I media mainstream ci propinano da quasi cinque anni una realtà parallela, accuratamente impacchettata, infiocchettata e servita a domicilio con una copertina dal titolo “informazione”
Se si seguono i talk-show del pensiero unico, la NATO è una grande organizzazione, etica, morale, animata da profondo spirito democratico, e l’Ucraina sta vincendo a mani basse, riconquistando territori un giorno sì e l’altro pure, mentre la Russia di Putin è ridotta a una macchietta geopolitica, implorante e senza benzina.
E già qui, chiunque sia dotato di almeno due neuroni funzionanti si domanderà come sia possibile doversi riarmare per le minacce russe, se Mosca è al tappeto, senza uomini e se ha preso schiaffi persino dall’Ucraina.
Tuttavia, subentra la dimensione vera, quella della realtà dei fatti e non delle propagande, quella che si scrive nel fango delle trincee, con il sangue e la disperazione di chi muore.
Secondo la realtà vera, siamo di fronte a un de profundis collettivo, a un tentativo grottesco e disperato di rianimare un cadavere, inventando dispacci di sana pianta, come con i microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini, le pale ottocentesche, i muli, le controffensive risolutive dei valorosi ucraini che parlavano un inglese madrelingua, l’arrivo degli F16 e altre notizie di poco conto e inservibili sul fronte reale, ma vendute come grandi vittorie, in perfetto stile hollywoodiano.
LA RIVOLTA SILENZIOSA DI LEOPOLI E LA CACCIA ALL’UOMO
Per mesi, ci hanno propinato la favola di un popolo ucraino unito in un solo afflato patriottico e pronto a correre in massa nei centri di arruolamento per respingere lo sporco nemico russo, una narrazione edulcorata che, tuttavia, stride con la cronaca reale.
Negli ultimi giorni, sulle strade di Leopoli è andata in scena una rivolta popolare spontanea contro i reclutatori militari dell’esercito quando un giovane è stato fermato per strada, braccato nel tentativo di essere inserito a forza negli ingranaggi del tritacarne della leva forzata.
Ma la gente comune, quella che non vive nei salotti televisivi e nemmeno ascolta le panzane veicolate dalla propaganda mainstream, non ne può più. Decine di cittadini infuriati hanno circondato la camionetta dei militari, hanno spaccato i vetri e letteralmente ribaltato l’auto sulla strada, tra gli applausi e le grida di “vergogna” dei passanti.
È la fabbrica della paura che si inceppa. Gli uomini ucraini in età arruolabile ormai evitano come la peste i centri delle grandi città per non essere rapiti dallo Stato, mentre altri cercano di fuggire all’estero con ogni mezzo, spesso illegalmente.
L’Unione Europea accarezza l’idea di tagliare i sussidi e lo status di rifugiati a questi ragazzi per costringerli a tornare in patria a farsi sparare addosso. Chiamatela pure solidarietà occidentale.
IL MISTERO DELLE PETROLIERE FANTASMA NEL MAR NERO
Il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato di aver colpito ben 35 navi russe in appena quattro giorni nel Mar d’Azov e nel Mar Nero, incluse dodici petroliere colpite in una sola notte, ma su questi numeri non esistono conferme credibili.
Tuttavia, anche solo con la logica, se dodici petroliere cariche di greggio fossero state colpite e nel Mar Nero, le spiagge della Crimea e dei paesi limitrofi sarebbero sommerse da una marea nera apocalittica, eppure, non c’è traccia di disastro ecologico.
Come mai?
È molto semplice: le petroliere fantasma esistono solo nei comunicati stampa di Kiev, scritti appositamente per compiacere i donatori occidentali e giustificare la richiesta di ulteriori miliardi.
Panzane, insomma. Balle, sciocchezze… fate un po’ voi.
LA NATO E IL SUO CADAVERE
La NATO recita la parte della protagonista forte, ma il recente vertice dell’Alleanza ha svelato tutta la fragilità di un’organizzazione divisa, terrorizzata dai capricci di Trump, che considera l’Alleanza Atlantica un costoso e inutile ferro vecchio.
Ma lo spettacolo deve continuare, quindi come si tiene in piedi un cadavere?
Pompando denaro, naturalmente.
