Pietrangelo Buttafuoco, scrittore, giornalista e attuale presidente della Biennale di Venezia, non tornerà al microfono di Rai Radio1 nella prossima stagione.
Il suo “Lupus in fabula”, striscia mattutina che per mesi ha tentato l’impresa disperata di iniettare letteratura, libri e riflessione critica nel flusso radiofonico di una nazione come l’Italia, dove leggere è sempre più affare per pochi, viene cancellato dai nuovi palinsesti della RAI.
A confermarlo, con la consueta flemma, condita di sottile ironia, è stato lo stesso Buttafuoco.
Il noto giornalista e scrittore, ha precisato di essere stato avvisato per tempo. Nessun fulmine a ciel sereno, dunque, ma una decisione meditata e irrevocabile da parte dei vertici aziendali.
Eppure, le sue rassicurazioni suonano come artificiali, preparate da dare in pasto alla stampa, perché in questa vicenda i conti non tornano.
Per mesi, il dibattito pubblico è stato monopolizzato dal racconto di una Rai presuntamente occupata militarmente dalla nuova maggioranza di governo, un’emittente ribattezzata, con scarso sforzo di fantasia, “Telemeloni”.
In questo schema rigido, dove i buoni e i cattivi vengono distribuiti con il bilancino dell’appartenenza politica, la figura di Buttafuoco avrebbe dovuto rappresentare una colonna portante della nuova narrazione culturale conservatrice, invece, la scure dell’esclusione si abbatte proprio su di lui.
La spiegazione è che Buttafuoco non è mai stato un soldato semplice, incline a ricevere ordini di scuderia o a prestarsi a logiche di fazione orientate da certi pensieri unici.
La sua è una destra eretica, colta, eccentrica, che dialoga con il sacro e con il profano, capace di citare Ezra Pound e Leonardo Sciascia nella stessa frase senza mostrare imbarazzo.
Un uomo del Sud, di Catania, una firma capace di adattarsi a diverse testate nazionali, senza mai smarrire il proprio spirito critico. Un uomo che ha abbracciato l’Islam nel 2015, scelta che gli è valsa l’incomprensione di molti e che lui ha spiegato come una riconciliazione con la storia profonda della sua terra.
Per Buttafuoco, la cultura non è estroflessione del potere e la comunità viene prima dell’individuo, prima dell’ideologia dominante. Per lui l’Europa è una civiltà, un continente di popoli, e non un regolamento ottriato da burocrati e recepito da politucoli genuflessi.
Buttafuoco ha una cultura di destra ben più profonda e antica di quella fragile e traballante del liberalismo atlantista, che somiglia sempre più a schiavismo intellettuale e zerbinaggio nei confronti di Washington e Bruxelles.
Una cultura che legge e usa Pirandello, Socrate, Jünger, Bauman per interpretare il nostro tempo.
Evidentemente, uno spazio libero e non omologato come Lupus in fabula rappresentava un corpo estraneo in una programmazione che sembra preferire la rassicurante piattezza dell’intrattenimento senza brividi alle complessità della pagina scritta.
Uno spazio di cultura gestito da un uomo di cultura che fa dell’inclusione una condizione imprescindibile, evidentemente, era troppo per la tv di uno stato come l’Italia, che ha chiuso i ponti con Mosca e, alla diplomazia e al rispetto della propria costituzione, ha preferito piegarsi alla russofobia europea e alle politiche antirusse.
La chiusura del programma non è solo una questione di equilibri interni o di veti incrociati tra correnti politiche, ma è, prima di tutto, un danno al servizio pubblico, perché Radio1 perde uno dei pochi presidi in cui la cultura non veniva trattata come un riempitivo notturno o come un dovere d’ufficio da liquidare in pochi minuti, bensì come uno strumento vivo per interpretare il presente.
Uno dei pochi programmi, se non l’unico, capace di stimolare lo spirito critico in una nazione di individui sempre più indottrinati a non pensare, a credere ai pensieri unici, a etichettare chi pensa con la propria testa e non si piega a quei pensieri unici.
Il pubblico mattutino della prima rete radiofonica perde un punto di riferimento riconoscibile, un appuntamento quotidiano che sapeva essere colto e accessibile al tempo stesso.
Mentre le reazioni politiche cominciano a farsi sentire, alimentando polemiche destinate a spegnersi nel giro di qualche giorno, per non urtare le politiche belliciste dell’Europa e sposate anche dal governo Meloni, resta il dato di fatto di un’azienda che sembra faticare a trovare una propria direzione editoriale coerente, che non sia appiattimento al governo di turno e ai pensieri unici.
Se la Rai del nuovo corso decide di rinunciare a una delle sue voci più autorevoli e originali, viene da domandarsi quale idea di cultura si voglia promuovere se non quella dell’inclusione, della diplomazia, della conoscenza storica, del dubbio e dello spirito critico.
Viene il sospetto di essere scivolati in un nuovo fascismo, in cui i media sono controllati dall’ideologia dominante, perciò, viene zittito chiunque non si pieghi a quell’ideologia.
Per ora, il futuro di Lupus in fabula rimane sospeso in un limbo. Non si farà in RAI, salvo clamorose retromarce, ma non è escluso che il progetto possa trovare nuova vita altrove, lontano dalle logiche spartitorie e dai palinsesti ingessati del servizio pubblico. E anche lontane dalle logiche commerciali che alimentano la propaganda per attirare la maggioranza dei cittadini e i soldi delle pubblicità.
Tuttavia, il segnale inviato da Viale Mazzini resta chiaro: la complessità, a volte, è un bagaglio troppo pesante da trasportare e l’Italia è un Paese in cui ci sono sempre meno uomini e donne di cultura per poter pensare di tenere in piedi un programma che emani un profumo diverso da quello di un cestino dei rifiuti.

