANIANO E LE BOMBE DI NETANYAHU

di Pasquale Di Matteo

“Ho annullato gli attacchi e i bombardamenti contro l’Iran questa sera”.

Lo ha scritto Donald Trump su Truth l’11 giugno 2026.

L’annuncio arriva parallelo all’ennesimo annuncio di un accordo “storico” approvato dai vertici di mezzo mondo, da Israele all’Arabia Saudita, dal Qatar al Pakistan.

Tutto risolto, insomma.

Peccato che poche ore dopo, con i mercati in attesa di riaprire, lo stesso Trump si sia seduto nel salotto televisivo di Fox News per vantarsi di aver appena sganciato ordigni per 250 milioni di dollari sulle infrastrutture iraniane.

Duecentocinquanta milioni di dollari per festeggiare la pace.

Il problema è che la schizofrenia della Casa Bianca non è un difetto di comunicazione, ma è il sintomo di un impero che ha smarrito la grammatica del potere e tenta di compensare l’impotenza strategica con ciò che resta della sua forza militare.

L’amministrazione americana è incastrata in un meccanismo perverso. La dottrina della “massima pressione”, rispolverata e applicata all’ennesima potenza, è fallita.

L’idea che bastasse una prova muscolare schiacciante per costringere Teheran a firmare una resa diplomatica si è schiantata contro la realtà del Golfo Persico. Trump aveva un piano elementare: sequestrare le risorse petrolifere dell’Iran, occupare l’isola di Kharg, snodo vitale per l’esportazione di greggio, e replicare il modello di strangolamento economico già testato con il Venezuela.

Il Segretario alla Difesa – o della guerra – Pete Hegseth, lo ha tradotto in dottrina militare davanti alle telecamere: «Se abbiamo bisogno di un negoziato con le bombe, negozieremo con le bombe.»

Oh, di bombe ne sono cadute e per miliardi di dollari, ma Teheran non si è piegata.

Al contrario, la Repubblica Islamica ha risposto con attacchi missilistici massicci che hanno distrutto basi americane nei paesi limitrofi e danneggiato diverse strutture di chiunque le ospiti, inoltre ha messo in ginocchio l’Occidente.

Lo Stretto di Hormuz è sigillato, una lingua d’acqua stretta e vulnerabile attraverso cui transita una fetta smisurata del fabbisogno energetico mondiale, bloccata da droni e navi pattuglia dei Pasdaran.

Anche dopo le famose bombe americane per 250 milioni di dollari, la scorsa notte l’Iran ha colpito i terminali americani e le basi alleate sparsi nella regione, dal Bahrein alla Giordania, fino al Kuwait. Diciotto attacchi mirati in una sola notte che hanno bucato i sistemi di difesa antiaerea che Washington garantiva come impenetrabili.

Il Presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha preso la parola a Teheran per ribadire che non ci sarà nessuna rinuncia al programma nucleare, nessuna concessione sulla sovranità territoriale e la promessa di trascinare gli Stati Uniti in un “pantano senza fine”, volto a disintegrare i mercati energetici e le infrastrutture occidentali per costringere Washington alla resa.

L’Iran sta vincendo la partita perché non la sta perdendo, come, invece, era scontato nelle aspettative americane.

Come analizzato lucidamente dal direttore di Limes Lucio Caracciolo, il regime di Teheran ha incassato i colpi, ha centralizzato il potere militarizzando ulteriormente lo Stato e ha mantenuto il coltello puntato alla giugulare dell’economia mondiale.

Chi controlla Hormuz decide il prezzo della sopravvivenza occidentale e Hormuz è sotto il totale controllo di Teheran.

Mentre Trump continua il delirio di paci immaginarie e sgancia bombe vere, l’epicentro del disastro si sposta qualche centinaio di chilometri a ovest, in Libano, dove va in scena la seconda clamorosa smentita della propaganda trumpiana.

Il presidente americano dichiara chiusi i fronti, ma Benjamin Netanyahu agisce come se la Casa Bianca non esistesse. Anzi, come se fosse una sua dépendance e Trump un barboncino che abbia, ma è tenuto al guinzaglio nel recinto dei file Epstein.

Nelle ultime quarantotto ore, l’esercito israeliano ha raso al suolo interi quadranti della Valle della Beqa con oltre duecento raid aerei.

Il bilancio sul terreno, tenuto fuori dai comunicati trionfali di Tel Aviv che parlano di eliminazione dei vertici di Hezbollah, conta settemila morti e diecimila feriti tra la popolazione civile.

Un’invasione su larga scala, l’annientamento di infrastrutture civili, una marea di sfollati che preme sui confini sventrati del Medio Oriente.

Un disastro umanitario di proporzioni bibliche.

Netanyahu ha annunciato a reti unificate che la guerra in Iran e in Libano non è affatto conclusa, stracciando in diretta mondiale la bozza di accordo che Trump aveva rivendicato poche ore prima.

In pratica, il governo israeliano calpesta le linee rosse americane perché sa di poterlo fare, sa che Washington non può fare niente per fermare Israele, altrimenti i vertici della Casa Bianca, e non solo, potrebbero trovarsi a dover rispondere ai giudici di chissà quali fatti nascosti nei file Epstein.

E risulta sempre più chiaro che a scrivere le regole d’ingaggio dell’esercito americano siano i pazzi di Tel Aviv.

Le analisi più crude, discusse senza filtri nei circuiti di intelligence e rilanciate da osservatori di primissimo piano, indicano una dipendenza patologica di Trump dal premier israeliano, una subalternità che non si spiega solo con il calcolo elettorale o l’allineamento ideologico, ma che è sempre più probabile che si nasconda all’ombra del ricatto.

Informazioni, dossier, legami inconfessabili. Il nome di Jeffrey Epstein, frequentatore degli stessi salotti dorati battuti da Trump e nodo di una rete di ricatti di altissimo livello, viene evocato esplicitamente per spiegare l’inspiegabile: un Presidente americano che ubbidisce ai diktat di un alleato teoricamente dipendente in tutto e per tutto dalle forniture di armi di Washington.

Israele sa esattamente cosa vuole: trascinare gli Stati Uniti in uno scontro frontale e definitivo contro l’Iran, l’unica opzione che Netanyahu considera valida per garantirsi la sopravvivenza politica e, forse, fisica dello Stato ebraico. E, soprattutto, la sua libertà, perché, se la guerra termina, il suo futuro sarà tra tribunali, inchieste e, probabilmente, prigioni.

Poco importa se una maggioranza schiacciante dell’opinione pubblica israeliana non creda affatto a una vittoria totale contro Teheran e sia sempre più coperta di vergogna per il suo governo dai metodi nazisti che offende la storia del suo stesso popolo.

Ma Netanyahu tira dritto, gioca d’azzardo con la propria esistenza e spende i dollari e la faccia degli Stati Uniti.

L’America, di contro, si muove alla cieca, guidata da un presidente sotto ricatto, a capo di un’amministrazione che colpisce a caso per simulare autorevolezza. Sgancia bombe per dimostrare al proprio elettorato di non essere debole, mentre i suoi generali pregano che nessun missile iraniano centri una portaerei nel Golfo.

Dopo che la potenza di fuoco non è stata capace di piegare il nemico, ora la usano per esorcizzare il terrore di essere scoperti per quello che sono: ostaggi.

Ostaggi di Teheran, che tiene in ostaggio il prezzo del greggio mondiale. Ostaggi di Israele, che detta l’agenda bellica, costringendo la superpotenza americana a coprirle le spalle in una carneficina libanese senza sbocchi politici.

I negoziatori sono marionette superate dagli eventi scatenati dal pazzo di Tel Aviv. Trump annuncia paci storiche mentre ordina raid punitivi, in preda al caos e a ogni stretta dei testicoli del suo capo israeliano.

Teheran incassa i colpi, bombarda postazioni americane in tutta la regione dopo ogni attacco di Washington e tiene chiuso il rubinetto del petrolio.

Netanyahu bombarda Beirut ignorando le telefonate del cagnolino che abbaia a Washington.

Tutti siedono al tavolo delle trattative con una pistola carica puntata alla tempia dell’altro, convinti che sarà il vicino a battere le palpebre per primo, con la goccia di sudore che cade dalla fronte prima della resa.

Nel frattempo, i contatori girano. Quello dei miliardi bruciati in armamenti e quello dei civili morti sotto le macerie.

Quello che i film hollywoodiani ci hanno raccontato da sempre come l’esercito più potente del mondo aspetta ordini da un presidente che aspetta, a sua volta, il permesso del suo alleato più folle e criminale, mentre il presunto nemico sconfitto da tre mesi continua a controllare lo stretto di Hormuz e a detenere oltre il 70% del suo immenso e potentissimo arsenale missilistico.

GABETTI IN ARTE PRESENTA “ARTE GIAPPONESE. UN’ANALISI DA UN PUNTO DI VISTA ESTETICO”

di Vincenza Mei

“Un viaggio filosofico nella creatività nipponica contemporanea per celebrare i 160 anni di relazioni tra Italia e Giappone.” Si è espresso così il critico d’arte Pasquale Di Matteo che ha svelato i retroscena di un legame profondo e inaspettato con il Giappone.

Lo ha fatto sullo sfondo della suggestiva cornice espositiva de “Il suono del tempo”, negli eleganti spazi di Gabetti in Arte, in Piazza Stradivari a Cremona, dove i riflettori si sono accesi su un’opera editoriale che presenta i linguaggi espressivi di 69 artisti giapponesi, un saggio d’arte scritto dallo stesso Pasquale Di Matteo, critico d’arte internazionale, scrittore, esperto di Comunicazione e Branding, nonché giornalista freelance.

