Dopo quattro anni e mezzo di favola sul bene contro il male, di propaganda edificante e preconfezionata da propinare al pubblico degli spritz di casa nostra, le cose stanno andando sempre più diversamente da quanto veniva raccontato.
Mentre i megafoni del giornalismo nostrano continuano a veicolare fake news su vittorie ucraine imminenti e di Mosca al tappeto, l’Europa comincia a fare i conti con le proprie tasche e con la stanchezza dei propri cittadini.
La Bulgaria si sfila ufficialmente, ammettendo senza troppi giri di parole di non avere più armi né soldi da gettare nel calderone; la Slovacchia di Fico ha già chiuso i rubinetti degli aiuti diretti da tempo, mentre persino la Repubblica Ceca e la Spagna iniziano a tirare il freno a mano su prestiti e aumenti delle spese militari.
Senza dimenticare l’Irlanda, che fornisce a Kiev solo aiuti umanitari, ma non armi, poiché la loro costituzione lo vieta.
Anche la nostra lo vieta, ma per la nostra classe politica, la costituzione è carta igienica fin dai tempi del green pass, figuriamoci se possano perdere tempo con il fatto che l’Italia ripudia la guerra e altre scocciature per gli interessi geopolitici di Washington ed economici di Londra e Parigi.
Eppure, a Bruxelles si fa finta di nulla, come i singoli paesi valessero zero e gli europei ancora meno, in barba a quell’Europa dei popoli tanto decantata un tempo, cosa che dimostra che, qualora ve ne fosse ancora bisogno, questa è l’Europa dei burocrati, dei magnati delle guerre e dei soldi facili dalla vendita di armi.
Ursula von der Leyen vola a Kiev, si fa fotografare e promette mirabolanti sinergie industriali per produrre droni ancora più velocemente di quanto non faccia oggi l’Ucraina. Più armi, più produzione, più debiti.
Ma con quali soldi, se la maggior parte dei paesi europei dipende ormai dai contributi distribuiti da Bruxelles per non affondare e se persino la Germania è con l’acqua alla gola?
Nel frattempo, a Kiev, il castello di carte di Volodymyr Zelensky perde pezzi da tutte le parti.
Nelle ultime ore, le strade di Kiev, Odessa, Kharkiv e Leopoli sono state teatro di proteste popolari senza precedenti.
Cittadini infuriati sono scesi in piazza, non per manifestare contro l’invasore russo, ma contro le decisioni del loro stesso Presidente, che nega la possibilità di libere elezioni nonostante il suo mandato sia scaduto da parecchi mesi.
Gli ucraini protestano contro i rastrellamenti per strada per raccattare ucraini da mandare a morire al fronte e contro il drastico rimpasto di governo che assomiglia sempre più a un disperato gioco delle tre carte per nascondere il disastro del fronte e i continui scandali di corruzione.
Zelensky ha silurato la premier Yulia Svyrydenko, sostituendola con Sergii Koretskyi, uomo forte della compagnia energetica statale Naftogaz, ma la mossa che ha fatto saltare la mosca al naso agli ucraini è stata la rimozione forzata di Mychajlo Fedorov, l’amatissimo e giovanissimo ministro della Difesa e dell’innovazione tecnologica.
Fedorov era considerato da tutti l’unico vero competente della squadra di Zelensky. Ha rivoluzionato la guerra tecnologica, ha automatizzato la difesa e ha gestito la complessa partita dei droni che tanto piace ai media della propaganda occidentale.
Ma aveva un difetto imperdonabile agli occhi di quel potere che è un vero e proprio “sistema Zelensky”: era troppo popolare.
Zelensky, si sa, come ogni presidente democratico con una passione viscerale per i dittatori, non sopporta chi rischia di fargli ombra.
Dietro il benservito a Fedorov si nasconde anche un durissimo scontro di potere con il generale Oleksandr Syrskyi, capo supremo delle forze armate che rappresenta la vecchia guardia militare, quella dottrina rigida che, alla tecnologia, preferisce la mobilitazione forzata delle persone per strada, con le scene di reclutamenti violenti che a Leopoli e altrove stanno provocando vere e proprie rivolte contro i reclutatori.
Davanti al bivio, Zelensky ha scelto di sacrificare il ministro innovatore per tenersi buono il generale solo perché a lui fedele, una scelta che ha provocato persino le dimissioni polemiche del vicecomandante dell’Aeronautica militare, Yelyzarov, in aperta rottura con la presidenza, con un dittatore da quattro soldi che la propaganda occidentale ha ancora l’ardire di definire democratico.
Cacciare i competenti quando le cose vanno male è un trucco vecchio come il mondo che serve a scaricare la colpa, così, se la controffensiva fallisce e se i miliardi svaniscono nei meandri della corruzione del sistema, basta cambiare una pedina sulla scacchiera e dire: “Ecco, la colpa era sua, adesso ricominciamo”.
Solo che, finché non cambia la politica ucraina, che vi sia Zelensky o Babbo Natale, gli ucraini continueranno a morire al fronte e l’Ucraina continuerà a perdere territori e peso specifico.
Ma il gioco non funziona più. E mentre i miliardi dei contribuenti europei continuano a svanire e le armi occidentali vengono distrutte, il prezzo più alto lo pagano i civili ucraini, anche se Macron, dall’alto del suo essere stato preso a calci in tutte le recenti elezioni in Francia, sostiene che l’Europa difenderà l’Ucraina anche al costo del sangue.
Non si capisce il sangue di chi, visto che a Macron restano fedeli solo i burocrati da quattro soldi e gli zerbini di Washington che guidano i governi dei paesi europei, ma non certo i francesi né una maggioranza di europei sempre più contraria alle folli politiche belligeranti.
Intanto, i dati ONU, organizzazione non di certo filoputiniana, – certificano che giugno è stato uno dei mesi più letali per la popolazione.
La propaganda di casa nostra vi dirà che i russi mirano deliberatamente e unicamente alle case e agli ospedali, dimenticando di menzionare che anche i droni e i missili ucraini mietono vittime collaterali, ma c’è di più.
È stato lo stesso Zelensky ad ammettere implicitamente che molti dei depositi e delle fabbriche di armi colpite dai russi erano stati posizionati a ridosso di aree residenziali civili. In pratica, la popolazione è stata utilizzata come scudo umano per proteggere le linee di produzione bellica o, peggio, per massimizzare l’effetto mediatico delle tragedie da rivendere all’Occidente per chiedere altri fondi.
Ovviamente, in barba ai trattati di Ginevra. Ma sappiamo che i trattati e il diritto internazionale valgono solo per Mosca.
La verità è che non ci sono buoni in questa storia, ma solo cattivi e cattivissimi. E finché continueremo a finanziare questo teatro di poltrone e cinismo geopolitico, illudendoci che inviare più armi abbrevi la sofferenza di quel popolo, non faremo altro che prolungare un’agonia di cui si comincia a vedere l’inevitabile fine.
Inevitabile fine che sarà quella che descrivevamo noi quattro anni fa, mentre i grandi giornalisti parlavano di muli, russi armati solo di pale ottocentesche, costretti a smontare microchip dalle lavastoviglie, sanzioni dagli effetti dirompenti e altre sciocchezze.
Perché il tempo ha la cattiva abitudine di passare e di sentenziare senza appello chi ha scritto panzane e chi, invece, ha visto ciò che era lì, davanti agli occhi.

