L’indice di Jeffrey Epstein picchiava contro il muro della sua villa sulla 71ª Strada, a Manhattan.
Un colpo secco, nocca contro lo strato superficiale della pittura. Il suono che ne scaturiva non era il sordo rimbombo della pietra o del legno massiccio che ci si aspetterebbe da una dimora da cento milioni di dollari, ma il lamento vuoto del cartongesso.
“È tutto finto”, sussurrava il finanziere ai suoi ospiti sbalorditi. “Tutto finto”.
In quella confessione sussurrata tra le mura della casa privata più grande di New York, si nascondeva l’intera follia del caso Epstein, una scenografia monumentale costruita per nascondere il vuoto morale e il ricatto come normalità del potere occidentale. E non solo occidentale.
IL PARASSITA E IL RE DEL RETAIL
Per decenni, il mondo ha guardato a Jeffrey Epstein come a un oracolo della finanza, un uomo capace di generare ricchezza dal nulla attraverso algoritmi segreti, ma la realtà emersa dai tre milioni di pagine dei documenti recentemente desecretati, è molto più banale e, per questo, più sinistra.
Epstein non era un genio dei mercati. Era un parassita d’alto bordo.
La sua intera fortuna era un’estensione del portafoglio di Leslie Wexner, il patron di Victoria’s Secret.
Epstein non gestiva fondi, ma gestiva l’uomo. Aveva compreso che Wexner era abitato da un’inquietudine perenne, uno spirito maligno che lui chiamava “The Book”.
Sfruttando questa vulnerabilità psicologica, Epstein ottenne un potere di firma assoluto sulle finanze del miliardario, autoproclamandosi compensi da capogiro e usando il nome di Wexner come un grimaldello per scardinare le porte delle banche d’affari e dei salotti della Silicon Valley.
Era la sociologia del “capitale sociale” trasformata in arma da assedio, perché, una volta entrato grazie a un nome credibile, Epstein apriva un sentiero sicuro da cui passavano gli altri.
SPECCHI PARALLELI: IL DUELLO DI PALM BEACH
Donald Trump e Jeffrey Epstein erano due facce della stessa medaglia, coniata nell’oro di New York degli anni ’80. Condividevano tutto: la brama di visibilità, il disprezzo per le regole e una visione della donna come pura valuta di scambio.
Per oltre dieci anni sono stati “migliori amici”.
La loro rottura, avvenuta nel 2004, non ebbe nulla di etico. Fu una questione di centimetri e mattoni. Epstein aveva offerto 36 milioni di dollari per una villa a Palm Beach; Trump, con un rilancio da 40 milioni, gli soffiò l’affare da sotto il naso.
Nulla ferisce un narcisista quanto essere battuto sul terreno del prestigio immobiliare. Da quel momento, le traiettorie si separarono, ma le radici rimasero intrecciate nel fango; i file odierni citano Trump oltre cinquemila volte.
Sebbene non vi siano prove di reati sessuali verificati a suo carico in questi documenti, l’ombra del “Lolita Express”, il jet su cui viaggiavano minorenni reclutate con la promessa di trecento dollari per un “massaggio”, rimane il convitato di pietra della sua carriera politica.
La differenza tra i due è il finale: uno è diventato presidente degli USA, l’altro è finito con un lenzuolo intorno al collo.
L’AMBASCIATORE DEL DISONORE
Mentre a New York si tessevano trame finanziarie, oltreoceano il potere assumeva le forme della decadenza reale.
L’arresto di Andrea Mountbatten-Windsor è un terremoto violentissimo che scuote Buckingham Palace. Non si parla solo di condotte esecrabili con minori, ma di qualcosa che scuote le fondamenta della sicurezza nazionale britannica: l’abuso d’ufficio.
Tra il 2010 e il 2011, Andrea avrebbe condiviso documenti riservati su viaggi d’affari e investimenti in Afghanistan con Epstein.
Il principe era diventato un asset, una fonte di informazioni privilegiate per un uomo che si muoveva con la disinvoltura di un agente sotto copertura tra il Mossad israeliano e l’élite del Cremlino.
Epstein non era necessariamente una spia nel senso cinematografico del termine, ma piuttosto un “collezionista di compromessi”. Sapeva che un segreto di stato o un video proibito valevano più di qualsiasi titolo di Wall Street.
La risposta di Re Carlo III, un comunicato gelido che spoglia il fratello di ogni titolo e lo cita con il nome civile, è l’ultimo tentativo di una monarchia millenaria di amputare un arto in cancrena per salvare il corpo della Corona.
LA TEMPESTA PERFETTA NELLA CELLA 9
Il 10 agosto 2019, Jeffrey Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione.
Eppure, la storia ci insegna che il caso non esiste quando si intersecano così tanti interessi globali. Quella notte, le telecamere si guastarono. Le guardie, in preda a una narcolessia sospetta, dormirono per ore, falsificando poi i registri.
Epstein, un detenuto ad altissimo rischio che aveva già tentato il suicidio settimane prima, fu lasciato solo.
È stata definita dal Dipartimento di Giustizia come una “tempesta perfetta di fallimenti”.
Ma per chi conosce i meccanismi della comunicazione, quella tempesta sembra piuttosto una nebbia calata ad arte, un piano definito nei minimi dettagli.
Ghislaine Maxwell, la figlia del tycoon Robert Maxwell e chiave d’accesso di Epstein all’aristocrazia europea, ha dichiarato dal carcere di non credere al suicidio, così come le vittime sono convinte: “Era troppo narcisista per uccidersi”, dicono.
Inoltre, sembra davvero strano, perché un uomo che aveva costruito un impero sul ricatto non avrebbe mai lasciato il tavolo da gioco senza calare l’ultima carta.
IL SISTEMA CHE SI PROTEGGE
Oggi, gli “Epstein Files” ci vengono consegnati dal Dipartimento di Giustizia come un pasto preconfezionato, pieno di omissis e barre nere.
Perché rilasciarli ora, in questo modo?
La gestione dei documenti appare come un esercizio di contenimento del danno. Nomi pesanti come Bill Clinton, Bill Gates e persino intellettuali del calibro di Noam Chomsky appaiono nelle liste, creando una cortina fumogena bipartisan che impedisce una reale indignazione politica, perché le persone coinvolte abbraccerebbero ogni schieramento.
Il sistema non sta processando Epstein, ma la propria capacità di sopravvivenza. Jeffrey Epstein aveva capito che il potere non è fatto di cemento armato, ma di quel cartongesso su cui bussava ridendo.
È un’impalcatura cava, sostenuta da segreti condivisi e debolezze da sfruttare quando serve.
Finché non avremo il coraggio di abbattere quel muro e guardare cosa c’è dietro la finzione, continueremo a vivere nella scenografia che un predatore ha costruito per noi, ascoltando il suono vuoto di una giustizia che arriva sempre troppo tardi.
E sempre con troppi nomi cancellati.
Perché cancellarli?
L’unico motivo che viene in mente è che siano persone tra le più influenti e note, altrimenti non si spiegherebbe.
Voi che dite?
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