Il titolo dell’opera è: “Arte giapponese. Un’analisi da un punto di vista estetico”

UN PONTE LUNGO 160 ANNI: RELAZIONI DIPLOMATICHE TRA ITALIA E GIAPPONE

Intervistato dalla Prof.ssa Daniela Belloni, Di Matteo ha spiegato che l’idea di dare vita a questo volume proprio nel 2026 non è casuale, ma è stato pensato quest’anno perché ricorre un anniversario di imminente e straordinaria importanza: infatti, il 25 agosto 2026 si celebreranno i 160 anni dei rapporti internazionali tra Italia e Giappone, sanciti dal Trattato del 1866 a Edo, antico nome di Tokyo.

“Siamo Paesi gemelli”, ha affermato Di Matteo, catturando l’attenzione del pubblico con aneddoti storici di rara fascinazione.

Pochi sanno, ad esempio, che la prima banconota giapponese, raffigurante l’Imperatore Meiji, porta la firma di un incisore italiano, Edoardo Chiossone.

Ancora meno si sa che il legame commerciale tra i due Paesi nacque da un’urgenza: la crisi dell’industria serica italiana, messa in seria difficoltà da un’epidemia dei bachi da seta, che spinse gli italiani a cercare alternative nel Sol Levante.

LA FILOSOFIA DELLA LENTEZZA NELL’ERA DIGITALE

Motore filosofico del libro è la sua profonda analisi sotto il profilo estetico, ma che non significa analisi dello strato apicale delle immagini; attraverso le monografie di 69 maestri dell’arte contemporanea nipponica, rigorosamente selezionati in sinergia con la società culturale giapponese Reijinsha, di cui Di Matteo è collaboratore e rappresentante in Italia, il volume è un vero e proprio viaggio filosofico nel mondo del Giappone.

Infatti, visto da occhi occidentali, il Giappone è un ecosistema particolare, unico al mondo, un altro pianeta, dove ancora i valori, le radici, le tradizioni e i legami culturali hanno un valore enorme, un significato di appartenenza e di rispetto che non trova eguali sul pianeta.

L’autore racconta i linguaggi di maestri giapponesi, attraverso i quali esalta la capacità dei giapponesi di dare risalto all’essenza delle cose, sopravvivendo alle mode imperanti della superficialità e dialogando con le urgenze del nostro tempo, sempre più digitale, frenetico e globalizzato.

Nel libro prendono forma concetti affascinanti come il Ma (il senso del vuoto e dello spazio), il Wabi-sabi (la ricerca della bellezza nell’imperfezione e nella transitorietà) e il Mono no aware (la commozione per le cose effimere).

“Arte giapponese. Un’analisi da un punto di vista estetico” non è solo un saggio d’arte, ma una vera e propria guida per decodificare il nostro tempo, per invitare il lettore a riscoprire una percezione “più lenta, profonda e genuina della realtà”, un antidoto visivo e, soprattutto, spirituale al caos moderno.

Pasquale Di Matteo ha detto che è stato un onore poter presentare al mercato italiano questi artisti giapponesi così come è un onore collaborare con la società Reijinsha, la cui collaborazione va avanti dalla fine del 2019.

Il critico d’arte si è poi intrattenuto con le persone interessate a parlare degli artisti inseriti, dopo aver ricordato che, dopo l’estate, saranno stabilite altre date in alcune località italiane, per ulteriori presentazioni del volume.

L’ARTISTA COME “SANA FOLLIA”

Estremamente interessante è stata la digressione sociologica offerta dal critico sul ruolo dell’artista in Giappone.

In una società giapponese, che per noi occidentali è nota per la sua struttura rigidamente inquadrata e schematica, la figura del creativo rappresenta l’eccezione alla regola, colui che ha il permesso, e quasi il dovere, di uscire dagli schemi.

L’artista è percepito come una “sana follia” necessaria per l’equilibrio della collettività, godendo di un rispetto reverenziale secondo solo a quello riservato agli insegnanti, custodi del futuro, perché tramandano saperi e competenze agli adulti di domani.

“Arte giapponese. Un’analisi da un punto di vista estetico” si conferma dunque un’opera indispensabile. Non solo per gli addetti ai lavori o gli appassionati di cultura orientale, ma per chiunque sia alla ricerca di risposte contemporanee attraverso le lenti di una saggezza antica.

Il volume, scritto in italiano, è già disponibile in tutti gli store online e ordinabile presso qualsiasi libreria tradizionale al prezzo di copertina di 31 euro.

Un’occasione imperdibile per osservare il mondo, letteralmente, con occhi nuovi e con una consapevolezza diversa, più matura.

GLI ARTISTI INSERITI NEL VOLUME

Akazome Tsuneko, Aoki Takeo, Aoki Yoshiko, Araki Noriko, Aratake Katsuyuki, Bonzen, Fujii Yasuaki, Fukushima Nobuhiko, Goto Masako, Hasegawa Shozo, Hayashi Yoko, Hiraki Koen, Hirase Ryuko, Horahira Yuri, Horikoshi Teruo, Horisawa Akio, Horiuchi Etsuko, Idei Sachiko, Iwamoto Yoriko, Kameoka Tomoko, Kaneko Kyoko, Kawakami Yoshiko, Kawasaki Sumie, KAZZ Morishita, Kimura Mutsuro, Kimura Yoko, Koizumi Masayo, Koyanagi Tsutomu, Kumaki Sanae, Matsushima Susumu, Miyake Akiko, Motoike Hozen, Nakamura Etsuko, Niimi Sekiya, Nishida Fukiko, Ohira Utae, Omichi Toshiko, Ota Yuto, Rishima Yasunori, Saito Hideki, Saito Kunihiko, Sakai Nobuko, Sakuno Keiichi, Sasaki Aiko, Sato Koki, Sato Yuri, SHIKOH, Shimada Miyu, Suehiro Hiroko, Sugase Ryuho, Tanaka Hiromi, Tsuchiya Kyoko, Tsuchiya Toshiko, Tsuji Fuga, Tsutsumida Ichiro, Uchida Yuriko, Unten Kazue, Wada Kohaku, wadowiwata, Yamaguchi Setsuka, Yamamoto Masako, Yamamoto Yoshiharu, Yamamoto Yoshiko, Yamasaki Masako, Yamashita Fumiko, Yoshida Eiko, Yoshino Daiyu, Yukei, Yuriko Yuco Yoshikawa.

LA BULGARIA STACCA LA SPINA ALL’EUROPA CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“L’Ucraina ha già armi a sufficienza. La guerra non si risolve combattendo.”

A pronunciare queste parole, il 9 giugno 2026, non è un comitato di pacifisti in piazza, ma Dimitar Stoyanov, ministro della Difesa della Bulgaria, Paese membro dell’Unione Europea e della Nato.

Fino a ventiquattr’ore prima, l’esecutivo di Sofia aveva spedito a Volodymyr Zelensky tredici pacchetti consecutivi di forniture militari. Veicoli blindati, missili anticarro, cannoni antiaerei, mortai.

Armamenti spesso triangolati nel silenzio, tramite Paesi terzi per non irritare troppo l’opinione pubblica interna.

Oggi, il blocco totale. Fine delle spedizioni.

L’Unione Europea, che da due anni e mezzo martella sul tamburo dello sforzo bellico a oltranza, si sveglia con un cratere sul fianco orientale che pensava di aver tappato dopo che in Ungheria si era eclissata la stella di Orban.

LA RITIRATA DI SOFIA E IL CORTOCIRCUITO DELLE SANZIONI

La rottura bulgara non è un incidente di percorso, ma una deliberata inversione a U, avallata e voluta dal primo ministro Rumen Radev.

Ex comandante dell’aeronautica militare bulgara, transitato dalla presidenza della Repubblica alla guida del governo, Radev ha semplicemente fatto i conti e si è reso conto che la guerra di logoramento dissangua chi la finanzia e non sposta la linea del fronte da più di tre anni.

E così, mentre a Bruxelles la presidente della Commissione Ursula von der Leyen sale sul pulpito per annunciare l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, il ventunesimo, ormai roba da collezionisti, perché i precedenti non hanno sortito effetti, Radev rema nella direzione contraria.

Chiede apertamente la rimozione dell’embargo contro il Cremlino, perché l’economia europea, sostiene, si sta lesionando con le proprie mani.

E basta osservare i costi dell’energia e la situazione industriale in Europa per capire che ha ragione da vendere.

Il presidente bulgaro sembra un extraterrestre se rapportato alla cecità folle con cui i leader europei hanno distrutto l’economia europea.

Il dissenso di Sofia polverizza la propaganda del fronte compatto. Stoyanov rincara la dose, smontando la retorica dei generali da salotto: a Kiev serve carne da cannone, personale umano, non ulteriore ferrovecchio da ammassare nei depositi.

Certo, per non recidere del tutto il cordone ombelicale con la coalizione atlantica, la Bulgaria mantiene formalmente in vita l’accordo bilaterale di sicurezza decennale firmato lo scorso marzo. Si continuerà a scambiare informazioni di intelligence, a promettere cooperazione nella produzione della difesa, a garantire un corridoio per far transitare il gas naturale verso l’Ucraina.

Ma i cannoni e i proiettili restano nei magazzini balcanici. La diplomazia di Bruxelles, abituata a compattare i ranghi a colpi di direttive e dichiarazioni congiunte, si ritrova disarmata di fronte al veto di un alleato.

