Ed eccoci, puntuali come una cambiale a scadenza, a contemplare le macerie di un’illusione collettiva, ovvero la transizione ecologica, il green, l’auto elettrica, le zero emissioni e tutte le altre balle sul tema.
Ci hanno venduto la favola di un’Europa verde, tecnologica, pacificata e felicemente avviata verso un futuro di soli pannelli solari e auto elettriche da film di fantascienza; ci hanno spiegato per anni, con quel tono di superiorità tipico dei tecnocrati di Bruxelles, che la globalizzazione era un pranzo di gala in cui noi avremmo fornito le idee e il resto del mondo la bassa manovalanza.
Poi è arrivato il risveglio.
Ed è stato un risveglio brusco, dal sapore di polvere da sparo e fumo denso.
Per decenni il miracolo di Berlino è rimasto in piedi grazie a un’equazione semplicissima: gas russo regalato, ingegneria di precisione applicata ai motori a combustione interna e un gigantesco mercato di sbocco chiamato Cina, pronto ad acquistare ogni singola Audi, BMW o Volkswagen prodotta.
Era il regno del pistone, una meraviglia meccanica da oltre duemila componenti mobili. Ma la Cina non è rimasta a guardare e, mentre acquistava i prodotti tedeschi, li studiava.
Così, Pechino ha semplicemente deciso di saltare una generazione tecnologica, buttandosi a capofitto sull’elettrico e prendendo il controllo di tutta la filiera, dalle miniere di litio fino ai software di gestione delle batterie.
Un motore elettrico di componenti mobili ne ha appena duecento, così, di colpo, il castello di carte tedesco è crollato.
A Wolfsburg hanno provato a rincorrere il colosso cinese, ma con risultati mediocri.
Nel 2020 Volkswagen ha varato una mastodontica divisione software interna, mobilitando diecimila ingegneri e bruciando miliardi di euro, ma nel 2024 hanno dovuto ammettere il fallimento e correre negli Stati Uniti a comprare in licenza il software della startup Rivian per evitare che le loro macchine di nuova generazione si piantassero a metà strada.
Un fallimento industriale epocale.
Cosa fa, allora, un impero manifatturiero che sta perdendo la sua battaglia più importante, mentre l’Europa accelera contro il motore termico, per affondare definitivamente l’industria europea?
Semplice: si riconverte alla guerra.
È il miracolo geopolitico del passaggio dall’auto al cannone, un pilastro del nuovo riarmo europeo, di quella scellerata politica della commissione von der Leyen che qualcuno ha ancora la faccia tosta di credere sia sana di mente.
E forse lo è davvero, allora ci sono altri interessi personali in ballo, come quelli per cui trattò con i famosi messaggini sul telefono.
Nel caso della Germania, non si tratta di una scelta etica, ma di mera sopravvivenza sociale. Quando Volkswagen annuncia di voler tagliare tra i 50.000 e i 100.000 posti di lavoro entro i primi anni 2030, il pacifismo militante del popolo tedesco svanisce d’incanto di fronte allo spettro del licenziamento di massa.
Ed è qui che entra in gioco Rheinmetall, il colosso della difesa tedesco. Gli operai che prima montavano cambi e frizioni oggi vengono arruolati per assemblare veicoli corazzati, droni e proiettili d’artiglieria. La retorica della transizione ecologica viene rapidamente archiviata per far spazio alla più redditizia industria della difesa. Meglio produrre cingolati che finire all’ufficio di collocamento.
Ma il pianeta non rischia più? E il riscaldamento globale che ti chiedono di salvare vendendo la tua auto a motore diesel?
In questo colossale cortocircuito di logica, l’Italia gioca il ruolo del gregario indispensabile. Le nostre fabbriche del Nord, quelle sparse tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna, sono da sempre i polmoni manifatturieri della Germania.
Fino a ieri producevano bielle e alberi motore per i diesel di Stoccarda, poi, quando il passaggio all’elettrico minacciava di spazzare via l’intera filiera della subfornitura italiana, i nostri imprenditori hanno trovato la salvezza nell’economia di guerra.
Quei componenti di precisione che non servono più per le auto a batteria cinesi sono diventati improvvisamente merce preziosissima per i razzi, i blindati e i sistemi di puntamento tedeschi. Con una spolverata di ipocrisia burocratica sui prodotti “dual-use”, quelli civili che, guarda caso, funzionano benissimo anche per scopi militari, le nostre fabbriche stanno riconvertendo le linee di montaggio.
Un baratto silenzioso: la coscienza in cambio del fatturato. Morti futuri in cambio di soldi facili adesso.
