Sorrisi, pacche sulle spalle, strette di mano a favor di telecamera e battute al limite del grottesco. È questa la sintesi dell’ultimo vertice NATO. Niente di diverso dal solito.
Sembra di assistere al raduno annuale di un club del golf particolarmente esclusivo, poi alzi il volume, ascolti le dichiarazioni ufficiali rilanciate a reti unificate dai megafoni del pensiero unico, e la dissonanza cognitiva ti fa capire che viviamo in 1984 di Orwell.
Da una parte, questi grandi soci del club decantano un trionfo imminente e una coesione incrollabile, dall’altra, si consuma un massacro di cui è vietato parlare, un tritacarne che inghiotte vite, città e, silenziosamente, il futuro del nostro continente.
Tutto mentre gli ucraini si rivoltano contro i reclutatori, rovesciando camionette dell’esercito e prendendo a calci e pugni i militari perché non vogliono più andare a morire per Zelensky.
Ci hanno raccontato che bastava un ultimo sforzo, l’ultimo invio di armi, l’ultimo pacchetto di sanzioni, poi la Russia sarebbe implosa, Putin destituito, e noi avremmo brindato alla democrazia.
Ma era la stessa strategia degli “ancora quindici giorni” quando ci hanno chiuso in casa e discriminato per due anni, perché che bastasse un ultimo sforzo per far implodere Mosca ce l’hanno ripetuto dalla fine del 2022 e l’unica cosa a essere implosa è l’economia europea, vittima di un suicidio assistito che i nostri leader chiamano “solidarietà atlantica”.
LA FABBRICA DELLE ILLUSIONI E IL BLUFF DEI PATRIOT
Prendiamo l’ultima genialata partorita dai vertici internazionali, una panzana talmente grossa che per crederci bisogna davvero essersi nutriti di reality e soap opera a colazione per anni.
Ci dicono che l’Ucraina, un Paese con la rete elettrica compromessa e le infrastrutture industriali in macerie, potrà produrre “in casa” i complessi sistemi missilistici antiaerei Patriot.
Fantastico.
Peccato che sia una truffa di dialettica, oltre che logistica.
Costruire un sistema d’arma del genere richiede catene di fornitura di alta tecnologia, stabilimenti sicuri, a prova di bombardamenti, e anni di lavoro.
Ma a Kiev i missili servono ieri, non nel 2029.
Allora, a cosa serve questo annuncio?
Semplicemente a garantire che la licenza e i brevetti restino saldamente nelle mani dei colossi dell’industria bellica americana, come Lockheed Martin e Raytheon.
L’Ucraina, se tutto va bene, ci metterà la manodopera e il logo, ma chi pagherà il conto di questa faraonica delocalizzazione saremo noi, i contribuenti europei.
Noi stacchiamo l’assegno, l’industria americana incassa e l’Ucraina ottiene l’illusione di una fornitura che, nel breve termine, non cambierà nemmeno di un’unghia le sorti del conflitto.
Senza contare il fatto che forzare l’ingresso di Kiev nella NATO, in questo momento, significherebbe attivare l’Articolo 5 del trattato dell’Alleanza, ovvero, la Terza Guerra Mondiale garantita.
Un dettaglio da niente, su cui i nostri telegiornali sorvolano elegantemente, preferendo i sorrisi di quelli che promettevano la vittoria quasi cinque anni fa, invece, ci hanno resi più poveri e ci stanno disegnando un cartello da cento punti sulla schiena per i missili di Mosca.
ARMI O SANITÀ? IL GRANDE AFFARE A STELLE E STRISCE
Mentre ci intrattengono con la panzana della vittoria alle porte, sono 2.888 i miliardi di dollari di spesa militare globale registrati in un solo anno.
Una cifra mostruosa.
L’Europa è stata chiamata alla cassa perché bisogna riarmarsi, ci dicono. Dobbiamo raggiungere valori più alti del PIL in spese militari, altrimenti lo Zio Sam si arrabbia.
E in Italia, come si traduce tutto questo? In oltre 4 miliardi di euro spesi in aiuti militari a Kiev, spediti in gran segreto con decreti blindati. Quattro miliardi.
Vi siete mai chiesti quanti medici, quanti infermieri, quanti posti letto si potrebbero finanziare con quei soldi? Vi siete mai accorti che mentre si trovano magicamente i fondi per comprare missili e carri armati, le liste d’attesa negli ospedali italiani assomigliano sempre di più a condanne a morte per le fasce più deboli?
E vi siete mai accorti che per i bisogni e le esigenze degli italiani la coperta è sempre corta, mentre, per comprare i missili americani, i soldi si trovano sempre?