I VERTICI RISTRETTI E IL TELEFONO MUTO DI ROMA

Mentre Sofia sfila l’elmetto, nelle capitali dell’Europa occidentale si litiga per le sedie. A Londra è andato in scena il “formato E3”: Emmanuel Macron per la Francia, Friedrich Merz per la Germania e il premier britannico Keir Starmer si sono chiusi in una stanza con Zelensky.

Un vertice a quattro per decidere le sorti del continente, con buona pace delle istituzioni comunitarie e degli altri ventiquattro Stati membri dell’Unione. Soprattutto, con buona pace dei cittadini europei, che ne hanno le tasche… sempre più vuote.

Il risultato immediato è una rissa diplomatica a mezza voce. Il premier polacco Donald Tusk è dovuto intervenire nelle ore successive per sedare gli animi, ammettendo di aver dovuto telefonare a Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio italiana, esclusa dal tavolo londinese, “non è entusiasta del formato E3”. Un eufemismo istituzionale per mascherare la furia di Palazzo Chigi, tagliato fuori dal direttorio che conta.

La reazione a catena costringe Merz ad alzare la cornetta e chiamare Varsavia per concordare una linea comune e tentare di ricucire lo strappo.

Tutti i leader giurano unità incrollabile davanti ai microfoni, intanto, si organizzano incontri carbonari per escludere il vicino di banco e ridefinire i pesi specifici all’interno della Nato.

IL VENTUNESIMO PACCHETTO E L’ILLUSIONE DI BRUXELLES

Per coprire il rumore delle divisioni interne, Bruxelles sfodera l’unica arma che conosce: le inutili sanzioni.

Il ventunesimo pacchetto annunciato dalla von der Leyen mira a colpire l’energia, la finanza e il settore peschiero russo. Come altri pacchetti prima di questo.

Ma la vera perla della nuova direttiva è l’introduzione di un divieto d’ingresso nell’Unione Europea per i veterani russi, una misura che solleva interrogativi sulla tenuta logica delle istituzioni: quanti soldati russi di ritorno dal fronte ucraino stanno attualmente pianificando una vacanza in Costa Azzurra o un weekend a Parigi?

Siamo ben oltre Fantozzi.

Le sanzioni, svuotate del loro potenziale deterrente, dopo venti tentativi precedenti senza effetti, se non la famosa balla di Mario Draghi sugli effetti dirompenti del primissimo pacchetto, assumono oggi i contorni di una mossa teatrale, utile solo per redigere i comunicati stampa da veicolare attraverso la propaganda, quelle dei muli e delle pale.

Insomma, per non contare nulla, ci si inventa qualcosa.

LA COALIZIONE DEI DRONI E LE AUTOBOMBE MOSCOVITE

Di fronte a un’Europa che litiga e vara embarghi sul pesce, Zelensky cambia strategia.

Se gli alleati frenano sui mezzi pesanti, si punta sulla tecnologia a basso costo. Il presidente ucraino vola a Tallinn, dribbla la lentezza burocratica dell’Unione e annuncia un nuovo accordo strategico con la Lettonia.

Oggetto dell’intesa: la produzione congiunta e la condivisione di tattiche militari per l’uso dei droni. Riga diventa così il sesto Paese europeo a unirsi alla cosiddetta “coalizione degli UAV”.

La guerra del 2026 non si combatte più con le divisioni corazzate, ma con sciami di dispositivi a pilotaggio remoto, l’elettronica di consumo riadattata a strumento di morte.

Sul versante opposto, il fronte interno russo comincia a registrare scosse non previste. Nella periferia sud-occidentale di Mosca, due automobili saltano in aria nel giro di sole ventiquattr’ore.

Le autorità non forniscono spiegazioni ufficiali e le cause degli scoppi restano avvolte nel silenzio. Il Cremlino minimizza, ma sembra che le falle nella sicurezza interna si allarghino.

La linea del fronte non è più confinata nelle steppe del Donbass, ma sfiora le tangenziali della capitale russa, spesso con atti di terrorismo da parte di infiltrazioni ucraine.

IL RITORNO DELL’OLIGARCA E I MEDIATORI IMPOSSIBILI

Quando la situazione militare si impantana e la politica estera ufficiale fallisce, entrano in scena le figure ombra.

Infatti, Mosca richiama in servizio Roman Abramovich. L’ex patron del Chelsea, già transitato per i colloqui di Istanbul agli albori dell’invasione, quelli fatti saltare da Boris Johnson.

Abramovich riceve dal Cremlino l’incarico di riattivare i canali di comunicazione sotterranei con Kiev.

Mosca ha bisogno di un messaggero informale, un oligarca sanzionato che viaggia in jet per tentare di imbastire trattative volte a un cessate il fuoco, aggirando i sigilli della diplomazia internazionale.

Ma chi si siederà al tavolo delle trattative, se mai un tavolo verrà allestito?

Francia, Germania e Regno Unito chiedono a gran voce un cessate il fuoco e il ritiro immediato della Russia, ma Vladimir Putin risponde respingendo l’ennesima richiesta di incontro/resa avanzata da Zelensky e ribadisce la sua precondizione inamovibile: l’Ucraina deve rinunciare formalmente e definitivamente alle regioni di Donetsk e Luhansk, deve ridimensionarsi militarmente e non deve entrare nella NATO.

I motivi per cui la guerra scoppiata nel 2014 è deflagrata nell’invasione nel 2022.

Nessuna trattativa inizierà prima di questa consapevolezza.

Zelensky, dal canto suo, traccia una linea netta sul ruolo dell’Unione: “L’Europa non può essere mediatrice, ma ha il potere di fermare Putin”.

Quale sia questo potere, non è dato saperlo.

Fatto sta che l’ex comico al potere a Kiev chiede pressioni economiche totali, ma respinge Bruxelles come arbitro neutrale.

A chiudere il cerchio, certificando il fallimento politico continentale, ci pensa di nuovo il bulgaro Stoyanov.

Anche lui boccia l’UE come paciere, ma per la ragione diametralmente opposta a quella di Kiev: avendo svuotato i propri arsenali per armare massicciamente una delle due fazioni in conflitto, l’Europa si è irrimediabilmente bruciata il ruolo di mediatore imparziale.

E, anche in questo caso, dimostra un acume che a Bruxelles e nelle altre capitali europee non si vedeva da un pezzo, tolta qualche rara eccezione.

Le posizioni si annullano a vicenda, quindi.

L’Ucraina aspetta i droni lettoni, l’Italia protesta per gli inviti mancati a Londra, la Commissione Europea vara divieti di ingresso per militari russi che non hanno nemmeno il passaporto, mentre la Bulgaria chiude i portelloni dei propri aerei da carico.

In mezzo a questo caos, un oligarca miliardario passeggia per i corridoi del potere con un mandato informale in tasca.

Ciò che sembra è che qualcuno che abbia davvero le chiavi per spegnere questo conflitto, oggi, in Europa non ci sia.

Così come ancora non si vedono all’orizzonte statisti occidentali che abbiano voglia di comprendere le responsabilità della NATO in questa vicenda, ma si continuano a vedere i soliti falchi con l’elmetto.

D’altronde, le campagne elettorali costano e le lobby delle armi sono sempre più potenti e sempre più interessate a finanziarle per dettare le regole alla politica.

E i risultati si vedono.

SINDROME DI SANSONE: ANCHE GLI ARTISTI ISRAELIANI CONTRO ISRAELE

di Pasquale Di Matteo

“Un elicottero Apache AH-64 americano precipita nelle acque calde e torbide vicino allo Stretto di Hormuz.”

Fine della storia ufficiale.

Un guasto tecnico, dicono. Un banale contrattempo meccanico rimbalza come scusa, senza alcun filtro sulle pagine della stampa mainstream.

Eppure, chiunque mastichi di guerra e geopolitica da più di un quarto d’ora sa che gli Apache non cadono per caso, soprattutto, non cadono per un guasto poche ore dopo un furioso scambio di artiglieria tra la Repubblica Islamica dell’Iran e lo Stato Ebraico.

La verità è che in Medio Oriente è in corso un’escalation di cui ci raccontano solo le briciole.

Mentre Washington minimizza per non dover ammettere di essere sotto attacco diretto, a noi tocca fare i conti con la realtà, una realtà che non si misura solo in tonnellate di esplosivo sganciate sul Libano, ma al distributore sotto casa nostra, dove il carburante sfiora i 2 euro al litro.

Perché, mentre i nostri tg discutono del nulla, gli Houthi hanno saldato una cintura di sicurezza che strozza il Mar Rosso da Bab el-Mandeb fino a Hormuz, un blocco navale in piena regola.

Ma non ditelo a Bruxelles.

L’Unione Europea, in un capolavoro di schizofrenia politica che rasenta il ridicolo, ha appena varato un pacchetto di sanzioni contro l’Iran per “minaccia alla libertà di navigazione”. Una tempestività commovente.

Peccato che la stessa Europa sia sorda, muta e cieca davanti a un alleato che bombarda, affama e sfolla civili un giorno sì e l’altro pure, dopo tre anni e mezzo di pulizia etnica a Gaza.

IL TEATRINO DELLE TREGUE E I TRENTASETTE ANNUNCI DI TRUMP

Donald Trump ha dichiarato l’accordo “imminente” per ben trentasette volte negli ultimi mesi. Trentasette. La CNN ha tenuto il conto.

La narrazione è sempre la stessa: l’Iran è in ginocchio, implora pietà, gli Stati Uniti hanno vinto.

Forse, il presidente a stelle e strisce sta giocando alla PlayStation un gioco di guerra e si riferirà a quello, perché la realtà dei fatti in Iran, nel mondo reale, dice che Teheran ha ancora il pieno controllo di Hormuz, oltre il 70% della capacità missilistica e un regime ancora più saldo di quanto non fosse prima del 28 febbraio.

