Oggi si muore sull’asse Monaco-Kiev.
Proprio nel Principato di Monaco, l’ultimo parco giochi della Terra in cui il denaro è l’unica vera religione, un luogo dove i miliardari attraccano yacht da cento metri per sfuggire al fisco e, spesso, anche dal loro passato, la sicurezza è diventata un dogma indiscutibile.
È il 29 giugno 2026 e sono da poco passate le ore ventuno; l’aria della Costa Azzurra è tiepida, quasi immobile, quando nell’elegante androne di un condominio signorile nei pressi di Place des Moulins, a due passi dal Boulevard d’Italie, il silenzio viene cancellato da un boato.
Si pensa subito a una bomba, ma non si tratta di una bomba qualunque. È un ordigno telecomandato a distanza, celato con cura maniacale dentro uno zaino e imbottito di bulloni, dadi e frammenti metallici progettati per agire come schegge impazzite, per moltiplicare la letalità dell’onda d’urto.
L’obiettivo designato è Vadim Ermolaev, cinquantottenne magnate ucraino, ex titano del mattone e dell’alcol, al ventitreesimo posto nel 2020 nella classifica degli uomini più ricchi d’Ucraina e, dal dicembre 2023, inserito nella lista nera dei sanzionati dal presidente Volodymyr Zelensky per aver continuato a fare affari e commerciare alcolici nella Crimea occupata dai russi.
Ermolaev se la caverà con ferite superficiali e qualche scheggia, ma la sua compagna, invece, viene investita in pieno dalla tempesta di metallo: i medici del centro traumatologico d’urgenza dovranno amputarle entrambe le gambe per strapparla alla morte, mentre lotta in un letto d’ospedale contro la cecità e la perdita dell’udito.
Anche il figlio tredicenne della coppia crivellato dalle schegge.
Questo è il prezzo della guerra che infetta l’Europa.
LA FUGA DI ANASTASIIA NEREZOVSKA
A posare quell’infernale zaino nell’androne del palazzo è stata una donna. Trentanove anni, nazionalità ucraina, ufficialmente residente in Germania. Il suo nome è, anzi era, Anastasiia Berezovska.
Le telecamere di sorveglianza della vigilanza privata di Monaco la immortalano mentre studia i movimenti della famiglia Ermolaev per giorni, con un cappello scuro a secchiello calato sugli occhi, un gilet scuro da uomo, per camuffare le forme, e un vistoso tatuaggio a forma di serpente sull’avambraccio destro.
Dopo la detonazione, la Berezovska mette in atto un piano di fuga che rivela una copertura logistica di prim’ordine; lascia Monaco a piedi, attraversa il confine francese fino a Beausoleil, sale su un’auto a noleggio con targa tedesca già predisposta, attraversa l’Italia passando per Ventimiglia e il Piemonte, transita per la Svizzera e l’Austria e rientra in Germania.
Poi, una deviazione inspiegabile.
Il 1° luglio, mentre le polizie di mezza Europa la cercano e l’Interpol si prepara a lanciare un mandato internazionale, che arriverà ufficialmente il 3 luglio, la Berezovska sale su un autobus di linea, diretta a Kiev.
Perché rientrare nella tana del lupo?
Pensava davvero di essere al sicuro sotto la protezione dei suoi mandanti o le era stato promesso un salvacondotto, rivelatosi poi un biglietto di sola andata per il mondo di chi non può più parlare?
La risposta arriva il 6 luglio, quando il corpo di Anastasiia Berezovska viene ritrovato riverso in un fossato fangoso a Yuriv, sperduta periferia della regione di Kiev.
Un’esecuzione pulita, rapida, professionale. Un solo proiettile calibro nove conficcato nella regione occipitale del cranio. La bombardiera di Monaco non potrà più parlare.
LA BARZELLEZZA DELLO 007 AUTONOMO E IL PRECEDENTE DEL NORD STREAM
Le indagini della procura ucraina, pressata dai governi europei, terrorizzati dall’idea che Kiev stia conducendo operazioni di liquidazione extragiudiziale sul territorio dell’Unione, portano all’arresto dei suoi assassini.
Si tratta di Vitalii Zhykovych, un ex agente delle forze dell’ordine, e di Vladyslav Reut, che non è un delinquente qualunque, poiché si tratta di un ufficiale in servizio attivo del GUR, l’intelligence militare ucraina guidata dal potentissimo generale Kyrylo Budanov, il servizio specializzato nell’eliminazione fisica dei collaborazionisti e dei nemici dello Stato all’estero.
I flussi finanziari non mentono: Zhykovych e l’ufficiale del GUR avevano accreditato sul conto bancario e sul portafoglio di criptovalute della Berezovska i fondi necessari per finanziare la logistica dell’attentato a Monaco.
Arrestato per l’omicidio della donna, l’ufficiale del GUR confessa il delitto, ma Reut dichiara di aver ucciso la Berezovska, e di aver finanziato l’attentato di Monaco, “di propria iniziativa”, senza che i vertici del GUR o i suoi superiori ne sapessero nulla.