La scelta è tra cannoni e benessere degli italiani e noi abbiamo scelto i cannoni, peraltro da regalare a terzi, e ora ci accorgiamo che in frigo non è rimasto nemmeno il burro.
L’esempio della Germania è lampante: l’ex locomotiva d’Europa si sta deindustrializzando a ritmi vertiginosi. Berlino ha rinunciato al gas russo a basso costo per piegarsi al gas naturale liquefatto (GNL) americano, pagandolo a prezzi gonfiati.
Un capolavoro di masochismo che sta trascinando in recessione tutto l’indotto continentale, Italia in primis.
La dimostrazione palese di come l’attuale classe politica e dirigenziale europea sia la peggiore di sempre.
DA DIFESA AD AGGRESSIONE, LA MUTAZIONE DELLA NATO
Dietro questo disastro c’è un equivoco di fondo. O meglio, una menzogna storica.
La NATO è nata come alleanza difensiva per arginare la minaccia sovietica, ci dicevano, ma crollato il Muro di Berlino, la sua missione era finita, invece, non solo si è espansa inglobando tutto l’Est Europa, ma si è trasformata in uno strumento di proiezione offensiva della politica estera statunitense, rivelandosi per quello che era.
Se avete dubbi, chiedetelo a Belgrado nel 1999 o a Tripoli nel 2011.
L’Europa non ha alcun piano B.
Invece di costruire una Difesa Comune autonoma, si è adagiata nel ruolo di vassallo dell’impero americano. E qui entra in gioco il fattore Trump, lo spauracchio agitato dai salotti progressisti.
Ma che ci sia alla Casa Bianca il “pazzo” Trump o il Biden delle allucinazioni, il succo della dottrina americana non cambia di una virgola: l’Europa è un protettorato e, come tale, deve pagare il pizzo per la protezione.
Semmai, cambiano i toni, ma non la politica militare né le fatture.
L’ITALIA E LA SUA FINE
L’Italia recita la parte del cameriere zelante, quando smette di essere zerbino, un po’ a giorni alterni.
C’è stato un tempo in cui il nostro Paese, da Craxi a Berlusconi, passando per Andreotti e fino a Draghi, sapeva tessere reti diplomatiche, mantenere un canale aperto con Mosca e fare da ponte tra Occidente, Oriente e sponda sud del Mediterraneo.
Oggi, di quella vocazione mediterranea e di quel peso diplomatico non c’è più traccia.
Il Governo Meloni ha scelto l’allineamento totale, cieco e incondizionato ai diktat atlantici. Ha cancellato ogni velleità di mediazione per guadagnarsi la pacca sulla spalla a Washington.
E non fatevi ingannare dai teatrini interni.
Vediamo la Lega o frange del dissenso fare la voce grossa, ululare contro l’invio di armi a favor di telecamera per raccattare qualche voto, salvo poi schiacciare disciplinatamente il tasto “Sì” in Parlamento quando c’è da approvare il rifinanziamento bellico.
Ormai sono lì da tre anni e si è capita l’antifona.
La parola “Pace” è stata sporcata, piegata, criminalizzata. Se osi invocare il realismo politico, un negoziato o una tregua, vieni marchiato con la lettera scarlatta di “putiniano”. È la vittoria del maccartismo applicato alla geopolitica.
Tutto questo per cosa?
L’Ucraina, per gli Stati Uniti, è solo un intermediario, un proxy, uno strumento. Il vero obiettivo strategico di Washington per il ventunesimo secolo non è Mosca, ma Pechino. La guerra in Ucraina serve come piano d’avvicinamento.
Quando la Casa Bianca deciderà che è tempo di chiudere la partita a Est per spostare portaerei, fondi e truppe nel quadrante del Pacifico per contenere la Cina, cosa resterà di noi?
Resterà un’Europa in macerie, un continente disarmato, economicamente dissanguato, con confini instabili e senza uno straccio di politica estera indipendente.
Ci lasceranno la polvere da spazzare e i debiti da pagare. E saremo vulnerabili, tremendamente vulnerabili.
È arrivato il momento di spegnere le tifoserie da stadio, quelle alimentate da opinionisti con l’elmetto che parlano di strategie militari dai divani televisivi, ma che si guardano bene da imbarcare un figlio su un aereo per il fronte ucraino.
L’Italia deve riappropriarsi della sua intelligenza politica e della sua sovranità, prima di finire schiacciata definitivamente tra l’incudine americana e il martello russo-asiatico. Perché quando l’illusione svanirà, il conto sarà servito.
E lo pagheremo noi. Fino all’ultimo centesimo.
E l’Europa?
Al più ci manderà la Troika.
Siamo davvero convinti che valga ancora la pena restare in questa Europa, che non c’entra nulla con quell’Europa dei popoli e della diplomazia che tanto ci avevano decantato?