Insomma, l’Iran sta facendo a stelle e strisce il deretano dell’ex impero d’America.

I fatti, quelli testardi e fastidiosi, dicono anche che l’Iran non rinuncia al suo programma nucleare e, soprattutto, minaccia di scatenare l’inferno se l’offensiva contro Hezbollah non si ferma.

Israele, dal canto suo, ha dichiarato una finta tregua per poi riprendere a scaricare bombe su Tiro e Nabatieh.

Entrambe le parti sanno che l’America vuole tirarsi fuori dal pantano mediorientale, ma mentre Washington cerca accordi sottobanco per cogestire le rotte navali con Teheran, a Tel Aviv si gioca una partita disperata per salvare la gran parte dei membri del governo israeliano dai giudici interni e internazionali.

IL FALLIMENTO DELLO STATO-NAZIONE E L’ILLUSIONE IMPERIALE

Per capire cosa sta succedendo, non basta la cronaca, ma serve conoscere la storia.

Il 7 ottobre ha ucciso il patto fondativo del sionismo moderno. L’idea di creare un rifugio sicuro per il popolo ebraico si è polverizzata nel sangue dei kibbutz e, ancora di più, nella guerra scatenata da Netanyahu un minuto dopo, che ha fatto precipitare ai minimi termini la reputazione di Israele a causa della mattanza e dei crimini compiuti a Gaza e ora in Libano e Cisgiordania.

Oggi, paradossalmente, lo Stato di Israele è il luogo più insicuro al mondo per un ebreo e, come ha raccontato la nota cantante israeliana, Noa, per la maggior parte del suo popolo, il governo Netanyahu è un incubo quotidiano.

È un quadro a tinte fosche quello tracciato dagli studi de “L’Aria che Tira” su La7, dove la narrazione di una nazione graniticamente compatta dietro la guerra contro Hezbollah è stata smontata pezzo per pezzo.

Noa ha raccontato come il fronte nord di Israele, costantemente bersagliato dai razzi delle milizie libanesi, sia una ferita aperta. Le popolazioni sfollate vivono in uno stato di terrore perenne, ma la prospettiva di una nuova, logorante invasione del Libano rievoca tra gli israeliani traumi storici mai del tutto superati.

“Non è una guerra popolare per niente, è terribile. Ogni giorno perdiamo un altro soldato”, ha spiegato la cantante.

Ma se la società civile è sfinita, perché le armi non tacciono?

La risposta è stata un durissimo atto d’accusa contro il vertice del governo israeliano.

“Benjamin Netanyahu è spregiudicato, un bugiardo, interessato unicamente alla propria sopravvivenza politica e giudiziaria. Siamo nelle mani di un pazzo che sta approfittando della guerra per rimanere al potere e restare fuori dalla prigione”

Un’accusa che riflette un malumore crescente all’interno di Israele, dove l’assenza di un limite ai mandati del premier – Netanyahu domina la scena da vent’anni – viene ora percepita come una contraddizione democratica.

Noa ha affermato che la via d’uscita, in questo scenario, non può essere affidata ai generali. La soluzione invocata è puramente diplomatica, “un patto su larga scala, orchestrato con il peso decisivo degli Stati Uniti, che obblighi tutti gli attori in campo – Israele, Hezbollah e il loro grande sponsor, l’Iran – a un immediato “cessate il fuoco” e alla fine delle reciproche minacce di annientamento.”

Il vero spartiacque, tuttavia, è politico e guarda all’autunno.

Le prossime elezioni vengono lette come un bivio esistenziale per lo Stato ebraico. “Una scelta storica: o moriamo o viviamo”, ha chiosato l’artista, dicendosi convinta che il popolo israeliano saprà fare un passo indietro dal baratro.

Noa ha la speranza che il sentimento di vergogna per le scelte passate di una parte dell’elettorato possa tradursi nella spallata decisiva all’era del criminale Netanyahu.

Se così non fosse, l’amara profezia è quella di un Paese destinato a sprofondare in un inesorabile buco nero.

D’altro canto, l’obiettivo di Netanyahu non è quello di difendere i confini, ma non averne affatto. L’ossessione è la ricerca della “sicurezza assoluta”, un concetto che in geopolitica si traduce in una sola parola: guerra infinita.

Non puoi essere sicuro finché hai dei vicini, ergo devi eliminare i vicini, secondo la filosofia del pazzo criminale al governo di Israele.

La dottrina militare israeliana, tuttavia, non è strutturata per l’occupazione imperiale. L’IDF (Israel Defense Forces) è un esercito formidabile nei raid chirurgici: entra, distrugge ed esce.

Ma tenere il territorio? Governare milioni di ostili?

È un pantano logistico e militare che Israele non ha i numeri per sostenere.

L’ESERCITO DEI RAID E IL FANTASMA DI HEGEL

Qui si innesta il cortocircuito più affascinante e macabro dell’intera vicenda. Come facevano notare lucidamente gli analisti di Limes, un Impero non si regge solo sui cingoli dei carri armati.

I Romani, i Britannici, perfino gli Ottomani, avevano un progetto di integrazione, o quantomeno di convivenza forzata con i popoli sottomessi. Sfruttavano, tassavano, ma governavano.

Israele no.

L’establishment israeliano, trainato da fanatici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, vuole la terra, ma rifiuta la popolazione. Vuole frammentare la Cisgiordania in isolotti iper-tecnologici, tollerando e armando il terrorismo dei coloni contro i civili palestinesi.

È l’incarnazione di quello che un giovanissimo Hegel scriveva a proposito di Abramo: “Volle non amare”.

Se il conquistato non è un suddito, ma una “bestia”, come spesso viene definito nella retorica interna della destra religiosa, non c’è spazio per un impero, ma solo per lo sterminio o per la pulizia etnica. Un deserto di macerie chiamato pace.

MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI

Ma l’impalcatura scricchiola e lo fa dall’interno.

Mentre si tenta l’espansione all’esterno, la società israeliana si balcanizza. Il 14% della popolazione è composto da ultra-ortodossi. Fanno figli, dettano legge in Parlamento, ma rifiutano di servire nell’esercito.

Considerano lo Stato sionista laico un abominio, eppure ne sfruttano i sussidi. Le truppe regolari sono logorate, l’economia sanguina, e il dissenso interno viene zittito a stento dalla retorica marziale.

Ill vero braccio di ferro non è tra Israele e Hamas, e nemmeno tra Israele e Hezbollah, ma tra Israele e gli Stati Uniti.

Washington ha esaurito la pazienza. L’America di Trump, al netto degli slogan, vuole svincolarsi dal disastro in Medio Oriente per potersi concentrare sulla Cina, che si sta prendendo il mondo a livello industriale, tecnologico e geopolitico.

Ma Netanyahu non può fermarsi, perché, se la guerra finisce, iniziano i processi. Se la guerra finisce, il governo cade. Se la guerra finisce, il fallimento del 7 ottobre andrà saldato politicamente.

E, finalmente, si farà luce anche su quel 7 ottobre, per capire come sia stato possibile che alcuni giornalisti sapessero ciò che il Mossad non era riuscito a sapere, facendosi cogliere impreparato.

Ecco perché non c’è nessuna tregua all’orizzonte. La leadership israeliana è scivolata in quella che potremmo chiamare la Sindrome di Sansone.

Sentendosi accerchiato, incapace di vincere militarmente sul lungo periodo e impossibilitato a cedere politicamente, il governo di Tel Aviv stringe le braccia attorno alle colonne del tempio mediorientale. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”.

Ed è esattamente quello che stanno facendo. Mentre a Bruxelles firmano sanzioni inutili, come quelle contro Mosca, e a Washington preparano l’ennesimo annuncio “al lupo, al upo”, le colonne del tempio stanno già venendo giù. E le macerie, statene certi, arriveranno fino a noi.

ALCUNE FONTI

A CREMONA L’ARTE CONTEMPORANEA SI INTERROGA SULLA VITA, LE EMOZIONI E LO SCORRERE DEL TEMPO

ALLA GALLERIA GABETTI UN VERNISSAGE DENSO DI SIGNIFICATI, GUIDATO DALLE PENETRANTI LETTURE DEL CRITICO D’ARTE PASQUALE DI MATTEO. UN VIAGGIO TRA ASTRATTISMO, PITTURA MATERICA, FOTOGRAFIA E RIFLESSIONE CONCETTUALE.

di Vincenza Mei

CREMONA – L’arte non è solo virtuosismo tecnico o sterile ricerca estetica, ma è soprattutto necessità, urgenza espressiva, testimonianza del passaggio umano nel grande flusso dell’esistenza. È questo il fil rouge che ha animato l’inaugurazione della mostra collettiva “Il Suono del Tempo”, ospitata negli eleganti spazi della Galleria Gabetti in Arte, in Piazza Stradivari.

Un titolo non casuale, profondamente radicato nel tessuto culturale della città che ha dato casa ai più grandi liutai della storia: il suono come rimando inequivocabile al violino e alla secolare tradizione liutaia cremonese, appunto, e il tempo incarnato dal Torrazzo, con i suoi 502 gradini e il suo monumentale orologio astronomico, come ha ricordato la curatrice, Prof.ssa Daniela Belloni.

A guidare il pubblico in questa esplorazione visiva ed emotiva è stato il critico d’arte internazionale Pasquale Di Matteo, vicedirettore di Tamago e rappresentante per l’Italia di un’importante società culturale giapponese: Reijinsha.