Ma certo.
Chi di noi, nel proprio tempo libero o durante i fine settimana di licenza dal ministero della Difesa, non si diletta a prelevare migliaia di dollari in criptovalute dal proprio bilancio familiare per assoldare una terrorista, pianificare un attentato dinamitardo in Costa Azzurra e poi, colto da un improvviso bisticcio sui compensi o da uno scrupolo morale, non decide di piantare un proiettile in testa alla propria agente operativa?
Il tutto, sia chiaro, mantenendo il capo del servizio segreto totalmente all’oscuro di tutto, magari mentre quest’ultimo era impegnato a fare i cruciverba in ufficio.
I fatti sono due: o si tratta di un servizio segreto di idioti, o credono che gli idioti siamo noi, a berci queste scemenze.
La tecnica del “militare ribelle” che agisce in totale autonomia è un evergreen della disinformazione moderna. Ci avevano già provato con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream.
Anche allora, dopo aver accusato per mesi i russi di essersi autopuniti facendo saltare in aria le proprie condutture, i media occidentali dovettero arrendersi alla verità della pista ucraina.
E come la giustificarono? Proprio con la favola di un gruppetto di amici ucraini, appassionati di immersioni, che dopo qualche birra al bar avevano noleggiato una barca a vela per scendere a cento metri di profondità nel Baltico e piazzare tonnellate di tritolo.
Ora, il copione si ripete, così, se una bomba squarcia Monte Carlo, la colpa è dell’iniziativa privata di uno 007 fai da te.
Per blindare questa traballante versione ufficiale ed evitare un catastrofico incidente diplomatico con la Francia e il Principato di Monaco, i servizi segreti ucraini (SBU) hanno confezionato una comoda notizia comoda: la pista della “mafia dei call center” di Dnipro, città d’origine di Ermolaev, e da anni centrale operativa di colossali truffe telefoniche transnazionali.
Un vero e proprio impero criminale protetto, che spilla miliardi di euro ai cittadini europei.
Il rampollo dell’oligarca, Arthur Ermolaev, era stato arrestato tempo fa proprio per la gestione di queste piattaforme illegali.
Secondo la tesi difensiva di Kiev, il giovane avrebbe “cantato” con gli inquirenti estoni per salvarsi dalla galera, facendo i nomi dei boss rivali.
La bomba a Monaco, dunque, non sarebbe un’operazione di Stato, ma una banale vendetta mafiosa commissionata dai boss delle truffe telefoniche di Dnipro, che avrebbero assoldato gi uomini dei servizi ucraini e la Berezovska per regolare i conti con la famiglia dell’oligarca.
Una ricostruzione perfetta. Peccato che gli inquirenti monegaschi e francesi non abbiano alcuna intenzione di bersela come farebbe, invece, un poliziotto da quattro soldi.
Come rivelato da fonti investigative francesi a Le Figaro, la pista privilegiata dai gendarmi punta dritta ai vertici della sicurezza di Kiev.
L’attentato di Monaco non era una rissa tra truffatori di provincia, ma un avvertimento di Stato per un oligarca sanzionato che si godeva i suoi milioni guidando una Bentley da 300.000 dollari sotto il sole di Monte Carlo.
IL CASO ROMA E L’IPOCRISIA ATLANTISTA
Mentre a Kiev si ripulisce la scena del delitto e a Monaco si contano le schegge nei corpi dei civili, in Italia preferiamo concentrarci sulle nostre, di spie.
A Roma, la Procura ha disposto l’arresto di due persone, tra cui un ex funzionario del comparto cyber dei nostri servizi segreti e un ufficiale, accusate di aver ceduto documenti riservati e informazioni sensibili sull’infrastruttura di sicurezza nazionale ad agenti dell’intelligence russa in cambio di denaro.
I media mainstream hanno subito attivato i generatori dell’indignazione collettiva, così i talk-show si sono riempiti di commentatori pronti a invocare misure draconiane contro “le talpe di Putin” infiltrate nello Stato.
Nessuno spazio per il dubbio, ovviamente e nessuna concessione alle sfumature. Perché quella sarebbe roba da democrazia, vuoi mettere?
Lo spionaggio, nel racconto mediatico corrente, è un’attività lurida, criminale e intollerabile, ma solo se guarda verso Est, perché, se, invece, gli agenti operativi appartengono alla galassia dei nostri alleati, se piazzano bombe telecomandate nei quartieri residenziali dell’Europa occidentale, mettendo a rischio la vita di donne e bambini innocenti per colpire un bersaglio politico, allora la narrazione cambia direzione.
In quel caso si preferisce sintonizzarsi sul silenzio, derubricando la strage a una “faida privata”, a un bisticcio tra truffatori di call center o all’iniziativa estemporanea di uno 007 ucraino fuori servizio.
La verità è che il virus dello spionaggio e del terrorismo di Stato non ha bandiera e chi si ostina a voler vedere rubli e complotti dappertutto, spesso lo fa solo per non guardare la propria ipocrisia.