Mentre le fabbriche si militarizzano per far fronte alla Guerra in Ucraina, quella che dovevamo vincere in pochi mesi, nel 2022, perché Mosca era al tappeto, con il rublo carta straccia e i soldati con le pezze sulle natiche, i canali ufficiali continuano a propinarci pillole di ottimismo prefabbricato.
L’ultimo tormentone estivo della propaganda è la notizia secondo cui Kiev sarebbe ormai autosufficiente al 75% nella produzione di armi.
Ma in guerra, i numeri assoluti non servono a nulla se manca il tassello decisivo. Puoi anche produrre autonomamente il 75% dei tuoi fucili, delle tue mine antiuomo e delle tue munizioni leggere, ma se ti manca il restante 25%, ovvero la tecnologia pesante e i sistemi di difesa complessi, – cioè, se non puoi usare le armi che produci senza gli ingegneri e i satelliti della NATO – sei comunque destinato a soccombere.
E in quel 25% c’è l’intera collezione di “armi miracolose” con cui la grancassa dei media occidentali ci ha bombardato per mesi, giurando che avrebbero piegato Putin in quarantotto ore.
Prima sono arrivati i missili HIMARS americani: “ora la Russia si ritira”. E invece no.
Poi è stato il turno degli ATACMS e degli Storm Shadow britannici: “adesso colpiamo le retrovie e la guerra è finita”. E invece no.
Poi abbiamo assistito al dibattito surreale sui carri armati Leopard tedeschi, sugli Abrams americani e sui Challenger inglesi, descritti come moderni panzer pronti a sbaragliare le linee difensive russe nella fantomatica controffensiva ucraina, ma il risultato è stato vedere centinaia di blindati occidentali ridotti a carcasse fumanti nei campi di Zaporizhzhia.
Infine sono arrivate le bombe a grappolo, i Patriot, i SAMP-T italiani.
Ah, dimenticavo gli F16, quelli di cui, dopo il secondo velivolo abbattuto, nessuno ha più sentito parlare.
Una colossale fiera del consumo bellico che ha dissanguato le casse pubbliche europee, arricchito i fabbricanti di armi e lasciato sul terreno una generazione, forse due, di giovani ucraini.
A ogni aumento del volume di fuoco corrisponde una risposta simmetrica, se non superiore, dell’avversario. Pensare di sconfiggere militarmente una superpotenza nucleare sul suo confine senza provocare un’escalation catastrofica è una follia che rasenta il TSO.
Se la NATO dovesse davvero spingere la Russia sull’orlo del baratro, Mosca utilizzerebbe le armi nucleari tattiche pur di non perdere il conflitto.
Questa verità la sa benissimo il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, che sembra parecchio più sveglio dei geni di Bruxelles. Crosetto sa perfettamente che la strategia dell’escalation militare è un vicolo cieco; sa che stiamo giocando col fuoco. Eppure, si guarda bene dal dirlo chiaramente agli italiani. Meglio continuare a recitare la parte della fermezza atlantista, assecondando una linea politica fallimentare ereditata da Mario Draghi, ma che l’Italia non può mutare per non essere messa all’angolo sia dall’Europa sia dal resto della NATO.
Fu proprio Draghi, nel suo celebre discorso a Boston del 7 giugno 2023, a tracciare la linea della follia: nessuna trattativa, nessun “pareggio confuso”, ma solo la sconfitta totale e inesorabile della Russia sul campo. Forse il discorso più da squilibrato della storia.
Oggi, a distanza di anni da quel discorso ritto di incompetenza e illogicità senza pari, il conto di quella sconsiderata dottrina lo paga l’Ucraina.
È un Paese devastato, dissanguato, privato delle sue regioni industriali più ricche, amputato di quasi tutto il suo sbocco sul mare e ridotto a un protettorato economico interamente dipendente dai sussidi esteri.
Un Paese che non può pagare nemmeno gli emolumenti e le pensioni senza i soldi dell’Europa.
Ma i leader europei continuano a sorridere e a stringere mani, perché la transizione industriale prosegue spedita.
Di salvare il pianeta non interessa più nulla a nessuno, anche se tu devi dismettere la tua auto diesel.
Le fabbriche del Nord d’Italia producono bulloni per i razzi, la Germania progetta cannoni e noi spettatori, anestetizzati da anni di propaganda, scivoliamo lentamente verso il baratro con la complicità silenziosa dei nostri leader.
Perché la guerra è pace, chi invoca la pace è un amico di Putin e gli idioti sono il nuovo che avanza.
Da “Pulito è più bello” a “più missili per tutti” è bastato poco, giusto il tempo di annientare l’interna industria europea.
D’altronde, non abbiamo i migliori politici di sempre?!