L’evento si è aperto con un rapido, ma significativo, accenno a un progetto editoriale curato dallo stesso Di Matteo, volto a promuovere gli artisti italiani nel mercato nipponico, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Nel caso specifico del libro, “ARTE GIAPPONESE. UN’ANALISI DA UN PUNTO DI VISTA ESTETICO”, Di Matteo presenta 69 artisti giapponesi selezionati per rappresentare il Giappone nel mercato italiano.

Il libro è pubblicato e disponibile ovunque online e ordinabile in qualsiasi libreria fisica.

Un ponte culturale che ribadisce come l’arte sia un linguaggio universale in grado di abbattere ogni barriera geografica.

Poi si è entrati nel vivo della mostra, con l’indagine accurata delle opere esposte, una polifonia di voci e di stili che ha visto protagonisti undici artisti provenienti da tutta Italia, e non solo.

Ad aprire la rassegna è stata Ketty La Rosa (Verona), poetessa prestata alla ritrattistica, che trasferisce sulla tela la stessa urgenza comunicativa dei suoi versi. La sua arte magnifica le icone della cultura italiana, da Morricone a Battiato, da Mina a Milva, fermandole nel tempo.

Per l’artista, la pittura è emozione prima che tecnica: un messaggio diretto che colpisce lo spettatore scavalcando i rigidi accademismi.

Un gradito “habitué” della galleria è Attilio Zanangeli (Piacenza), portatore di un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile. Con una tavolozza dominata dal rosso (sangue, terra, energia), dal blu (l’etereo, il cielo) e dall’oro (la luce, lo spirito, l’ascesi), Zanangeli dipinge figure filiformi, simili ad alberi che si ergono verso l’alto. Le sue non sono linee rette, ma curve e ramificazioni che simboleggiano il tortuoso – ma vitale – percorso dell’esistenza umana, tra ostacoli, cadute e inevitabili rinascite.

Dalla provincia di Monza e Brianza arriva Maria Chiara Rossetti, capace di sintesi cromatiche sorprendenti. La sua opera si divide in dicotomie potenti: il grigiore alienante della metropoli contrapposto al verde rigenerante della natura, ma anche omaggi diretti alla città ospitante, come nella tela in cui un violino stilizzato si fa letteralmente “voce”, accompagnato da un’altra tela in cui una cascata scorre come il flusso inarrestabile della vita.

Forte e materica è, invece, l’impronta di Laura Mancarella (Lodi), definita dal critico come l’erede del grande astrattismo milanese degli anni ’60 e ’70. Le sue opere, sviluppate quasi sempre in senso longitudinale, sono paesaggi dell’anima. Che si tratti di Milano o dell’amato Lago d’Endine, Mancarella filtra la realtà attraverso la nebbia delle proprie emozioni, utilizzando il colore a spessore e maestosi giochi di retroilluminazione.

Decisamente fuori dagli schemi è la proposta della bergamasca Greta Rota. La sua cifra stilistica attinge a piene mani da un’estetica Pop e dal design pubblicitario, con colori acidi e contrasti vibranti. I suoi soggetti, perlopiù animali (come l’iconica scimmietta), non sono semplici ritratti faunistici, ma metafore potenti di stati d’animo e attitudini umane, catturate in istantanee cariche di ironia e tensione psicologica. Di Matteo sottolinea la maniacalità con cui l’artista riempie gli spazi tra le linee con ghirigori, linee e tratti, miniature di disegni da perderci la vista.

Giocano “in casa” tre artisti cremonesi di grande spessore. La prima è Simona Sarao, definita un’artista “di necessità e non di velleità”. Astrattista coraggiosa, la Sarao trova l’ispirazione poetica in elementi apparentemente banali, come un muro scrostato di periferia, tramutandoli in paesaggi interiori. La sua è una pittura onesta, che non cerca di assecondare il gusto del pubblico, ma risponde unicamente a un’esigenza interiore che vuole esprimersi.

Il secondo cremonese è Enrico Peretto, ex imprenditore e artista dal piglio spiccatamente concettuale. Le sue opere sono “schiaffi” che costringono a pensare: come un ostacolista che cade ma non si arrende (metafora della resilienza), dalla spazzatura germoglia un fiore meccanizzato (simbolo di rinascita dal rifiuto). Peretto rompe la comfort zone dell’osservatore, chiedendo un’interazione mentale attiva che, di questi tempi, è già rivoluzionario di per sé.

Altro artista della provincia di Cremona è Alberto Costa, pittore che Di Matteo ha definito unico per la vivacità dei suoi colori, quasi carpiti a Van Gogh, e per la capacità di rivisitare il paesaggio attraverso i filtri della sua anima.

Particolarmente apprezzata dal critico è stata l’opera di Costa raffigurante una giovane donna immortalata in un’espressione assorta, per la delicatezza dei colori, in questo caso malinconici ed educati, quasi in forma di rispetto per i pensieri della protagonista dell’opera.

Spazio poi all’eleganza compositiva di Sabrina Ceruti (Magenta), la cui indagine è focalizzata sull’universo femminile. Le donne della Ceruti sono raccontate come diamanti dalle mille sfaccettature. Ogni cromia è una cicatrice, un vissuto, un pensiero. Che dipinga la maternità atavica o una ragazza moderna isolata nella musica delle sue cuffie, l’artista ci ricorda che nel “tempo dell’umanità” siamo tutti granelli, ma ognuno portatore di una storia unica e irripetibile.

Di altissima caratura tecnica è la presenza di Fania Sverdlik, artista di origini russe trapiantata a Cremona. Le sue nature morte sfuggono alla banalità della mera riproduzione fotografica, ergendosi a capolavori senza tempo. Il suo dominio della luce è magistrale: dal buio degli sfondi fa esplodere i bianchi dei vasi, e gioca con i riflessi, donando movimento ai fiori, in una narrazione pittorica raffinatissima.

Un esperimento di straordinaria sinergia è quello portato dal duo FaRg² (Mantova), formato da Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni.

Nati da un progetto benefico, i due fondono competenze opposte: Rinaldoni crea fondi astratti e magnetici attraverso la fluid painting, su cui Ghidini interviene dipingendo figure quasi sempre femminili, che strizzano l’occhio alle linee tribali, in un gioco di velature e trasparenze che ha già conquistato le gallerie newyorkesi, e non solo.

L’arte dei FaRg² si espande anche in una vivace linea di merchandising (scarpe, borse, ecc…), dimostrando un approccio contemporaneo.

A chiudere questa ricchissima panoramica è la fotografia di Enrico Maria Ranaldi (Viterbo). Ranaldi è il cacciatore dell’istante, il narratore del tempo che scorre. Esemplari le sue foto di un anziano ex ciclista, immortalato tra i suoi polverosi trofei mentre osserva in televisione il ciclismo moderno. Un contrasto struggente tra ciò che è stato e ciò che è, che ribadisce il messaggio centrale della mostra: l’arte è la traccia più pura che lasciamo nel nostro passaggio attraverso il suono inesorabile del tempo.

Non a caso, Pasquale Di Matteo ha ribadito più volte che la vita non è un intervallo tra le date di nascita e di morte, ma proprio le impronte che lasciamo in quell’intervallo.

La mostra resterà aperta al pubblico, presso la Galleria Gabetti, fino al 20 giugno, ma gli artisti che vorranno lasciare le opere, resteranno in esposizione per tutto il periodo estivo, offrendo ai visitatori l’opportunità di immergersi in un percorso espositivo che, come ha sottolineato Di Matteo, non richiede solo occhi per essere guardato, ma soprattutto un’anima disposta ad ascoltare e una mente ancora capace di pensare.

Per approfondimenti sulle opere e le critiche degli artisti, si può visionare la pagina web dedicata alla mostra: PAGINA “IL SUONO DEL TEMPO”

IL SONDAGGIO IN UCRAINA CHE SMASCHERA L’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Già lo scorso marzo, un sondaggio in Ucraina ha messo i leader europei e Zelensky con le spalle al muro, ma a leggere i giornaloni di casa nostra o ascoltando i tele-trombettieri con l’elmetto da salotto, le truppe di Kiev sono a un passo dalla Piazza Rossa. O quasi.

Nella narrazione lisergica dell’establishment atlantico, l’Ucraina vince, stravince e ribalta le sorti del conflitto un giorno sì e l’altro pure. I russi, invece, sono disperati, ridotti alla fame, costretti a combattere con le famose pale ottocentesche e a mendicare un pugno di riso e farina in Crimea, mentre i loro droni cadono qua e là come mosche stanche.

Peccato che la realtà, quella bestia ostinata che si rifiuta di obbedire alle veline della propaganda di Bruxelles e Washington, racconti una storia diametralmente opposta. Una storia che, guarda caso, presenta il conto direttamente nei nostri portafogli.

Se l’Ucraina sta vincendo in modo così schiacciante, per quale arcano mistero la NATO ci intima di sborsare altri 70 miliardi di euro? Per fare cosa che non stia già facendo?

Al più, ne servirebbero due o tre per le ultime settimane di guerra, prima che Kiev issi la propria bandiera sul Cremlino, visti i racconti di certuni.

Ma la risposta è un capolavoro, a metà strada tra burocrazia e comicità.

I falchi del Nord Europa e la Germania pretendono l’istituzione di una tassa fissa dello 0,25% del PIL per ogni Stato membro.

Un salasso perpetuo pari a centoquaranta miliardi all’anno, prelevati dalle tasche di cittadini europei, già prosciugati da un olocausto economico ed energetico innescato proprio da questa scellerata sudditanza.

Soldi freschi, freschissimi, da iniettare in quel buco nero che è la logistica bellica ucraina, utile a foraggiare le ville, gli stipendi e i cessi d’oro dell’oligarchia di Kiev, la quale internamente non produce nemmeno gli elastici per le fionde.