Viene così imposto l’obiettivo assurdo di aumentare le spese militari al 2%, o persino al 5% del PIL, come ventilato in certi tavoli. Una follia pura. Anche se nessuna economia europea, stremate dall’inflazione e dal declino industriale, può permettersi un simile salasso energetico e finanziario.
Si ricorrerà ai soliti trucchi contabili, spacciando le spese per infrastrutture civili come investimenti della difesa pur di far quadrare i conti, nella speranza che l’inquilino della Casa Bianca cresca un po’ e si comporti da adulto.
Nel frattempo, l’Italia fa il suo solito, deprimente mestiere: il servo sciocco, quando non lo zerbino. Corre a inchinarsi a Washington, riceve pacche sulle spalle, spende miliardi sottratti a sanità e scuola per acquistare sistemi d’arma obsoleti e, in cambio, ottiene solo porte in faccia e zero peso politico nelle decisioni che contano.
IL PARADOSSO DI ZELENSKY E L’OPPOSIZIONE SEMPRE PIÙ FORTE
Tutto questo dispendio di vite umane e risorse pubbliche viene spacciato come l’estrema difesa della “democrazia e dei valori europei”. Peccato che l’eroe in maglietta militare santificato dai parlamenti europei, Volodymyr Zelensky, sia un autocrate che governa senza elezioni da anni, giustificandosi con lo stato di guerra.
Un leader che ha messo fuori legge undici partiti di opposizione, che ha chiuso i canali televisivi e i giornali non allineati, che ha fatto sparire decine di giornalisti scomodi e che stringe alleanze strutturali con battaglioni dichiaratamente neonazisti. Senza dimenticare i cessi d’oro, la corruzione e le accuse della magistratura tedesca di essere il mandante dell’attentato al Nord Stream 2, lui o chi per lui.
Intanto, c’è un ucraino, Oleksiy Arestovich, che dà fastidio al buon Zelensky. Un uomo che è stato consigliere della presidenza ucraina, che ha vissuto dall’interno il sistema di potere di Kiev e che oggi ne denuncia tutte le contraddizioni, ma, stranamente, il mainstream se ne dimentica.
Secondo Arestovich, Zelensky avrebbe scelto di investire il meno possibile nella costruzione di infrastrutture militari protette, confidando che fosse soprattutto l’Occidente a sostenere economicamente lo sforzo bellico.
Questa scelta ha portato a materiali e logistica collocati in prossimità di aree civili, anche perché l’Ucraina non dispone di una rete capillare di rifugi e magazzini sotterranei costruiti in tempo di pace, come invece hanno fatto altri paesi.
L’oppositore ucraino a Zelensky ricorda che le Convenzioni di Ginevra impongono di separare gli obiettivi militari dalla popolazione civile e che l’utilizzo deliberato dei civili come scudi umani costituisce un crimine di guerra, ma aggiunge che, pur non volendo credere che Zelensky metta a rischio il popolo di proposito, ritiene comunque il sistema dirigente ucraino colpevole di improvvisazione, carenze strutturali, incapacità di comando, intelligence inadeguata e insipienza dei vertici militari.
Un’idea di Ucraina molto lontana da quella veicolata dal mainstream in Occidente.
Il problema è che le analisi di Arestovich sono scomode perché criticano apertamente Zelensky senza poter essere accusate di propaganda russa.
Davvero l’Occidente vuole rischiare il suicidio nucleare per difendere un regime del genere?
Un regime che, qualora entrasse nell’Unione Europea, provocherebbe un terremoto economico e la distruzione del nostro intero settore agricolo, oltre alla Terza Guerra Mondiale, in virtù dell’Art. 5?
Il problema è che il legame ombelicale che unisce l’Europa a Washington non è un’alleanza protettiva, ma una gabbia dorata che ci sta trascinando nel baratro per il tornaconto di chi ha interessi economici e geopolitici nella guerra.
È tempo di aprire gli occhi, di smontare pezzo per pezzo la narrazione della paura e di pretendere la pace, prima che l’ultimo ucraino, e forse l’ultimo europeo, paghi il prezzo definitivo di questa ipocrisia.
Chi vuole davvero il bene degli ucraini dice no alla guerra e basta alle armi. Gli altri, invece, tifano per la fine degli ucraini, senza se e senza ma.