A questo esproprio di massa di soldi europei si oppongono in pochi. Tra questi, incredibile a dirsi, il nostro ministro Giorgetti, il quale ha osato pestare i piedi: come si fa a strozzare ulteriormente le famiglie europee, già piegate dall’inflazione e dalle bollette impazzite, per finanziare l’invio infinito di armi?

E in una guerra che persino qualche giornalista con il poster di Zelensky in camera comincia a definire impossibile da vincere, come raccontavamo ieri, malgrado la massa del mainstream indossi ancora l’elmetto.

Ma nel club dei sonnambuli di Bruxelles, il realismo è considerato alto tradimento e ragionare con lucidità porta dritti all’appellativo di putiniano.

Per giustificare l’ingiustificabile, la propaganda ha dovuto fare gli straordinari.

Gli analisti da tastiera, copiaincollando i report di istituti come l’ISW (l’Institute for the Study of War), hanno coniato una neolingua orwelliana: se i russi avanzano inesorabilmente nel Donetsk, sfondando le difese e arrivando a soli 11 chilometri da Kramatorsk, per i gazzettieri occidentali si tratta di “infiltrazioni isolate e non confermate”; se, invece, Kiev bombarda un paio di depositi logistici perdendo intere brigate, è la “svolta decisiva del conflitto”.

La verità sul campo è che la cintura fortificata di Sloviansk e Kostantynivka sta cedendo sotto il maglio di un esercito russo che, evidentemente, non combatte solo a mani nude come vorrebbero farci credere né a dorso di muli. E non ha nemmeno perso 1,2 milioni di uomini dall’inizio del conflitto.

Ma il picco della tragicomica fantozziana si è raggiunto a Londra, dove Zelensky si è seduto a un tavolo con i leader di Regno Unito, Francia e Germania, i tre capi di governo con meno consensi elettorali dalla caduta dell’Impero Romano a oggi, uniti in un vertice per redigere il salvifico “Piano di Pace in 5 punti”.

Punto uno: cessate il fuoco.

Punto due: si parte dall’attuale linea di contatto. Fermi tutti! Fino a ieri ci spiegavano che bisognava armare Kiev fino all’ultimo respiro per respingere il mostro russo oltre i confini del 1991, invece, di punto in bianco, le “grandi riconquiste” spariscono dai radar e si accetta di congelare il fronte con le truppe di Mosca ben salde sui territori occupati.

In pratica, hanno stilato un piano di pace con la Russia, dettando le condizioni alla Russia, decidendo come dovrà comportarsi la Russia… e senza invitare la Russia.

Hanno apparecchiato la trattativa perfetta, quella in cui negozi con i tuoi amici e ti dai ragione da solo. È la diplomazia dell’autismo.

A Putin non è stata inviata mezza bozza, mezza proposta. Un dettaglio trascurabile, direte voi, tanto è un dittatore.

E a chi volete che importi che sia leader della più grande superpotenza nucleare al mondo e che, nonostante stia conducendo una guerra contro mezzi, soldi, armi e sanzioni NATO dal 2022, sia ancora in piedi?

Intanto, per non farsi mancare nulla, il piano prevede lo schieramento di truppe NATO in Ucraina come “garanzia di sicurezza” e il mantenimento del sequestro dei fondi russi.

Ovviamente, una provocazione su tutta la linea, travestita da ramoscello d’ulivo.

In mezzo a questo circo di comicità, a nessuno sembra interessare una beata fava del popolo ucraino.

L’Ukrainska Pravda, non esattamente un organo della Pravda moscovita, ha pubblicato un sondaggio che non ammette repliche.

Il 61% degli ucraini è favorevole a un cessate il fuoco sull’attuale linea del fronte, pur di far cessare il massacro.

Gli ucraini sono disposti a darla vinta a Mosca, purché non debbano più perdere altri giovani.

Sono stremati. Non vogliono più morire in una guerra impossibile da vincere e tenuta in vita artificialmente dai salotti di Washington e dai leader di Bruxelles.

Ma ai teorici dell’esportazione della democrazia, della volontà popolare non frega assolutamente nulla, come abbiamo intuito negli ultimi decenni.

Loro devono alimentare il complesso militar-industriale, devono mantenere in piedi la farsa e lo fanno con un doppio standard che ormai fa sorridere per non piangere.

Cade un drone in Romania? In tre millisecondi netti, l’Alleanza Atlantica dichiara l’origine russa del velivolo, invocando scenari apocalittici. Con buona pace dei nostri inquirenti, che ancora non hanno capito una mazza del delitto di Garlasco.

Cade un drone identico in Moldavia, che però al momento non serve alla narrazione bellicista? Silenzio di tomba, perché c’è il sospetto che sia ucraino.

“Aspettiamo le indagini”, dicono le facce di bronzo. Indagini che dureranno ere geologiche, come nel caso del NordStream 2, quando i mandati d’arresto nei confronti degli attentatori ucraini sono arrivati solo dopo diversi mesi dal danneggiamento dell’impianto vitale per l’Europa.

L’Europa ha scelto di immolarsi politicamente ed economicamente sull’altare di un imperialismo di ritorno, finanziando a debito un buco nero militare, pur di non ammettere la sconfitta, disposta a mandare al macero fino all’ultimo ucraino.

E, se serve, fino all’ultimo euro delle nostre tasche.

TRUMP, TRA I RICATTI DEL MOSSAD E MIGLIAIA DI MILARDI DI DEBITI

di Pasquale Di Matteo

Mille miliardi di dollari all’anno.

È questa la cifra che il Tesoro degli Stati Uniti stacca ogni dodici mesi al solo scopo di pagare gli interessi sul proprio debito, una somma che ha polverizzato persino l’intero budget del Pentagono.

E, mentre Washington firma assegni a vuoto per sostenere l’apparato militare più costoso del pianeta, il suo alleato più intimo, quello che giura eterna fedeltà in favore di telecamera, le piazza le cimici nello Studio Ovale per sabotarne la politica estera.

I documenti della Defense Intelligence Agency (DIA) trapelati tramite NBC non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche e spiegano che il Mossad ha attivamente spiato i funzionari dell’amministrazione Trump.

Witcoff, inviato speciale e negoziatore supremo; Colby, alto funzionario della Difesa; DiMino, Vice assistente del Segretario alla Guerra per il Medio Oriente.

La missione dell’intelligence di Tel Aviv non era proteggere l’America dal terrorismo, ma mappare in anticipo le intenzioni della Casa Bianca per far saltare sistematicamente ogni singolo tentativo di de-escalation con Teheran.

L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è il rovesciamento totale del regime iraniano e, per ottenerlo, Israele ha bisogno della potenza di fuoco americana, perciò, se Washington esita, la si forza.

Ogni volta che i negoziatori statunitensi si sono seduti a un tavolo per abbozzare una tregua, è partito un attacco missilistico israeliano non autorizzato per incenerire il compromesso.

Israele agisce nella totale immunità, coperto dal veto statunitense all’Onu e finanziato dai contribuenti americani. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) bombardano il sud del Libano e uccidono tre soldati dell’esercito regolare libanese, un contingente che non è in guerra con Tel Aviv e che, al contrario, rappresenta l’unico interlocutore istituzionale per la pace.

La giustificazione fornita ai media è che il veicolo “si muoveva in modo sospetto”. La stessa formula magica, il “movimento sospetto”, viene usata in Cisgiordania per archiviare la morte di un bimbo palestinese di sette mesi, ucciso a sangue freddo da un soldato israeliano.

Ma l’assoggettamento geopolitico degli Stati Uniti è solo la facciata esterna di un edificio che sta crollando dalle fondamenta, poiché la debolezza di Washington in politica estera è direttamente proporzionale alla sua bancarotta interna.

I trentanovemila miliardi di dollari di debito pubblico americano sono una menzogna contabile per difetto. La voragine reale si calcola aggiungendo le promesse di spesa previdenziale e sanitaria già approvate per legge, come Social Security e Medicare, per le quali il governo non ha accantonato un solo centesimo.

Inserendo queste voci, il buco fiscale degli Stati Uniti oscilla tra i sessantamila e gli ottantamila miliardi di dollari. Un numero che non appartiene più all’economia, ma all’astronomia e la sua copertura alla fantascienza.

La politica americana, da destra a sinistra, ha deciso di ignorare il problema, perché ridurre il deficit reale significa scegliere tra due opzioni che equivalgono al suicidio elettorale garantito: tagliare le pensioni e l’assistenza medica agli anziani, o raddoppiare le tasse.

Nessuno lo farà.

Le sparate dell’amministrazione Trump sulla creazione di un dipartimento per l’efficienza governativa servono a intrattenere le platee televisive.

Puoi tagliare tutte le auto blu e le consulenze ministeriali che vuoi, ma non scalfisci nemmeno lo zero virgola uno per cento di un bilancio divorato da spese strutturali fisse e dagli interessi passivi.

Per decenni, gli Stati Uniti hanno coperto questo deficit stampando moneta, quando il mondo aveva bisogno di dollari per commerciare e l’America glieli forniva esportando il proprio debito.

Il giocattolo ha funzionato finché la fiducia globale nel biglietto verde è rimasta intatta, tuttavia, oggi quella fiducia è incrinata. La militarizzazione del dollaro, usato come arma sanzionatoria per strozzare le economie sgradite, ha insegnato al resto del mondo a fare a meno del biglietto verde.

Pechino, Mosca, Nuova Delhi, ma anche alleati storici o paesi non allineati in Africa e Sudamerica, hanno iniziato una silenziosa e inesorabile de-dollarizzazione.

Nessun crollo improvviso sui mercati, ma una manovra a tenaglia: le banche centrali estere comprano oro a ritmi mai visti dalla fine di Bretton Woods e stringono accordi bilaterali per scambiare merci nelle valute locali. Il dollaro non è più l’unico rifugio sicuro.

Senza i compratori stranieri pronti ad assorbire l’oceano di titoli di Stato emessi mensilmente dal Tesoro, il meccanismo si inceppa.

La Federal Reserve non può più permettersi di stampare trilioni per comprare il debito del proprio governo senza innescare un’iperinflazione devastante.

I rendimenti dei Treasury a lunga scadenza restano artificialmente alti perché gli investitori, fiutando l’insolvenza strutturale, pretendono un premio al rischio maggiore, alimentando una spirale della morte del debito sovrano: lo Stato si indebita per pagare gli interessi sui debiti precedenti, emettendo nuovi titoli che costano sempre di più, mentre la base dei compratori si assottiglia.

Un morto che stringe sempre più la corda intorno al suo stesso collo.

Washington non ha i soldi per mantenere il proprio welfare interno, non ha la forza finanziaria per dettare legge sui mercati globali e non ha la forza politica per imporre la linea ai propri protettorati militari.

Finanzia armi e diplomazia per un alleato mediorientale che la ripaga hackerando le comunicazioni della presidenza e trascinandola verso il baratro di una guerra regionale su larga scala con l’Iran.

Oggi, l’America somiglia alla Francia di Luigi XVI, che diede il colpo di grazia all’enorme debito del regno entrando a gamba tesa nella guerra tra le colonie americane e l’Inghilterra. Mossa che condusse alla Rivoluzione francese.

Nessun impero crolla per colpa di un’invasione improvvisa.

Nel caso degli USA, muore pagando a rate il proprio sicario, con una moneta che il resto del mondo ha già cominciato a rifiutare.

Non manca molto all’emissione della prima fattura che resterà insoluta.

LA RITIRATA DEI GIORNALISTI CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“A Kiev sanno benissimo di non poter vincere sul campo”.

La frase è stata scritta da uno di quei direttori dei principali quotidiani italiani che, per quattro anni, hanno spiegato ai lettori che l’esercito russo era alla frutta, perché perdeva mille uomini al giorno, aveva esaurito i mezzi corazzati ed era ridotto a combattere a dorso di mulo brandendo pale dell’Ottocento.

Oggi, senza nemmeno l’ombra di una smentita o mezza riga di scuse per aver intossicato l’opinione pubblica con analisi e racconti che il tempo ha certificato come panzane, la vittoria militare dell’Ucraina viene derubricata a miraggio, a cosa impossibile.

Chi faceva notare questa ovvietà due anni fa veniva marchiato a fuoco come putiniano, disfattista, traditore dell’Occidente. Oggi, invece, è il nuovo dogma degli editorialisti in ritirata.

Per mascherare il disastro sul campo, e la scellerata sequela di supercazzole spacciate per notizie, le redazioni si aggrappano a una narrazione bipolare: leggendo l’articolo in cui mi sono imbattuto, metà serve a smentire silenziosamente le balle raccontate nei quattro anni precedenti, l’altra metà a ribadire che bisogna continuare a inviare armi e soldi.

Tanto a morire sono i figli degli ucraini, mica quelli dei giornalisti e dei leader europei.

IL FANTASMA DI ISTANBUL E LE MEMORIE CORTE

Il capolavoro del “revisionismo quotidiano” parte dalla diplomazia. Leggiamo che la recente lettera di Volodymyr Zelensky inviata a Vladimir Putin “poteva essere un punto di partenza”, una “palla da cogliere al balzo”, e ci si stupisce che il Cremlino continui a chiudere la porta.

Il problema è che i fatti, ostinatamente ignorati, dicono altro, poiché i famosi piani di pace di Kiev non sono documenti negoziali, ma richieste di resa incondizionata a una potenza nucleare che detiene l’iniziativa militare: Kiev chiede il ritiro immediato ai confini del 1991, Crimea compresa, pagamento dei danni di guerra e consegna dei vertici politici e militari russi al Tribunale penale internazionale dell’Aia.

È come se il Giappone, nell’agosto del 1945, avesse offerto la pace agli Stati Uniti a patto di ricevere in regalo le isole Hawaii e un cambio di governo a Washington.

L’unica, vera palla da cogliere al balzo era sul tavolo a Istanbul, nella primavera del 2022, quando i russi si stavano ritirando dai dintorni di Kiev in segno di distensione e le bozze dell’accordo erano pronte e i negoziatori ucraini e russi avevano trovato la quadra sulla neutralità.

Poi è atterrato Boris Johnson, che ha convinto Zelensky a stracciare i documenti.

L’Occidente avrebbe garantito fiumi di denaro, armi e coperture per sconfiggere Mosca. Il risultato di quella brillante mossa strategica, oggi confermata da diplomatici turchi, israeliani e persino da ex consiglieri ucraini, si conta in centinaia di migliaia di giovani morti nelle trincee, un terzo della popolazione fuggita all’estero e uno Stato tenuto artificialmente in vita dalle tasse dei cittadini europei.

I nostri giornalisti, però, preferiscono indignarsi per la porta chiusa di Putin oggi, fingendo di non ricordare chi ha murato l’ingresso due anni fa.

KOSTYANTYNIVKA E LA TECNICA DELLA DISTRAZIONE DI MASSA

La città strategica di Kostyantynivka è sotto assedio. Le forze russe stanno chiudendo una tenaglia nel Donbass, tagliando le vie di rifornimento e inghiottendo chilometri quadrati.

Crolla Pokrovsk, crollano gli snodi vitali, ma nei telegiornali italiani, Kostyantynivka non esiste.

Nemmeno l’Institute for the Study of War (ISW), solitamente prodigio nel magnificare ogni singolo passo ripreso dagli ucraini, riesce a nascondere il collasso, pur edulcorandolo.

Per le nostre firme di punta, le truppe russe che spezzano la spina dorsale della difesa ucraina ottengono “successi militari tattici e del tutto interlocutori”, utili solo per la “vuota propaganda”.

Al contrario, l’Ucraina viene esaltata per aver “imparato come nessuno al mondo a condurre questa guerra”.

Si sposta l’attenzione dai campi di battaglia ai titoli dei giornali.

Nelle ultime ore, Kiev ha lanciato oltre 140 droni sulle regioni di San Pietroburgo e Leningrado che hanno colpito un terminal petrolifero, causato la chiusura temporanea di un aeroporto, interrotto i servizi internet mobili in alcuni distretti.

Un attacco in profondità, innegabile, ma militarmente irrilevante per le sorti del fronte. Al più, è l’equivalente di un attentato. È una pura operazione di distrazione di massa che serve a fornire ai media occidentali materiale per titolare sulla “vulnerabilità russa” e nascondere il fango, il sangue e la ritirata a Kostyantynivka.

La reazione russa, puntuale e brutale, ha visto lo sciame di quasi 300 droni colpire le infrastrutture a Kiev, Donetsk e Kherson nelle ore immediatamente successive.

Di questi contrattacchi a tappeto, che smantellano pezzo per pezzo la rete elettrica ucraina, si parla poco o nulla, perché bisogna alimentare la favola delle truppe di Zelensky che si infiltrano a Kharkiv o Kupyansk, infiltrazioni che, a una verifica incrociata sui bollettini militari, non esistono.

Se le truppe russe avanzano, non viene detto. Se le truppe ucraine non avanzano, si usa il termine “infiltrazione” per suggerire un movimento invisibile.

I MORTI VIVENTI DELL’EUROPA E LA FUGA A LONDRA

Ammesso il disastro militare, la retorica giornalistica cerca rifugio nella politica internazionale, infatti, i leader europei vengono dipinti come statisti intenti a “ricoprire un ruolo attivo nella ricerca di una via d’uscita”. Basta guardare i protagonisti per capire la portata della farsa.

Macron, Merz e Starmer si sono incontrati senza gli Stati Uniti, per discutere le sorti dell’Ucraina. Un vertice tra fantasmi.

Macron ha un governo appeso a un filo, blindato in casa dopo aver preso schiaffi elettorali da destra e sinistra; Merz governa una Germania in recessione, terrorizzato dall’ascesa prepotente dell’AfD alle elezioni regionali; Starmer è crollato nei consensi in patria a tempo di record.

Fino a un mese fa, questi tre leader speculavano sull’invio di truppe Nato sul terreno e autorizzavano l’uso di missili a lungo raggio contro il territorio russo, giocando alla Terza Guerra Mondiale sulla pelle degli altri.

Oggi, con Washington che stacca la spina perché Donald Trump è concentrato sull’Iran e sulle dinamiche interne americane, i tre finti statisti cercano disperatamente di negoziare tra di loro.

Non con la Russia. Tra di loro.

Per poter produrre un comunicato stampa che salvi la faccia davanti agli elettori incattiviti dall’inflazione e dalle bollette.

In questo quadro da reparto di Psichiatria, si inserisce il posizionamento del governo italiano.

Giorgia Meloni sta disertando metodicamente gli incontri con l’asse franco-tedesco. Non è andata alla riunione sui Balcani, non è andata a Londra.

I giornali la accusano di isolazionismo, ma la realtà geopolitica suggerisce un’altra lettura: Palazzo Chigi ha fiutato l’aria.

Restare incollati a Macron e Merz significa affondare con loro. Meloni ha capito la stragrande maggioranza degli italiani non vuole più alimentare una guerra che un mattatoio per gli ucraini perciò cerca di smarcarsi, cerca di lanciare segnali oltreoceano, rifiutando di farsi trascinare nel precipizio dai vecchi leader europei ridotti a morti che camminano.

L’ONORE DI CHI MANDA GLI ALTRI A MORIRE

L’architettura della propaganda si chiude sempre con un appello ai sentimenti alti.

Dopo aver certificato che la vittoria ucraina è impossibile, che il risultato è uno “stallo spaventoso e angosciante” e che gli alleati americani si stanno defilando, l’editoriale di turno intima al governo italiano di mantenere la “ferma postura al fianco di Kiev” perché è un “dato di onore che non possiamo sprecare”.

Eccolo, il nocciolo della questione.

Sappiamo che la strategia ha fallito, sappiamo che i russi avanzano. Sappiamo che l’Ucraina ha finito gli uomini ed è costretta a prelevare i civili per strada con la coscrizione forzata. Sappiamo, grazie alle indagini tedesche accuratamente silenziate dalla nostra stampa, che a far saltare i gasdotti del Nord Stream 2 è stato un commando ucraino, un atto di terrorismo contro un’infrastruttura europea.

Eppure, secondo questi giornalisti, dobbiamo continuare a finanziare la carneficina emettendo debito. Non per vincere, cosa ormai esclusa anche da costoro. Nemmeno per la democrazia. Ma per l’onore.

L’onore di non ammettere di aver sbagliato l’analisi fin dal primo giorno. L’onore di chi firma articoli infuocati da una scrivania a Milano o di Roma, mandando a morire ventenni nel fango di Kostyantynivka, convinti di leggere un libro che raccontava una storia parallela alla realtà.

Chi pagherà il conto della ricostruzione di un Paese distrutto e il costo sociale di una generazione ucraina annientata?

E, soprattutto, dov’era questo senso dell’onore quando a Istanbul c’era la possibilità di firmare la pace prima che la guerra divorasse il futuro dell’Europa?

CENTO MILIARDI PER COMPRARE IL NULLA. IL CONTO DELLA SERVA E LA RESA DI KIEV

di Pasquale Di Matteo

Cento miliardi di dollari l’anno.

È la fattura che Volodymyr Zelensky presenta ai contribuenti occidentali per tenere in vita un Paese che, militarmente ed economicamente, ha smesso di reggersi in piedi da almeno ventiquattro mesi.

Intanto, lo stesso presidente ucraino prende carta e penna e pubblica una lettera indirizzata a Vladimir Putin, chiedendo un faccia a faccia diretto, in territorio neutro. Senza mediatori europei e, soprattutto, senza gli Stati Uniti di Donald Trump.

L’Ucraina brucia tra i 45 e i 50 miliardi di dollari all’anno solo per produrre droni da lanciare in profondità nel territorio russo, colpendo raffinerie a centinaia di chilometri dal fronte. Il resto del budget, quello per pagare pensioni, medici, impiegati statali e soldati, lo mette l’Europa.

Lo mettiamo noi, attraverso il sistema dei prestiti internazionali che fa storcere il naso ai ministeri del Tesoro di mezza Unione. E dopo aver pagato il conto, l’Europa riceve il benservito: Kiev non vuole Bruxelles al tavolo delle trattative.

D’altronde, persino Zelensky sa che l’Unione Europea è parte in causa, un bancomat che ha fornito armi e sussidi, non un arbitro imparziale. E ha già visto gli europei nelle trattative del 2022.

LA RICONQUISTA DEL NULLA

Mentre Zelensky chiede aiuto direttamente a Putin, i bollettini di Kiev continuano a ripetere che la Russia è in ginocchio, che le sanzioni funzionano, che Mosca perde trentamila uomini al mese, uomini che, se la matematica non è un’opinione, dovrebbe aver esaurito completamente almeno dallo scorso marzo.

Poi si leggono i dati dell’Institute for the Study of War, rilanciati dall’Afp e si scopre che, nel mese di maggio, l’esercito ucraino ha riconquistato 282 chilometri quadrati di territorio. Duecentottantadue. Praticamente l’estensione di Orvieto.

E lo ha fatto in zone dove le truppe russe rimangono ampiamente infiltrate, pronte a riprendersi i metri di terra bruciata alla prima rotazione di truppe, quindi, senza un controllo reale del territorio.

Zelensky lamenta che le armi europee non arrivano, o arrivano troppo lentamente. Chiede nuovi sistemi Patriot, ma l’Occidente ha svuotato i magazzini. I missili non arrivano perché non ci sono. La capacità produttiva è satura e fagocitata in larga parte dal disastro mediorientale, dove l’ennesima tregua farsa è già saltata.

Israele se ne infischia degli accordi, perciò Hezbollah risponde col fuoco, e nel mezzo ci muore un soldato dei caschi blu dell’Onu.

Fosse stata la Russia, apriti o cielo!

Ma Israele è il marchese del Grillo della geopolitica.

Washington deve guardare a due fronti contemporaneamente, e la Camera americana che ha votato sì agli aiuti per Kiev, ha messo i paletti sulle operazioni contro l’Iran, perché le risorse sono finite.

E sulle risorse dovrà esprimersi ancora il Senato.

IL GELO DI MOSCA E L’ENTUSIASMO DI TRUMP

La risposta di Vladimir Putin non è stata un rifiuto plateale, ma una condizione inaccettabile: se vogliamo parlare, vieni a Mosca.

Il Cremlino sa di avere il tempo dalla sua parte e discute solo sulla base dei punti già fissati con l’amministrazione Trump: riconoscimento delle annessioni territoriali e controllo sul Donbass.

Dal canto suo, Donald Trump non nasconde la soddisfazione. Dalla Casa Bianca definisce “fantastica” l’idea di un incontro tra i due leader, perché un eventuale accordo porterebbe alla fine della guerra in Ucraina e sgancerebbe l’America dal pantano europeo.

E Trump ha già fatto capire più volte che l’Ucraina, per Washington, è un asset tossico in via di dismissione.

L’Europa, invece di elaborare una strategia autonoma, balbetta.

In Montenegro, si è tenuto un vertice per discutere l’allargamento dell’Unione ai Balcani Occidentali. Un modo per far vedere che Bruxelles esiste e si espande.

Emmanuel Macron e la Germania dettano la linea, ma Giorgia Meloni non è salita nemmeno sull’aereo per raggiungerli, ufficialmente trattenuta a Reggio Calabria per la festa dell’Arma dei Carabinieri.

La presidenza del Consiglio ha preferito una parata interna al tavolo dove si ridisegnano i confini dell’influenza europea, come se Trump fosse rimasto a una parata in una contea sperduta, mentre altrove ridisegnavano l’assetto federale degli USA. Un vuoto che certifica l’irrilevanza di Roma sulle grandi partite continentali.

IL DRONE RUMENO E L’AMNESIA POLACCA

Mentre la diplomazia annaspa, la guerra rischia quotidianamente di tracimare. Nel porto di Costanza, in Romania, un drone ucraino è esploso, devastando le infrastrutture.

L’ambasciata russa punta il dito contro Kiev: un drone ucraino fuori controllo. Kiev accusa Mosca di averlo deviato di proposito.

Poiché ucraino, stavolta nessuno invoca l’Articolo 5, ma il nervosismo è palpabile a Varsavia.

Il ministro della Difesa polacco ha chiesto formalmente a Washington l’apertura di una base militare statunitense in Polonia. I polacchi comprano l’ombrello americano, terrorizzati dall’idea di essere i prossimi.

Anche se non si capisce i prossimi di cosa, visto che Mosca sarebbe al tappeto, senza più uomini e con le sanzioni a stritolarne l’economia, tanto chee l’Ucraina starebbe vincendo la guerra, a detta dei grandi quotidiani di casa nostra.

Eppure, proprio tra Varsavia e Kiev si è consumato di recente l’ennesimo scontro: Zelensky ha recentemente intitolato un’unità militare agli “Eroi dell’UPA”, l’Esercito Insurrezionale Ucraino del nazista Stepan Bandera.

Si tratta dell’unità responsabile dei massacri di Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui vennero trucidati centomila civili polacchi.

L’alleato ucraino, tenuto in vita anche dalle armi polacche, sputa sulla memoria storica di Varsavia e il ministro degli Esteri polacco è stato costretto a minacciare di bloccare il percorso di adesione di Kiev all’Unione Europea se la questione non verrà risolta.

LE TRATTATIVE SOTTOBANCO

Mentre Zelensky tuona contro le condizioni inaccettabili di Mosca, i negoziati avvengono. Sono avvenuti in Alaska, con i delegati di Trump e avvengono a porte chiuse.

Il blocco occidentale è paralizzato. Paga una guerra che non può vincere, sostiene un alleato che lo insulta e lo attacca, tra sabotaggi, come il Nord Stream, e droni, così, finge di indignarsi per le provocazioni russe, ma prega che non scappi mai il colpo di troppo.

Zelensky chiede missili Patriot, ma l’industria bellica americana non riesce a produrli nei tempi e nei volumi richiesti e ne abbiamo bruciati troppi, tra Kiev e il deserto mediorientale.

L’Ucraina oggi è un buco nero finanziario tenuto insieme dalla retorica e dalla propaganda.

Cento miliardi all’anno per mantenere lo stallo.

Putin lo sa e aspetta, Trump calcola, l’Europa paga.

I leader europei parlano di sostegno incrollabile, ma i bilanci parlano di un fallimento a rate.

E tante elezioni si avvicinano.

Gli europei voteranno per chi urla “urla all’invasore russo o per chi vuole staccare la spina per finanziare prima Sanità, ricerca, istruzione e welfare?